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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA PIOGGIA FA SUL SERIO
post pubblicato in Guccini, Francesco, il 28 gennaio 2015
  

Questo libro – nella buona tradizione di opere cui ci hanno abituati gli autori – è un bel giallo. È ricco sia di trovate che di colpi di scena.
Tutto inizia, in un paese dell’Appennino tosco-emiliano che gli autori chiamano Casedisopra, con l’arrivo di un geologo esperto in frane. Nel paese, questo fenomeno è stato piuttosto frequente, quindi la presenza di un geologo non è da considerare strana. Specie in quell’autunno, stagione caratterizzata da una pioggia che non si vedeva così da molti anni.
Ma andiamo con ordine: parliamo prima della struttura del libro, che comprende un elenco dei personaggi all’inizio, e un indice dei capitoli dove già il titolo accenna a parte del contenuto. E il libro appare subito ben organizzato. Però la storia – attraverso i personaggi, principalmente abitanti di questo paese ricco di boschi di castagni e di casette di collina – conduce pian piano a far comparire misteri, e subito (quasi in concomitanza) delitti. Persone spariscono e poi si ritrovano i loro cadaveri.
Una delle originalità del libro è che non sono i poliziotti a condurre indagini, ma – guarda caso – il personale della forestale, in particolare il comandante locale, un ispettore, che collabora attivamente con il maresciallo dei carabinieri. La storia si svolge con un dialogo tra i due, prodotto sia dall’arrivo di persone nuove, sia dallo scoprire vecchie conoscenze implicate in indizi o fatti connessi a qualche sparizione.
Si, perché prima dei delitti, ci sono le sparizioni, a cominciare da quella del geologo. E prima che da una sparizione si possa risalire al ritrovamento di tracce e, via via crescendo, al cadavere della persona “sparita”, il tempo – e di conseguenza la storia – va avanti di furia. Il tutto accompagnato da frane e dalla incessante presenza della pioggia che appare realmente eccezionale, anche se la zona le è consona.
Come per ogni buon giallo, in particolare la numerosa produzione dei due autori romagnoli, non è corretto svelare trame e arcani. Anche se in una recensione si dovrebbe raccontare qualcosa del libro, deve restare un po’ di mistero. Va detto che gli autori non si sono smentiti neppure questa volta: prima di questo libro io ne ho letti tre, e mi sono sempre piaciuti molto. Sono romanzi gialli “paesani”, cui manca il contorno delle stragi e delle polizie cittadine – quindi anche l’ambiente delle città, dai quartieri malfamati a quelli ricchi – ma non manca né il mistero, né la complicazione della storia, sempre molto originale.
L’ambientazione paesana di questi romanzi scritti a due mani ricorda un altro grande autore di gialli “di paese”, cioè Marco Malvaldi. Ma i due autori romagnoli, rispetto a Malvaldi, non abbondano di particolarismi regionali. Il libro è da leggere sia per tutti i cultori del genere, sia per chi non conosce ancora questi due autori, un binomio di gran classe nel panorama italiano del giallo.




(Lavinio Ricciardi)








Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, La pioggia fa sul serio, Mondadori, 2014 [ ° ]







vedi quì e quì



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NUOVO DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE
post pubblicato in Guccini, Francesco, il 23 maggio 2014
    

Come recita la seconda di copertina, «da quando l’autore ha scritto il “Dizionario delle Cose Perdute” (Mondadori, 2012), non è passato giorno senza che qualcuno gli abbia ricordato un nuovo oggetto degno di essere ricordato dalla sua penna». E quindi il buon Francesco si è visto quasi costretto a continuare l’opera intrapresa. Ed eccoci al secondo volume (che – a mio parere – non esclude affatto un terzo, e chissà, forse un quarto).
Che dire di questa seconda “puntata” ? Molte cose, tutte bellissime. Anche questa esordisce con una brillantissima apertura, che ricorda – solo in piccola parte – la “banana” del primo Dizionario: “Le pezze al culo”. Un capitolo questa introduzione, che fa tornare subito al tempo di cui parla l’autore, quel tempo che ci ha visti tutti giovanissimi, il primo dopoguerra italiano. E – come ho già fatto con il “Dizionario – non sciuperò questo piccolo e modesto contributo raccontando il libro, ma scrivendo solo le mie impressioni.
Che sono tutte molto positive. A cominciare dalle scelte che riguardano queste nuove “cose perdute”, scelte che – al solo scorrerle sull’indice – evocano in ciascuno di noi parte della sua vita. Come non ricordare, ad esempio, il traforo? Chi non ha provato a giocarci, nella sua infanzia? Io ricordo che – nelle mie esperienze con quel “gioco” (che proprio gioco non era, più imparentato col Meccano che con la Trottola) – non ho seguito l’iter che Guccini con tanta ironia e malinconia descrive, ma trasferivo il disegno sul compensato con la carta carbone (anziché incollarlo), e poi, per iniziare, spesso – con un raschietto acuminato come un bisturi – incidevo alcuni punti che poi il seghetto del traforo avrebbe ripassati più facilmente data l’incisione. Nel fare una di queste incisioni il raschietto mi sfuggì e mi feci un taglio sul pollice sinistro di cui porto ancora la cicatrice, e che dovetti nascondere ad un mio vecchio zio dal quale – in quel momento – ero ospitato, per paura di rimbrotti aspri.
Molte delle storie raccontate in questa seconda edizione sono delle vere e proprie miniere di notizie, che mi hanno ricordato cose mai capite all’età che avevo all'epoca. Una fra tutte: che c’entrava la cenere con il bucato? Ecco, questo libro lo spiega.
Altre sono proprio amenità, come i calendarietti dei barbieri, le cabine telefoniche, l’idrolitina e il modo in cui si faceva (l’idrolitina era – per i più giovani che magari non l’hanno sentita neppure nominare – un antenato autarchico dell’acqua minerale), e altre cose come la carta carbone, utilizzata non solo per produrre copie quasi gratuite, ma spesso anche per trasferire modelli di ricamo su stoffa.
Ci sono anche dei metodi (l’uovo sotto calce, ad esempio) che servivano quando ancora non c’erano gli elettrodomestici attuali, e si usavano per la conservazione dei cibi. Occorreva scegliere le uova non fecondate (mistero su come si individuassero: Guccini si chiede se lo chiedevano alla gallina) e metterle in un recipiente come una damigiana o un orcio, dopodiché si ricoprivano con calce spenta. Tralascio i dettagli.
Il libro alterna parti e capitoli sui quali l’autore si sente di dissertare, vuoi per i ricordi che ha, vuoi per suo personale piacere, ad altri in cui si pone una semplice e circostanziata domanda: che fine hanno fatto? È il caso dei deflettori, e dei buoni, vecchi fiumi (occasione per ricamare su parole che nel tempo sono cambiate). Ma – come nel precedente – la lingua usata da Guccini è fluida e molto agevole per il lettore, oltre ad essere ricca di parole del suo dialetto.
Forse in questo secondo dizionario si scopre un vero e romanticissimo ricordo che l’autore ha per la vita ormai scomparsa dei tempi andati (parliamo degli anni ‘40 e ‘50, fino ai ’60). E non si può leggere questo libro senza trovare assieme all’autore ricordi della propria vita di quell’epoca.
Per questa ragione consiglio davvero a tutti di leggerlo, e gustarlo in tutte le sue sfumature, com’è stato per me.



