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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
GLI AIUTANTI
post pubblicato in Agamben, Giorgio, il 17 dicembre 2014
 

Nei romanzi di Kafka ci vengono incontro creature che si definiscono aiutanti (Gehilfen). Ma aiuto, essi non sembrano proprio in grado di darne. Non s'intendono di nulla, non hanno "apparecchi", non combinano che scemenze e bambinate, sono "molesti" e, perfino, a volte, "sfacciati" e "lascivi". Quanto all'aspetto, sono così simili che si distinguono solo per il nome (Arturo, Geremia), si somigliano "come serpenti". E, tuttavia, sono attenti osservatori, "svelti" e "snodati", hanno occhi sfavillanti e, in contrasto ai loro modi puerili, facce che sembrano da adulti, "da studenti, quasi" e barbe lunghe e abbondanti. Qualcuno, non si sa bene chi, ce l'ha assegnati e non è facile toglierseli di dosso. Insomma, "noi non sappiamo chi siano", magari sono degli "inviati" del nemico (il che spiegherebbe perchè non fanno altro che appostarsi e spiare). Eppure somigliano ad angeli, a messaggeri che ignorano il contenuto delle lettere che devono recapitare, ma il cui sorriso, il cui sguardo, la cui stessa andatura "sembrano un messaggio".
Ciascuno di noi ha conosciuto di queste creature che Benjamin definisce "crepuscolari" e incompiute, simili ai gandharva delle saghe indiane, metà geni celesti e metà demoni. "Nessuna ha un posto fisso, contorni netti e inconfondibili; nessuna che non si scambi col suo nemico o col suo vicino; nessuna che non abbia compiuto la sua età e che non sia tuttavia ancora immatura, nessuna che non sia profondamente esausta eppure ancora all'inizio di un lungo viaggio". Più intelligenti e dotati degli altri nostri amici, sempre intenti in immaginazioni e progetti per i quali sembrano avere tutte le qualità, non riescono, però, a finire nulla e restano generalmente senz'opera. Essi incarnano il tipo dell'eterno studente e del gabbamondo che invecchia male e che, alla fine, dobbiamo, sia pure a malincuore, lasciarci alle spalle. Eppure in loro qualcosa, un gesto inconcluso, una grazia improvvisa, una certa matematica spavalderia nei giudizi e nel gusto, un'aerea scioltezza delle membra e delle parole testimonia della loro appartenenza a un mondo complementare, allude a una cittadinanza perduta o a un altrove inviolabile. Un aiuto, in questo senso, ce l'hanno dato, anche se non riusciamo a dire quale. Forse consisteva appunto nel loro essere inaiutabili, nel loro ostinato "per noi non c'è nulla da fare"; ma, proprio per questo, sappiamo alla fine di averli in qualche modo traditi.
Forse perchè il bambino è un essere incompiuto, la letteratura per l'infanzia è piena di aiutanti, esseri paralleli e approssimativi, troppo piccoli o troppo grandi, gnomi, larve, giganti buoni, geni e fatine capricciose, grilli e lumachine parlanti, ciuchini cacadenari e altre creaturine incantate che nel momento del pericolo spuntano per miracolo a trar fuori d'impaccio la buona principessina o Giovanni senza paura. Sono i personaggi che il narratore dimentica alla fine della storia, quando i protagonisti vivono felici e contenti fino alla fine dei loro giorni; ma di loro, di quella "gentaglia" inclassificabile cui, in fondo, devono tutto, non si sa più nulla. Eppure provate a chiedere a Prospero, quando ha dimesso tutti i suoi incanti e fa ritorno, con gli altri umani, al suo ducato, che cos'è la vita senza Ariele. 
