.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
FRANZ O DELL'ANIMA RITROVATA
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 28 marzo 2019
 

L'atopia e l'acronia da cui proviene ed in cui è immerso come in un liquido amniotico il protagonista cinico e arruffone di questo libro sono sviscerati suo malgrado fin dall'esordio, quando si trova non si sa come e non si sa quando in un luogo che gli appare moderno: "Tra Gabetti e... non so. Arrivi a una porta vetrata di un basso complesso. L'apri e sali su, all'unico grande piano. Sì, tra Gabetti e... Gabetti: modernità dell'arredare". Gabetti è una società che si occupa di intermediazione immobiliare e cosa c'entra con l'arredamento? Anche lo slogan "modernità dell'arredare" appare desueto (quando "moderno" era sinonimo di "attuale" o "contemporaneo"). Oggi la "modernità" è una categoria storica e dire che qualcosa è "moderno" è come dire che è passatista, protonovecentesco. Il protagonista è quindi spaesato, confonde un'azienda immobiliare con un'azienda di arredamento, gli viene spontaneo uno slogan pubblicitario vecchio di un'altra epoca storica. Ma proprio per questo il protagonista nel suo spaesamento è e si sente irresponsabile, non potendo impedirsi di essere atopico e acronico. "Tra Gabetti e... Gabetti", sembra essere la sua una ricaduta esausta su sè stesso in un vano tentativo di fuoriuscire all'aperto.
Continua la descrizione dell'ambiente che adesso diviene postmoderno ("postmoderno, monotonia dell'arredare"), con corridoi a destra e a manca, bassi soffitti e luce artificiale. La sciatteria e l'irresponsabilità del personaggio ad un certo punto appare esplicita in una frase rivelatrice: "Luogo nascosto, proibito, di che si ciancia neppur io so" (continuano le forme desuete: cianciare, neppur, in un refrain passatista che consola chi lo ripensa tra sè e sè, confermandolo). 
Il protagonista entra in una delle stanze che si affacciano sui corridoi. "Busso, entro, mi faccio largo. A una tavola rotonda: struttura e arredamento dell'ingresso, ma l'ambiente è più largo, da seduta". Dentro c'è Caienni, "barbuto, gli occhialini, capelli bianchi alla rinfusa, una vocetta arrugginita in un fisico adulto". Perchè precisare che la vocetta arrugginita è in un fisico adulto? Sembra ovvio, sarebbe stato da precisare se fosse appartenuta ad un fisico da bambino o da adolescente. Si conferma l'incertezza del protagonista con la categoria tempo e il suo spaesamento di fondo.
Scopriamo che Caienni parla ai presenti ("un gruppo di donnette" e "il mio compare") di metodo. L'importanza di quanto sta avvenendo spinge il nostro protagonista ad una perorazione, addirittura rivolta all'homo faber, all'uomo protagonista dell'attuale epoca della civilizzazione: "Homo faber, che altro cerchi? Ascolta la fredda vocetta adulta di un saggio parlatore". Ma perchè precisare "adulta"? Poteva forse il "saggio parlatore" essere un bambino? Non è che la precisazione serva a distinguere la voce di Caienni da sè medesimo, che non è "adulto" ma nemmeno bambino o adolescente, semplicemente elusivo di qualsiasi dimensione cronologica?
Il metodo di Caienni è in realtà un antimetodo, è la implosione/esplosione di tutti i metodi: "Agire in base a un metodo. Lo penso, lo faccio mio, sperimento... tra Gabetti e Gabetti, tra un fare e l'altro, un razzo di dietro ben piazzato, la volontà è ferma, la posizione anche. Esplodo, buco il cielo, sembra finita, grazie. Insegnamenti per donnette". Torna il lapsus di Gabetti a contestualizzare l'esplosione del metodo. 
