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IL PAESE DEI MUSSOLINI
post pubblicato in Emiliani, Vittorio, il 30 giugno 2015
 

Si può riportare la figura del duce al suo coacervo famigliare e regionale di origine, come se fosse un inguaribile provinciale, allacciato irrimediabilmente alle radici della sua heimat romagnola? E' quello che ha provato di fare in questo libro un suo parente, Vittorio Emiliani, nipote di Lucrezia Vasumi, cugina prima di Alessandro Mussolini, padre di Benito. Il duce dal punto di vista di Dovia/Predappio, dei suoi compaesani, del parentado, dei suoi antichi compagni di gioventù ha tutti i titoli per rientrare nella galleria di personaggi stralunati di un filone della letteratura romagnola, da Cavazzoni a Celati ad Amarcord, e senza trascurare la non lontana Marradi.
Per nonna Lucrezia, Benito è fin da ragazzo "'e màt", giudizio rimasto immutato per cinquant'anni tutte le volte che il duce tornava a Predappio, fino in piena guerra. "Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire...". Impressione che non era la sola ad avere. "Veniva su a Predappio Alta a trovare suo zio Alcide, sempre tutto spartito, con un cappello mai stirato e pieno di tigne. Si sedeva là in piazza su una panchina e stava lì delle ore col cappello fra le mani, con quegli occhi spiritati che facevano un po' paura...", raccontava la zia Candida.
Si può ridurre Mussolini ad una macchietta? E' la stessa moglie Rachele a chiamarlo cla màcia. "Un'espressione colorita che ripetè quando seppe che Benito era stato nominato dal re primo ministro: «Ma chi? Cla màcia?», disse con divertito stupore".
I ritorni successivi da trionfatore a Predappio non lo sottraggono ai commenti ironici dei paesani. "Mussolini sale le scale del vecchio Comune e si affaccia ad una delle finestre principali. Dal basso si leva un urlo festoso. Lui guarda compiaciuto la piazza dove tante volte ha sostato in cupa solitudine [...], fa un gesto solenne con la mano destra, un gesto poi consueto che reclama silenzio. Dal negozio dei Bartoletti lo guarda il fornaio Tugnàz, il quale si rivolge ridendo alla figlia della Lucrezia che adesso lavora nell'esercizio: «Iv vest, Candida? L'à fat acsè cun la man par di': 'Bon, bon, ch'adess av dòm tott...»". Non è andata meglio nella visita a Forlì, dove "'E zòpp 'd Vitòri", riesce a rompere il cordone ordinato della folla e, reggendosi sulle stampelle, ostentando una giacchetta indossata a rovescio, si para quasi davanti alla macchina scoperta del duce e gli urla: «Ohi, Benito, a j ò vultè gabàna anca me».
Mussolini non riesce a difendersi dalle pressanti richieste della torma dei parenti famelici. E' costretto a commissionare due indagini riservate per appurare quanti sono i "parenti veri, quelli prossimi e meno prossimi, quelli addirittura inventati". Costituisce dei fondi particolari destinati ad accontentare le loro richieste. Dalle schede conservate presso l'Archivio centrale dello Stato è risultato che i parenti beneficiati durante il ventennio furono ben 334. E quando torna a Predappio "la gente si accalca reclamando favori, il duce allora prega l'agente della banca locale di distribuire lui alla folla qualche biglietto di banca. «Fasi vo»". 
Ma nel libro non sono riportati solo episodi divertenti. Sono ventuno nella provincia di Forlì gli uccisi antifascisti nel periodo dello squadrismo. 
Alla domanda d'apertura De Felice ha risposto negativamente nel primo volume della sua biografia di Mussolini: "I biografi di Mussolini, quelli che scrissero di lui dopo che egli era ormai divenuto il "duce" dell'Italia fascista, i Beltramelli, le Sarfatti, i De Begnac, lo stesso Megaro - l'unico che per molti anni si sia posto di fronte alla figura di Mussolini non con l'animus dell'apologeta, ma neppure con quello del pamphletaire, bensì con quello dello storico - hanno dato una grande importanza al fatto che egli sia nato e cresciuto in Romagna, alla sua "romagnolità". Nei loro scritti pagine e pagine sono dedicate alla Romagna e al carattere dei romagnoli, forti e coraggiosi, passionali, fedeli all'amicizia e all'ospitalità, gentili e al tempo stesso proiettati verso una visione dinamica della vita, aperti alle più ardite