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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL LENZUOLO DI CLELIA
post pubblicato in Marchi, Clelia, il 13 ottobre 2014

Nel Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano sono state aperte alcune nuove sale. In una è esposto il lenzuolo di Clelia Marchi. Clelia Marchi era una contadina illetterata di Poggio Rusco in provincia di Mantova. Visse una vita di sacrifici nei campi, con il marito Anteo e sette figli da allevare (quattro dei quali deceduti in tenera età). Nel 1972 perse suo marito in un incidente e iniziò a scrivere un commosso e intimo diario su un lenzuolo del corredo, come atto d'amore verso il compagno di una vita. Nel 1985, Clelia presentò il suo lenzuolo al sindaco di Poggio Rusco, che ne rimase impressionato e decise di coinvolgere l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, dove nel gennaio 1986 la singolare autobiografia venne depositata. Per questo lavoro le venne attribuito il premio speciale dell’Archivio [ * ].
"Care persone Fatene Tesoro Di Questo Lenzuolo Chè C'è Un Po' della Vita mia: è Mio Marito; Clelia Marchi (72) anni hà scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte; dai lavori agricoli, agli affetti, dai filos, alla qucina, agli affetti, e alle feste popolari: A' scritto tutta una storia; una avventura, nei sacrifici, nelle sofferenze di ogni giorno; ogni riga si svolge sul filo della sincerità: come pure il titolo del mio lenzuolo libro: (Gnanca nà busia) non o raccontato: gnanca nà busia nè par mi; nè ai lettori!!!....Là nostra vita. Mi, ricordo dà piccola eravamo in tanti frattelli: la mia mamma lavorava tanto per mandarsi a scquola, iò andavo a scquola solo d'inverno; perchè la mia mamma doveva andare à lavorare altrove...e io à qurare i miei fratelli più piccoli di mè, però non c'era neanche un gioccattolo: proprio nò! giocavamo con dei sassolini, della terra, facevamo piattini, tavolini, palline ecc. ecc.....un pò insegnavo ai miei frattelli à fare il compito quelli più piccoli di mè; mà avevo poco da insegnarci; perchè andavo poco a scquola anch'io, solo d'inverno con un paio di zoccoli, e un palettò di due colori fatti in una sottana di mia mamma; e un paio di pantaloni vecchi del mio papà, sembrava l'arlecchino; quando si andava à giocare: si facevano le calze ò scapinelle per i miei frattelli; ò pizzo: la mia mamma mi dava un grosso capitolo di canapa, e così si lavorava anche essendo molto piccola...eravamo in famiglia con i  miei zii, era lei che comandava à tutta la famiglia, lei non aveva figli, e così diceva io non faccio differenze à nessuno ; ma essendo una famiglia numerosa e poco da, coprirsi: le donne: ò le mamme di noi bambini: si sgridavano frà di l'oro; ma se arrivava la mia zia, lè diceva non vi vergognate à sgridare che siete cariche di figli: lè discqusioni finivano là; tanti figli da qurare, e stare alzati fini à tarda ora à filare per fare le lenzuola: anche spesso le 2 dopo mezzanotte, tutti i gironi erano uguali, il mio papà teneva la contabilità del padrone che aveva molti terreni; la mia mamma era molto timida, ma di una belezza rara; à tanto lavorato per noi figli, al mattino si alzava presto à lavare gli stracci dei miei frattelli fatti di pipì, rompeva il ghiaccio con una zappa, poi con una banca di legno, à due piedi la calava nel fosso, e così lavava gli stracci, che si asciugassero per il giorno successivo, al mezzo giorno facevamo una polenta: la fuori: fare fuoco con i malgheri, che erano le piante del frumentone; dopo mezzo giorno verso sera: le mamme si davano dà mangiare polenta è un mezzo ficco, era la cena quella, poi tutti à letto, guai se veniva à casa gli uomini se cera un bambino alzato (gli uomini erano tutto) per scaldare il letto doperavano delle braccie di costoni, quelli del frumentone, e bruscola che era la legna di fasine sottili, quando eri di sopra c'era solo cenere calda: che l'ò scaldino era una lattina quella delle sardelle ò un vaso da notte rotto: pochi avevano le padelline per scaldare il letto: che vita conomica, due paia di calze anche troppo, si aggiustava delle cosse orribili; sempre quei stracci e difronte non c'era di meglio: quanto si è sofferto nella vita; poco pane: solo la polenta era là bondanza dei poveri; poi successe la guerra: mio papà dovette andare in guerra.....pensate la mia mamma [...]".
