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INTERVISTA SU AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 29 gennaio 2013
 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è certamente un’autrice originale, sia per lo stile che per le storie che racconta, in particolare perché sono ricorrenti alcune problematiche che potremmo anche chiamare “ossessioni”. Nel suo libro (Domenico Treccozzi, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio, ed. Zona, 2011 [ * ]) ha rilevato, con argomentazioni a mio parere convincenti, la stretta connessione fra le esperienze vissute dall’autrice nell’infanzia e nell’età adolescenziale e queste ossessioni. Ha inoltre rilevato l’altrettanto interessante connessione fra le stesse ossessioni e il suo stile di scrittura. Vuole parlarcene?

Domenico Treccozzi  - La cosa che innanzi tutto cerco sempre di chiarire, quando parlo dei romanzi della Nothomb, è che bisogna leggerli come parti di un piano generale che potremmo chiamare la sua grande favola personale. Nel mio libro ho cercato di evidenziare come ogni romanzo possa essere letto nella versione di un particolare modo di sentire dell’autrice. Ossia, qualcosa che sta al posto di qualcos’altro e che, seguendo l’indicazione della psicoanalista Louise J. Kaplan, ho perciò chiamato «autobiografia come feticcio» (sebbene in Falsi idoli la Kaplan parli di «biografie come feticcio»). Questa sensibilità dolorante funziona da motivo d’ispirazione e conferisce alla scrittrice un certo non so che di particolare da cui deriva la sua fascinazione. Abbiamo ad esempio il trauma del regno perduto dell’infanzia e quello del primo ciclo mestruale, lo shock pulsionale riferito al desiderio di natura sessuale per il giovane inglese, il turbamento riferito al cambiamento del corpo nell’adolescenza e l’insidioso antagonista della coscienza. Ed è per questo che il doppio non è semplicemente il nemico in quanto altro, ma appartiene ad una costellazione in cui transitano molte parti di sé. Potremmo anzi dire che i suoi romanzi prendono corpo proprio da queste ossessioni – materiale grezzo, vale a dire non completamente elaborato – di cui Amélie si serve per le sue sinistre creazioni. Pertanto, quando Amélie dice che l’io non è solo un altro ma molti altri, dobbiamo pensare a questi altri come ai persecutori che perciò stesso sono puntualmente messi a morte nel finale. Quanto invece alle connessioni tra quello che ho chiamato il suo stile minimalista di scrittura e le ossessioni, è tutto in linea con quello che si può dire il copione anoressico. La tensione interiore, conseguente al perturbante che alberga dentro di sé dev’essere eliminata e questo avviene attraverso un meccanismo che gli psicologi chiamano acting out, un modo di pervenire alla purificazione del proprio essere dalla contaminazione, stabilendo la supremazia dell’ideale, etereo e immateriale su tutto il resto. Questo significa la liquidazione della parte maledetta nel giro di appena cento pagine. La distanza che c’è tra l’inizio e la fine è talmente breve da lasciar pensare che la tendenziale corsa verso la conclusione possa avere una relazione con il desiderio di quiete che Freud ha chiamato istinto di morte.

Luciana Raggi - L’autrice è abbastanza giovane ma sono usciti più di venti suoi libri e sicuramente continuerà a pubblicarne uno all’anno, frutto dell’assiduo lavoro di scrittura che, a digiuno, affronta per quattro ore ogni mattina. Pensa che la grafomania della Nothomb sia causata da altre motivazioni oltre a quella, indiscutibile, del guadagno economico assicurato dalla sua fama?

