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KAFKA SULLA SPIAGGIA
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 29 maggio 2019
 

Il romanzo ”Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami è stato definito dal suo traduttore Giorgio Amitrano: “un sogno mistico risonante di profezie.” E’ un’opera surreale dove i gatti parlano, pesci e sanguisughe cadono dal cielo, profezie si avverano, “una pietra dell’entrata” dovrà essere chiusa e in cui non ci sono confini tra sogni e realtà. Si rivela un originale romanzo dove il mondo e le storie al suo interno assumono un aspetto onirico, dove il paranormale convive con la realtà. Presenta una trama interessante, fortemente popolata da personaggi e situazioni tra loro intrecciate con un abile filo narrativo, ricchissimo di riferimenti simbolici. In esso si fondono diversi generi letterari: viaggio, formazione, saggio filosofico, erotismo, horror, mistery, tragedia greca, dramma famigliare, cronaca trasfigurata in irrealtà. L’autore attinge molto dai romanzi del Novecento, facendo propri i concetti assunti dal Calvino di ”Lezioni Americane”: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, che fanno del racconto e del romanzo uno strumento di conoscenza. In esso si intrecciano le storie parallele dei due protagonisti, Tamura e Nakata, che si sviluppano autonomamente ma che finiranno per convergere e integrarsi. Tamura è un quindicenne, che si è scelto come soprannome Kafka, perché amante dello scrittore ceco, che ha il significato di "corvo". Il ragazzo -corvo è l’alter ego (la coscienza) che lo segue nel suo viaggio nello Shikoku, in fuga dal padre e dalla sua predizione/maledizione “ucciderai tuo padre, giacerai con tua madre e tua sorella”. Il ragazzo è stato abbandonato, all’età di quattro anni, dalla madre che ha portata con sé la sorella più grande. Nella sua fuga incontrerà vari personaggi: la parrucchiera Sakura, che l’ospiterà e che lui crede sia sua sorella, il bibliotecario androgino Oshima (forse il Tiresia di Murakami) saggio e ospitale, che offre un asilo e un salario a Kafka in cambio di aiuto, la bellissima bibliotecaria Saeki, che lui immagina possa essere sua madre. Tamura  nell’ottavo giorno della fuga, misteriosamente una sera mentre è in un albergo perde conoscenza risvegliandosi con una T-shirt macchiata con una chiazza di sangue a forma di farfalla davanti a un tempio shintoista e avendo cancellato un pezzo di memoria. La coordinatrice della biblioteca Kamura, la signora Saeki non più tanto giovane ma attraente, ha un passato doloroso. Da giovane, cantautrice di una sola canzone, “Kafka sulla spiaggia”, scomparve dalle scene in seguito alla morte del suo fidanzato, ucciso perché scambiato per un’altra persona. Per alcune notti entra nella stanza dove Tamura dorme, quasi come un fantasma sotto l’aspetto di una quindicenne, fissa il quadro della parete raffigurante il suo ragazzo, Kafka sulla spiaggia. Tamura si innamora di lei e crede di vedere in lei la propria madre. Tra fantasia, sogni e realtà il ragazzo ha rapporti sessuali con Saeki e Sakura. Sospettato di avere ucciso il padre viene ospitato da Oshima in una baita del fratello, situata in una foresta fitta e misteriosa. Una forza dentro di lui spinge Kafka a entrare nella foresta dove trova due soldati fuggitivi perché “non volevano ammazzare nessuno”, che lo accompagnano lungo le strade del villaggio, ”immerso nell’immobilità e nel silenzio, senza tempo, mosso da un vento leggero”. La signora Saeki dapprima nell’aspetto di una quindicenne, poi di donna matura, il terzo giorno, dopo aver cucinato per lui, lo invita a lasciare il villaggio e a tornare alla vita precedente, prima che  “l’entrata sia chiusa”, nonostante le proteste del ragazzo che non vorrebbe tornare. La vita pregressa non ha alcun significato per lui, che non è stato mai amato. Ma il sangue assorbito dalla ferita, autoprocuratasi, della donna, da la forza a Tamura di tornare a vivere, mentre il villaggio scompare insieme ai due soldati e ”la sabbia del tempo scorre tra le fessure delle dita.” Giunto alla casa di Oshima, non avendo memoria di come sia venuto, gli manifesta il suo proposito di tornare a Tokio e di continuare gli studi.
Nei capitoli pari si narra (con i verbi in terza persona) la storia di Nakata, un uomo sessantenne, rimasto un po’ ebete a causa di un misterioso incidente avuto all’età di nove anni. Durante una gita scolastica (nel 1944) tutti i bambini avevano perso conoscenza per alcuni momenti, mentre egli si risvegliò due settimane più tardi, con la conseguente perdita di memoria e della capacità di leggere e scrivere. Ma nel corso della storia si verrà a conoscenza di alcune sue abilità: costruire mobili, praticare l’osteopatia e altre di tipo paranormale, come parlare con i gatti, far piovere pesci e sanguisughe dal cielo. Un giorno nel cercare la gatta Goma, compito affidatogli, s’imbatte in uno strano personaggio, Jonny Walker, che rapisce i gatti per ucciderli e rubare la loro anima. Costui gli chiede di ucciderlo in modo che lui possa smettere di torturare e uccidere i gatti. Si scoprirà che Walker è un famoso scultore, padre di Tamura. Nakata confessa ad un poliziotto di guardia il delitto di Jonny Walker, che si era sentito costretto a commettere, ma non viene creduto. Abbandonato il quartiere di Nakano si mette in viaggio verso lo Shikoku, perché sente di avere una missione da compiere: ricercare una misteriosa” pietra dell’entrata”. Grazie all’aiuto del colonnello Sanders e di Hoshino, un camionista compagno di viaggio, attratto dal suo carisma, trova la pietra in un antico