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TERRA VERGINE
post pubblicato in D'Annunzio, Gabriele, il 5 agosto 2013



Nel racconto “Cincinnato”, contenuto nella raccolta "Terra vergine", il primo libro pubblicato da D'Annunzio nel 1882, lo scrittore giovanissimo compare come personaggio. Egli fa amicizia col matto del paese, Cincinnato. Quest'ultimo sembra perso dietro qualche sua problematica interiore fuori controllo. Se ne esce spesso in frasi frammentarie che sono quasi un'eco allucinata della realtà. “[...] Voltò il capo dall'altra parte, verso le barche. - La vela!... - disse pensieroso – Sono due: una sopra e una sotto, nell'acqua...”, “I passeri volarono via come saette. - Vola! Vola! - esclamava egli seguendoli con l'occhio nel cielo di perla e ridendo forte. - Vola! Vola!...”, “Una foglia di papavero cadde nel fiume. La seguì con lo sguardo fin che potè. - Quella va lontano lontano lontano!... - disse malinconicamente […] ”.
Ma Cincinnato non è altro che un fauno, una creatura ferina e deforme di una realtà integralmente naturale in cui il tredicenne D'Annunzio è immerso, senza alcuna crepa. Le descrizioni naturali della marina pescarese appaiono incredibili come solo un adolescente può farle, in un mondo naturale follemente immacolato, che ormai solo una sfrenata nostalgia può cogliere. “Una sera di sabato stavo solo sul ponte a veder rientrar le barche pescherecce. Era un magnifico tramonto di luglio, pieno di nuvole scarlatte e dorate; il fiume verso il mare aveva dei lampeggiamenti e dei tremoli vivissimi; dalla parte dei colli le rive lo facevano verde gettandovi entro i loro alberi: selvette di canne, mucchi di giunchi, tende di pioppi altissimi le cui cime parevano dormire nell'aria infocata. Le barche si avanzavano alla foce lentamente con le grandi vele arance, rosse, a strisce, a rabeschi neri; due erano già ancorate e scaricavano la pesca; giungevano a buffi un vocio di marinai e un odor fresco di scoglio”, “Si voltò dalla parte opposta dove il cielo era diventato di berillo, purissimo”, “Un'altra volta, sugli ultimi di agosto, stavamo seduti tutti e due in fondo al viale, e il sole era già morto dietro i monti. Per la vasta campagna addormentata si sentivano a tratti delle voci lontane lontane, dei rumori indistinti; verso il mare si stendeva il lembo cupo della pineta; la luna color di rame saliva nel cielo fra le nubi fantastiche, lentamente”, ”Il sole tramontava limpidamente dietro i monti; il fiume era pieno di riflessi”, “Un bel pomeriggio di settembre andammo al mare. L'acqua infinita d'un azzurro carico staccava magnificamente sull'orizzonte opalino aggraziato da un po' di lacca; le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie. Poi dietro a noi e lungo la riva le dune fulve; poi, in fondo, la macchia glauca del saliceto”.
Ma è Cincinnato ad essere insicuro di questa integrità naturale, ad inserire degli spasimi di riflessione, proprio nelle ripetizioni con cui ha bisogno quasi di certificare una natura che teme possa svanire. “I papaveri sono rossi e stanno in mezzo al grano giallo, lì nel campo; e io li ho visti, e li ho presi, e te li ho portati, e tu hai detto: Belli !...E Cincinnato li ha presi nel campo...e c'era il sole, c'era...come il foco...” “La luna!...Ha gli occhi e il naso e la bocca come un cristiano; e ci guarda, e chi sa che pensa, chi sa...”.
Cincinnato entra in crisi quando vede passare il treno. Siamo nel 1876 e i treni sono una novità. “In lontananza si vedevano avvicinare rapidamente i due fanali del vapore, nell'ombra, come due grandi pupille sbarrate di un mostro. Il treno passò rumoreggiando e fumando; si udì il fischio acutissimo sul ponte di ferro; poi la calma tornò nella immensa campagna scura. Cincinnato s'era alzato da sedere. - Va va va – esclamò – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce lo ha messo il demonio, ce l'ha messo!...” (ho sempre vivo nella fantasia l'atteggiamento della sua persona in quell'istante. L'apparizione improvvisa del vapore in quel silenzio profondo della natura lo aveva colpito. Restò pensieroso per tutta la via, commenta il suo giovane amico). E sotto il treno Cincinnato finirà i suoi giorni vittima di una crisi definitiva. “Povero Cincinnato! Non si riconosceva più. Era diventato cupo, diffidente, rabbioso. Lo vedevo qualche volta, la sera, scantonare lesto lesto, come un mastino, per certe viuzze sudice e buie. Poi, una bella mattina di ottobre, piena di cobalto e di sole, lo trovarono sul binario vicino al ponte, sfracellato che pareva un mucchio di carname sanguinoso. Una gamba tagliata di netto era stata trascinata dalle ruote della locomotiva venti passi più in là; la testa senza mento, con il sangue aggrumato ne' capelli, aveva i due occhi verdastri sbarrati che facevano paura. Povero Cincinnato! Aveva voluto veder più da vicino il mostro che va va va – diceva lui – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce l'ha messo il demonio”.



(Carlo Verducci)







Gabriele D'Annunzio, Terra vergine, Ianieri, 2013 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/8/2013 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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