Comincia così Gnanca na busia

  
 
Ha scritto Saverio Tutino, fondatore e primo direttore dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano: "Clelia Marchi arrivò a Pieve Santo Stefano un giorno d'inverno del 1986, col suo lenzuolo sotto il braccio. Era venuta in treno fino ad Arezzo. Era scesa dalla corriera, con l'aria compunta e festosa delle donne già avanti negli anni, che hanno trascorso una vita intera senza mai uscire dal perimetro del loro comune di nascita. Un viso bello, incorniciato da una capigliatura canuta e ben pettinata, le trecce attorcigliate, gli occhi sfavillanti. Portava l'età indefinita di una capofamiglia contadina vestita bene per una cerimonia. Con lei venivano il sindaco di quel paese della provincia mantovana, Remo Verona, e Rosanna Mai, assessore alla cultura. E anche qualche parente o amico. Lidia Beduschi, una studiosa di linguistica, aveva propiziato quella visita. A lei si era rivolto il sindaco per valorizzare gli scritti di Clelia, quella contadina che aveva fatto soltanto la seconda elementare e poi, da adulta, aveva scritto la propria vita con un pennarello su un lenzuolo a due piazze. La sua vita, Clelia l'aveva scritta in un italiano effettivamente elementare, e anche in dialetto - un po' in prosa e un po' in poesia. Alla fine aveva firmato il tutto con il nome del proprio marito sopra al suo, come aveva sempre fatto nei documenti dell'anagrafe famigliare. Suo marito era morto in un incidente stradale. Quando Clelia Marchi arrivò col lenzuolo a Pieve Santo Stefano, l'Archivio Diaristico Nazionale era nato appena da due anni. Questa nuova istituzione si proponeva di raccogliere in una sede pubblica, e quindi protetta, ogni corposo elemento di scrittura popolare autobiografica: diari, memorie, epistolari che di solito vengono lasciati in qualche cassetto o in fondo a una cassa, in cantina o in granaio, a morire di morte naturale, col tempo e con i topi, e l'umidità. Grazie a un concorso, da due anni questi scritti affluivano copiosamente all'Archivio di Pieve. Anche la Beduschi aveva portato quì un suo diario. Frequentando l'Archivio di Pieve, capolinea di tante opere neglette della coscienza popolare, Lidia aveva intuito che era il posto giusto per conservare quel lenzuolo "graffito" con mano ostinata e leggera da una contadina della Bassa Padana: un documento che conoscevano in pochi e che costituiva una preziosa testimonianza del bisogno di molte persone di lasciare una traccia scritta di sè. A Pieve, quell'oggetto di memoria avrebbe trovato la sede adatta per raggiungere lo stato di soggetto: tra gli altri diari non si sarebbe trovato chiuso in un museo, ma immerso in un vivaio della memoria. Nel salone consigliare di Pieve, quel giorno, ci furono i discorsi dei due sindaci: Albano Bragagni si rivolgeva a Remo Verona, per ringraziarlo del dono, che veniva a conferire all'Archivio Diaristico il suggello di una sorta di riconoscimento della sua originalità. Poi parlò anche Clelia, raccontando come le era venuta l'idea di scrivere la propria autobiografia su un lenzuolo. Suo marito era morto da poco; lei di notte non trovava pace. Per combattere l'insonnia si era messa a scrivere. Fabbricava da sè i suoi libroni di ricordi con un cartoncino spesso, rilegandoli all'uncinetto con lane colorate, e li riempiva di una memoria mista, di sè e del suo paese, fotografie e ritagli di giornali, documenti di una vita dallo spessore infinito. Tanto che a un certo punto libri e carta non bastarono più; e una sera, per continuare a seguire l'urgenza impellente di scrivere, Clelia aprì l'armadio e ne trasse fuori uno dei lenzuoli a due piazze della sua dote, che ormai "non avrebbe più consumato col marito". Lo stese bene sul cuscino appoggiato sulle ginocchia e cominciò quel nuovo lavoro da scrivano antico, che poi le prese quasi due anni. Lo faceva scorrere lentamente. Ogni volta che andava a capo, perdeva di vista la fine della riga precedente. Il visitatore dell'Archivio di Pieve si accorgerà che, in qualche caso, l'inizio di una riga ripete la fine di quella di sopra. Poi Clelia ebbe un accorgimento: siccome dalla lettura risultava difficile ritrovare il filo delle righe, che si confondevano l'una con l'altra, cominciò a numerarle all'inizio di ognuna. Così nella prima trascrizione a macchina fatta dalla maestra Rosanna Mai, ogni paragrafo corrisponde a una riga, numerato e raccolto in una sorta di terzina, come in un poema. Anche il testo ha la cadenza e la costruzione di una poesia di lungo respiro: comincia con l'enunciazione classica dei propositi dell'autore e poi si snoda, in tutta la sua prima parte, con la narrazione dei nudi fatti, di un'esistenza di poveri braccianti. Alla fine della prima parte accade l'irreparabile: il marito di Clelia muore. Il Fato diventa così la materia della seconda parte: il suo mistero insondabile e insieme ineluttabile si affaccia ripetutamente intorno all'episodio tragico, per scrutarlo, e lo vede e rivede tre volte, da diverse angolazioni, come momento della disgrazia e insieme motivazione del poema. Così la prima parte ha un andamento lineare e cronologico, la seconda un moto circolare, sinuoso e come ripiegato su sè stesso, quasi a preparare il lettore all'annuncio di una futura ricongiunzione con l'essere amato, il quale firma in calce insieme con lei quel documento, che è l'attestato del vissuto comune. Nella composizione materiale e letteraria di questo scritto impareggiabile circola un'aria di magia che si propaga anche fuori dalla figura di Clelia e tocca l'intero ambito civile dei luoghi dove lei e la sua vita si sono manifestate al mondo circostante. [...] 