ll protagonista è poco più tardi in un'altra aula a colloquio con Faiani. Anche lui si occupa di metodo. Ma l'atmosfera è adesso più oscura, complottistica quasi. Nell'aula c'è un grande schermo. "Sullo schermo comparvero immagini rigate, frammenti di marciapiedi, cieli grigi, viavai di persone indistinte. Poi... apparve tutto più chiaro: una grande piazza, l'affastellamento da un lato di edifici omologhi, incastonati da lamiere, tribunali... Osservavo omuncoli dagli sguardi grevi stringersi nei paltò, giudici fascisti, alti, spavaldi, dai sorrisi atrofizzati. E nel dileguarsi apparvero composti di tenebra, sporcizia. "Che ne diresti di un bel repulisti?", soggiunse Faiani, ponendosi per profilo. "Penso che sarebbe una cosa giusta". Un'affermazione fatta senza remore. Come dire... "sono con voi"". Il metodo sembra adesso preludere ad una futura operatività politica. E tuttavia una volta uscito dal Centro (è il luogo tra Gabetti e Gabetti) il protagonista sembra essere ripreso dalla previsione dell'esplosione del metodo: "dall'altra parte... corsie di macchine, alberi ingrigiti in primo piano. Sembrava tutto provvisorio, e all'improvviso forse... sarebbe finito. Ma quando? Ma come? Per volontà altrui, per decisione dell'istituto". E' Caienni a decidere se e quando far esplodere il metodo.
Gli sembra di vedere Caienni in un bar ma non è lui. E' uno molto più giovane. Del resto non è possibile, non è una persona comune Caienni, non può stare in un bar. "Neppure io... dal momento che dovrei stare altrove", pensa il protagonista che si sente associato ai destini esoterici del Centro. Ma è subito assalito da una resipiscenza. "Cosa ne so di Caienni? Cosa ne so di questo posto?".
Il protagonista alloggia in una palazzina liberty adiacente al Centro, una sorta di residence. Salito nella sua stanza, prima di addormentarsi gli scorrono davanti ancora le immagini del Centro. Scopriamo così che ha una lunga consuetudine con quel posto se può fare tra sè e sè nel dormiveglia un'osservazione del tipo "da quando gli idraulici se ne sono andati al Centro si sta meglio: meno chiasso, meno gente... meno ladri". Ripensa a Faiani che s'intuisce essere l'unica persona con cui sia in sintonia. Condivide le sue idee sul metodo, differenti da quelle di Caienni. "Non serve che il metodo sia forte. Se va preso con elasticità vuol dire che non è poi così importante, che la soluzione non sta nel metodo o nell'antimetodo... sta al di fuori del metodo".
La mattina dopo è al Centro. Fa freddo solo nel Centro ("Fa freddo per il Centro"). C'è un nuovo personaggio che si aggira per i corridoi: Cesco Laghetti, il principale referente informativo del Centro, "un illuso". Tra una svolta e l'altra nei corridoi il protagonista continua a riflettere sul metodo, "Dio è nella Tecnica... non nel metodo che è pura razionalizzazione del pensiero". Ad un certo punto s'imbatte nel portiere del Centro. Il protagonista rimane sorpreso, il portiere acquista una statura quasi alla pari con gli altri protagonisti del Centro, se non altro è quasi un'esemplificazione vivente delle teorie sul metodo. "Volto lo sguardo e mi appare il portiere in guardiola. Alto, scontroso, un che di barba: un tecnico in pullover prestato ad altra mansione... all'altezza dello svincolo tra destra e sinistra, tra un troncone e l'altro del Centro. Dà poche informazioni, non ti guarda neppure... si sente un dio! Quì i tecnici sono molto richiesti. Anche un portiere è necessario sia un tecnico. Centinaia di richieste ogni giorno... lo vogliono tutti. I tecnici dovrebbero vestire tutti allo stesso modo, dovrebbero distinguersi. E' un provvedimento che non è stato mai attuato, chissà... disguidi momentanei. Eppure la loro attività non è qualunque... neppure quella di un portiere alto, saccente, frustrato. Homo faber, homo deus".  
Ormai il protagonista tra le sue riflessioni solitarie sul metodo ("La metodica: un'arte che non serve più a nulla") e la paranoia sui tecnici ("Caienni accompagna Laghetti di fuori. Lo vedo fare cenno a qualcuno, un uomo in tuta, un tecnico portiere o...") si sente di affrontare Caienni. Il profeta del metodo non deflette a nessuna obiezione. "Non c'è altro che il metodo". Occorre "una metodologia che si ponga all'origine dell'osservazione delle azioni su basi deduttive".
I corridoi sono affollati. Il nostro protagonista vi si aggira con le solite domande in testa. "Mi chiedo quà dentro: siamo un insieme o un aggregato? Un aggregato di parti. Come si conviene, come si vuole che sia... il metodo. Direi che in apparenza potrebbe anche andare, ma solo l'insieme chiarisce perchè siamo tutti quì", "Essere parte di qualcosa. Ma se ci si dissocia... cosa rimane di sè? Cosa rimane del resto?".
