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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 20 ottobre 2015


Questo è il quarto ed ultimo volume della tetralogia di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Ho atteso un po’ a leggerlo ma – forse perché reduce dalle vacanze, forse perché le mie letture estive sono state del genere giallo–thriller – la lettura di questo libro è stata molto piacevole, più dei precedenti, almeno all’inizio.
Il libro presenta una novità rispetto alle altre tre parti: non è un unico testo, ma è diviso in due parti, i cui titoli la dicono lunga sulle intenzioni dell’autrice: “Maturità: storia della bambina perduta” e “Vecchiaia: storia del cattivo sangue”. Maturità e vecchiaia sono ovviamente quelle dell’io narrante, Elena Greco (Lenù per gli amici napoletani e per Lila, la sua controparte nel libro).
La prima parte, la “Maturità”, tratta soprattutto della vita di Elena, sposata Airota e per tre anni – dal 1976 al 1979 – lontana da Napoli e quindi da Lila. Elena, madre di due figlie, Dede ed Elsa, si è legata a Nino Sarratore, e questo l’ha costretta a separarsi dal marito, Pietro, di cui era stanca (la vicenda è stata descritta ampiamente nel volume precedente, “Storia di chi fugge e di chi resta”). Durante questo periodo Elena vaga per varie città, cominciando da Montpellier, ove Nino va per intervenire a un congresso (è ricercatore universitario); poi Genova, Napoli, Firenze. Ma sempre per brevi periodi. Elena cerca di occuparsi soprattutto del suo lavoro di scrittrice, visto il successo che ha avuto dai suoi libri.
La maturità è l’età che segue il “tempo di mezzo”, sottotitolo del volume precedente. E l’io narrante, Elena, si descrive calcando l’accento su tutte le sue azioni come compiute in piena maturità, non più con gli impeti e le passioni delle età più giovani. Lo stesso fa con Lila – la sua amica – anche lei in piena maturità. Lila è sempre presente nel racconto di Elena, e si comporta da amica anche se non è più al centro della sua vita. Ed è forse la storia stessa a caratterizzare la maturità di entrambe: l’affidamento delle due bambine a Guido e Adele, suoceri di Elena; la vita con Nino e la conseguente gelosia verso sua moglie Eleonora, che Nino promette di lasciare. Non dimentichiamo – nel seguire le vicende di Elena e Nino – che, durante una vacanza ad Ischia, Nino era stato amante di Lila.
Pur nelle sue peregrinazioni, Elena non accetta la separazione dalle sue figlie e decide di portarle via ai suoceri e riprendere a fare la mamma, anche se viaggiante. Questa decisione è in certa misura conseguenza di quanto le aveva detto Lila riguardo il suo ruolo di madre, e della sua vita lavorativa, che spesso le chiedeva di muoversi da una città all’altra. Elena, riprendendosi le figlie, con cui dialoga spesso, decide di tornare a Napoli (l’immagine sulla copertina del volume fa proprio riferimento alle bambine). E Lila, pur messa da parte in molte situazioni, resta sempre il principale soggetto della storia di Elena, anche quando non è presente, ed entra a far parte anche dei suoi dialoghi con le figlie. L’ultimo libro che Elena ha scritto racconta molto in dettaglio la vita del “rione” dove le due amiche sono cresciute, e la cosa non è andata a genio ad alcune persone, principalmente ad uno dei fratelli Solara, Michele.
Elena rimane incinta di Nino, nonostante i fatti le avessero già reso chiaro che il suo amante era persona inaffidabile. Questa gravidanza è parte centrale del rapporto con Lila, che anche lei resta incinta nello stesso periodo; ciò avviene in un momento in cui la tensione tra Elena e Nino è giunta ad un livello piuttosto alto, così da determinare la definitiva rottura tra loro. Elena partorirà una terza figlia, Imma, e Lila anche lei una figlia, Tina, che avrà un fratello molto più grande, Gennaro. La storia approfondisce per un po’ questo nuovo legame tra le due amiche, fin quando, dopo alcuni anni, per una malaugurata serie di circostanze, Tina si perde per la strada, e nessuna ricerca riesce a farla ritrovare. E qui l’esame che Elena fa della sua amica si arricchisce del dolore di Lila, dolore che Lila nasconde all’amica in molte maniere. Con questa scomparsa di Tina si chiude la parte sulla maturità.
Sono andato molto oltre i miei soliti limiti, raccontando in modo caotico e confuso – come appare nel libro – la storia della prima parte di questo ultimo volume. Questa parte occupa nel libro il doppio delle pagine della parte successiva, la “Vecchiaia”, ed è enormemente più complessa delle storie dei volumi precedenti. Dunque cercherò di essere più breve nel raccontare di questa seconda parte, anche se non è meno caotica della prima.
La “Vecchiaia: storia del cattivo sangue” inizia con la partenza di Elena per Torino, dove è chiamata a dirigere una piccola casa editrice con la quale aveva iniziato una collaborazione. Nella sua permanenza a Torino, Elena non si distacca del tutto da Napoli, dove torna saltuariamente. In queste visite, l’unica persona che Elena frequenta – a differenza della “Maturità”, dove le frequentazioni principali di Elena erano parenti ed amici – è proprio la sua amica Lila. In una delle visite napoletane Elena scrive un racconto, che pubblica: si intitola “Un’amicizia” e parla diffusamente di Lila (Elena trasgredisce una promessa fatta all’amica, che era di non scrivere più di lei). Ma – dopo la presentazione pubblica del racconto – l’amica non è più rintracciabile, anche se Elena abita al piano di sopra di Lila; non risponde al telefono, fisso o cellulare. Il ricordo della perdita della figlia Tina ha prodotto in Lila una sorta di smarrimento dal quale non si è mai ripresa.