Esce adesso il libro dei ricordi di chi ha solo sognato di crearlo, scrivendolo e poi cucendone le pagine con le proprie mani, finchè bastava la carta, e quindi passando a scriverlo su quel lenzuolo che racconta da sè una lunga storia d'amore e di creazione di tante vite quante sono quelle dei figli generati da Anteo e Clelia. "Eravamo tanto fitti che in un piccolo letto avevamo quattro bambini: allora il dottore ha detto: ma cos'è questa, una melonaia? (si vedevano solo le teste)", scrive a un certo punto Clelia. [...] Clelia faceva figli da quando aveva sedici anni e andava nei campi a lavorare col futuro marito, pestando gli escrementi caldi delle vacche, d'inverno, per scaldarsi i piedi. "Pensare che la vita è solo un'ombra che passa sulla terra": l'ombra di una nuvola? Nessuno sospettava che tra le mani di quella donna di casa contadina nascesse un fiore di poesia. [...] Ora Clelia aspetta che si realizzi il primo dei sogni che le sono rimasti dopo la morte di Anteo: quello di veder leggere da altri il racconto della propria vita, esempio di quella di tutti. "Io sono come una vite senza albero" dice: "perchè quando uno dei due muore una parte del corpo di chi rimane è già morta...". Chissà che il libro non diventi per lei quell'albero che le permetterà di chiudere l'esistenza in un'atmosfera di speranza - quella che dà all'uomo il senso del suo destino compiuto". 

  
 
"Ormai da molto tempo andavo ripetendo di provare una grande nostalgia per la povertà, mia e altrui, e che ci eravamo sbagliati a credere che la povertà fosse un male". "Non avevo un soldo in tasca, e giravo in bicicletta. E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi". (Pier Paolo Pasolini)

Il leit motiv unico e ossessivo di "Gnanca na busia" è la povertà. Si è in un'era preconsumistica e avere un tavolo e delle sedie può essere problematico, tanto da dover essere costretti ad ingegnarsi se la loro mancanza risulti essere irrimediabile. "Mio marito era andato salariato, nella corte ò dal padrone dove abitavamo, ma non avevamo niente nè tavola nè seddie nè soldi per comprarcele: il padrone era Guido Canossa che per soppra nome l'è dicevano al muret abitava alla paleotta; ci a dato .2. seddie vecchie e una tavola pure vecchia che aveva un piede solo; e gli altri 3 le abbiamo messo una pigna di pietre fino alla pari dell'altro piede e per due anni quella tavola e quelle due seddie vecchie tutte abrandelli: per primo abbiamo preso la madia per fare il pane costava .60. lire, poi dopo due anni abbiamo preso la tavola e quattro seddie, e così si incominciava à comperare qualcosa in casa". Povertà significa sottomissione al padrone. "Avevamo .3. figli e aspettavo il .4. e con .4. figli non c'era da fare il furbo nelle corti con i padroni però io sapevo tenermeli vicini che non passassero il portone per andare in campagna: che non andassero a fare guai dagli altri: e anchè avevano frutti è l'uva; pure i padroni erano contenti di noi che ci siamo stati per ben tanti anni: si pensava sempre di fare il bene: ma pure i bambini quando sono piccoli possono anche scappare...pure un mio bambino di .4. anni un giorno c'era il portone aperto che c'era tanta frutta: che se anche ammarciva non ne davano à nessuno: come pure o detto che il mio bambino di .4. anni si era provato à rampicarsi su ad una pianta di frutta ma che volete che possa rampiccarsi un bambino di .4. anni??? Il padrone là visto e l'ò strappò e le à rotto in mezzo alle gambine...Piangeva che non l'e dico, il padrone là preso in braccio me l'ò porta in casa che abitavo in una camera solo...l'ò butta sul letto, la preso per i cappelli e lo inzucca nel muro...E mi disse tuo figlio diventerà un ladro: mi sono messa à piangere; guai à dire staremo à vedere: con tanti figli se ti mandava via; non era facile à trovare casa anche se avevi voglia di lavorare; pure io lavoravo come salariata con mio marito, sempre questo padrone, rimanevano a casa quei bambini così piccoli; uno aveva .4. mesi, e uno di .5. anni che me li guardava era una vecchia; e anche grazie che c'era qualcquno che li guardava; un giorno vado a casa: sento il bambino che piange disperatamente: corsi à vedere era tutto sanguinato sua sorellina le aveva tirato via due unghie in una mano: lo fasiai: poi sono andata à