santuario scintoista abbandonato e la trasporta all’albergo dove alloggiano. Nel sollevare la pietra hanno aperto “l’entrata” quindi sta avvenendo qualcosa “altrove”, Nakata sta aspettando che finisca di accadere, così “alcune cose ritorneranno al loro posto.” Nel perdersi alla ricerca del “luogo giusto” si imbattono nella biblioteca Komura, che Nakata sente essere quello il luogo cercato. Quando egli vede la signora Saeki, quasi come se la conoscesse, le parla della "pietra dell’entrata". Costei capisce che “le alterazioni, i danneggiamenti” sono conseguenza dell’apertura da lei operata anni prima. Il suo interlocutore ha ora il compito di “riportare le cose alla forma che devono avere.” Quindi lei non può restare lì. Gli affida tre cartelle, su cui ha scritto il racconto della sua vita, se cadessero in mani estranee causerebbero altri danni, perciò le distrugga con il fuoco. Entrambi misteriosamente, saranno trovati morti rispettivamente da Oshima e Hoshino. Rimane a quest’ultimo il compito di chiudere con la pietra “l’entrata”, sarà  il gatto Toro a dargli le istruzioni su come chiudere l’entrata e l’avvertimento di uccidere “una cosa che non ha una forma e appare sempre diversa.” Dalla bocca di Nakata ormai cadavere fuoriesce una “cosa biancastra” lunga e sottile di circa due metri, che ha un davanti e un dietro, con una coda, priva di occhi, di naso, di bocca. Con uno sforzo sovrumano Hoshino riesce a far rotolare la pietra, chiudere così l’entrata e fare a pezzi “ la cosa bianca.”
Intorno ai protagonisti della storia ruotano numerosi altri personaggi. Le cui vicende s’intersecano a loro volta. Oshima l’androgino e emofiliaco bibliotecario primeggia come un personaggio positivo dalla grande apertura mentale. Nutre un sincero affetto per Kafka, lo aiuta sia nelle necessità pratiche della vita, sia a capire meglio dentro di sé il tormento che non gli da tregua. Gli ricorda che ”è possibile rimediare ai propri errori se si ha il coraggio di riconoscerli, ma la ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione, sono cose senza speranza. La realtà che ci circonda è la somma di tante profezie infauste che si sono avverate.” Hoshino, il camionista aiutante di Nakata, nel terminare la propria missione, dalla sua amicizia riceve un grande arricchimento interiore, una nuova sensibilità verso la musica e la cultura. La signora Saeki di notevole personalità, di eccezionale bellezza, dalla vita tormentata, oggetto d’amore  da parte di Tamura, accentra su di sé gran parte della storia. Ella insieme a Nakata ( hanno entrambi metà ombra) e  altri personaggi (entità astratte), il colonnello Sanders, Jonny Walker e i gatti, sono elementi magici, “spiriti viventi” che si presentano sotto spoglie umane, “al di là del bene e del male”, e hanno la funzione di aiutare il destino a compiersi. In riferimento al racconto “L’appuntamento dei crisantemi” tratto dai “Racconti di pioggia e di luna”  di Ueda Akinari, gli spiriti viventi erano allo stesso tempo un fenomeno sovrannaturale e una manifestazione naturale della vita quotidiana.
Il libro, disseminato di moltissime citazioni letterarie, musicali, poetiche, storiche e filosofiche nonché descrizioni ambientali quasi liriche, testimonia l’integrazione delle due culture, l’occidentale e la giapponese in “un unicum armonico.” Molto stretto nella cultura orientale è il rapporto tra corpo e spirito, da qui derivano le pagine dedicate alla descrizione dei cibi gustosi della gastronomia giapponese e al tempo dedicato all’igiene e agli esercizi ginnici. Caratteristiche di surrealismo e nonsense appaiono in alcuni dialoghi che strappano un sorriso per la loro comicità. La musica ha un ruolo importante, sia essa jazzistica, pop, rock o classica, ha una forte componente ricreativa, è fonte di rivelazione, sorgente di purificazione. In particolare rilievo è la presenza della musica di Beethoven con il trio dell’arciduca, che è oggetto non solo di “disquisizione musicale” ma “colonna sonora” che accompagna momenti di liberazione e commozione. Il romanzo, affascinante per quelle caratteristiche di sogno e di indeterminatezza, offre diverse chiavi di lettura per i temi affrontati. In primo luogo la letteratura  è vista come rifugio e salvezza. Per Kafka la biblioteca  Komura  è il luogo del bene, dove trovare pace e serenità, protetto dagli innumerevoli mondi che la letteratura sa donare. La biblioteca Komura è nascondiglio, ma anche epicentro in cui si snodano gli avvenimenti principali. Fondamentale è l’ingresso in un altro mondo al di là della vita stessa, dove il tempo è immobile, mondo sovrannaturale che sono “le tenebre del nostro spirito.” Altro tema affrontato (come nella tragedia greca) è quello  dell’incapacità dell’uomo di scegliere il proprio destino, ma ne è scelto. Il destino assomiglia a una tempesta di sabbia mossa dal vento, “quel vento sei tu, l’unica cosa che puoi fare è entrarci in quel vento. Quando la tempesta sarà finita, non sarai lo stesso di quando sei entrato.” Infine il viaggio di Kafka, che “uscito da se stesso è a sé che ritorna cambiato”, consapevole della conoscenza di sé e del mondo, carico di significati nuovi. E’ arrivato ai confini del mondo reale, ha affrontato le dure esperienze del suo destino, ha fatto i conti con i fantasmi del passato, ha sconfitto le paure e i demoni, ritorna da dove è partito. E’ pronto per un nuovo inizio, perché la vita è sempre un viaggio, l’inizio di qualcosa, mai solo una fine. Sarà un momento in cui si ricongiungerà con il ragazzo chiamato Corvo, la sua coscienza che lo ha costantemente seguito nel suo lungo e avventuroso viaggio.



