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IL BUIO E LA PAROLA
post pubblicato in De Nichilo, Adriana, il 9 maggio 2014


 
«...io gli chiedevo "e chi è Dio?" e lui rispondeva che "Dio è la parola, cioè è uno che parla" ed io gli dicevo che "pure tu parli, papà". Ma lui diceva che "no, Dio è uno bravo, è uno che parla davvero".
Mio padre diceva che "all'inizio ci stava solo il buio. Nel buio ci stava Dio e suo figlio che si chiama Gesucristo, una specie di Dio pure lui. Ma nel buio Gesucristo ci ha paura. Perchè il buio fa paura. E si può morire per la paura del buio.
Così Dio dice luce e si accende la luce. Ma non è una luce vera, è solo per finta. E' solo la parola di Dio, gli serve per fare passare la paura a suo figlio. E infatti adesso quel figlio ha ripreso coraggio. 
Così Dio dice anche mare e cielo e compare il cielo con tutti gli uccelli e il mare coi pesci. E Gesucristo si fa il bagno nel mare e caccia gli uccelli del cielo. Intanto Dio dice pecora, vacca e cavallo e pronuncia ogni altra parola che significa un pezzo diverso dell'immenso creato. E le pecore, le vacche e i cavalli, [...] e tutto il resto del creato si dispongono davanti agli occhi di Gesucristo. Davanti ai suoi occhi sembra tutto vero. Ma non è mica vero che è vero.
E' soltanto la parola di Dio, so' le parole che glielo fanno vedere, ma intanto gli è passata la paura.
Poi Dio dice uomo e donna e in mezzo al creato ci mette pure l'uomo e la donna. E Gesucristo si appassiona alla storia di questi due poveri cristi che gli assomigliano tanto. Si guarda la vita loro che passa in fretta in mezzo a tutto il creato. Alla fine li vede morire. Gli viene pietà e gli dice a suo padre che "è troppo crudele che pure la vita di questi poveracci è una vita che non è vera davvero. E' triste che pure 'sti disgraziati so' soltanto parole". Così Dio prende quei morti per finta e si mette a crearli. Mo' che so' morti sono diventati veri davvero, so' veramente morti. Ma solo loro sono veri davvero» [ * ].
La paura di Cristo per il buio diventa per Ascanio Celestini la giustificazione della creazione da parte di Dio che vuole così lenire le angosce del figlio. E, contestualmente, dare prova della sua potenza. Ma Dio pronuncia solo delle parole e quel mondo è fittizio, è un universo verbale che non regge la prova della morte, un dizionario animato e fasullo che serve solo a lenire la paura, un vocabolario che diviene concreto solo quando si estingue...   
In molti casi la storia ha dimostrato che le parole sono utili per tacitare e strumentalizzare la paura. Dare un nome alle cose è una forma di dominio delle angosce più primordiali.  
Anche i "pazzi" che sono chiusi nel "manicomio elettrico", in cui si pratica in maniera massiccia l'elettroshock che fa risplendere come una lampadina o una lucciola il cervello dei pazienti perfino dopo la morte, hanno paura del buio. Sono poveri cristi. Anche Nicola, il protagonista sdoppiato dell'affabulazione di Celestini, ha paura del buio. E' chiuso lì da trentacinque anni e per lui il manicomio è un condominio, un supermercato perchè in fondo non è chiaro se i "veri" pazzi siano quelli chiusi nel manicomio per la loro primordiale paura del buio o quelli che stanno fuori, nei condomini, nei supermercati, figli consumistici degli anni Sessanta, dei "favolosi anni Sessanta".  
L'apologo di Celestini spinge a riflettere sulla paura ancestrale, ad esempio quella del buio, che attanaglia gli uomini e porta a distinguerli in due categorie: i "sani" e i "pazzi". Già Pascal diceva che ci sono due follie: "quella di escludere la ragione e quella di non ammettere che essa" [ * ]. E Dante muove i primi passi alla ricerca di Dio e della salvezza a partire da una selva oscura in cui si precipita perchè la diritta via è "smarrita", ma oscura anche perchè impedisce di riconoscere la "diritta via". Così nel II Canto dell'Inferno Dante è colto dal dubbio, ovvero dalla paura, nel momento in cui si accinge a fare il suo "viaggio", perchè consapevole di non essere nè Enea nè Paolo. Virgilio, la Ragione umana, lo spronerà a proseguire nella sua ricerca. 
E' ardito cogliere una parentela tra Nicola, il protagonista sdoppiato della Pecora nera di Celestini e Dante Alighieri, ma il parallelo, confortato dalla citazione escatologica iniziale, vuole porre in luce il nodo essenziale delle due, pur tanto diverse, riflessioni: il groviglio delle umane paure.
Per Carlo Mongardini "la paura è forse la più primitiva e la più incontrollabile delle emozioni. Essa può fare riferimento ad un pericolo reale o immaginario, imminente o possibile, suscitare uno stato di allarme o generare comportamenti di lotta o di fuga" [ * ]. Per Mongardini la paura è una molla fondamentale della vita associata e, quindi, del potere che su di essa fa leva, specialmente in un'epoca priva di certezze e di punti di riferimento come quella contemporanea che sul timore primordiale specula per sopprimere le garanzie democratiche ed imporre una subdola, ma non per questo meno tirannica, forma di totalitarismo. 
La paura può assumere le connotazioni più varie: paura della morte, della malattia, della povertà, dell'emarginazione, della solitudine, dell'assenza. Così si presenta nelle parole di Emily Dickinson [ * ]:

Ho vissuto di paura - 
Per coloro che conoscono
la sfida nel pericolo
qualsiasi altro - stimolo -
è di energia e di sangue - vuoto -
Come uno sprone piantato nell'anima
la spingerà la paura
là dove avanzare senza al fianco uno spettro
sarebbe un disperato gesto di sfida.
(1863)

Con estrema lucidità la poetessa americana individua nella paura uno stimolo potentissimo, indica in essa la forma sublime di sfida, ardua da affrontare in solitudine, anche se in ausilio potrebbe solo intervenire "uno spettro", vacuo ed evanescente, quindi inutile. La paura sprona poderosamente la sua anima lucida e sgomenta, fragile e forte nell'affrontare le prove dell'esistenza. Parole robuste e trepidanti, come di consueto nella sua singolare voce poetica.  

Saper gestire la paura diviene un'arma terribile di potere nelle mani di chi aspira al dominio. Ne erano consci, pur nella diversità delle interpretazioni, Hobbes, Spinoza, Montesquieu, Nietzsche e Freud. Più recentemente, per Ferrero la paura è "il male primordiale", "l'anima dell'universo vivente" [ * ]. "L'uomo è l'animale che fa paura a sè stesso" che porta in sè il terrore della morte e la coscienza della terribile capacità che egli ha di fabbricare strumenti che direttamente o indirettamente possono distruggere la vita" [ * ].
Ed allora chi riesce a sfruttare la paura, a gestirla, a servirsene per dominare la società, ne diviene l'arbitro ed il controllore, entra nei ranghi, per dirla con Pascal, di coloro che non ammettono che la ragione...essi stessi folli, ma dotati del potere di relegare in un "manicomio elettrico" coloro che quella paura non riescono a sublimare, quelli che per Celestini sono "i santi" ovvero gli innocenti, ma anche arbitri di tutti coloro che credono che il mondo sia un immenso condominio, uno sconfinato supermercato dove, comprando, tutto sia a portata di mano, sempre accessibile, perchè nati nei "favolosi anni Sessanta". 
Ascanio Celestini col suo Nicola - "pecora nera" - ci prende per mano e ci porta a riflettere sui meccanismi selettivi della società. Colla sua martellante iterazione di formule, stilema onnipresente in ogni sua opera e marchio di fabbrica del suo immaginario, l'autore romano ostinatamente ribadisce il suo monito sul cristallizzarsi dei convincimenti, sulla stereotipizzazione delle convenzioni, sull'incancrenirsi dei pregiudizi che possono portare ad essere definiti "scemi di guerra" [ * ] o "pecore nere" perchè apparentemente ci si è persi nel nonsense, ci si è scollati dalla realtà, mentre proprio da questa alienazione affiora un'illuminante, profonda conoscenza della condizione umana, persa in un più generale nonsense, in un'assenza di certezze, di "eroismo", sia che ci si aggiri per un cimiteriale quartiere San Lorenzo bombardato, sia che ci si muova tra gli ordinati scaffali di un ben fornito supermarket. La paura del buio non è eliminabile. E' però possibile prendere coscienza di essa. La parola può forse dare un nome agli incubi primordiali annidati in ognuno di noi, perchè assumano un corpo e un volto, consentendoci di snidarli dalle pieghe oscure dell'inconscio e di renderli meno offensivi.



(Adriana de Nichilo)








(apparso su Poliscritture, n. 10, dicembre 2013)



 

 

 


Adriana de Nichilo, in memoria
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