Faiani non crede nel metodo, sostiene che non serve all'operatività. Pone un problema: dieci studenti del primo anno sono un aggregato o un insieme? Se virtualmente se ne uccidono sei c'è ancora l'insieme di prima? No, dice Faiani, e da questo esperimento mentale ricava l'inutilità del metodo a favore del mero fare. Per Caienni, invece, la parte è sempre parte di un insieme. "Qualcosa di decurtato dovrebbe comprendere ciò che non è più. Il rimanente tangibile più qualcosa che non si vede".
Il nostro protagonista si profonde a questo punto in una filippica antimetodica contro la metodologia carceraria.  
Il gruppo di ricerca va a cena. Condizione posta da Caienni è che non vi si parli del metodo. D'altra parte Caienni è solo capace di parlare di metodo e quindi si tace. Unico diversivo della serata la poesia recitata dal compare del protagonista che non interessa nessuno.
Rientrato nel residence il protagonista continua a ragionare sul metodo. Il portiere del Centro è parte o è insieme nel senso che senza di lui l'insieme non ci sarebbe più? Se, ad esempio, volesse impedire al protagonista di entrare al Centro lo si potrebbe scansare come una parte ininfluente o invece avrebbe un potere di interdizione in quanto espressione dell'insieme? La soluzione di Faiani in favore del primato dell'operatività lascia ora in dubbio il nostro eroe che si rifugia in una sorta di scetticismo, di astensione dal pensiero. "L'elasticità del metodo! che vale a dire che il metodo poi non conta, perchè di un insieme così complesso, così non tutto visto! non è lecito argomentare. Anzi è giusto dubitare... ".
Ma poi la questione del metodo ha una rilevanza estrema per la vita del nostro protagonista. Lui è parte integrante o accidentale del Centro? il Centro è un aggregato o un insieme? Comincia a nutrire sempre più dei dubbi. "Se non ci fossi sarebbe uguale o al più... un risibile imprevisto. Davvero nient'altro".
A fronte dell'immagine di Faiani impegnato in un ascetico esercizio yoga, il protagonista comincia a porsi la domanda se non sia il caso di fuoriuscire dal Centro. "Prendi e vai. Ma per dove? e pensare che uscendo sarei accolto dal lungo strada in discesa verso il tunnel, gli alberi anneriti", "Quì sei sempre dentro. [...] concedersi un rilassamento: di là o di quà, dentro o fuori... è del tutto indifferente. E l'anima... non c'è più".
Alla fine il protagonista stretto tra controversie che non riesce a decodificare, sospeso in un'impasse teorica fuoriesce in un empito vulcanico di distruzione. Il metodo può servire per uccidere virtualmente dal Centro, più simile alla ridotta di un cecchino, individui codificati, "maledetti parvenu di un'epoca idiota e criminale... ". E anche Caienni si dispone a passare all'operatività distruttiva pura e semplice, girando attorno all'edificio del Centro con un piccone in mano. Nella stanza dei bottoni, nella ridotta del cecchino virtuale si è ora assiso Faiani. "Se vuoi dar sfogo ai risentimenti, se vuoi indicare persone da eliminare in modo silenzioso, professionale, nascosto, è a Faiani che devi rivolgerti. Indicane quanti ne vuoi... ".
Nell'orgia finale di distruzione si affaccia una catartica visione apocalittica. "Precipitare dalla soglia di un vulcano, giù... dove il fuoco dissolve, dove è facile smaltire chi è stato scelto per essere eliminato. Girare per dimenticare, oppure... girare per credere. Sempre più forte, più veloce. Girare per vivere". Ma girare è inteso in senso cinematografico? Già perchè si ha l'impressione che quello finora visto non sia altro che un set cinematografico e che dietro lo squarcio del fondale di scena ci siano poi gli altri, le donne, i giovani, che al di quà diventano le donnette, i pivelli. E anche l'usciere, normalmente nell'organigramma di qualunque ente al gradino più basso della scala gerarchica, diventa quì detentore di un immenso potere di interdizione, e soprattutto è un "tecnico" travestito da usciere. Un tecnico, dunque il depositario di un sapere negativo, che con giusto contrappasso è condannato ad una funzione servile. 