(Anna Velia Violati)








Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, 2009 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/5/2019 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
MUJO
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 5 giugno 2013

L’ultima volta che venni a Barcellona fu nella primavera di due anni fa. Fu per firmare i miei libri e fui sorpreso dal gran numero di lettori che facevano la fila in attesa del mio autografo. Mi ci volle più di un’ora e mezza per firmare tutti i libri, poiché molte delle mie lettrici volevano baciarmi. Tutto questo richiese un bel po’ di tempo.
Ho preso parte a eventi di questo tipo in molte altre città del mondo, ma soltanto a Barcellona c’erano donne che volevano baciarmi. Fosse solo per questo, fui colpito dalla bellezza della città di Barcellona. Sono davvero contento di essere ritornato in questa città dalla ricca storia e dalla cultura meravigliosa.
Ma mi dispiace ch’io oggi debba parlarvi di qualcosa di più serio dei baci.
Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi. Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.
Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.
Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.
Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.
Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?
In giapponese abbiamo la parola “mujo”. Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.
L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione. Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.
Perché?
I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.
Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.
La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.
Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.
È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.
In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.
Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.
Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.
Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.
Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.
Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.
Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare. Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.
Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.
Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.
Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.
Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.
Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.
Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima. 
“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.
Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.
Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.
Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?
Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.
Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.
E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.
Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.
E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.
La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.
Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.
“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.
Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.
Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.
Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.
Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.
Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.
Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.
Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.
È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.
Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.
Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.
Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.
So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.
Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.
Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca.





(Murakami Haruki, discorso tenuto il 9 giugno 2011 a Barcellona, in occasione dell’assegnazione del Premi Internacional Catalunya.)

 


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