novità politiche e sociali. Ora, non vi è dubbio che per più di un aspetto in Mussolini si può scorgere il romagnolo; bisogna però intendersi sul significato del termine "romagnolità"; se esso è assunto nel significato, in gran parte frutto di un luogo comune di origine letteraria e pseudo folcloristica, attribuitogli da certa pubblicistica di terz'ordine, è ovviamente escluso che si possa applicare a Mussolini; se, invece, con "romagnolità" si intende riferirsi al particolare interesse che, sin dalla più giovane età, i romagnoli - specie quelli del secolo scorso e dei primi del nostro - mostrano per tutte le forme della vita nazionale e locale, non vi è dubbio che in questo senso Mussolini fu un tipico romagnolo. Ma anche ciò premesso, se anche si vogliono assolutamente trovare delle "radici" alla quanto mai complessa e contraddittoria personalità di Mussolini, queste vanno cercate altrove. Al di là di alcuni motivi di carattere - del resto secondari e che non sono certo quelli che determinano una personalità - se proprio si volesse individuare in Mussolini una componente psicologica locale più che un romagnolo lo si dovrebbe dire piuttosto un milanese. Non vi è dubbio infatti che i dieci anni passati a Milano, nel momento decisivo della sua formazione morale e politica, ebbero ben più importanza dei circa venticinque trascorsi nella natia Romagna. Come notò a suo tempo Prezzolini, Mussolini "non ha mentalità agraria", non è un prodotto, cioè, della società agricola romagnola, ma "nasce dal ferro di una fucina di fabbro e cresce fra le armature e i camini delle grandi industrie milanesi": è il prodotto delle contraddizioni di una società industriale capitalistica in espansione. Tra i suoi biografi - se mai - è più nel giusto il Monelli, il quale - invece che sulla "romagnolità" - mette l'accento, come alcuni marxisti, sulla particolare condizione "piccolo borghese" della sua famiglia; una famiglia, dal lato paterno, di piccoli proprietari agricoli andati in rovina ai tempi del nonno Luigi, cioè proletarizzatisi, e, dal lato materno, di infima borghesia "benpensante" e un po' "codina" -, con qualche pretesa intellettuale. Non a caso, infatti, nella personalità e nell'opera di Mussolini è possibile rintracciare - anche se non va sopravvalutata - tutta una serie di motivi d'origine piccolo borghesi. A nostro avviso, premesso che - come si vedrà - la personalità politica di Mussolini venne definendosi soprattutto negli anni tra il 1909 e il 1919, se di "radici" si vuole parlare, l'unica "radice" un po' importante ci sembra quella paterna; l'unica, oltretutto, alla quale lo stesso Mussolini abbia fatto esplicito riferimento, con affermazioni che non ci pare possano essere considerate nè di maniera nè dettate da mero affetto filiale. Sotto questo profilo, chi tra i biografi di Mussolini ha visto meglio è stato il Megaro, che ha opportunamente richiamato l'attenzione degli studiosi sulla figura di Alessandro Mussolini e sull'influenza che sul giovane Mussolini ebbe il padre".
Mi sembra che il "come eravamo" predappiese, con la sua aggiunta di fatalità, non renda un buon servizio alla comprensione storica. La presupposizione che altri libri certo si occupino della formazione culturale e del progetto politico del futuro duce non elimina la sensazione che "'e màt" sia dilagato nuclearmente su una provincia, una regione, una nazione, il mondo intero. E che non si può sfuggire ai tentacoli familistici che si protendono nel tempo e nello spazio, facendo velo all'intelligenza delle cose ("Il suono delle orchestrine scandisce le ultime estati di pace e le ultime vacanze di Mussolini e dei suoi fra Riccione e la Rocca delle Caminate. E' andata bene in Abissinia, perchè non dovrebbe andar bene anche stavolta?"). 
L'assunto che l'autore propone in maniera disinvolta, quello del luogo natale come destino infinito (e nel caso in questione postumo), si infrange poi sull'unica figura guarda caso sfuggente, ribadita anche in questo libro, quella della madre, Rosa Maltoni, morta nel 1905 a quarantasette anni [ * ].




(Carlo Verducci)









Vittorio Emiliani, Il paese dei Mussolini, Einaudi, 1983
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