Elena ritorna a Napoli a seguito di vari fatti, il più importante dei quali è la perdita del suo lavoro: la sua piccola casa editrice versa in cattive acque e un giovane la sostituisce. E in pratica, tornata a Napoli, alla casa che aveva sopra quella di Lila, Elena riprende a raccontare della sua amica e dei fatti del rione. Questo raccontare la riporta indietro, quando ancora era a Napoli con tutte e tre le figlie, e abitava sopra l’appartamento di Lila. Così inizia ad osservare Lila e a tornare dentro la sua vita al rione. E – dopo la sua crisi con Nino – assiste alla perdita della capacità di iniziativa di Lila, che vuole smettere di lavorare, e alla sua crisi nel rapporto con il compagno Enzo.
Tanti altri fatti corrono sotto la penna di Elena (a mio avviso, è in realtà l’autrice del romanzo, Elena Ferrante, che racconta realmente questa storia). L’assassinio dei fratelli Solara, indiscussi boss del rione; la figlia Dede che s’innamora del figlio di Lila, Rino; la successiva visita di Pietro – l’ex marito di Elena – alle figlie e a Lila; la rapida e improvvisa “scappata” della figlia Elsa con Rino, il figlio di Lila, che Elsa ruba alla sorella; la partenza di Elena per Bologna – dove sapeva che Rino voleva andare – ove ritrovare la figlia. Ad accompagnarla a Bologna è Enzo, il compagno di Lila; arrivati a Bologna e non trovata alcuna traccia dei due fuggitivi, mentre Elena vuole denunciare Rino, Enzo chiama Lila al telefono, e scopre che Dede ha ricevuto notizie: Elsa è a Genova dai nonni paterni. Elena si fa, allora, lasciare da Enzo a Firenze e va a Genova, a riprendere la figlia.
Elsa e Rino accettano di tornare a Napoli e stare con Elena; Dede raggiunge suo padre a Boston, dove nel frattempo è andato. Prima di partire, in un curioso raptus di affetto per la madre, le dice due cose: che con lei non si può parlare, perché ama solo il lavoro e “zia Lina”; e che la vera punizione per Elsa (che le ha rubato Rino) è restare a Napoli. Poco dopo, Enzo, mentre Lila è fuori casa, viene arrestato, perché coinvolto in vicende terroristiche facenti capo a due amici del rione, Nadia e Pasquale.
Elsa resta a casa di mamma, e per un po’ sembra che tra lei e Rino tutto fili liscio, ma presto, anche la loro unione si rompe. Così, dopo altri due amori, Elsa raggiunge Dede e il padre a Boston, e Rino resta con Elena. Nel frattempo continua il dialogo con Lila, che le consiglia di separarsi anche da Imma, mandandola a Roma dal padre Nino, diventato onorevole. Sopravvenuta una crisi politica, Nino le chiede di schierarsi a suo favore, e lo fa attraverso la figlia Imma, subito favorevole al volere del padre. Intanto negli scandali viene coinvolto anche Guido Airota, padre di Pietro.
Imma si lega a zia Lina (Lila), che se la porta in giro per Napoli, e che ovviamente la coccola come se fosse sua figlia Tina. Elena lascia fare, ma si accorge che la figlia va più d’accordo con Lila che con lei. E Imma le racconta che la zia Lina sta scrivendo un libro su Napoli, e sulle tante cose di Napoli che sa. L’attenzione di Elena torna a Lila, con la quale – nel racconto – trascorre gli ultimi giorni che passa a Napoli, prima della partenza per Torino. E Lila le fa una confidenza: ha immaginato che Tina fosse stata rapita perché scambiata per Imma, la figlia di Elena.
Lo spostamento di Elena e Imma a Torino, con cui il romanzo inizia, ritorna nel finale, dove – ormai a Torino – Elena telefona frequentemente a Lila, per mantenere vivo il suo rapporto con lei. Nel frattempo, anche Imma è andata a studiare all’estero, in Francia. E queste pagine finali sottolineano – con le parole di Elena – il concetto di vecchiaia: le figlie tornano a casa ogni anno, con i loro nuovi compagni. Finché Dede, scelto un compagno straniero che non sembra più occasionale, torna a Torino con un nipotino. Elena è nonna! E i ricordi, in occasione di questa più lunga permanenza delle figlie, tornano violenti alla mente di Elena, un giorno che le figlie indugiano davanti alla libreria dov’erano i suoi libri. Da una lettura occasionale di Elsa, che marcava ironicamente un periodo del libro che stava sfogliando, Elena si accorge di soffrire, riconsiderando l’intera sua vita, e prosegue in questo esame nel suo ritorno a Napoli: le sembra che Lila abbia scritto qualcosa e – forse su questa onda – scrive “Un’amicizia”. Dai ricordi esce anche il fatto che – nel successo del suo libro – Lila sparì, non si fece più trovare, come se qualcosa l’avesse offesa. La seconda parte del libro si chiude con questa immagine.
C’è un brevissimo epilogo intitolato “Restituzione”, ove Elena racconta che torna a Napoli un’altra volta, in occasione di due funerali, quello di suo padre, e quello della madre di Nino, Lidia Sarratore. Dopo un breve incontro con Nino, mentre parlano di Lila e della sua irreperibilità, Nino osserva che prima o poi si sarebbe rifatta viva. Un fatto strano chiude anche l’epilogo. Rientrando a casa a Torino, dove ormai vive, Elena trova un pacco depositato sopra la sua cassetta di posta, senza un biglietto né un indirizzo. Lo apre con cautela e trova nel pacco le due bambole Tina e Nu, con le quali si apre la storia del primo volume. Dopo alcune considerazioni nel merito, ovviamente anche su Lila, Elena conclude con un pensiero: “significano, le bambole, che Lila sta bene e mi vuole bene: ma vogliono anche dire che non la vedrò più”.
Mi accorgo di non aver rispettato quanto ho detto poc’anzi, e cioè che dovevo scrivere di meno. Ma l’eccesso di scrittura è stato necessario ad esporre l’enorme quantità di fatti che caratterizzano la vicenda e che – sia pur impropriamente descritti e molto ridotti nei particolari – in qualche nodo dovevano essere riportati.
Ora che sono arrivato in fondo, ora che gli echi di “Un’amica geniale” mi sono arrivati anche da una americana di New York, conosciuta a Roma al matrimonio di mio nipote, posso dire che – nel complesso – sono stato soddisfatto della lettura di questa tetralogia. E vorrei dire che di Elena Ferrante questa tetralogia rappresenta, a mio avviso, l’opera conclusiva e – in buona parte - autobiografica. Sono lieto di consigliarne la lettura a tutti coloro che amano leggere i libri.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia della bambina perduta, e/o, 2014 [ 