Un tipo perfetto di aiutante è Pinocchio, il burattino meraviglioso che Geppetto vuol fabbricarsi per girare il mondo con lui e guadagnare così "un tozzo di pane e un bicchier di vino". Nè morto nè vivo, mezzo golem e mezzo robot, sempre pronto a cedere a tutte le tentazioni e a promettere, un istante dopo, che "da oggi in poi sarò buono", questo archetipo eterno della serietà e della grazia dell'inumano, nella prima versione del romanzo, prima che all'autore venisse in mente di aggiungere una fine edificante, a un certo punto "stira i piedi" e muore nel modo più vergognoso, ma senza diventare un ragazzo. E un aiutante è anche Lucignolo, con quel suo "personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte", che annuncia ai compagni il paese di Cuccagna e ride a crepapelle quando si accorge che gli sono spuntate le orecchie d'asino. Della stessa pasta sono gli "assistenti" di Walser, irreparabilmente e caparbiamente occupati a collaborare a un'opera del tutto superflua, per non dire inqualificabile. Se studiano - e sembra che studino sodo - è per diventare uno zero tondo tondo. E perchè mai dovrebbero aiutare quel che il mondo ritiene serio, visto che in verità non è che follia? Preferiscono passeggiare. E se, camminando, incontrano un cane o un altro vivente, gli bisbigliano: "non ho nulla da darti, caro animale, ti darei volentieri qualcosa, se l'avessi". Salvo, alla fine, sdraiarsi su un prato per piangere amaramente la loro "stupida esistenza di sbarbatelli".
Anche fra le cose si danno aiutanti. Ciascuno conserva di questi oggetti inutili, metà ricordo e metà talismano, di cui un po' si vergogna, ma a cui non vorrebbe per nulla al mondo rinunciare. Si tratta, a volte, di un vecchio giocattolo sopravvissuto alle stragi infantili, di un astuccio da scolari che custodisce un odore perduto o di una maglietta striminzita che continuiamo, senza ragione, a tenere nel cassetto delle camicie "da uomo". Qualcosa del genere doveva essere, per Kane, lo slittino Rosebud. O, per i suoi inseguitori, il falcone maltese che, alla fine, si rivela esser fatto della "stessa materia di cui sono fatti i sogni". O il motorino di motocicletta trasformato in montapanna, di cui parla Sohn-Rethel nella sua stupenda descrizione di Napoli. Dove vanno a finire questi oggetti-aiutanti, questi testimoni di un eden inconfessato? Non esiste per loro un magazzino, un'arca in cui saranno raccolti per l'eternità, simile alla genizah in cui gli ebrei conservano i vecchi libri illeggibili, perchè potrebbe pur sempre esserci scritto il nome di Dio?
Il capitolo 366 delle Illuminazioni della Mecca, il capolavoro del grande sufi Ibn-Arabi, è dedicato agli "aiutanti del Messia". Questi aiutanti (wuzara, plurale di wazir; è il vizir che abbiamo incontrato tante volte nelle Mille e una notte) sono uomini che, nel tempo profano, posseggono già le caratteristiche del tempo messianico, appartengono già all'ultimo giorno. Curiosamente - ma forse proprio per questo - essi sono scelti fra i non-arabi, sono stranieri fra gli arabi anche se ne parlano la lingua. Il Mahdi, il messia che viene alla fine dei tempi, ha bisogno dei suoi aiutanti, che sono in qualche modo le sue guide, anche se essi non sono, in verità, che le personificazioni delle qualità o "stazioni" della sua saggezza. "Il Mahdi prende le sue decisioni e pronuncia i suoi giudizi solo dopo essersi consultato con essi, poichè sono i veri conoscitori di ciò che esiste nella realtà divina". Grazie ai suoi aiutanti, il Mahdi può comprendere la lingua degli animali e estendere la sua giustizia tanto agli uomini che ai jinn. Una delle qualità degli aiutanti è, infatti, di essere "traduttori" (mutarjim) della lingua di Dio nella lingua degli uomini. Secondo Ibn-Arabi, tutto il mondo non è anzi che una traduzione della lingua divina e gli aiutanti sono, in questo senso, gli operatori di un'incessante teofania, di una continua rivelazione. Un'altra qualità degli aiutanti è la "visione penetrante", con la quale essi riconoscono gli "uomini dell'invisibile", cioè gli angeli e gli altri messaggeri che si nascondono in forme umane o animali.