lavorare; ditemi voi come una mamma può stare; pure tutte le mattine dèstate andavo à prendere l'erba". Se poi oltre che poveri si è anche giovani si è sottomessi a chi è più grande d'età. "Poi dove sono andata erano più poveri di mè, mà i miei genitori non erano d'accordo di scappare: che in pochi anni avevano fatto un po' di soldi, e miei genitori sentir dire la figlia del gastaldo di Lanzoni è scappata con il suo dipendente! Così povero che non aveva neanche da cambiarsi; e così incominciai là vita matrimoniale, ma non c'era là suocera eravamo in tre donne o ragazze; io .16. anni, l'altra .19. e l'altra .21. fra tutte e tre non sapevamo niente ò poco; ma la comandante era mia cognata più vecchia era stata la prima andare in quella casa; il secondo giorno che sono scappata mi anno messo quoca, con così poco da preparare, chè à casa mia non mi mancava niente...mi anno fatto pulire i vetri, sono andata fuori da l'altra parte; del vetro con la mano, pensate che vergogna! E à mettermi à fare da mangiare che à casa mia non ne facevo mai, perchè andavo in campagna con le donne che venivano à giornata: e mio frattello con gli uomini che erano anche più di .60. persone al tempo della mietitura...e così si andava in campagna; era la mia mamma che faceva il mangiare, come ragazzina...Potevo fare i letti, i piatti scopare, la sfoglia, che quella era come la polenta che non mancava mai! Mà trovandomi in una casa foresta, à mettermi subito a fare da mangiare: se c'era la suocera almeno ti poteva dare una guida!! Che brutto! io aspettavo un bambino che pure ero una bambina anch'io: giorno per giorno non stavo bene, mi ero tanto indebolita e mi addormentavo da per tutto, e dire di andare dal dottore, dà poco in quella casa, era quasi un disonore per il marito, un giorno mentre ero seduta à tavolo mi sono addormentata; mi sono andati i cappelli nel piatto della minestra: non mi anno chiamata, è venuto dentro il padrone, che aveva una camera li, con dentro mangiare per le mucche e altre cose: il padrone ha detto ma come è che quella! dorme invece di mangiare, si sono messi a ridere......lè à detto è meglio che la chiamate, invece di riderle dietro, se si è addormentata qualcosa avrà all'ora guai a dire al marito andare da soli: all'ora si trovava lavoro dà per tutto: mia cognata mi diceva non sai proprio niente: pensare mio marito così bravo, come poteva trovarsi: dopo tutto aveva preso una bambina...". Ma la povertà è una tara ereditaria che si trasmette di generazione in generazione. "Non avevano mai un soldo le mamme: neanche per comprare il lucido degli zoccoli: (Povera mamma) prendeva un pò di palia le bruciava: poi il bruciato lò metteva in un vaso da pomodori con un pò di olio dà carretto quello nero; l'ò mescolava quello era il lucido: e così tirava avanti, con dolori, lavori, sacrifici per aiutare noi figli". Essere poveri vuol dire anche fare un computo preciso delle poche cose che si hanno. "Avevamo solo: 25. lire e 25. chili di farina, 3 tovalie vecchie e un po di piatti vecchi anche l'oro, i mobili di all'ora erano della casa, la mia mamma mi aveva dato qual cosa, e anche grazie, che aveva due figli sposati in casa". La mortalità infantile è messa in conto e fatalmente accettata. "Io avevo .2. bambini da curare e impiegavo troppo tempo: poverini erano tanto piccoli: un giorno il più piccolo le venne delle convulsioni, ed ora che arrivò il Dottore era già morto: quella di mia cognata che la sua bambina li è venuto il morbillo, anche lei morì; in una settimana sono morte due bambine nella nostra famiglia. Ma pure c'era da reagire c'erano altri figli da qurare e così la vita è come un rastrello quello che si mucchia l'erba: che à forza di tirare un brutto giorno si rompe il manico e tutto à fine". Il tema della povertà è strettamente connesso a quello della sopravvivenza. Ecco allora lunghe liste di commestibili, quei pochi che ci si poteva procurare nella spesa, quelli che costituivano l'alimentazione quotidiana. "Si andava al mercato con .10. lire si faceva la spesa: si comperava .2. etti di lardo: .2. etti di olio, un limone .2. etti di zucchero un pò di verdura il sale; quella era la spesa: di .10. lire te ne rimaneva....il caffè era di orzo, più che altro si bruciava in casa; con un macinino apposta con un lungo