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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
BIBLIOGRAFIA
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004
Matteo Collura
Di origini siciliane, attualmente vive a Milano ed è giornalista culturale del Corriere della Sera. Come scrittore e giornalista si è occupato spesso di Sciascia curando ad esempio l'Almanacco Bompiani del 1999 dedicato al giornalista tragicamente scomparso. Con Vita di Leonardo Sciascia ha inoltre ottenuto vari premi letterari e giornalistici. Nei suoi libri l'autore mostra una notevole capacità di coniugare una non comune duttilità giornalistica ad un indubbio talento letterario.


Bibliografia storica
Sicilia sconosciuta, Rizzoli
Italia. Sogno di un viaggio (con Hana Simeon Huber), Magnus, 1989
Perdersi in manicomio, Pungitopo, 1993
Il maestro di Regalpietra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996
Isole Egadi Ediz. italiana e inglese, Vianello Libri, 1996
Palermo (con Giuseppe Leone e Milo Minnella), B. Leopardi, 1999
Omaggio a Sciascia, Bompiani, 1999
Leonardo Sciascia la memoria, il futuro, Bompiani, 1999
Eventi, Longanesi, 1999
Associazione indigenti, ovvero i miserabili a Palermo, TEA, 2001
La musica degli Iblei dalla contea alle provincia (con Giuseppe Leone), B. Leopardi, 2001
Eventi. Il racconto dell'Italia del Novecento, TEA, 2001
Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi, Longanesi, 2002
In Sicilia Longanesi, 2004

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ALFABETO ERETICO
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Ventinove ottobre 2002, ore diciotto circa. Milazzo, tra le sue solite luci aranciate della sera, ha un che di immobile, quasi di cristallizzato. Sarà che, poco più in là, l’Etna si è risvegliato col suo carico di cenere e lapilli che, ogni volta, hanno un effetto di rallentamento sul tempo, come in attesa di qualcosa che potrebbe accadere, e che tuttavia tutti sperano non accada mai. La sala del Paladiana è gremita stasera, perché tutti aspettano la presentazione dell’ultimo libro di Matteo Collura, Alfabeto eretico. Collura, che ormai da tempo è una delle penne di punta della pagina culturale del Corriere della sera, è anche il più attento e fedele biografo di Leonardo Sciascia. Ed è appunto di Sciascia, o meglio del suo Universo, del suo modo di intendere la letteratura e la sicilianità, che in questo Alfabeto si vuole parlare. Con la fedeltà di un amico, e con l’amore di un allievo, Collura ci guida verso le molteplici linee direttrici che percorrono la vita e l’opera del grande scrittore racalmutese. Come in un vero e proprio dizionario, l’arte sciasciana viene infatti divisa in parole chiave, che sono poi lo spunto da cui partire per percorrerla tutta, quest’arte.

Ed è così che, da Abbondio a Zolfo, Alfabeto eretico diviene l’ulteriore sviluppo di un percorso che Collura, letterariamente parlando, iniziò nel 1996, anno della pubblicazione del suo Il maestro di Regalpetra-vita di Leonardo Sciascia. Un libro ultrapremiato quest’ultimo (si pensi ai premi letterari Chianciano, Castiglioncello e Palmi), tradotto in varie lingue, che è senz’altro un ottimo modo per accostarsi all’autore de Il giorno della civetta. Un percorso, dicevamo, che viene ora completato da Alfabeto eretico, come l’autore stesso ha

affermato durante la presentazione.

Quante volte, dopo aver letto un libro, si vorrebbe aver la possibilità di chiarirne alcuni punti con l’autore, riuscendo così ad accostarsi il più possibile al significato autentico della sua “fatica”. E’ un privilegio che noi abbiamo avuto, incontrando un Collura disponibile e pacato, qualche minuto prima della presentazione.



Dott. Collura, nel suo libro viene ricordato il rapporto tra Guttuso e Sciascia, in cui la verità fa da spartiacque tra amore ed amicizia. Qual è il sentimento che invece predomina nel suo rapporto personale con Sciascia?