Ma gli aiutanti, i traduttori, come si fa a riconoscerli? Se, stranieri, si nascondono fra i fedeli, chi avrà la visione per distinguere i visionari?
Una creatura intermedia fra i wuzara e gli aiutanti di Kafka è l'omino gobbo che Benjamin evoca nei suoi ricordi infantili. Questo inquilino della vita distorta non è soltanto la cifra della goffaggine puerile, non è soltanto il mariolo che ruba il bicchiere a chi vuole bere e la preghiera a chi vuole pregare. Piuttosto chi lo guarda "perde la capacità di fare attenzione". A sè e all'omino. Il gobbetto è, infatti, il rappresentante del dimenticato, che si presenta a esigere in ogni cosa la parte dell'oblio. E questa parte ha a che fare colla fine dei tempi, così come la sbadataggine non è che un anticipo della redenzione. Le storture, la gobba, le goffaggini sono la forma che le cose assumono nell'oblio. E ciò che noi abbiamo già sempre dimenticato è il Regno, noi che viviamo "come se Regno non fossimo". Ma quando il messia verrà, lo storto diventerà diritto, l'impaccio spigliatezza e l'oblio si ricorderà di sè stesso.
Perchè è stato detto, "per loro e i loro simili, gli incompiuti e gli inetti, ci è data la speranza".
L'idea che il Regno sia presente nel tempo profano in forme losche e distorte, che gli elementi dello stato finale si nascondano proprio in ciò che oggi appare infame e deriso, che la vergogna, insomma, abbia segretamente a che fare con la gloria, è un profondo tema messianico. Tutto ciò che ora ci appare incanaglito e dappoco è il pegno che dovremo riscattare nell'ultimo giorno, e a guidarci verso la salvezza è proprio il compagno che si è perso per strada. E' il suo volto che riconosceremo nell'angelo che suona la tromba o in quello che, sbadato, si lascia cadere di mano il libro della vita. La scandella di luce che affiora nei nostri difetti e nelle nostre piccole abiezioni non era altro che la redenzione. Aiutanti, in questo senso, furono anche il cattivo compagno di scuola che ci passò sottobanco le prime fotografie pornografiche o il sordido sgabuzzino in cui qualcuno ci mostrò per la prima volta le sue nudità. Gli aiutanti sono i nostri desideri inesauditi, quelli che non confessiamo nemmeno a noi stessi, che nel giorno del giudizio ci verranno incontro sorridendo come Arturo e Geremia. Quel giorno, qualcuno ci sconterà i nostri rossori come cambiali per il paradiso. Regnare non significa esaudire. Significa che l'inesaudito è ciò che rimane.
L'aiutante è la figura di quel che si perde. O, meglio, della relazione col perduto. Questa si riferisce a tutto ciò che, nella vita collettiva come in quella individuale, viene in ogni istante dimenticato, alla massa interminata di ciò che di esse va irrevocabilmente perduto. In ogni istante, la misura di oblio e di rovina, lo scialo ontologico che portiamo in noi stessi eccede di gran lunga la pietà dei nostri ricordi e della nostra coscienza. Ma questo caos informe del dimenticato, che ci accompagna come un golem silenzioso, non è inerte nè inefficace, al contrario, esso agisce in noi con non meno forza dei ricordi coscienti, anche se in modo diverso. Vi sono una forza e quasi un'apostrofe del dimenticato, che non possono essre misurate in termini di coscienza nè accumulazione come un sapere, ma la cui insistenza determina il rango di ogni sapere e di ogni coscienza. Ciò che il perduto esige non è di essere ricordato o esaudito, ma di restare in noi in quanto dimenticato, in quanto perduto e, unicamente per questo, indimenticabile. In tutto questo l'aiutante è di casa. Egli compita il testo dell'indimenticabile e lo traduce nella lingua dei sordomuti. Di quì quel suo ostinato gesticolare, di quì quel suo impassibile viso da mimo. Di quì, anche, la sua irrimediabile ambiguità. Poichè dell'indimenticabile si dà solo parodia. Il posto del canto è vuoto. Affianco e intorno si danno da fare gli aiutanti, che preparano il Regno.