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LA FIGLIA OSCURA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 12 ottobre 2015
  

Un libro che appare un po’ insolito questo della Ferrante. Specie dopo la lettura dei primi due, “L’amore molesto” e “I giorni dell’abbandono”. Ho letto “I giorni dell’abbandono” due o tre anni fa, quando la notorietà raggiunta dalla scrittrice con la sua tetralogia non era ancora all’apice. Ho letto tutti gli altri suoi libri quest’anno e ne sono rimasto molto influenzato.
Debbo dire che "La figlia oscura" mi è sembrato inaugurare uno stile più immediato e una scrittura più vicina alla comprensione dei lettori meno esperti. Soprattutto per la storia, quella di una semplice vacanza al mare di Leda, la protagonista, una giovane donna. Leda è separata dal marito, che – nel fuggire da lei per un lavoro in Canada – si è portato con sé le due figlie. Ma la storia, anche se di più immediata comprensione (specie a confronto di quella de “L’amore molesto”), è ugualmente coinvolgente e bella.
L’io narrante è quello della stessa protagonista Leda. E la trama è quella di una vacanza al mare, con incontro, da parte di Leda, di una famiglia di napoletani e dei loro problemi quotidiani. Questa trama è apparentemente centrata su una bambola, che a Leda ricorda quella che aveva lei da bambina.
L’abilità della Ferrante appare nella descrizione dei vari personaggi della vicenda e non solo della protagonista e dei suoi reali problemi, che appaiono pian piano. Le descrizioni fanno parte dell’osservazione che Leda sviluppa verso il gruppo che ha incontrato, un po’ chiassoso e di composizione eterogenea. Leda osserva i personaggi lentamente, e li caratterizza uno alla volta. La prima che viene evidenziata è Rosaria, in attesa di un neonato, che polarizza l’attenzione proprio per il suo stato e per come lo porta avanti. Sullo sfondo di Rosaria si delineano altre due persone, una madre – Nina – e sua figlia Elena, una bambina dell’età di circa otto anni. La bambina gioca sempre con una bambola, e spesso la abbandona sulla spiaggia. Chiacchierando con Leda, capita che la bambola rimanga proprio vicino a quest’ultima.
La bambola un giorno viene smarrita. Tutta la famiglia si scatena alla sua ricerca, senza esito. In realtà Leda, che l’ha vista semisepolta nella sabbia, ha deciso di prenderla e l'ha messa nella sua borsa.
Da questo episodio, apparentemente casuale e non legato a particolari notevoli, origina la storia e il titolo del libro: la “figlia oscura” è proprio – immagino – questa bambola, alla quale Elena dà molti nomi, tra i quali uno, Nani, colpisce Leda. La vicenda ruota proprio attorno alla bambola che – man mano che la storia prosegue – appare a Leda come una possibile “figlia” (io, almeno, ho interpretato così il suo interesse per la bambola). Probabilmente una figlia desiderata, latente, o l’incarnazione stessa dell’istinto materno di Leda, che ha le figlie lontane, e ne soffre. Da questo desiderio si evince il ritardo con il quale Leda continua a protrarre il momento in cui decidere di restituire la bambola ad Elena.
Ancora una volta la fantasia della Ferrante ricama sulla personalità della protagonista. La vita di Leda, che lei stessa, io narrante, racconta man mano, è – a mio avviso – la parte forte della storia. Ma, rispetto a “L’amore molesto”, in cui l’io narrante alla fine si identifica con la madre scomparsa, o rispetto a “I giorni dell’abbandono”, in cui l’io narrante non è la protagonista, ma la scrittrice, e il centro della storia è – appunto – la sensazione dell’”abbandono”, qui lo snodarsi della vicenda – la ricerca della bambola e la sua apparente (fino al termine del libro) scomparsa – danno a Leda l’opportunità di descrivere i suoi pensieri e cercarne le ragioni, rievocando vicende della sua vita. Così il significato della “figlia oscura” che ho identificato con la bambola e con la personificazione del desiderio materno di Leda (abbondantemente espresso nel ricordo delle figlie e nel trasporto che ha per loro ogni volta che le sente a telefono) penso giustifichi il fatto che lei aspetta a restituire la bambola, pur essendo costantemente intenzionata a farlo.
Non rivelo la fine della storia, di cui mi pare di aver già raccontato anche troppo. Ma resta a mio avviso questo uno dei libri più accessibili dell’autrice; il suo talento nel descrivere stati d’animo e personalità (in particolare, femminili) si esprimerà poi, ancor più compiutamente, nella tetralogia di ambiente napoletano intitolata “L’amica geniale”. 



(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, La figlia oscura, e/o, 2006 [ * ]

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STORIA DI CHI FUGGE E DI CHI RESTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 22 settembre 2015
  