(Lavinio Ricciardi)









Francesco Guccini, Nuovo dizionario delle cose perdute, Mondadori, 2014 [
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DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE
post pubblicato in Guccini, Francesco, il 29 novembre 2012
 

Questo volumetto, una delle non poche perle della collana “Le libellule”, ricchissima e di grandi nomi di autori e di titoli, mi è caro per almeno due motivi. Provo a raccontarli.
L’autore prima di tutto. L’ho conosciuto negli anni ’70, non direttamente (magari!) ma attraverso la sua musica, le sue canzoni. 
Queste mi colpirono, oltre che per i testi, realmente poetici, anche – e soprattutto a me, vecchio fanatico di cose motoristiche di ogni genere – per alcuni titoli (La locomotiva…) che con i motori avevano a che fare. Così, anche se da lontano, e – in particolare – nei momenti (pochi) che dedicavo alla musica e alle canzoni, seguivo Guccini e i suoi partner.
Più tardi, ho incontrato Guccini come scrittore. E’ stato soprattutto con i romanzi di tipo noir, che lui ha scritto a quattro mani con Loriano Machiavelli.  In questo genere di scritti, come nei testi di molte sue canzoni, a parte le simpatie motoristiche, c’era un altro motivo di interesse per me: l’affetto per la sua terra, condiviso da me non emiliano, ma per alcuni anni emigrato al nord Italia per lavoro. Gli emiliani, a me – che meridionale mi considero – erano tra tutti i settentrionali quelli che preferivo, perché sentivo più affini nel carattere, e soprattutto molto aperti e inclini al sentire, non solo all'aspetto materiale.
Per tutto quanto ho detto finora, il primo motivo di affinità con Guccini (e con questo suo libro) sta proprio nel fattore umano, che si respira in qualsiasi cosa lui scriva. Perfino in un recentissimo documentario di Paolo Rumiz, che esiste anche in versione cartacea (pubblicato da “La Repubblica” in agosto di quest’anno), Guccini – intervistato dall’autore, che ha deviato dal suo itinerario per incontrarlo – appare in questa sua profonda umanità: almeno questa è la sensazione con cui l’ho percepito.
Ma veniamo al Dizionario delle Cose Perdute. Un’opera splendidamente e deliziosamente retrò, per gli argomenti scelti e la loro varietà, eterogeneità e preziosità. E qui compare l’altro mio motivo di affetto verso Guccini. Molti sono gli autori che hanno parlato di cose scomparse, perse rispetto al gusto e al sentire degli Italiani del terzo millennio. Ma nessuno – a mio avviso – lo fa con la semplicità, il candore e l’immediatezza di Guccini. Sembra fuori del tempo, il suo dire. Come la copertina del libro, che riproduce un pacchetto di sigarette che – negli anni ’50 – era quello che la gente che fumava comprava di più.
Il libro è un’ottima sintesi tra antico e moderno. Ma la vera ragione per cui lo considero una “perla” della collana cui appartiene è il tipo di ricordi che suscita a chi – come me – quel tempo di cui parla lo ha vissuto del tutto. E anche il linguaggio usato per descriverle, quelle cose. E le ragioni che usa per considerare ciascuna delle cose che descrive, perdute. 
Il capitolo che apre il libro è una sorta di ritratto dei “contemporanei” di Guccini: «Noi siamo quelli della banana». E’ la frase iniziale del libro, da cui il titolo La banana del primo capitolo. Come mio costume, non entro nel dettaglio, per non togliere a chi legge il gusto di scoprire da sé le cose descritte e i ricordi da queste evocati. Ma scorrendo l’indice dei capitoli, la nostra mente di lettori avanti con gli anni ha dei sussulti prima ancora di leggerlo, questo piccolo capolavoro. 
Si, lo so, ho detto quasi niente. Ma questo libro lo consiglio a tutti, come esempio di Italiano “coi fiocchi”, non solo nel linguaggio…




(Lavinio Ricciardi)







Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori, 2012 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/11/2012 alle 5:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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