L’amore, come dice Savino, è preceduto nel vocabolario della lingua italiana da amicizia, perché quest’ultima si nutre di verità, mentre l’amore no. Il rapporto tra me e Sciascia è un rapporto forte, che è d’amore, che è d’amicizia, di stima, da allievo con il maestro…E’ insomma qualcosa di molto articolato, che non può essere ridotto all’amore o all’amicizia.



Rifacendoci alla sua nota introduttiva, possiamo dire che Alfabeto eretico è il libro più colluriano di Collura?

Si, lo dico nell’introduzione perché mettendo a punto il laboratorio letterario di Sciascia ho messo a punto la mia idea di letteratura, ho chiarito a me stesso le idee riguardo la letteratura, la storia, la cultura, gli autori che mi interessano. E’ stata un’occasione ecco, lui è stato una sorta di Virgilio che mi ha accompagnato in questo mondo meraviglioso che è la letteratura. Di questo mondo ulteriore e straordinario se ne può fare a meno, certo, ma chi lo frequenta sa che la vita diventa qualcosa di più gustoso, di più interessante, di più misterioso.



Sciascia paragonò lo spettatore cinematografico all’uomo incatenato del mito della caverna di Platone, in quella che, “di fatto-lei scrive-è una profezia sulla televisione”. Su questo punto mi è sembrato molto critico…

Purtroppo, la civiltà televisiva porterà probabilmente alla fine della civiltà della carta stampata. Mi auguro che dal computer e dalla televisione, cioè da questi mezzi alternativi alla carta stampata, nasca qualcosa che prenda il posto della carta stampata. Io rabbrividisco all’idea che oggi i giovani non leggano i romanzi di 1000 pagine…Non possono leggerli perché cambiano i bioritmi, cambia l’organizzazione della vita. Quindi non leggono Guerra e pace, I miserabili, I promessi sposi e questo è gravissimo. A noi quei libri hanno dato dei momenti di gioia, ci hanno fatto crescere ed erano finestre aperte su orizzonti che altrimenti non avremmo potuto considerare. Io mi auguro che nasca qualcosa di equivalente, perché altrimenti è la fine.



Inoltre lei scrive che la televisione si autodistruggerà…

Potrebbe, se la tv insiste con questi grandi fratelli sicuramente si: è la televisione che guarda se stessa, non c’è di peggio, e alla fine non avrà più niente da dire.



La visione di letteratura come di idee che muovono il mondo è quella di Sciascia: lo è anche di Collura?

Si, è così, si può (e si deve) essere pessimisti nel guardare la realtà, però per chi scrive questo pessimismo della ragione va contrapposto all’ottimismo della volontà. Uno scrittore deve muovere le proprie idee attraverso l’ottimismo della volontà, e questa era una grande lezione gramsciana…l’atto dello scrivere è già di per sé un atto di ottimismo in questo senso, perché le idee muovono il mondo.



Calvino e Sciascia erano convinti che in Sicilia non si potesse ambientare un vero romanzo giallo. “Trent’anni dopo-lei scrive-si assiste al dilagare dei romanzi gialli”. Cos’è successo, è cambiata la Sicilia o Calvino e Sciascia si sbagliavano?

Il mio accenno è ironico. Si fanno tanti romanzi gialli perché sembra sia facile ambientarli in Sicilia, ma si fanno delle caricature di gialli, si fa del folklore insomma, non si fa letteratura. Calvino e Sciascia non si sbagliavano.



Secondo lei oggi, l’eretico Sciascia, cosa penserebbe, anzi cosa direbbe, della situazione politica attuale?

Quello che ha sempre detto…non è che cambi granché. Avrebbe detto intanto di non dare mai il cervello in affitto a chicchessia, di ragionare con la propria testa, e di abituarsi a leggere i segni del tempo, insomma di scegliere in base ad un imperativo etico, che deve trascendere ogni altra azione.

Infatti questo Alfabeto eretico si sarebbe potuto chiamare Alfabeto etico, proprio perché in Italia l’eresia è sinonimo di eticità. L’ho intitolato eretico perché Sciascia, nell’affermare principi di etica, sfiora l’eresia.