(Giorgio Agamben, in Il Giorno del Giudizio, Nottetempo, 2004 [ *
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PILATO E GESU'
post pubblicato in Agamben, Giorgio, il 19 novembre 2014
 

La parabola di Gesù incrocia il diritto romano e l'Impero nell'episodio di Ponzio Pilato. I capi religiosi degli Ebrei hanno preso Gesù e secondo la loro legge dovrebbe essere condannato a morte perchè ha bestemmiato proclamandosi "Figlio di Dio" e "Re dei Giudei". Tuttavia in quanto esponenti di un popolo colonizzato sottoposto a regime imperiale, i capi religiosi degli Ebrei non possono comminare la pena capitale e devono rivolgersi a chi detiene il potere civile nella figura del procuratore romano Ponzio Pilato. I capi del Sinedrio consegnano Gesù a Ponzio Pilato perchè sia condannato a morte. Ponzio Pilato alla luce del diritto romano vuole capire se Gesù è colpevole e quindi lo interroga. L'interpretazione diffusa è che Ponzio Pilato pur non trovando nessun elemento di colpevolezza in Gesù alla fine ceda alla richieste del Sinedrio e della piazza aizzata da questo, consegnando loro Gesù ma lavandosi le mani, tirandosi fuori cioè da questa decisione, il che risulta molto strano, come se si trattasse di un'abdicazione al potere giudiziario di cui è detentore. Tuttavia i capi del Sinedrio consegnando Gesù a Pilato avevano fatto riferimento ad un reato previsto dal diritto romano e passibile della pena capitale, la lesa maestà: "Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque infatti si fa re, si oppone a Cesare". L'interrogatorio cui Pilato sottopone Gesù, che può concretizzare un vero procedimento giudiziario nella forma della cognitio extra ordinem, applicabile nelle province a non cittadini e non tenuta a rispettare le norme del processo formulare (ma non tutti gli studiosi sono d'accordo su questo: c'è chi pensa che in realtà non ci sia stato alcun procedimento giudiziario), non porta però stranamente ad un giudizio: Pilato alla fine si limita a consegnare Gesù alla folla, dissociandosi per giunta simbolicamente da quest'atto (lavandosi le mani). Egli è infatti intimamente persuaso che quell'uomo non è colpevole (la leggenda vuole che Pilato e la moglie Procla diventeranno cristiani e verranno condannati a morte dall'imperatore Tiberio). La flagellazione cui sottopone Gesù è una sorta di punizione minore che spera possa accontentare gli accusatori, come anche la proposta di liberazione in occasione della Pasqua è un tentativo in extremis per evitare l'esito fatale verso cui si sta andando. Si assiste quindi ai due assurdi giuridici di un processo senza giudizio e di una condanna senza giudizio (una reminiscenza di quest'ultima nel Processo di Kafka). La spiegazione di quest'ambiguità va ricercata nelle risposte date da Gesù alle domande di Ponzio Pilato durante l'interrogatorio. Il Vangelo di Giovanni è quello che più si dilunga sull'interrogatorio. "Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli chiese: 'Sei tu il re dei Giudei?', Gesù rispose: 'Dici questo da te stesso o altri te l'hanno detto di me?', rispose Pilato: 'Sono io forse un giudeo? La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?', Gesù rispose: 'Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinchè non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è di quì', 'Dunque tu sei re?', gli chiese allora Pilato, Gesù rispose: 'Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce', 'Che cos'è la verità?', gli domandò Pilato". Dopo che Pilato è uscito e ha detto ai capi del Sinedrio che non trova nessuna colpa in Gesù e quelli hanno invece insistito perchè venga condannato a morte, c'è un supplemento di interrogatorio. "Pilato rientrò nel pretorio e disse a Gesù: 'Da dove sei tu?', Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: 'Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?'