Domenico Treccozzi - Quando si può dire che uno scrittore è grafomane? Per quanto ne sappiamo, Amélie dice di scrivere tre libri all’anno, di cui però uno soltanto sarà il candidato, scelto per esserepubblicato. Ma facciamo un calcolo. Se consideriamo all’incirca le cento pagine di ogni romanzo e le sommiamo per tre (i romanzi che dice di scrivere in un anno), abbiamo circa trecento pagine in totale. E trecento pagine in un anno non sono un indicatore sufficiente per poter dire che abbiamo di fronte una grafomane. Ma c’è dell’altro. Il tempo che Amélie dedica alla scrittura è di quattro ore al giorno. Dopo una tazza di tè kenyota dice di scrivere in preda ad un’ispirata eccitazione, al termine della quale il testo non ha bisogno di revisioni. Ora, se a quello che abbiamo già detto sommiamo una scrittura di getto e il fatto che l’autrice non rivede niente di quello che ha scritto, Amélie non è una scrittrice prolifica, così come si dice per fare scalpore, ma una scrittrice che, per quanto tempo dedichi alla scrittura, produce fin troppo poco. Quanto poi al fattore guadagno, eccoci di fronte allo scandalo affascinante, offerto a piene mani per la meraviglia di tutti. Siamo già in un campo che è quello dell’immagine e di operazioni di marketing. Siamo nell’epoca delle confessioni e il mercato del desiderio prevede che quanto più le storie di vita privata sono dilaniate tanto più sono destinate a suscitare commozione melodrammatica e ad essere divinizzate. 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è amata come una pop star, è un fenomeno. Dalla lettura del suo libro mi pare di aver capito che secondo lei è un personaggio molto costruito. Vuol spiegarci perché pensa questo?

Domenico Treccozzi - Qui abbiamo a che fare innanzitutto con l’estetica, una tendenza che oggi sembra puntare sempre più all’estremo. La cosmetica è il trucco che si usa quando si vuol mettere un prodotto sul mercato perché sia venduto. Ed ecco entrare in ballo Daniela Di Sora – l’editor della Voland, la casa editrice che in Italia pubblica Amélie Nothomb – che in un’intervista ci tiene a lasciarci immaginare le prodezze dell’artista della fame quando si nutre di cibi in via di decomposizione. Questo serve ad avvolgere il personaggio in questione di un certo gusto per il morboso, riscuotendo il successo sulla base di un fremito avido di sensazioni. La religiosità popolare, l’ingenuità e la credulità fanno ancora parte di noi e della modernità. Ma io ci terrei davvero a vedere Amélie che mangia alimenti non più buoni, andati a male, guasti, marci o in putrefazione, tanto per usare un termine caro a questo milieu culturale alla ricerca dell’estremo. Se Amélie Nothomb ha riscosso successo credo che sia per via del suo modo di parlarci di sé in maniera umoristica e autoderisoria. Questo fa di lei una vittima. Bisogna infatti collocarsi dal punto di vista di chi recita la propria sconfitta – come fa il clown – per far ridere di sé. È per questo che tutti si identificano con la sua storia! Perché tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati vittime di qualcuno o di qualcosa. E poi come si fa a non prendere a cuore la sua confessata debolezza esistenziale? Il motivo della vittima è rilanciato a più riprese ma senza indugiare troppo sugli aspetti più agghiaccianti e macabri della sostanza. Insomma, Amélie non fa altro che parlarci di sé e non c’è un solo romanzo in cui non abbia messo in scena un’operazione di questo tipo. Neanche Acido solforico, un romanzo che si sarebbe portati a pensare centrato più sul versante della critica alla società spettacolare, sfugge a questo desiderio di sé della civetta. In questo romanzo, la persistenza dell’interesse autoreferenziale, dice tutta la malafede della pretesa onestà sentimentale dell’autrice. Un aspetto che non poteva neanche essere messo a fuoco da un critico come Francesco Muzzioli che, in La catastrofe della modernità, la modernità della catastrofe * ], annovera a torto questo romanzo nella serie di scrittori che hanno trattato il genere della distopia in letteratura. Il motivo per cui non credo che Acido solforico possa rientrare a pieno in questa sua antologia è che in questo romanzo non si prefigura uno scenario da fine del mondo né quello della fine della società dello spettacolo, ma è l’ennesima messa in scena della vittima con cui Amélie si è identificata per non dover dichiarare altro. Non ricordo dove ma da qualche parte Nietzsche ha detto che scrivere può anche essere un modo per non dire l’essenziale. E l’essenziale in Acido solforico è, secondo me, il fatto che Amélie cerca di camuffare l’invidia segreta per i protagonisti dei reality e il risentimento nei confronti degli spettatori, che sicuramente non sono i migliori candidati a leggere i suoi romanzi, grazie ai quali però ha giocato la sua rivincita. Viceversa, se si pensa ad Acido solforico come ad un romanzo davvero staccato dall’interesse personale della scrittrice, si sfugge e si fa sfuggire di vista il fatto, semplice ma sostanziale, che i deportati di pace, nella realtà dei reality, sono volontari, persone che mettono in scena il proprio esibizionismo. Ma nel romanzo noi leggiamo che i telespettatori sono più colpevoli delle vittime. Perché? Nessuno se lo chiede. Eppure le vittime di Concentramento sono nella realtà colpevoli di esibizionismo quanto i telespettatori lo sono di voyeurismo! Questo dovrebbe farci capire che la scrittrice ha usato una metafora storica per ridare corpo al suo orgoglio, ferito per il fatto di dover fare qualcosa come scrivere al fine di conquistarsi quei favori che altri – i protagonisti dei reality – si sono accreditati con poca spesa.