E siamo al terzo volume di quella che ormai è nota a tutti come “la tetralogia” di Elena Ferrante. Anche questo terzo volume ha un sottotitolo, “Tempo di mezzo”, cioè il periodo che segue la giovinezza e precede l’età adulta. Ed è ancora l’io narrante, Elena (nome che senz’altro fa riferimento alla Ferrante) a proseguire la narrazione partendo dall’ultimo anno in cui ha visto Lila, il 2005. Nel raccontare questo incontro, Elena riporta un episodio (l’assassinio di una loro amica, Gigliola) che, tornerà probabilmente nel quarto volume, perché l’unico accenno che se ne fa qui è nella prima pagina.
L’io narrante torna a riassumere la sua vita negli anni sessanta, mentre parla con Lila. E Lila protesta per i pensieri dell’amica, l’accusa di “fare la saputa” (tipica espressione napoletana) e la prega di non scrivere più di lei. Cosa che invece il libro smentisce, almeno nella prima parte, anzi nella prima metà abbondante. Inoltre, Elena parla stando a Torino (nomina il Po e un ponte sicuramente torinese) e torna col pensiero a Milano, ad un intervento che qualcuno ha fatto contro il suo libro e a un suo vecchio amore, poi rapitole da Lila, Nino Sarratore, che la difende da quell’intervento. 
Ho scritto un po’ dell’incipit del libro, tanto per rientrare in argomento. Ma il libro – che scorre ancor più del secondo – è sostanzialmente storia di Elena, che è – delle due amiche – quella che fugge (da Napoli, dal rione, per poi rientrarvi) e, abbastanza in là nel libro, anche di Lila – quella che resta. Tornando all’intervento milanese, Elena racconta le difese che Nino ha preso di lei, e anche un colloquio successivo con lui, in cui parlano essenzialmente di Lila. E poi si parla di una cena, in cui Elena va con la sua futura suocera, Adele, con un professore milanese e con Nino. Questo episodio fa entrare la storia nel vivo dei nuovi rapporti di Elena, rapporti iniziati a Pisa, soggiorno in cui ha conosciuto due uomini. Del primo, Franco, si parla nel volume precedente, mentre di quello che lei sposerà, si parla qui.
Lo sfondo di questo terzo volume sono gli anni 60-70 e le contestazioni che li hanno caratterizzati. E su questo sfondo, si snodano due storie di crescita delle due amiche. Elena passa dalle conquiste universitarie e dal suo libro alla conoscenza di un ambiente e una famiglia tipicamente settentrionale. E si sposerà con Pietro, già docente universitario. Lila si ritroverà a lavorare nel salumificio di un suo vecchio conoscente (dai tempi di Ischia e della sua storia con Nino), Bruno Soccavo, dove si scontra con la dura realtà del lavoro di operaia.
Questi due itinerari che le storie di Elena e Lila continuano a seguire accompagnano fedelmente il lettore nel suo viaggio conoscitivo delle vicende delle due amiche. Si scoprono fatti del rione, essenzialmente nelle vicende di Lila, ma anche in alcuni episodi della vita prima milanese, poi fiorentina di Elena.
Nella storia di Elena la fa da padrone il matrimonio, la nascita delle sue due bambine, la conoscenza di una realtà profondamente diversa da quella del rione napoletano. In quella di Lila il nuovo interesse che – accanto alla sua esperienza di operaia – matura pian piano nella sua nuova storia familiare, che la vede lontana dai problemi creati prima dal marito, poi dalla relazione con Nino (oggetto del volume precedente). Lila si crea un nuovo rapporto familiare con un suo antico amico, Enzo, rapporto molto particolare perché basato soltanto sulla loro antica amicizia e sull’affetto di Enzo, che accetta di essere un compagno-amico (non ci sono rapporti sessuali tra loro). Ma l’intelligenza di Lila la spinge, nell’aiuto che dà ad Enzo per i suoi nuovi interessi verso i calcolatori, ad interessarsi di questo nuovo settore, e a padroneggiarlo presto. E questo le permette di affrancarsi dalla sua esistenza di operaia. Anche Lila ha un figlio, Gennaro, che inizialmente crede nato dalla relazione con Nino, ma che – crescendo – si rivela sicuramente figlio del marito di Lila, Stefano. Quest’ultimo si è costruito una nuova esistenza con Ada, figlia della vedova (si veda il primo volume della tetralogia).
Ma le due storie proseguono nei loro sviluppi. Lila, emancipatasi dalla ditta Soccavo, accetta un lavoro da Michele Solara, suo vecchio spasimante; diventa capocentro di un centro di elaborazione dati e guadagna grosse cifre, che – assieme al guadagno del suo compagno Enzo, anche per lui ottenuto con i computer (proprio grazie all’aiuto che Lila gli ha dato) – la pongono in un ruolo che mai si sarebbe aspettata di poter raggiungere.
Elena deve affrontare invece la crisi del suo matrimonio: è infatti approdata ad un nuovo rapporto con Nino Sarratore, incontrato assieme alla moglie, per caso, proprio tramite suo marito Pietro. E c'è, ancora, un altro incontro casuale, quello con Pasquale e Nadia, che la riportano con la mente a Napoli. E infine, un viaggio con Nino, che la fa volare per la prima volta e che conclude il libro.
Anche l’immagine della copertina di questo volume sottolinea molto intensamente il rapporto delle due amiche con i loro figli. E questo spiega il sottotitolo “tempo di mezzo”: sopraggiunge una nuova generazione nella vita delle due amiche.
Sono stato poco conciso nella mia esposizione, e ne chiedo scuse a chi mi legge. Ma ho avuto di questo libro una impressione profondamente positiva, più degli altri due. E proprio per questo, lo raccomando a tutti gli amatori della scrittura di Elena Ferrante. Non ne andranno delusi.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta, e/o, 2013 [ * ]

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I GIORNI DELL'ABBANDONO
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 15 luglio 2015
  

Ho voluto rileggere questo libro, che avevo letto alcuni anni fa, quando la notorietà di Elena Ferrante non era quella che è oggi, e che mi aveva colpito. Il giudizio che ne do adesso è certo un po’ influenzato dal fatto che ho letto quasi tutto di questa magnifica autrice italiana. Spero che i miei (pochi) lettori mi perdonino questa mia pecca, e prendano le mie parole con prudenza.
Il libro mi è piaciuto molto: anche qui l’autrice si rivela abile nel descrivere abilmente la personalità della protagonista, Olga. A differenza di quella de “L’amore molesto”, Olga è una donna realizzata nella sua famiglia, che – improvvisamente – si trova a dover affrontare l’abbandono del marito, innamoratosi di un’altra donna, più giovane, cui aveva dato qualche ripetizione in vista dell’esame di maturità.
È questo il tema principale dell’intero libro: la difficoltà esistenziale che la vita presenta improvvisamente ad Olga, la quale ne è pienamente consapevole e che deve improvvisamente affrontare, con tutte le conseguenze del caso. La vicenda si snoda in un crescendo di indecisione ed incertezza da parte di Olga, che non riesce ad accettare inizialmente questa realtà e tutte le sue conseguenze sul suo carattere e soprattutto sulla sua vita reale. E questa vita prosegue in un crescendo di azioni, a dir poco avventate, cui Olga si abitua: i piccoli problemi domestici (come la serratura della porta, che non si riesce ad aprire), le tristezza del confronto con le amiche, la responsabilità della crescita dei figli, Ilaria e Gianni, e il rapporto con loro.
Com’è mia abitudine, non mi piace raccontare il contenuto di un libro. Preferisco piuttosto raccontare le impressioni, certo soggettive, che la lettura produce. Credo che – dal punto di vista dell’introspezione nell’universo femminile, tema cui la Ferrante si dimostra legatissima – questo libro sia un capolavoro. Ritengo proprio che “I giorni dell’abbandono” sia in assoluto il migliore dei libri della Ferrante (debbo ancora leggere il quarto volume della tetralogia “L’amica geniale”), per ricchezza di sentimenti e per la precisione delle descrizioni degli stati d’animo di Olga.
Debbo anche aggiungere che – malgrado la splendida interpretazione di Margherita Buy – il film omonimo che il regista Roberto Faenza ha tratto dal libro non rende con altrettanta incisività la personalità di Olga.
Un libro che non può mancare in chi vuole formarsi un’idea precisa delle tematiche affrontate nei suoi libri da Elena Ferrante. E che consiglio senz’altro di leggere, a tutti.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, I giorni dell'abbandono, e/o, 2002 [ * ]