manico, in fondo sembrava un vaso da pomodori: il latte lò prendeva mio marito nella paga del suo lavoro; così sembrava di stare un pò bene". Se allo scoppio della prima guerra mondiale era stato il padre a dover partire "Poi successe la guerra.....pensate là mia mamma: c'è rimasto solo noi figli: quelli un p'ò grandi à casa da scquola per prendere il posto del nostro papà, per mangiare: la zia non lè dava mai niente a mia mamma; che il mio papà lè davano un piccolo stipendio per noi figli, ma era la mia zia che lì andava à prenderli", allo scoppio della seconda il marito Anteo non viene richiamato "per fortuna mio marito non era andato in guerra, perchè andava via la classe del .4. e lui era del tre; quella classe non lanno chiamata". C'è però con la guerra il razionamento dei beni alimentari. "C'era la tessera nel pane; nell'olio: solo il pane anche nero; e come....non è mai mancato: il burro andava scomparendo per i poveri: io per avere un pochino di burro tenevo il latte un giorno per l'altro: poi si levava la panna: poi si metteva in un boccettino da due etti: e si faceva un pezzettino di burro grosso come una noce; il latte lo davo ai bambini con dentro un pò di caffè di orzo; le cose erano sempre più poche:.....all'ora abbiamo incominciato à prendere un litro di latte, e ne mettevo un bicchiere nella pentola della minestra, che il condimento era sempre più poco; poi venne l'obbligo del pane nero, se l'ò facevi un pò chiaro: lò davano ai vecchi del ricovero, e si faceva proprio con la crusca; che c'era poca farina, e anche razzionata; questo era tempo di guerra per il pane". Finita la guerra continuano i problemi come prima. Muore il padre di Clara. Si ammala gravemente una figlia piccola. "Una mia bambina li è venuto una febbre: chiamai il Dottore che era Arnaldo Fioretti: mi disse di portarla da uno specialista: ci volevano (10) lire, le ò detto S. Dottore io non ò soldi per pagare: le dico che non ti prenda niente che è un mio amico: ò messo la bambina nella cesta del pane: poi andai da quel dottore che era chiamato Mario Galucci, la visitò e disse che era una paralise infantile; mi mandai à mirandola a fare lè scosse; pure ci sono andata sempre in bicicletta: con la bambina nella cesta del pane; non camminava la bambina, e aveva .5. anni: quando veniva à casa la mettevo à letto: e andavo à lavorare li vicino, anche se facevo: un ora in un mattino; non sò come ò fatto: fare tutta quella vita!!! se non ci fosse il Signore, che ti dà la rassegnazione!!! Non saprei cosa farei!!! C'era mio figlio più grande chè la guardava ma c'era un altro fratellino: il più grande aveva solo .8. anni, era troppo piccolo per essere responsabile di tutte quelle cose; non sò darmi ragione come ò fatto fare tutta quella tragedia di vita! Che è proprio vero che Iddio ti dà il caldo ò il freddo secondo là forza che ai:!!!....E' così era un sacrificio continuo, mà! mà!! mà!!!". Successivamente si ammala un altro figlio, in un anno in cui anche il tempo è inclemente. "Mi era rimasto un figlio in casa lavoravamo noi tre; per potere fare migliore dei modi; ma pure i guai non mancavano mai; un giorno il figlio si ammalò e dovette andare in a l'ospedale di venezia: per .18. mesi: noi due lavorare di più per lavorare di più per aiutare quel figlio. chè chissà se poteva lavorare ancora: chè quell'anno sembrava l'anno della disperazione, prima il figlio à l'ospedale poi il formaggio è andato a male nel caseificio, le angurie nessuno li comperava; perchè il padrone voleva di più, di quanto lo volevano dare i compratori...così il primo talio sono ammarcite in campagna, eravamo disperati: sempre quell'anno li è venuto là tempesta, ò grandine; in più cosa c'era! C'era qualcosa di più importante di questo disasto: il figlio che doveva essere operato un rene: quindi il dispiacere di un figlio non c'è confronto! In più troppo lavoro; io e mio figlio marito lavorare lostesso; non c'era da dire mi è successo tanti guai e non lavoro!!! C'era da lavorare di più; io e mio marito portavamo à casa il fieno con un carretto e un mulo: ò io; ò lui sul carretto; Poi scaricarlo sul fienile di sera con la luce; dopo cena; erano solo quelli i nostri ordigni: un carretto, un mulo; il lavoro era da fare tutto à mano come pure ò detto, che il lavoro non era