Ci può dare un suo ricordo personale di Leonardo Sciascia?

Sono tanti i ricordi, noi per esempio abbiamo passato lunghi periodi a Parigi. Mi ricordo che all’inizio abitavamo in due alberghi diversi, lui sugli Champes Eliseè, mentre io in Place d’Italie. Era un uomo piuttosto ansioso, si preoccupava molto per me e insisteva affinché andassi ad abitare nel suo stesso albergo. Alla fine arrivò quasi con una forzatura a prenotarmi una camera nel suo albergo, “costringendomi” a stare assieme a lui. La mattina prendevamo il caffè sugli Champes Eliseè ed essendo molto amato dai francesi, a Parigi era riconosciuto per strada. Nonostante leggesse perfettamente il francese, per timidezza non lo parlava mai, e si faceva tradurre da me.



Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi, Longanesi, 2002


 

 


 


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EVENTI
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Eventi

"Si è scelto di raccontare i fatti nel loro mostrarsi, non di mettere sotto processo un secolo con giudizi in gran parte suggeriti dal senno di poi."


Un libro di alto giornalismo, fortemente voluto dal suo editore, Mario Spagnol, che ne ha seguito, nonostante la grave malattia che lo affliggeva, passo passo la stesura, dopo averne indicato il titolo e la metodologia di ricerca e di scrittura. Tutto ciò ci viene rivelato da Matteo Collura, in un ampio articolo sul Corriere della Sera del 28 ottobre in cui ci presenta Eventi, il volume che sarebbe uscito dopo pochi giorni in libreria e che non avrebbe potuto essere visto pubblicato proprio da chi l'aveva con tanta forza voluto.
È un libro di storia che non presenta commenti e analisi storiografiche, ma che analizza i fatti facendo una cronaca "in diretta" di avvenimenti ormai lontani nel tempo. E tutto il secolo scorre sotto i nostri occhi con la rapidità e la vivacità dell'evento accaduto il giorno prima e nel lettore nasce la curiosità appassionata di chi legge un giornale: tutto è rappresentato nel suo accadere, con le emozioni di chi partecipa, di chi vi assiste da spettatore, o di chi ne subisce le conseguenze.
Due morti celebri aprono il volume, quella del re Umberto I (ultimo atto ottocentesco di un tirannicida) e quella di Giuseppe Verdi, che in senso simbolico chiude il nostro Risorgimento e apre il Novecento. E poi, via via, eventi letterari come il manifesto futurista di Marinetti, o sciagure come il terremoto di Messina, fatti che precedono gli episodi bellici della guerra di Libia o della Grande Guerra, tragedie che apriranno la strada all'umiliazione del primo dopoguerra, alla velleitaria impresa di Fiume e poi alla Marcia su Roma e alla tragicommedia fascista. Altre ferite, un'altra terribile guerra, un armistizio con il sapore dell'inganno e poi il secondo dopoguerra con i nuovi eroi popolari: i campioni del ciclismo, della televisione, del cinema.
Collura non interviene, non commenta, o per lo meno lo fa con lo stupore di chi è direttamente coinvolto nel fatto, non con la freddezza analitica dello storico: tutto ciò dà una vivacità del tutto particolare alla lettura e le pagine del libro restano impresse nella memoria dando nuova vita ai protagonisti dei fatti di cronaca, spesso ignorati dai testi di storia. Così il capitolo dedicato alla morte di Pasolini è quasi una pagina di teatro, un dramma che vede molti attori in dialogo, un dialogo concitato e pieno di angoscia che non scioglie il mistero di quell'assassinio.
Il secolo si chiude con Tangentopoli; l'ultimo capitolo si apre con due "suicidi" eccellenti: Gabriele Cagliari e Raul Gardini, uomini potenti, travolti dallo scandalo della corruzione e delle tangenti e dal crollo dei partiti politici di riferimento. Questi sono i primi di una serie di suicidi (Collura ne calcola dodici) che Tangentopoli provocherà: figure di grande spicco, ma anche personaggi minori che saranno travolti dalla vergogna o dalla paura.
Una ristretta équipe di giudici farà tremare l'Italia del potere e del denaro e scardinerà quel sistema corrotto che aveva portato il Paese sull'orlo del disastro. Il libro si chiude su di un gesto plateale, dall'alto valore simbolico: Antonio di Pietro che si toglie la toga e si dimette da pubblico ministero. Collura comunica l'evento, non lo commenta, noi lettori però non possiamo non chiederci se quel gesto abbia anche significato la conclusione di una ricerca di legalità che non ha di certo cessato di essere necessaria.


