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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
A LITERATURE OF PLACE
post pubblicato in Lopez, Barry, il 5 dicembre 2013



Trovo questo articolo di Barry Lopez stranamente avvincente per la sua proprietà di far capire quale dovrebbe essere il rapporto giusto con l’ambiente che ci circonda e, in questo caso particolare, quello con cui abbiamo un’affinità geografica sedimentata nel tempo. Quando ci dice che “gli indigeni tendono ad occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono” ci rende consapevoli della scissione in cui viviamo: noi abbiamo espropriato “l’altro” dallo spazio che abitiamo e così facendo siamo diventati padroni di un universo virtuale che ci rende infelici.

Anna Maria Robustelli


Negli Stati Uniti in anni recenti, un tipo di scrittura chiamata più o meno “nature writing” o “landscape writing” ha cominciato a ricevere attenzione critica, portando alcuni a supporre che questo è un tipo di lavoro relativamente nuovo. In realtà, scrivere di questo tipo di letteratura prende in considerazione che l’impatto che natura e luogo hanno sulla cultura è uno degli argomenti più vecchi – e forse più singolari – della letteratura americana. Herman Melville in Moby Dick, Henry David Thoreau, naturalmente, e romanzieri come Willa Cather, John Steinbeck e William Faulkner vengono in mente subito e, più recentemente, Peter Matthiessen, Wendell Berry, Wallace Stegner, e i poeti W. S. Merwin, Amy Clampitt e Gary Snyder.
Se c’è qualcosa di diverso in questa area della scrittura nordamericana – e io credo che ci sia – è il tono speranzoso che spesso colpisce in un’epoca di distacco cinico e il punto di vista dichiaratamente scettico sul progresso tecnologico e persino sul capitalismo.
Il vero argomento d’attualità del nature writing, penso, non è la natura ma la struttura in via d’evoluzione delle comunità da cui la natura è stata rimossa, spesso come conseguenza dello sviluppo economico moderno. (Un convegno recente alla Library of Congress di Washington, “Watershed: Writers, Nature and Community,” si è concentrato su questo tipo di scrittura. E’ stato il convegno letterario più grande mai tenuto nella Biblioteca. Gli sponsors, oltre alla Biblioteca, sono stati il Poeta Laureato Robert Hass e The Orion Society of Great Barrington, Massachusetts.) Si tratta di scrittura che ha a che vedere inoltre con il destino biologico e spirituale di quelle comunità. Ipotizza anche che il destino dell’umanità e della natura siano inseparabili. Nature writing negli Stati Uniti si mescola qui, penso, con altri tipi di scrittura post-coloniale, particolarmente quella trovata nei paesi del Commonwealth. In diversi saggi nature writing tratta il problema del collasso spirituale in Occidente, e come le letterature post-coloniali è in cerca di un’identità umana moderna che si trova al di là del nazionalismo e della ricchezza materiale.
Questo è un argomento enorme, per non dire ingombrante, e diversi scrittori lo trattano in modi molto diversi. La lotta classica degli scrittori per separare la verità e l’illusione, per distinguere tra strade per il cielo e deviazioni per l’inferno conosce solo la continuazione, non la fine o la soluzione. Ma io ora colgo collettivamente nello scrivere negli Stati Uniti l’emergere di una preoccupazione per il mondo fuori del sé. E’ come se qualcuno avesse aperto la porta a una stanza che sa di rinchiuso e dove si è studiato troppo e ci avesse mostrato un grande orizzonte dove una volta c’erano state solo pareti.
Voglio concentrarmi su un aspetto singolo di questo fenomeno – la geografia – ma nel farlo spero di attenermi a una linea di pensiero più estesa. Voglio parlare della geografia come una forza modellante, non una materia. Un altro modo in cui i critici descrivono nature writing è di chiamarlo “the literature of place.” Un ambiente specifico e particolare per l’esperienza e gli sforzi umani è, infatti, centrale al lavoro di molti scrittori della natura. Direi che il senso del luogo è anche critico nei confronti dello sviluppo di un senso di moralità e d’identità umana.