niente; difronte ad un figlio ammalato; che non c'era più speranza di niente...". Questo figlio sta meglio e vuole sposarsi. "In seguito il figlio settimana per settimana incominciai stare sempre più bene, si era trovato una ragazza e dopo un p'ò che stava abbastanza bene, pensò di sposarsi anche lui, ma il Dottore non era daccordo, si sposò lo stesso; non ci sono stati i pensieri come sposare gli altri .3. figli, qualcosa avevamo risparmiato in più, qualcosa c'era; la ragazza la conosevamo da sempre; era proprio di campagna, noi lè abbiamo detto tutto di nostro figlio, prima che si sposassero: guarda che ti prendi un uomo ammalato e lo devi mantenere tutta la vita; sei intempo se lò vuoi lasiare; perchè à parole è una cosa, à fatti è un altra: e si à risposto l'ò prendo se anche il giorno dopo muoio! Si sono sposati; e la nuora à preso il posto di suo marito, andava a taliare l'erba con la motosega: il figlio cominciò fare qual cosa sempre di più". Il miglioramento della situazione economica, i figli sistemati, la nascita di una nipotina, non possono che essere una parentesi di illusoria felicità. Anteo viene investito da una macchina e muore. "La nuora che ò in casa mi disse mi sento dei disturbi così, così lè ò detto per mè sono disturbi di gravidanza ed era vero, dopo .7. anni di matrimonio èra nato una bambina; mancava solo una bambina nella nostra casa poi c'era tutto; erano.....stati i più bei giorni della nostra vita ma contenti non ci si stà nessuno; siamo venuti abitare in piazza vicino à l'altro figlio, proprio la casa attaccata. ci sembrava essere più ricchi del mondo, ma come ò detto che contenti non ci stà nessuno! Mio marito andò fuori per andare un pò à spasso, era à piedi; arrivò una macchina à più non posso à mio marito le ando adosso: siamo andati a..a..a.. a l'ospedale di rianimazione à bologna ma la macchina non l'anno solo sfregiato, ma l'anno ammazato, pensare che situazione mi ero trovata; i figli andavano a lavorare e io à casa con la bimba dovevo restare: non si può pensare il piangere che ho fatto: la bambina aveva: .17. mesi. quando piangevo io: piangeva anche lei poverina: cercavo di non farmi vedere dalla bambina, quando piangevo: Ma quando il pianto viene! Viene e nessuno l'ò può fermare; prendevo la bambina andavo fuori di casa: poi avanti e in dietro. per delle ore; di tanto in tanto guardavo in casa se c'era qualchuno non ariverà mai, e poi mai!!". Clelia rimane con la nipotina, la madre va a lavorare. "Un giorno la Madre dell'asilo disse di tenerla à casa, perchè sempre piangeva, e così piangeva anche gli altri bambini; la Madre mi domando ma perchè sempre piange, io le ò detto che quando piango io, piange anche lei, lò sapevo che non era giusto che la bambina pianga perchè quando piango io ma il pianto quando viene Chi l'ò trattiene? Solo Iddio; pensare che di dolore non si muore, tinvecchi di più del normale, soffri la voglia di parlare se ne va, à poco à poco; poi la bambina in seguito l'ò portata al mare: scquola da tenis, in montagna, scquola di danza classica: un pò dà pertutto che imparasse stare con i bambini: le ò insegnato à scrivere, giocando con matite à colori: è carta e ne siamo contenti che è normale come tutte le bambine del mondo". Clelia è diventata bisnonna. E' tempo di bilanci. "Dove andranno à finire le lacrime d'amore! Chi l'ò sà! Chi lo sà!! Nessuno lo sà...Nessuno l'ò sà, Chissà cosa si vorrebbe scrivere per dire tutto quello che c'è dentro al cuore: non ci riesi neanche se scrivi tutta là vita; Poi forse i giovani non l'ò crederanno ma queste scritte sù à questo grande lenzuola, non è scritto di fantasia, ma di cose vissute, passate con tanti sacrifici: pochi soldi, meno dà cambiarsi: io andavo à fare certe faccende dai padroni, e mi davano qualche camicia rotta. O un paio di pantaloni vecchi, e come ero contenta. Li aggiustavo è come! Pure la mia vita l'ò quasi trascorsa, con tante brutte cose che non tornerei indietro", "All'ora si era come le pecore: si stava nel recinto: adesso anno troppo tutto: e noi che poco c'era non eravamo bestie! Eravamo persone per bene: con tanta voglia di lavorare e l'onestà era tutto pure siam stati sotto i padroni più di .50. anni quindi più della meta della vita e non e poco", "Quanti morti che anno fatto specialmente