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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
DAFNE
post pubblicato in Colafato, Michele, il 26 maggio 2013
    

Sono stata statua nel senso
levigato e invulnerabile dove
le carezze e i flash arrivano dal basso
e albero quando sulla pelle i ragazzi
scontrati feriscono i cuori trafitti da un dardo.
Ora zaino in spalla cammino
sento il corpo e il peso quello che lascio
e quello che mi porto dietro. 


(Michele Colafato)






Dafne, in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]  







I miti ci vengono incontro: le Sirene, le Arpie, le Parche, Caronte, Minotauro, Arianna, Teseo, Palinuro, Orfeo, Dafne...
Non siamo noi umani a cercarli e a riprenderli.
Veniamo trovati quando siamo aperti alla comunicazione, quando cerchiamo una risposta ai quesiti propri della nostra condizione. Li incontriamo se sono vivi e questo avviene quando la comunicazione tra il mito e l’uomo nella cultura resta aperta.
(Non sono direttamente interessato alla struttura del mito ma posso capire che in una cultura ricca di miti si possano analizzare nei miti punti di snodo, varianti, e concordanze con altri miti. Sono interessato all’evoluzione e alla ri-creazione di miti.)

Dafne in arbëresh, la lingua che parlavo da ragazzo in strada, non implica riferimenti al mito o alla statua di Bernini. Dafne è l’alloro, dafani (s.m.), albero, arbusto, rametto, evocato e chiamato in causa di continuo : “ez me mir dafanin”, “vai a prendermi dell’alloro”. Dafani (il femminile, Dafina, resta nome proprio di donna) viene richiesto, portato, passa da una mano all’altra, vive con noi, sul balcone, nel giardino, entra in casa, è di casa. 
La familiarità, linguistica, biografica, culturale, crea un contatto sentito, intenso, profumato, organico, tra esperienza diretta ed epifania del mito.

Nella mia poesia, Dafne era stata statua, poi albero di alloro e poi donna: Dafne fa un cammino all’incontrario, e resta in cammino.
Il mito classico doveva evolvere nel mito moderno che comprende la trasformazione dell’essere umano in statua, dopo il passaggio attraverso l’essenza. Dafne donna/Albero di alloro/Statua: passaggi dall’umano all’inorganico.
Il mito di Dafne non finisce ma inizia con la metamorfosi di Dafne-Ninfa, concupita da Apollo, in Dafne-Alloro. Si completa con la metamorfosi dell’albero di Alloro in Dafne-Statua.
La prima metamorfosi, quella narrata da Ovidio, è il frutto del desiderio di Dafne-Ninfa di sfuggire alla cattura e allo stupro. La seconda metamorfosi è il risultato della ricerca della bellezza perfetta, fuori dal tempo, disincarnata, eterna, immobile, fissa, che fissa e registra una tragedia: questa ricerca crea Dafne-Statua, Dafne astratta dalla natura.
Gli antichi erano legati alla natura, perché si fermano alla metamorfosi di una ninfa acquatica in albero, in pianta, ma per i moderni di un’epoca che si allontana dall’organico e ambisce al Razionale e al distaccato questa metamorfosi non basta.
Così il mito antico si compie nel moderno e in quella forma incontra la poesia.
Dafne prega di scampare all’inseguimento di Apollo-Febo per sfuggire alla violenza, alla sofferenza, alla distruzione, e viene trasformata da Zeus, o, in una variante, da suo padre, che era un fiume, in alloro. Il fiume, l’acqua, e le radici restano in un contatto vitale, come i rami e le foglie con il vento. Successivamente, questa metamorfosi non parla più agli uomini che nell’età moderna parlano la lingua della Razionalità strumentale. “Logicamente”, diciamo così, l’albero diventa statua. Pietra, fredda, bellissima, levigata, e ferma per sempre. Ci viene da dire: non soffrirà più, anche se la spezzano non sentirà niente.

La poesia mette in relazione questi elementi mitici con l’esperienza diretta. Il vissuto vede Dafne-statua. Dal contatto nasce una domanda: e poi? finisce tutto qui? c’è un poi? può esserci?, che fine fa Dafne? C’è una domanda e c’è nel contatto una risposta, una via d’uscita. Riprendere il cammino.


(Michele Colafato)


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 26/5/2013 alle 9:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA TORTORA E IL SILIQUASTRO
post pubblicato in Colafato, Michele, il 17 maggio 2013

  

L'albero magico che rallegra il Palatino
fiorisce nelle rughe e sul tronco a primavera
le bocche di leone ruggiscono
tra le crepe del muro e il ciuffo di ciclamini viola
si offre al sole. La porta dove bussavi
è stata sempre aperta e la tortora
rimanda il richiamo: ho imparato
ho imparato, anch’io che mi ripeto
qualcosa ho imparato.

 



(Michele Colafato)







"La tortora e il siliquastro" in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]









vedi quì per una descrizione naturalistica dell'albero sul Palatino, l'"albero di Giuda"







  

Lungo la via di San Gregorio al Celio, dietro la grande cancellata che s’apre al Palatino, nei giorni di primavera piange lacrime di sangue un albero antico che non ti aspetteresti di vedere lì dov'è e per questo puoi finire per non vederlo. Egli è noto ai botanici come il Siliquastro e tra il popolo di Roma l'ho sentito chiamare Re degli alberi di Giuda. E benché pianga, fiorendo, la sua vista che ravviva le pendici del colle, mette allegria, non tristezza, e meraviglia chi viene ad ammirarlo da paesi lontani. * ]


 

 

 


 
 
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