Dopo aver dato l’avvio ad alcuni pensieri sul luogo, vorrei dire qualcosa su me stesso come uno scrittore che ritorna continuamente alla geografia, come gli scrittori di un’altra generazione una volta ritornavano ripetutamente a Freud e alla psicoanalisi. Credo che l’immaginazione umana è foggiata dalle architetture che incontra in uno stadio precoce. Il paesaggio visivo, naturalmente, o la profondità, l’altezza e le tinte di un paesaggio cittadino giocano una parte qui, come fa il modo in cui la luce del sole dappertutto incide linee per accentuare le forme. Ma il modo in cui immaginiamo è anche influenzato dalle correnti di profumi che fluiscono deboli o vivide negli oceani più grandi dell’aria; da quello che il compositore John Luther Adams chiama il paesaggio sonoro e dalla consapevolezza di come la temperatura e l’umidità salgono e scendono in un luogo nell’arco di un anno.
La mia immaginazione è stata foggiata dalla natura esotica dell’acqua in una valle secca della California; dal suono del vento nelle volte degli eucalyptus; dalla sensazione tattile della terra lucente, trasformata in solchi da un aratro polivomere; da banchi di nuvole color zafferano, mogano e scarlatto ammucchiate al di sopra di un campo di erba medica al crepuscolo; dall’incontrare il muschio in fioriture arancione sull’orlo di un orto; dai postumi di una tempesta del Pacifico che si è infranta su una spiaggia calda e piatta.
Aggiunte allo stimolo di queste sensazioni vi erano la consapevolezza e la vastità del cielo e la consapevolezza della geometria e della forza del vento. Ambedue le percezioni si sono sviluppate direttamente dai miei sforzi di allevare piccioni e dal timore reverenziale che ho provato davanti a loro mentre si destreggiavano nell’aria. Mi hanno dato in maniera permanente il senso della componente verticale della vita. Sono diventato intimo con gli elementi di quel particolare universo. Mi hanno foggiato, e io ritorno a loro regolarmente nei saggi e nelle storie per chiarire o spiegare astrazioni o per mettere in evidenza contrasti. Trovo la miriade di relazioni in quell’universo confortanti, e capaci di dare forma a una “coerenza” di cui una volta ero parte.
Se dovessi cercare di spiegare il processo per diventare uno scrittore, potrei cominciare dicendo che l’intimità confortante che ho conosciuto in quella valle della California ha fatto sorgere in me un tipo di storia che ho voluto raccontare, un modello che ho voluto invocare in modi innumerevoli. E aggiungerei a questo le due cose che sono state più di tutto magiche per me da ragazzo: gli animali e il linguaggio. E’ facile vedere perché gli animali potrebbero sembrare magici. I ragni e gli uccelli sono condizionati in modo diverso da noi dalla gravità. Molte creature selvatiche viaggiano infallibilmente attraverso l’oscurità. E gli animali rispondono regolarmente a ciò che noi, persino nei momenti di massima attenzione, non possiamo discernere.
 E’ più difficile dire perché il linguaggio mi sia sembrato magico, ma posso essere preciso riguardo a ciò. Il primo libro che ho letto è stato Le avventure di Tom Sawyer. Sottolineate in esso a penna sono le prime parole che sapevo riconoscere: the, a, stop, to go, to see. Posso prendere in mano il libro oggi e ricordare i primi sentimenti come una detonazione lenta e silenziosa: parole che ho sentito pronunciare dalle persone ero ora in grado di percepire come segni su una pagina. Io stesso stavo imparando a scrivere questi stessi segni sulla carta a righe. Sembrava meraviglioso e misterioso come un rapido stormo di piccioni che sfruttano il vento invisibile.