nelle fabbriche: perchè non veniamo a una conclusione senza fare morti..che pure si muore da soli, quando uno è morto tutto è finito: pensare che gli ospedali sono pieni di persone ammalate, e quanto fanno i professori, Dottori, Infermieri, quanto fanno per farli guarire, non si può morire come un cane; che provare che muoia uno della tua famiglia è tanto tanto brutto solo chi lò prova può giudicare che à mè, mi anno ucciso mio marito....Pensare che non lò vedrò mai più: non dormo; sempre occhi aperti aspetto ciò, chè non avverrà mai, e poi mai!!! Meglio non pensare che ti possa mancare in casa la persona più importante della mia vita, il quale mio marito, che pure sono una vite senza l'albero!!! Chissà cosa si prova per il suo famigliare: non nè parliamone più Solo Iddio ti dà là forza di non morire: C'è sempre da tornare in dietro con la testa, che le tristezze non si scordano mai!", "Leggetelo pure quello che c è scritto su questo: Libro Lenzuolo anche se è scritto male; l'ò scritto di notte come o detto: non dormo: e non che mi viene in mente tante cose della mia, ò nostra vita le scrivo: certo che per tante che ne scrivi ne rimane in dietro: ma cosa serva a scrivere se nessuno li guarda, ò li legge; pure sono vere queste scritte che pure è già tanto che ò cominciato à scriverle dopo la morte di mio marito: che è morto nel .1972: quindi il mio dolore ò qui sù à questo Librolenzuolo mà!!! Al squillare della svelia: apro gli occhi guardo fuori dalla finestra vedo solo il cielo grigio: vedo una luce, bassa, bassa, che mi rappresenta, una giornata come tutte lè altre, facendomi una smorfia; Innizio la mia giornata con il solito tran tran: sempre invecchiando: sono molto triste, non mi sento di fare niente, non avrei mai pensato; mi faccio il caffè di fretta...Come quando ero giovane: all'ora c'era un motivo dovevi andare à lavorare altrove, ma adesso che senso à, che sei in casa da sola à lavorare? E' solo che sono tanto abituata à lavorare, che ò sempre paura di fare tardi, anche nelle faccende di casa: ma pur troppo bisogna mantenere la calma, ma si è abituato così, e non è facile à cambiare", "Alla mia età, cosa mi aspetta....se non la morte?! Poi che serve essere sempre in ansia; l'ansia impedise di vedere là more, non sonomai stata felice ò poco e anche sono anziana non posso sperare più niente dalla vita, sono sempre in ansia perchè??? perchè ne ò passato di tutti i colori, di ogni erbe un fascino: essere felici non è facile, mi sento molto vecchia, ò vissuto sempre in campagna, la mia vita è stata tanto faticosa; e dura; con mio marito ci siamo tanto amati, sono rimasta vedova quasi all'improvviso, mi sento vuota, finita, inutile passo le mie giornate a piangere, non l'avrei mai pensato, che dopo .50. anni di matrimonio separarci così, tutte le mie tristezze le scrivo di notte, che poco dormo, come un essere umano quando à dei dispiaceri....la notte è l'ora della solitudine: il momento della verità, e il momento: ò l'ora dei ricordi chi non à dolori non possono comprendere certe cose", "Essere tristi non è difficile; ma non mè nè importa se là tristezza è sempre stata in mia compagnia; però in fondo in fondo: ò tante soddisfazioni: mi dicono che sono strana, pure anche la verità che quella non mi manca mai, vorrei certe cose che quelle non l'è avrei mai!!! Mai vorrei che mi parlasse certe persone.....che mi dicessero almeno ciao. qualunque persona siano; bambini, ragazzi, studdiati: che mi sapessero dire almeno ciao!!! quasi mi viene l'idea di dire: sarà stata la mia tristezza che m'à dato là forza di scrivere tante cose senza essere stanca anche che scrivo male!", "Creserà la mia tristezza come creserà la mia voglia di scrivere: scrivere tutto il mio passato che pure ne ò scritte anche poche simpatiche!", "Solo che mi dispiace à morire: per non essere stata capita da certe persone che mi credevo: e non mi anno umiliato senza merito: che io mi ritengo per il mio onore!! la mia gentilezza il mio rispetto! ", "Quanto che c'è da subire prima di morire: Però non è giusto diciamolo pure; che si debba tanto soffrire: che ò fatto? Più che bene...però chi avrà l'ocasione di leggere i miei libri, solo all'ora sapprano capire: chi eravamo noi due genitori: Che abbiamo solo sofferto, tribolato e tanto amato!?!?!?!".