Eventi di Matteo Collura
Pag. 412, Lire 30.000 - Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 353)
ISBN88-304-1718-1





I migliori anni della nostra vita

Generalmente considerato da storici e studiosi un "secolo breve", principiato con l’esplosione della prima guerra mondiale e chiusosi nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, il Novecento in Italia ha connotazioni cronologiche punto diverse: esso inizia il 29 luglio 1900 con i tre colpi di pistola esplosi dall’anarchico Gaetano Bresci contro re Umberto I e termina nel 1992-94 con la bufera giudiziaria di Tangentopoli.
Tra questi due capoversi, differenti fra loro ma egualmente traumatici, stanno quasi cent’anni di storia nostrana: Matteo Collura li ripercorre in "Eventi" (Longanesi, pp.412, L.30.000) come "in diretta", col piglio d’un testimone desideroso soltanto di raccontare i fatti astenendosi dalla tentazione di vergar giudizi inevitabilmente viziati dal senno di poi. Fortemente voluto dall’editore Mario Spagnol, scomparso di recente senza aver avuto la soddisfazione di vederlo pubblicato, il volume è una scorribanda attenta e documentata lungo i sentieri della contemporaneità italica: dalla disfatta di Caporetto alla marcia su Roma, dalle serate futuriste al terremoto di Messina, dai vittoriosi mondiali di calcio del ‘34 alla nascita della Ferrari, dall’impazzimento collettivo per "Lascia o raddoppia?" all’alluvione di Firenze, fino alla strage di Piazza Fontana, l’assassinio di Moro, le brutali soppressioni di Falcone e Borsellino.
Nella bisogna, Collura è bravissimo a narrare cronisticamente episodi ormai consegnati ai libri di testo: in alcuni capitoli, poi, egli si fa attento e divertito notista di costume (la parte dedicata all’apparizione sugli schermi de "La dolce vita") od estensore di commossi, sbigottiti resoconti di oscure tragedie (la terribile morte di Pasolini), abilmente coniugando una non comune duttilità giornalistica ad un indubbio talento letterario.
Se il modello al quale egli s’è ispirato è il Cornelius Ryan de "Il giorno più lungo", il risultato può dirsi totalmente all’altezza: al lettore riesce davvero di vivere, pagina dopo pagina, i momenti di volta in volta rievocati, immergendosi in un mare di nomi, volti, figure. E d’inverare quel bel verso di De Gregori, nel quale si afferma che "la Storia siamo noi".



 


 

 


 

 


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ASSOCIAZIONE INDIGENTI OVVERO I MISERABILI DI PALERMO
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Associazione indigenti ovvero i miserabili di Palermo - Collura Matteo

Lo sfondo è Palermo. Non la città dei sontuosi edifici barocchi, ma la Palermo delle baracche di cartone e di latta, dei vicoli oscuri, delle piazze devastate ed infestate dai topi, dei refettori di assistenza e degli ospedali dove si aiutano i vecchi a morire. I protagonisti sono i personaggi più poveri ed emarginati: i vecchi, gli invalidi, i disoccupati, un'umanità fuori dalla legge e dal mondo, volutamente dimenticata. E la storia che Collura ha scelto di raccontare è il drammatico tentativo che questa gente fa per ribellarsi, per assurgere ad una dignità che nessuno vuole riconoscere loro, per difendere i propri diritti: due pasti al giorno ed un refettorio aperto anche nei mesi est

Editore : TEA
Anno di pubblicazione : 2001
Numero pagine : 103 Pagine


 


  

 


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IN SICILIA
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Un viaggio in Sicilia per riscoprire e capire la sua isola. Cominciando da Portella della Ginestra, dove nel 1947 si consumò una strage a opera di Salvatore Giuliano, e proseguendo attraverso Ragusa, Agrigento, Palermo, Calatafimi lungo un itinerario sentimentale che mette in luce le “irredimibili” contraddizioni del paese, specchio dell’Italia intera. È la nuova avventura narrativa di Matteo Collura: In Sicilia. Ne abbiamo parlato con lui.