 Posso vedere la mia vita prefigurata in quei due tipi di magia: le misteriose vite di creature diverse da me (e, più tardi, di culture diverse dalla mia) e i desideri abbinati di andare, di vedere. Sono diventato uno scrittore che viaggia e uno che si concentra più di tutto, per essere succinti, su ciò che i positivisti logici mettono da parte.
I miei viaggi sono spesso in posti remoti – l’Antartide, il deserto di Tanami nell’Australia centrale, il Kenya del nord. In questi posti dipendo dalle mie facoltà mentali e dalle mie risorse ma conto molto e altrettanto spesso sulle conoscenze degli interpreti: archeologi, scienziati sul campo, antropologi. Tra queste persone che aiutano pongo in alto grado gli indigeni, e posso rapidamente darvi tre ragioni per la mia dipendenza dalle loro intuizioni. Di regola, gli indigeni danno molta meno attenzione alle sfumature nel mondo fisico. Essi vedono di più, e dalla scarsezza di indizi, osservati nella loro completezza, possono dedurre di più. In secondo luogo, la loro storia in un luogo, sia tribale che personale, è tipicamente profonda. Queste storie creano una dimensione temporale in quello che è altrimenti solo un paesaggio spaziale. In terzo luogo, gli indigeni tendono a occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono.
Con il tempo sono arrivato a pensare a queste tre qualità – attenzione intima; un rapporto con il luogo intessuto di storie piuttosto che la consapevolezza di esso puramente sensoriale; e vivere in un qualche tipo di unità etica con un luogo – come difesa fondamentale e umana contro la solitudine. Se siete intimi con un luogo, un luogo di cui conoscete la storia, e stabilite una conversazione etica con esso, l’implicazione che segue è questa: il luogo sa che voi siete là. Vi sente. Non sarete dimenticato, tagliato fuori, abbandonato.
Come scrittore voglio chiedermi: come puoi ottenere questo? Come puoi occupare un luogo e fare in modo che lui occupi te? Come puoi trovare una tale reciprocità? La chiave, penso, è diventare vulnerabile a un luogo. Se tu ti apri, puoi costruire intimità. Da questa intimità ne verrà un senso di appartenenza, il senso di non essere isolato nell’universo.
La mia domanda – come garantire questo – non è oziosa. Voglio essere concreto su come veramente entrare in una geografia locale. (Spesso sogniamo ad occhi aperti, penso, sul fatto di entrare in paesaggi dell’infanzia che scacciano la nostra ansia. Corteggiamo questi sentimenti per alcuni momenti in un parco talvolta o durante un pomeriggio nei boschi.) Mantenendoci semplici e pratici, il mio primo suggerimento sarebbe di rimanere in silenzio. Mettete da parte il libro degli uccelli, un forma mentis analitica, qualsiasi pulsione a identificarvi, e sedetevi senza muovervi. Concentratevi invece sul sentire un luogo, o usate il senso della percezione di sé. Dove in questo volume di spazio siete situati? Quello che è sparso dietro di voi è importante tanto quanto ciò che vedete davanti a voi. Ciò che giace sotto di voi è importante quanto ciò che sta sull’orizzonte. Usate attivamente le vostre orecchie per immaginare lo spazio acustico che occupate. Come si ramificano i canti degli uccelli qui? Attraverso quale aria si stanno muovendo? Concentratevi sugli odori nella fiducia che possiate odorare acqua e pietra. Usate le vostre mani per cogliere la parte principale e il carattere di un luogo – la forza di tensione in un ramo di salice, l’umidità in un pizzico di suolo, la diversa peluria delle foglie. Aprite la linea verticale di questo luogo indirizzando in modo consapevole il colore e la forma del cielo a quello che vedete sul terreno. Guardate lontano da ciò che volete indagare per ottenere il senso della scala e della proporzione. Siate cauti nei confronti di qualsiasi ovvia spiegazione dell’esistenza di un colore o di un movimento. Coltivate il senso della complessità, il senso che un altro paesaggio esiste al di là di quello che voi sottoponete ad analisi.