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LA FRANTUMAGLIA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 23 giugno 2015
 

Questo libro è quello che contiene il maggior numero di informazioni sulla natura e sulla scrittura di Elena Ferrante,  riportate direttamente da lei. E proprio per questo è il più significativo per tutti coloro che vogliono formarsi un’idea dell’autrice, così discussa al giorno d’oggi per la curiosità che circola intorno al suo misterioso personaggio (nessuno la conosce né vuole dar conto di conoscerla, anche chi con lei ha a che fare).
Il libro è bellissimo, per il linguaggio che l’autrice usa. Essenzialmente si tratta di un epistolario tra la scrittrice e i suoi editori, Sandra Ozzola e Sandro Ferri, della casa editrice e/o, che ne hanno scritto la prefazione, dove affermano che il volume fa riferimento alle prime due opere di Elena Ferrante, L’Amore molesto e I giorni dell’abbandono. A mio avviso, però, il libro, nelle intenzioni dell’autrice, pur essendo stato scritto prima delle opere successive, contiene qualcosa di più.  
L’indice consta di 17 titoli: i primi quindici sono semplicemente lettere, e come tali – pur essendo molto ricche di particolari e considerazioni inedite – si fanno leggere dal lettore. Molto spesso queste lettere rispondono ad altre indirizzate alla Ferrante da varie persone, che sono riportate in calce dagli editori. Il sedicesimo capitolo, che dà il nome al volume, non è una semplice lettera, ma si articola in cinque parti, con nomi ben precisi e indicativi dei temi che la Ferrante vi svolge: Vortici, La bestia nello stanzino, L’immagine della madre, Le città, Abiti femminili. Questo capitolo da solo prende 73 pagine (il libro ne ha 183 in tutto). Il capitolo (La frantumaglia) è – a mio avviso – il più bello e significativo del libro. Sia per il modo originale con cui la Ferrante si presenta qui – anche questo capitolo è una risposta ad una lettera, come gli altri – sia soprattutto per il contenuto. A giustificazione di quanto dico, ho deciso di riportare qui la frase finale della parte L’immagine della madre: «…scrivere è anche la storia di ciò che abbiamo letto e leggiamo, della qualità delle nostre letture, e un buon racconto alla fine è quello scritto dal fondo della nostra vita, dal cuore dei nostri rapporti con gli altri, dalla cima dei libri che ci sono piaciuti», con cui la Ferrante dà una definizione della sua scrittura. Entro in maggiori dettagli. Anche questo capitolo, come già detto, è una risposta ad una lettera, che due giornaliste di una rivista letteraria (“L’indice”) hanno inviato alla Ferrante per il tramite della sua casa editrice. La lettera è riportata in calce al capitolo e chiede una intervista da riportare sulla rivista. Le cinque parti in cui questo capitolo è diviso altro non sono che un modo originale e molto fantasioso di rispondere alle cinque domande che la lettera poneva come basi per l’intervista, e che – ovviamente – doveva essere per iscritto.
All’inizio della prima parte (Vortice), la Ferrante spiega l’origine della parola frantumaglia, che apparteneva al lessico di sua madre (la madre la pronunciava “frantummaglia”): era lo stato di chi si sentiva tirato di qua e di la da idee contrastanti, uno stato che tendeva a deprimere. In questa parte, e nella susseguente, L’immagine della madre (la terza), sono riportati brani inediti: qui da L’amore molesto, nella terza da I giorni dell’abbandono. Queste pagine, e le considerazioni che le precedono e seguono fanno davvero di questo grosso capitolo il fulcro del libro, e nello stesso tempo caratterizzano questa lettera-intervista come la più intimista e sinceramente appassionata difesa che la Ferrante fa delle sue due opere. Come detto sopra, il racconto della Ferrante in questo capitolo procede per temi, di cui il primo – poco definito – è battezzato Vortice, mentre gli altri hanno dei temi specifici, ben descritti dai rispettivi titoli riportati sopra. Consiglio fortemente i lettori, per constatare l’originalità dell’autrice sui temi che tratta, di leggere prima del capitolo la lettera delle due giornaliste (Camilla Valletti e Giuliana Olivero), riportata in calce al capitolo 15, a pagina 179.
Mi rendo conto di aver detto molto in generale come questo capitolo, il più corposo, sia strutturato. Ma, scendendo nel particolare, è proprio nelle domande che le due giornaliste pongono alla Ferrante come base dell’intervista che si trova la vera natura dell’analisi che la scrittrice fa in questo capitolo, il più vicino ad una sua autobiografia introspettiva.
Spero di aver dato a chi legge queste righe uno spunto – sia pure non troppo dettagliato – per leggere questo libro. Certo, dopo la sua lettura, i misteri che la stampa attuale ha cercato di amplificare sulla natura di Elena Ferrante non saranno più così fitti per il lettore de “La frantumaglia".