D. La Sicilia. Perché hai sentito - oggi, dopo i tuoi libri precedenti - l’esigenza di questo percorso, di questo “viaggio sentimentale”? C’è un significato anche temporale?

R. Ho scritto molto sulla Sicilia, è vero, ma non avevo mai affrontato sistematicamente il rapporto tra il paesaggio siciliano e il carattere dei suoi abitanti (rapporto che riguarda anche l’etica, il sentire morale). Anni fa scrissi una guida alla Sicilia meno nota. Quel libro (Sicilia sconosciuta) è un utile strumento per viaggiare nell’isola e cogliere aspetti poco noti dal punto di vista paesaggistico, storico, artistico. In questo nuovo libro - di genere narrativo, tengo a precisare -, la Sicilia si fa “teatro del mondo”, luogo fatidico dove tutto - nella storia d’Europa - sembra cominciare o finire (o cominciare e finire insieme). In questo teatro reale e metaforico, qual è il ruolo del paesaggio? E davvero la Sicilia è terra “irredimibile”, a partire proprio dal suo paesaggio come certifica Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo?

D. Modelli d’ispirazione. Una indicazione l’hai data tu stesso : Vittorini, Conversazione in Sicilia.

R. Sui modelli d’ispirazione la risposta è complessa. Sì, Vittorini c’entra, non può non entrarci, ma questo mio libro è stato scritto sessant’anni dopo Conversazione in Sicilia. Io non sono andato alla ricerca di un mito, non sono andato a caccia di lirismi, non ho fatto un viaggio con la Madre. Ho interrogato il paesaggio e gli uomini e le donne che lo abitano. La Sicilia, oltre a rimanere una realtà sociopolitica complessa e problematica, oggi è una sorta di topos letterario, cinematografico, artistico. Ma di tipo folcloristico, indulgente, divertente e divertito. Insomma, a una Sicilia “simpatica” io ho tentato di contrapporne un’altra, più vera: stravolta, avvelenata, irritante, ma sempre affascinante e, quel che più conta, ineludibile.

D. Quanto hai dedicato del tuo tempo a un viaggio reale e quanto hai attinto alla memoria personale?

R. In Sicilia è un libro che avevo dentro. Tutto quanto ho appreso in questi miei cinquantotto anni vi è finito dentro, filtrato da quella che Borges definisce “scienza certa”; quella scienza, cioè, che viene dal conoscere la propria terra, le proprie radici. Il viaggio reale, preparatorio, c’è stato. Ma è stato fatto come alla ricerca delle calviniane città invisibili, sempre presenti nel reale e non meno importanti dell’immediatamente visibile, dell’impatto emotivo, esteriore, epidermico.

D. I Siciliani “inquilini della storia”. È una definizione singolare, interessante. Nella tua storia personale, nella tua vicenda privata, quanto peso ha avuto la nascita siciliana?

R. Essere “inquilini della storia” vuol dire fare i conti con un passato che può farsi incubo, qualcosa di pesantemente condizionante. Se si è nati in una terra come la Sicilia, non ci si può sottrarre alla sua storia, fatta principalmente di conquiste subite, aggressioni, stupri fisici e psicologici. Nel caso della Sicilia il passato impone un confronto che può annientare. Per questo parlo di inquilini della storia bisognosi di uno sfratto. Annullarsi nel presente, farsi omologati consumatori può rappresentare una via di fuga. In alternativa c’è la strada indicata da Pirandello: la follia. Ma attenzione: quella di Enrico IV. Per quanto riguarda la mia nascita siciliana, non credo che essa sia alla base del mio bisogno di scrivere, ma è certo che mi ha influenzato in maniera determinante nella scelta delle tematiche e nello stile.