Lo scopo di questa attenzione è ottenere intimità, liberarsi dalla presunzione. Dovrebbe essere come una conversazione con qualcuno dal quale siete attratti, una persona che non volete mandare via tenendo se stessi in troppa considerazione. Questa conversazione, naturalmente, può aver luogo simultaneamente su vari livelli. Ed essi possono facilmente essere spinti da più che la mera curiosità. Il desiderio dominante, come nella conversazione umana, può essere per un rapporto che nutre e che informa. Un modo succinto di descrivere la forma mentis che si dovrebbe avere con un paesaggio è dire che poggia sulla distinzione tra imporre e proporre i propri punti di vista. Con una sincera proposta sperate di realizzare un rapporto intimo, reciproco che vi nutrirà in qualche modo. Imporre i vostri punti di vista sin dall’inizio è troncare una tale possibilità, precludere la comprensione. Molti di noi, penso, desiderano diventare compagni di un luogo, non l’organismo di controllo pubblico, né il suo proprietario. E questo mi porta a chiudere. Forse vi chiedete, come faccio io, perché negli ultimissimi decenni la gente nei paesi occidentali è diventata tanto ansiosa per il destino della terra allo stato primitivo e preoccupata di perdere l’intelligenza della gente che ha mantenuto rapporti intimi con quei posti. Non so dove tutto il vostro pensare vi ha portato, ma credo che questa curiosità sui buoni rapporti con una particolare estensione di terra è direttamente correlato all’ipotesi che può essere più importante per la sopravvivenza umana ora essere innamorati che essere in una posizione di potere. Può essere più importante ora entrare in un rapporto etico e reciproco con tutto quello che sta intorno a noi piuttosto che continuare a lavorare verso un tipo di controllo del mondo fisico verso il quale, fino a poco tempo fa, abbiamo aspirato.
La semplice questione della nostra plausibilità biologica, la nostra possibilità di sopravvivenza biologica, è diventata una domanda così precaria, così fondamentale, che trovare una via di uscita dalla situazione difficile - … - è imperativo. Fa appello alle nostre immaginazioni collettive con una urgenza che non abbiamo mai conosciuto prima. Abbiamo bisogno non solo di un altro tipo di logica, un altro tipo di conoscenza, ma di una sensibilità filosofica radicalmente diversa.
Quando ero un ragazzo, che correva attraverso i boschetti di aranci nella California meridionale, osserva il vento turbinare in un boschetto di eucalipto blu e nuotava beatamente nella schiuma dei frangenti del Pacifico, non avevo pensieri come questi imperativi. Ero contento di osservare una coppia di piccioni volare attraverso un cielo azzurro, ruotare su un’asse che fino ad oggi non penso potrei disegnare. Il mio conforto, il mio senso di inclusione nel piccolo universo che abitavo, veniva dall’apprezzare e partecipare di tutto quello che vedevo, odoravo, gustavo e udivo. Quel senso di inclusione non solo alleviava il mio senso di solitudine come bambino ma confermava anche la mia immaginazione. Ed è quella singola cosa, il potere della immaginazione umana di estrapolare da una strana manciata di cose – un lieve movimento in una macchia di alberi, un battito di vento, il freddo umido delle pietre dei campi di notte – di ricavare da tutto questo un modello – l’abilità umana di fare una storia, che hanno fissato in me un senso di speranza.

traduzione di Anna Maria Robustelli







(Barry Lopez)
 

Barry Lopez è uno scrittore e saggista che si è specializzato in scritti di storia naturale. E’ l’autore di diversi volumi di racconti, inclusa la trilogia Desert Notes/ River Notes/ Field Notes, come pure opere di non fiction come Of Wolves and Men e il libro che ha vinto il National Book Award Arctic Dreams. Vive lungo un fiume nella parte rurale dell’Oregon.




(apparso su American Studies Journal, Number 40, Summer 1997) [ * ] [ * ]


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