. Gli rispose Gesù: 'Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo colui che mi ha consegnato a te ha un peccato più grande'". In questo interrogatorio il punto focale appare essere la rivelazione dei due regni. Ma anche Ponzio Pilato ha potere perchè gli è stato dato dall'"alto" (forse che questa affermazione di Gesù convince Pilato ad astenersi dal giudicare?). In questo processo i due regni si sono toccati. Come dice Agamben: "Tanto più urgente è il compito di comprendere come  e perchè questo incrocio fra il temporale e l'eterno e fra il divino e l'umano abbia assunto proprio la forma di una krisis, cioè di un giudizio processuale". Il processo (se di processo si è trattato) non finisce però con un giudizio di  condanna a morte ma Pilato si limita a consegnare Gesù agli Ebrei (e "se ne lava le mani"); questi dal canto loro intendono tale consegna come implicitamente equivalente ad una condanna a morte o l'autorizzazione ad essa. Così con un gioco di consegne viene affrontato e risolto il problema dei rapporti tra il divino e l'umano all'interno del processo. Ci ricorda Agamben che c'è un altro processo ed un altro giudizio - il Giudizio Universale - che si contrappone alla visione sanguinosamente parodistica di Gesù flagellato, con un manto di porpora sulle spalle, la corona di spine e una canna in mano, assiso sul bema (il seggio del giudice), schernito dalla folla (alcuni interpreti invece pensano che sia Pilato, un po' incongruamente, a sedersi sul bema nel momento in cui riconsegna Gesù agli Ebrei). Agamben mette in fila tutte le aporie che si aprono alla lettura dell'episodio del processo nel Vangelo di Giovanni e che si sono riflesse nelle varie interpretazioni. Una cosa appare incontrovertibile: la contrapposizione dei due Regni. Il Regno divino sembra cogliere in fallo il Regno mondano nella persona di Ponzio Pilato, che si tira indietro forse intuendo il piano della salvezza (ma così non la pensava Dante Alighieri, che vedeva anzi nell'impero romano la legittimazione di Cristo). L'impressione conclusiva è che Pilato non abbia giudicato Gesù non tanto per viltà quanto perchè si sia arreso al piano della salvezza. Agamben insiste piuttosto sulla totale separazione e incomunicabilità dei due Regni, che impedisce il giudizio: "Quì davvero due giudizi e due regni stanno l'uno di fronte all'altro senza riuscire a giungere a compimento. Non è nemmeno chiaro chi giudichi chi, se il giudice legalmente investito del potere terreno o il giudice per scherno, che rappresenta il Regno che non è di questo mondo. E' possibile, anzi, che nessuno dei due pronunci veramente un giudizio. [...] Giustizia e salvezza non possono essere conciliate, tornano ogni volta ad escludersi e a chiamarsi a vicenda. Il giudizio è implacabile e, insieme, impossibile, perchè in esso le cose appaiono come perdute e insalvabili; la salvezza è pietosa e, tuttavia, inefficace, perchè in essa le cose appaiono ingiudicabili. Per questo, nel "pavimento di pietra" detto in ebraico Gabbathà, nè il giudizio nè la salvezza - almeno per quanto concerne Pilato - hanno luogo: essi finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet". Ha facile gioco Gustavo Zagrebelski (autore a sua volta di un volume sul tema, Il «Crucifige!» e la democrazia) di evidenziare nella recensione al libro l'improbabilità di tale separazione assoluta nella coscienza singola alle prese con un problema reale (come il caso di Kurt Gerstein  dimostra [cfr. * ]). La totale separazione dei due piani necessita di punti di accesso, almeno in particolari condizioni, come è esperienza comune. L'esperienza dei totalitarismi ha mostrato l'impossibilità di tener fermo alla separazione di Dio da Cesare e alla necessità per le chiese di schierarsi Contro Cesare. Nel processo di Pilato il Regno mondano dell'Impero è venuto a contatto con il Regno divino di Gesù ed è stata la fine dell'Impero. Questo significa il comportamento di Pilato, che è di fatto una resa.



(Carlo Verducci)







Giorgio Agamben, Pilato e Gesù, Nottetempo, 2014 [ * ] 







vedi quì




 

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/11/2014 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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