D. Il libro è ricchissimo di citazioni, c’è un corredo culturale molto importante, sedimentato nella tua memoria.

R. Oltre che una realtà geografica oggettiva, la Sicilia è un prodotto letterario. Non la si può pensare senza chiamare in causa Pirandello, Verga, De Roberto, Brancati, Sciascia. E Tomasi di Lampedusa, lo scrittore che ne ha colto l’anima, l’essenza più intima. Oggi, nella mia piena maturità, posso dire che senza Il gattopardo saprei molto meno della Sicilia. Questo l’ammise anche l’illuminista Sciascia, il quale con Il Consiglio d’Egitto scrisse - così sembrò allora - una sorta di anti-Gattopardo. In realtà, Sciascia non fece che girare intorno a una realtà - presente e storica - da Tomasi di Lampedusa definita “irredimibile”. Spinto dall’ottimismo della volontà di Sciascia, ho voluto verificare fino a che punto la Sicilia possa dirsi irredimibile. Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, citare soltanto autori siciliani. Scrittori come Faulkner, Garcia Marquez, Manuel Scorza, Goethe, Borges, Savinio e cento altri di paesi assai lontani dalla realtà in cui sono nato e in cui adesso vivo, mi hanno aiutato a comprendere meglio la Sicilia e a raccontarla.

D. Come si conciliano, nell’economia del tuo lavoro, la tua doppia attività di scrittore e di giornalista culturale? I due percorsi, i due linguaggi, si integrano, si avvantaggiano?

R. La scrittura giornalistica è diversa da quella letteraria. E così dev’essere, perché il giornalismo, quando non è pura cronaca, è mediazione tra le varie scienze e la cosiddetta opinione pubblica. Pubblicare un libro è un atto di presunzione tale che, se tutti quanti ne avessimo sempre piena consapevolezza, le librerie sarebbero meno intasate. Il giornalismo è servizio. La letteratura è arte. Una difficilissima arte che ci rende più gustosa la vita e ci fa cittadini più consapevoli. Nel mio lavoro tengo presente questa fondamentale distinzione.

D. Come hai lavorato a questo libro, come hai organizzato la materia? Scrivendo appunti, registrando testimonianze, fotografando paesaggi, consultando biblioteche?

R. Guardando come in un film la mia vita, tornando in Sicilia e prendendo appunti. Appunti che, tornato a Milano, mi hanno obbligato a rivederne altri vecchi e dimenticati. Faccio il giornalista da oltre trentacinque anni, in cui ho accumulato una serie infinita di esperienze e di conoscenze. Molte di esse riguardano la Sicilia, quella che viene fuori da questo mio ultimo lavoro.



In Sicilia“La casa. Nel rivederla, il tempo, come crollando di colpo, mi è caduto addosso, restituendomi, ingorgate nella malinconia, immagini dolorose. La casa, la sua solitaria miseria, e la nostra, mia e delle mie sorelle, di mio padre e di mia madre, e di mia nonna. Quante volte, nel farmi uomo, mi sarei tormentato con le domande di Mendel Singer, il protagonista del romanzo di Joseph Roth che solo molto più tardi avrei letto?”