       
Che tipo di scrittrice è Clelia Marchi? Non si può non ammettere che ad un certo punto, pur con tutte le sgrammaticature che rendono la sua scrittura faticosa, necessaria proprio di una parafrasi, la poesia   emerge imperiosa.
Un trauma connesso ad un'esperienza di morte da cui si rinasce diversi è ciò che è accaduto (come ad altri scrittori ed artisti) alla contadina semianalfabeta di Poggio Rusco in provincia di Mantova Clelia Marchi. La quale, dopo la morte del marito Anteo, investito da un'automobile, si ritrovò sola, con l'incoercibile - lei illetterata - urgenza di scrivere la sua vita. E la scrisse sul talamo nuziale, ormai diventato vuoto. E' il lenzuolo di Clelia, ora conservato al Museo del Diario di Pieve Santo Stefano.    
Pier Paolo Pasolini, recensendo "Letteratura e classi subalterne" di Ferdinando Camon, traccia una casistica delle possibilità che si presentano allo scrittore popolare. "Quando uno scrittore "subalterno" decide di "scrivere" - attraverso una "mozione" (come dice Camon) che è sempre, per sua natura, inaugurale - ha davanti a sè infinite prospettive, e dentro di sè infinite possibilità. Può avere studiato molto, poco o addirittura niente. Può proporsi come "scrittore" a lettori suoi pari oppure ambire ad avere come destinatari (inconsciamente "adulati") i ricchi e gli istruiti ecc. Il caso più noto e diffuso, ma non più tipico, è lo scrittore "naif" (ne ho parlato, a proposito di Avventure di guerra e di pace di Francesco De Gaetano). Il "naif" si autopromuove scrittore in una situazione di ancillarità rispetto a una cultura ufficiale di cui egli non conosce che l'esistenza. Questo implica un assoggettamento a quella figura aprioristica che la classe dominante ha e vuol continuare ad avere di lui. Che è una "figura comica". Ne consegue una volontaria attenuazione dei caratteri irriducibili di una persona che viva la cultura, "altra" e profondamente "estranea", della classe sociale dominata. Ma ci sono anche altri scrittori "popolari" che non sono precisamente dei "naifs". Per esempio, coloro che hanno scritto su suggerimento (di qualche prete, di qualche sociologo). E' il caso degli scrittori della "leggera" (cioè del sottoproletariato dell'Italia del Nord) di cui si occupa Camon, analizzando un libro uscito alcuni anni fa, Autobiografie della leggera a cura di Danilo Montaldi. Scrittori di questo genere sono per così dire "trascritti" o, meglio, "registrati". E' un'operazione che ho fatto io stesso nel mio primo romanzo, Il sogno di una cosa (in un capitolo nel quale un contadino friulano emigrato in Svizzera racconta, in prima persona, la sua avventura); è un'operazione che ha fatto Danilo Dolci, raccogliendo delle biografie di contadini siciliani; ed è un'operazione, infine, che ha fatto Dacia Maraini, con calvinistico puntiglio, nelle bellissime Memorie di una ladra. In questo caso il narratore pur avendo lo "stile" di un "naif", non ne ha però neanche un po' la tendenza eufemistica, il timore reverenziale, l'autolimitazione. Egli racconta, e poichè per lui (per essere spicci) nomina sunt res, il suo carattere trasborda nella vita restituendone senza fatica "datità" lancinanti".
Clelia non rientra in nessuno di questi "tipi". Non è afflitta da un complesso di inferiorità verso la cultura ufficiale, non è eterodiretta da un suggeritore, non è comica perchè naif. Sembra invece essere in preda ad un'urgenza esistenziale a scrivere, a non tralasciare nessuna verità di sè. Semmai la sua ambizione sembra essere quella di dar vita ad un poema (con tanto di proemio) che sia tutta la sua vita, scandita in abitudini, uniformità, lunghe durate ma anche in episodi salienti, illusioni, disillusioni che sfociano in tragedie. Clelia senz'altro vuole scrivere in stile un poema in prosa, senza avere pietre di paragone, ed è costretta a misurarsi con l'incertezza della sua grammatica, che reinventa intuitivamente senza riuscire ad essere sempre costante. Solo alla fine, negli ultimi capitoli, come rompendo una remora che l'ha fino ad allora trattenuta, libera il flusso del dialetto. Quì il testo, se prima era difficoltoso, necessario di un'amorevole parafrasi, diventa almeno a chi non è lombardo del tutto incomprensibile, e bisogna arrendersi ad una singhiozzante inesprimibile lingua del cuore. 



(Carlo Verducci)







Clelia Marchi, Gnanca na busia, il Saggiatore, 2012 [ * ]





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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/10/2014 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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