(Carlo Verducci)







Pietro Cavara, Franz o dell'anima ritrovata, Aracne, 2010 [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 28/3/2019 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 12 maggio 2016
  

Ho chiuso il libro "Una foglia di insalata ed un chicco di riso" di Pietro Cavara ed è calato un silenzio...pieno. Non ricordo, ne' voglio, le parole contenute nel romanzo; sento tuttavia la fragorosa cascata di struggenti sentimenti che non si è spenta, ma che ancora circonda ed abbraccia indicando un grande sentire espresso di volta in volta con semplicità ed intenzionalità carica di significati profondi e vivi. Questo libro è per me un inno alla vita: vita trascorsa con l'Essere che è riuscito a suscitare tanto amore e tenerezza infinita. 


(Italia Guerrisi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/5/2016 alle 7:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 26 aprile 2016
 

Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 26/4/2016 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 13 aprile 2016
 

Questo è un sincero racconto autobiografico. Un libro interessante che l’autore ha scritto subito dopo la morte della madre, per beneficiare del potere che la scrittura ha di comprendersi, di chiarire e di fermare per sempre ciò che sul momento appare importante e fondamentale. Scritto con una fatica che s’intravede ma viene in parte nascosta da parole che ci avvincono e ci rendono partecipi dei sentimenti e delle emozioni dell’autore in un flusso che s’avvale anche di ripetizioni e di immagini ricorrenti suddivise in brevi capitoli. Una scrittura frammentata come i pensieri e i ricordi che si avvicendano in dialogo fra loro. 
A pagina 90 l’autore ci svela uno dei motivi per cui ha scelto di scrivere “a caldo” senza lasciare decantare il dispiacere per la perdita della madre: “se mi distraessi troppo, rischierei di dimenticare di soffrire per te e questo non lo voglio”. Scrivendo, dunque, non rischia di dimenticare. Sono convinta, dato che madre e figlio erano legati da profondi affetti reciproci, che ciò non sarebbe avvenuto anche in assenza di questo libro, tuttavia mi piace che Pietro Cavara sottolinei anche questa importante funzione della letteratura autobiografica. A pagina 155 dice: “quando scrivo di te sento una parvenza di benessere: dev’essere l’idea di fissare i ricordi, di farti rivivere per me e per gli altri fronteggiando l’oblio, come un esorcismo volto ad infondermi un po’ di coraggio”.
La funzione salvifica della letteratura è proprio questa e, una volta che si ferma sulla carta, come dice l’autore “Il pensiero di ciò che è stato non può morire”.
L’autore è molto severo nel giudicarsi, dice di sé che è troppo cupo…poco tollerante, a volte incazzato come un indemoniato…pone l’accento soprattutto sull’eccesso d’insofferenza e sull’eccesso d’amore. Mi sembra troppo severo con se stesso e, riguardo a queste caratteristiche, come giudicare se non c’è misura oggettiva?…Io tenderei a giudicare positivamente sia l’uno che l’altra, essendo l’eccessiva tolleranza sintomo d’indifferenza e di mancanza di spirito critico, socialmente deprecabile, così come un difetto in capacità d’amare mi pare più grave di un eccessivo amore. In questo rapporto fra il figlio e la madre, che in certi momenti è stato conflittuale come è naturale che sia ogni rapporto fra chi condivide la quotidianità, mi sembra importante e significativa la capacita di Pietro di valorizzare e di assorbire la dolcezza della madre. 
Mi ha colpito la concretezza di certi aspetti collegati al dolore. Ad esempio la domanda: “Come riconoscerò il tuo corpo spirituale?”.
Il tema della morte si collega spesso a riflessioni sul tempo: 
“Ho sottovalutato il tempo in tutti questi anni che abbiamo vissuto insieme, dimenticando la nostra naturale decadenza, il nostro lento morire”. Utile riflessione sul passato per elaborare il lutto, per affrontare il futuro esorcizzando paure che sento di condividere con l’autore: la paura del nulla e la paura di una normalità che a volte sembra una condanna.