(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, La frantumaglia, e/o, 2014 [ * ] 

  

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STORIA DEL NUOVO COGNOME
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 11 giugno 2015
  

Eccoci al secondo volume di questa meravigliosa “saga” napoletana tra le due amiche, Elena e Lina (detta Lila da Elena). Il secondo volume ha per sottotitolo “Giovinezza”: ed è importante sottolineare questo sottotitolo, che – come nelle storie di tante famiglie – riporta i lettori all’età delle protagoniste: Elena, l’io narrante, e Lila, l’amica geniale, sono due giovani donne diciottenni. Il libro, un po’ più lungo del precedente, racconta proprio le storie della loro età, iniziando dalla fine del precedente, che descriveva il matrimonio di Lila.  
La storia inizia con alcune considerazioni proprio su questo matrimonio, che Elena fa tra sé e sé, dopo aver osservato l’amica alle prese, proprio durante la cerimonia di nozze e il successivo ricevimento, con dissidi immediati col marito. Ed Elena prevede la fine del matrimonio.
Non racconto la trama del libro, come di solito evito di fare. Solo qualche accenno ai fatti che vi si svolgono: un travagliato amore di Elena per Antonio, storie connesse con vacanze ad Ischia, ove già Elena è stata e qui vi si reca in compagnia dell’amica e di altri, una simpatia di Elena che – improvvisamente – si trasforma in un amore di Lila, lasciando l’amica spiazzata, ma comprensiva. E tanti altri fatti, di maggiore o minor importanza ma tutti contribuenti a rendere interessante questa storia, la storia di una amicizia femminile eccezionale.
Lila aveva interrotto gli studi dopo le scuole medie. Elena invece prosegue con successo e arriva a frequentare gratis gli studi universitari alla Scuola Normale di Pisa, ove vince il concorso per entrare. E si laurea brillantemente, oltre a ricevere un invito per la pubblicazione di un suo romanzo, nato così, per fissare le idee su tante cose che le sono capitate. Così Elena gira per l’Italia (la casa editrice che pubblica il suo romanzo è a Milano).
Le vicende di cui parlare – stando al racconto del libro – sono tante. Mi soffermerò solo su quelle che – a mio avviso – contano di più. L’amicizia tra Elena e Lila prosegue, si trasforma in corrispondenza dell’evoluzione delle loro storie. Ma rimane bellissimo questo rapporto che lega le due amiche, al di là delle loro stesse esistenze. E ancor più bella la descrizione che – attraverso le storie – ne viene fatta dall’autrice. Anche l’evoluzione degli studi di Elena non cambia il rapporto: Lila amerebbe continuare a studiare per conto suo e, quando le è possibile, lo fa leggendo una quantità di libri che si procura, in un modo o nell’altro (nel primo volume c’era la maestra, che voleva molto bene a queste sue due allieve, che dava a Lila i libri da leggere).
La vicenda principale del libro sono gli “amori” delle due, che si intrecciano, fino a quello di Elena per un collega di Pisa, primo elemento che non compare nella loro vita precedente e che consente ad Elena di sentirsi un po’ svincolata dal peso che la vita napoletana cominciava a darle. E la descrizione di questi amori, il naufragio del matrimonio di Lila, un secondo rapporto post-matrimoniale che la porta a convivere con un amico che si è innamorato di lei e a diventarne l'amante. E tanti altri particolari, così inseriti nella vicenda da non riuscire ad estrapolarli da soli.
Il nuovo cognome che spesso presenta Lila come “la signora Carracci” è un po’ al centro della vita di Lila e della descrizione che ne fa Elena. Più che altro per i condizionamenti che produce alla vita della signora, non tale di età ma di fatto, per il matrimonio. E c'è la sua prima relazione post matrimoniale con l’uomo che Elena voleva per compagno, e che invece stabilisce un rapporto intenso con Lila, dandole anche un figlio. E proprio questo figlio è all’origine – più o meno vera – della crisi coniugale di Lila, che scappa di casa approfittando di questo nuovo amico innamorato di lei e va a vivere con lui in un tugurio di periferia.
Non aggiungo ancora particolari al libro. Dirò solo che – nello stesso spirito del primo – si fa leggere altrettanto volentieri, forse ancora di più, data l’abbondanza delle vicende che descrive. 



(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, e/o,  2012 [ * ]


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L'AMORE MOLESTO
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 5 giugno 2015
  