Quando un recensore, presunto critico, vuole sbarazzarsi dell’autore che non lo ispira, non lo convince, o semplicemente non è in grado di comprendere, ma di cui bisogna che parli, lo paragona a qualche scrittore famoso. Di solito, più elevato l’altare, minore la stima riservata al dio sconosciuto, o scomodo, che si vuole far salire a esso, e poiché i paragoni sono di natura antipatici, spesso diventano boomerang, sia per chi scrive, sia per chi è descritto. A Matteo Collura, della cui opera non ci si vuole sbarazzare, ma al contrario leggere e rileggere, non si adattano paragoni, soprattutto per questo libro, In Sicilia, apparentemente una cronaca di viaggio, in effetti romanzo. Un romanzo nell’antica accezione, così come sono romanzi La vita di Apollonio di Tiana o il Milione. Infatti, non sempre le storie vere sono più funzionali, rispetto alle inventate, a questo genere letterario, semmai, paradossalmente, non le vere, bensì le vissute raggiungono quei presagi di profondità capaci di traslare la vita in parole, e viceversa. Il dono che plasma i suoni convenzionali della lingua in idee, in azione, non viene regalato, deriva da un percorso iniziatico che può durare a lungo e addirittura non risolversi mai; colui che lo anela sa di doversi umiliare, ma soprattutto sa che le sofferenze incontrate durante il suo viaggio potrebbero restare oscure. Anche se non per sempre. Delle sofferenze di Matteo Collura, del suo percorso iniziatico attraverso le proprie origini di uomo e di scrittore, abbiamo il resoconto vittorioso in questo libro, attraversato da un impeto martellante, marcato da uno stile personalissimo che è dell’affabulatore antico, quel metodo millenario in grado di catturare l’attenzione dell’uditorio accoccolato attorno al fuoco.
C’è molto di parlato in questa prosa che l’autore definisce “scritta a mano”, e c’è nel tono cangiante della voce la traccia delle emozioni, come nella splendida descrizione dell’ingresso in Palermo dove il ritmo sembra rattenere i singhiozzi. O dove l’intercalare del virgolettato cela l’ironia, di rimando a chi voleva essere ironico, come in quell’ “Egregio amico” dispensato dai palermitani ai “piedincretati”, gli stranieri, i siciliani di “fuori”. È un parlato pieno di verbi, di fatti, ma emerge anche la pittura di un’aggettivazione a volte persino barocca, forse perché il sovrabbondare è di questa terra spesso eccessiva, mai monotona, sia nei colori, sia nelle forme, mai scontata come altre realtà geografiche o sociologiche in cui i sostantivi possono bastare a descriverle. Ed ecco che il parlato si trasforma in poesia, alcune frasi sono versi; prima di tutto per la ricercatezza delle immagini, ma in particolare per le cadenze, che sembrano inseguire una metrica aulica.
Non si è riferito finora di personaggi, né di trama, né di colpi di scena. Meglio lasciare al lettore la scoperta del percorso che questo libro compie facendosi romanzo. Ma di uno dei protagonisti vale la pena di dire ancora qualcosa; non è una figura illustre, carnale, è una disposizione letteraria che sorride a pochi: la riflessione. Collura non ci lascia soli davanti a dei simulacri, a degli aneddoti, a delle esasperazioni, egli testimonia e traduce; e traducendo indaga su un aspetto che coinvolge la ragione, o la sua assenza, in molte vicende siciliane. Apprendiamo così che la predilezione per Sciascia non era dovuta solo all’amicizia, ma al forte legame che questo scrittore aveva con la ragione, contestualmente all’irragionevolezza che sembrerebbe prevalere ovunque. La follia, tema cardine di molti scrittori siciliani, erompe dalla sopraffazione, dal sangue sparso quasi con noncuranza, dai manicomi nei quali i pazzi non si sa se siano chiusi dentro o fuori, da una tipologia umana che va da Cagliostro al principe Raniero Alliata, il quale teneva sul proprio tavolo un teschio che “mordeva” una pergamena su cui era scritta una maledizione in aramaico. Collura riflette sulla difficile traduzione della follia in ragione, sembrerebbe una di quelle imprese care a Cervantes, ma restando fedeli al proposito di evitare paragoni, bisogna constatare che se non riesce del tutto, il demerito non è suo. La realtà, a volte, in Sicilia, è troppo al di sopra della fantasia, o dei buoni propositi, per poterla circoscrivere; e non si può operare come Bixio a Bronte, il quale ordinò di fucilare anche il pazzo Fraiunco pur di inseguire un’irraggiungibile giustizia.
Per questo e altro siamo resi consapevoli che si dimostri più coraggio e virilità nello scrivere libri come questo di Matteo Collura, piuttosto che nell’eseguire massacri, specialità non solo siciliana, purtroppo, bensì della follia in genere.

In Sicilia di Matteo Collura
221 pag., Euro 14.00 – Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 410)
ISBN 88-304-2089-1




 


 


  


 


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