(Luciana Raggi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/4/2016 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 7 aprile 2016
 

Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/4/2016 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DMITRY SHOSTAKOVICH
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 9 novembre 2015
  
 
vedi quì

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. musica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 9/11/2015 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RICORDO DI UN PADRE
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 24 novembre 2014
  

Il 20 novembre alla biblioteca Villa Leopardi è stato presentato il libro di Pietro Cavara “Ricordo di un padre. Paolo Cavara, regista gentiluomo”. A seguire è stato proiettato il film I malamondo di cui Paolo Cavara ha effettuato la regia.
Doppia presentazione dunque. Da una parte il libro scritto dal figlio del regista che rievoca la figura di Paolo Cavara sotto il duplice aspetto di uomo di cinema e di padre. Dall’altra la materia viva del film, che oggi parla direttamente allo spettatore consegnandogli le immagini che il regista ha girato cinquanta anni fa. Perchè I malamondo è uscito sugli schermi nel 1964, esattamente mezzo secolo fa e ha un tema di scottante attualità: la crisi dei giovani.
Il regista Cavara conosce in questo momento una nuova attenzione. Oltre al libro di Pietro sono da poco usciti altri due libri su di lui: il saggio di Fabrizio Fogliato intitolato Paolo Cavara. Gli occhi che raccontano il mondo e un volume di Bompiani intitolato L'occhio selvaggio. E’ stato poi restaurato il film L'occhio selvaggio, uno dei più importanti di questo regista, ed è stato presentato, in questa nuova veste restaurata, al festival di Roma.
Il libro di Pietro Cavara ci presenta la sua immagine privata legata ai ricordi e alla memoria, simili ai ricordi e alla memoria che ciascuno di noi ha di suo padre, ma diversi per la particolarità della persona ricordata: un regista famoso, autore di film che fecero epoca e segnarono un tempo, un intellettuale le cui opere furono motivo di dibattito e anche di scontro nel momento culturale dell’Italia degli anni ’60 e ’70.
Come dice nella prefazione al libro il critico Fabrizio Fogliato “il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo mai completamente rivelato ma che mantiene intorno a sé un’aura di mistero e di segretezza. E’ il ritratto intrigante in cui convivono riflessioni e considerazioni sul mondo e sulla vita ricolme di entusiasmi così come di preoccupazioni”.
Il successo raggiunse Cavara in un modo travolgente col film Mondo cane, di cui è regista insieme a Iacopetti e Prosperi. Fu un film venduto in tutto il mondo, grande successo di cassetta, occasione di polemiche tra i critici e tra la gente comune. Il tema è il cinema come occhio che svela il mondo, l’innocenza dell’occhio che guarda, sia quello della macchina da presa che crea la rappresentazione, sia quello dello spettatore che assiste al fim, il rapporto tra verità e finzione, il senso della fiction e del documentario ed il modo con cui questi diversi linguaggi cinematografici si intrecciano e si condizionano. Mondo cane dette inizio a un genere cinematografico, i cosiddetti Mondo Movie. Erano documentari che rappresentavano aspetti insoliti di paesi esotici, tali da spingere lo spettatore alla meraviglia e alla sorpresa, ma anche all’orrore e al ribrezzo. 
“Gli spettatori sono tutti al tempo stesso masochisti e sadici. (…) Non ci sono buoni film e cattivi film. Ci sono quei cinquanta metri che eccitano e ne fanno digerire almeno altri diecimila che annoiano.”
E’ una battuta del film L'occhio selvaggio che ci illumina su queste tematiche.
Attraverso il libro di Pietro possiamo vedere i vari aspetti della filmografia di Paolo Cavara, i discorsi che portava avanti, il suo impegno culturale, la sua personalità poliedrica. Ne emerge l’immagine di un uomo animato da un tormento interiore sia creativo che esistenziale, pieno di vitalità e passione.
La sua riflessione sui rapporti tra immagine e violenza, tra verità e finzione, è in grande anticipo sui tempi e ha aspetti di drammatica modernità. Le sue immagini seminano il dubbio. Fino a dove si deve spingere il regista? Qual è il limite della macchina da presa? Di fronte a quali scene l’obbiettivo va chiuso?
Alla sua morte, trent’anni fa, Paolo Cavara non è entrato nell’Olimpo dei grandi registi e i suoi film hanno circolato solo tra gli appassionati. Solo ora inizia una riflessione e una riscoperta. I suoi film ci danno una visione originale del mondo degli anni ’60 e ’70. Possiamo trarne chiavi di lettura importanti per leggere la realtà che adesso ci troviamo a vivere. Ne è stata una riprova la visione de “I Malamondo” che nella nostra proiezione in biblioteca ha suscitato un enorme interesse.



(Rita Cavallari)








Pietro Cavara, Ricordo di un padre, Aracne, 2014 [ * ]






vedi quì e quì




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cinema rita cavallari

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 24/11/2014 alle 14:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia maggio