Questo è il primo romanzo di Elena Ferrante. L'edizione della casa editrice e/o che possiedo presenta in copertina un'immagine del film tratto dal libro per la regia di Mario Martone.  Debbo dire che rispetto ai romanzi recenti della Ferrante, e anche rispetto a “I giorni dell’abbandono”, questa opera prima non mi sembra eccezionale. 
La storia è quella di una figlia che perde sua madre, la quale muore affogata in mare. Soltanto alla fine del romanzo se ne comprende la ragione. Ma – com’è mio costume – non intendo raccontare la storia del libro; desidero fare soltanto alcune considerazioni sul testo e sul probabile fine che l’autrice si propone di raggiungere.  
E’ una storia introspettiva, in cui questa figlia – Delia, protagonista del romanzo – comincia dalla perdita della madre a raccontare la sua di storia. Iniziando proprio dal rapporto con la madre Amalia, che non è mai stato ottimale. La madre l’ha cresciuta in mezzo a molte difficoltà: il padre, che dipingeva ritratti di persone viste in fotografia, guadagnando abbastanza poco, non è mai stato presente nella dialettica familiare. Questo per la presenza di un altro uomo nella vita di Amalia, conosciuto nel libro con il suo soprannome (Caserta), del cui figlio Delia era stata compagna di giochi.   
Il libro prosegue nel racconto della storia della vita di Delia, che fa continui riferimenti a fatti e abitudini presenti in quella di sua madre Amalia. E – da un indumento della madre, unico che aveva indosso al momento dell’annegamento – Delia torna al negozio dove la madre lo ha comprato, e lì rincontra il suo amico d'infanzia. Ne nasce una breve storia, che però non ha seguito: a Delia serve solo per ricostruire il rapporto tra la madre e Caserta.  
In questo romanzo è già molto presente la Napoli che la Ferrante conosce e che racconta molto bene. Una Napoli fatta di tantissimi particolari, come la funicolare – mezzo di trasporto tipico della città – testimone di un episodio che coinvolge proprio Caserta. Una Napoli che soprattutto emerge nei suoi dettagli, nelle sue strade, nelle chiacchiere con i vicini. Ma al centro c’è l’esame continuo che Delia fa della sua vita, proprio a confronto con la sua infanzia e con il pessimo rapporto che aveva con sua madre. 
La vicende della storia vanno avanti quasi in modo automatico, e sono sempre tante. Il fratello di Amalia, lo zio Filippo, ha un ruolo tipico nella storia: il racconto che lui fa della sorella a Delia, ogni volta che se ne parla, in particolare con riferimento a Caserta, è abbastanza speciale: non la assolve, Amalia, dal suo tradimento e dal male che questo ha portato al rapporto familiare. Poco più avanti, Delia incontra suo padre, che non la aspettava. L’incontro pone il padre ancora una volta di fronte al rapporto con Amalia e Delia. Si salutano con un cenno al pessimo rapporto che il padre aveva con la sua famiglia. 
Nel ricostruire, approfittando di un biglietto di treno trovato nell’abito della madre, la storia dell’ultima fuga di Amalia con Caserta, fuga che l’ha condotta all’annegamento, Delia continua nel suo esame introspettivo, che è il vero leit-motiv di tutto il romanzo, esame che la porta ad una strana conclusione: nel ritoccare una foto della sua carta di identità, prova a disegnarsi nuovi capelli, come quelli che aveva sua madre. E da questo piccolo dettaglio, si ritrova ad identificarsi con Amalia.
La storia ha un finale a dir poco insolito: i rimproveri che Delia muove alla madre, alla sua vita, a quello che la storia di Amalia e Caserta ha portato di anomalo nella propria di vita cominciano piano piano a sfumare progressivamente durante il breve viaggio in treno che Delia intraprende diretta al luogo dove la madre è affogata, in cui conosce dei ragazzi che sghignazzano su storie della loro esperienza di vita militare, e le offrono una birra.
Il titolo del libro, che in un dettaglio della sua storia con Antonio, il figlio di Caserta, compare in uno dei pensieri di Delia, credo si riferisca al suo rapporto con la madre. Un rapporto di amore, sì, ma che non la mette a suo agio, e pertanto è molesto. Ma il vero senso che si può trarre dal libro è più che evidente nel film di Mario Martone, che porta lo stesso titolo. Martone scambiò una serie di lettere con la Ferrante sulla sua sceneggiatura (lettere riportate ne “La frantumaglia” dalla stessa autrice). Il film ha ottenuto molti riconoscimenti e premi.



(Lavinio Ricciardi)






Elena Ferrante, L'amore molesto, e/o, 2015 [ * ]

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L'AMICA GENIALE
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 13 maggio 2015
  

Un libro delizioso, scorrevolissimo per chi legge, ed estremamente veritiero nel suo contenuto.  
La storia, ambientata a Napoli, è quella di due amiche, e inizia con la loro infanzia. Questo è il primo libro di una tetralogia, che ha la stessa ambientazione. Non avendo letto gli altri tre, non posso entrare nel merito dell’opera intera, ma mi riprometto di farlo a lettura completata.  
Un libro che ha fatto molto parlare dell’autrice: tutti gli amanti del gossip letterario ricordano che l’autrice non si conosce, nessuno l’ha mai vista. In realtà, una semplice ricerca su Internet produce una immensa quantità di fotografie…ma io non amo questo genere di misteri. La recente proposta di Roberto Saviano, che candida questo libro al Premio Strega, ha prodotto una risposta entusiasta dell’autrice, che ha accettato la candidatura. Vedremo se – in sede di assegnazione del premio e di possibile vittoria – sarà possibile conoscere Elena Ferrante di persona. 
L’io narrante è Elena e “l’amica geniale”della storia è Raffaella, detta Lina, e per l’io narrante, Lila. Elena Greco, la narratrice della storia, racconta della sua amicizia con Lila, cominciando dall’età di otto anni (forse meno). Le prime esperienze scolastiche assieme, poi, arrivate alla soglia delle medie inferiori, Lila abbandona la scuola (non è chiaro se per scelta sua o della famiglia – la famiglia di Lila è quella di un calzolaio, quindi certo povera, ma quella di Elena non è da meno). Sono coetanee, Elena e Lila, ma anche appartenenti allo stesso ambiente sociale.  
Com’è mio costume, non voglio raccontare tutti i dettagli della storia, ma dirò solo che questo primo volume accompagna le due amiche nell’arco di età che va dall’infanzia all’adolescenza, fino al matrimonio di Lila (in età molto giovane, a sedici anni appena compiuti). E la storia è ricchissima di particolari su tutte le vicende che vedono le due amiche protagoniste – in un modo o nell’altro – di fatti che le coinvolgono, a cominciare proprio dalla scuola e dall’abbandono di Lila. Per Elena, Lila è sempre stata a lei superiore, e quindi un modello quasi inarrivabile negli anni dell’infanzia. Ovviamente, con l’abbandono di Lila, Elena continua a rendere l’amica partecipe di quello che studia a scuola, e la vede interessarsi a questi argomenti di studio (il greco del ginnasio, Lila lo impara per conto suo, senza andare a scuola), fino alla seconda proposta di matrimonio che Lila riceve (la prima lei l’ha rifiutata), e che la porterà al matrimonio, con il quale il libro si chiude. 
La scrittura della Ferrante non è soltanto scorrevole, ma ricchissima di immagini e molto aderente alla vita dei rioni popolari di Napoli. Questo farebbe pensare all’origine napoletana della Ferrante (chi l’accredita di essere la moglie di Domenico Starnone, scrittore napoletano per antonomasia, la pone proprio in questa ottica). Il libro, all’occhio di un lettore esperto, appare quasi un film, tanto le cose narrate si fanno vive nelle parole dell’autrice. Non sarà mai abbastanza lodata la capacità che la Ferrante mostra di descrivere la vita napoletana. 
Spero che i prossimi volumi della tetralogia siano all’altezza di questo primo. Ne consiglio al lettura a tutti.



(Lavinio Ricciardi) 







Elena Ferrante, L'amica geniale, e/o, 2011 [ * ]

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L'AMICA GENIALE
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 5 marzo 2015

 

Ne abbiamo discusso al circolo dei lettori di Villa Leopardi il 25 febbraio. Parlo di L’amica geniale, uscito nel 2011, il primo dei quattro volumi che compongono la tetralogia di Elena Ferrante in testa alle classifiche di vendita. A questo sono seguiti, uno all’anno, Storia di un nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta, usciti nel 2012, nel 2013 e nel 2014.
I primi tre volumi sono stati accolti dalla critica italiana con tiepida distrazione, si è detto che sono una sorta di romanzo di appendice che si protrae negli anni, nient’altro che letture forgiate secondo la tradizione pop del fotoromanzo e della serie TV. Adatte ad un pubblico femminile. Poi, nel 2014, il fenomeno Elena Ferrante è esploso negli Stati Uniti. I critici letterari più esigenti del "New York Times", del "New Yorker", del "Boston Globe" e dell’"Economist", che di norma dedicano agli scrittori italiani contemporanei non più di un trafiletto defilato, hanno speso fiumi di elogi sulla narrazione dei quattro libri, definiti una delle storie di rispecchiamento femminile più conturbanti dai tempi di Biancaneve e la mela avvelenata.
Perché i libri della Ferrante hanno avuto tanto successo negli Stati Uniti? Probabilmente perché sono un romanzo-mondo, che oltre ad essere il racconto di una vita - anzi, di due vite, perché due sono le protagoniste - riescono a darci un affresco completo di personaggi, ambienti, avvenimenti, che dagli anni Cinquanta, nell’arco di sessant’anni, giunge fino ai giorni nostri. Una grande storia italiana, con centro a Napoli in un rione di periferia, con successi, sconfitte, drammi, delitti, passioni, misteri, in una costruzione attenta e precisa come il congegno di un orologio nel quadro dei grandi avvenimenti politici del nostro paese.
Alla fine del quarto volume, cioè al termine della storia, una delle due protagoniste scompare senza lasciare traccia. E’ un mistero senza perché, che lascia nel lettore un senso di smarrimento e che immediatamente rimanda al grande interrogativo alla base dei quattro volumi: chi è Elena Ferrante? Perché, come è noto, l’autrice - o l’autore - del libro non si è mai rivelata ai lettori fin da quando ha scritto il primo libro, più di vent’anni fa. Era L’amore molesto, da cui è stato tratto un film di successo con la regia di Mario Martone.
Prima che il "New Yorker" salutasse Elena Ferrante come una grande scrittrice fino a paragonarla a Manzoni, il fatto di non sapere chi fosse non interessava nessuno e veniva considerato una simpatica bizzarria. Dopo, cercare di stanarla e di darle un volto è diventato un punto fermo: la scelta di Elena Ferrante che desidera restare celata irrita e innervosisce il mondo letterario italiano.
Non così per il lettore/lettrice - pare siano soprattutto donne - a cui poco interessa l’identità dell’autore/autrice. L’importante è la scrittura, sono i personaggi, le loro avventure. I quattro libri vanno alla grande: 200.000 copie vendute in Italia e 130.000 fino ad ora negli Stati Uniti. 
L’ultimo libro della tetralogia, Storia della bambina perduta, è stato candidato al premio Strega da Roberto Saviano. Così Elena Ferrante è stata lanciata nel sistema del premio letterario più importante d’Italia facendone deflagrare gli instabili equilibri, in un momento in cui la riorganizzazione della grande editoria rende problematico il mondo della carta stampata.
Nell’ottobre del 2014, sulla Stampa, Paolo Di Paolo ipotizzava che dietro il nome di Elena Ferrante si nascondesse Domenico Starnone, oppure Anita Raja, nota traduttrice di Christa Wolf e di Ingeborg Bachmann. Anita Raja, per inciso, è la moglie di Domenico Starnone.
Non ho elementi a favore dell’uno o dell’altra - tranne la consapevolezza che mi è difficile credere che uno scrittore uomo abbia potuto descrivere con tanta profondità e sentimento i due personaggi femminili al centro della storia, quindi propendo per la “maternità” di Anita Raja - ma vorrei portare un elemento di riflessione.
Ne L’amica geniale si parla in più punti della biblioteca del rione creata dal maestro Ferraro. E’ una biblioteca popolare da cui Lila, che dopo le elementari non ha continuato la scuola, prende i libri per continuare a studiare. Elena, che faticosamente sta imparando il latino alle medie, apprende con stupore che l’amica già conosce le declinazioni e i verbi.
“Le domandai cautamente come mai e lei, col suo piglio cattivo di ragazzina che non vuole perdere tempo, ammise che già quando ero andata in prima media aveva preso una grammatica in prestito alla biblioteca circolante, quella gestita dal maestro Ferraro, e se l’era studiata per curiosità. La biblioteca per lei era una grande risorsa. Chiacchiera dopo chiacchiera, mi mostrò fieramente tutte le tessere che aveva, quattro: una sua, una intestata a Rino, una a suo padre e una a sua madre. Con ciascuna prendeva un libro in prestito, così da averne quattro tutti insieme. Li divorava e la domenica successiva li riportava e ne prendeva altri quattro.”
Mentre leggevo pensavo che anch’io conosco grandi lettori che usando più tessere delle biblioteche comunali di Roma e prestiti multipli riescono a disporre contemporaneamente di un gran numero di libri. Ho pensato anche che questo è il primo libro italiano contemporaneo che mi capita di leggere in cui una biblioteca popolare riveste un ruolo chiave: chi, come Lila, non è in grado di comprare libri perché costano troppo, può soddisfare la sua sete di sapere senza alcun limite. Con la piccola astuzia delle tessere multiple.
Mi è venuto da pensare che l’autore/autrice conosca bene la forza e il valore delle piccole biblioteche.
Poi ho saputo che Anita Raja è la direttrice di una biblioteca comunale di Roma. Sarà solo un caso?

 

 

 
(Rita Cavallari)

 

 

 

 

 

 

 
Elena Ferrante, L'amica geniale, e/o, 2011 [ * ]  

 
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