Luciana Raggi - Amélie Nothomb nella vita pubblica e privata ha comportamenti bizzarri. Quanto, secondo lei, questi aspetti, non legati strettamente alla scrittura, hanno condizionato e condizionano il suo successo?

Domenico Treccozzi - Anche in questo caso io vorrei vederci un po’ meglio. Se nel mio libro non ho pensato di inserire un’intervista all’autrice in questione, è perché a me non interessava altro che quello che potevo leggere direttamente dai suoi romanzi. I testi e nient’altro che i testi stessi sono stati la bussola che mi ha orientato in questa specie di “giallo psicologico”. A dire la verità, non trovo che la vita privata di Amélie sia poi così trasgressiva come lei dice. Non c’è infatti nessuna rivendicazione lesbica, così come sembra ammiccare timidamente in alcuni romanzi; e non c’è neanche una rivendicazione della sessualità in generale – né etero, né omosessuale – o del piacere in particolare. Questi aspetti sono appena accennati, sfiorati e accarezzati secondo lo stile, a quanto pare, di una ragazza per bene, da cui trapela una certa sessuofobia e un’ascesi letteraria il cui ideale è di tipo ereticale. Atteggiamenti che fanno parte del copione anoressico e che, in quanto hanno la funzione di impressionare, costituiscono al tempo stesso quell’esca sentimentale a cui i fan tendono ad abboccare. La mia opinione è che nei suoi romanzi non ci sia niente di veramente trasgressivo. L’erotismo è letteralmente espurgato e fatto oggetto di persecuzione. Cosmetica del nemico è in questo senso un romanzo emblematicamente dedicato ad un’operazione di purificazione. Dunque, come si può vedere, l’immaginario della Nothomb è puritano, autarchico, claustrofobico. Insomma, abbiamo a che fare con un’adolescente che, mettendo in gioco il suo mondo interiore, si compiace di lasciarsi guardare mentre gioca a guardia e ladri con i suoi persecutori. Quanto al modo di vestire, al cappellaccio, al rossetto e al biancore cadaverico…quello che posso dire è che nel mio libro ho tenuto a debita distanza questo genere di cose – di cui, tra l’altro, si è sufficientemente occupata la stampa. Sulle riviste, sui giornali o nelle interviste non si parla d’altro. Ma non solo. Quello che è ancor più incredibile è che non vi sia alcun interesse di andare a fondo per cercare di capire cosa c’è sotto. È incredibile ma è così. Il mio libro è perciò destinato sin dall’inizio a quello che si può dire un successo catastrofico. In primo luogo perché in Italia non c’è un particolare interesse per la critica letteraria; poi perché costringe il lettore e la lettrice occasionali a fare i conti con un testo che, a differenza dei romanzi della Nothomb, non si lascia liquidare facilmente; e in terzo luogo perché l’argomento in questione – il desiderio – ha implicazioni fortemente personali. Anche se questo è un problema che entra in gioco solo una volta che ci si sia familiarizzati col testo.

Luciana Raggi - Qual è, secondo lei, il libro migliore e quale il peggiore di Amelie Nothomb?

Domenico Treccozzi - Sicuramente Igiene dell’assassino. Intanto perché è quello più fitto, poi perché contiene tutta la metafora della favola noir della scrittrice e infine perché ha la coerenza micidiale di certi killer seriali che in un modo o nell’altro lasciano tracce che mettono sulla propria pista al fine di essere scoperti. Igiene dell’assassino si offre dunque come un “giallo psicologico”, romanzo in cui Amélie si denuncia apertamente, senza che nessuno, fin qui, sia stato capace di rendersene conto. Il romanzo più deludente invece è indubbiamente Uccidere il padre. A parte la citazione di Huxley e lo stesso titolo, è quello che vola più basso di tutti. La citazione di Huxley in quest’ultimo romanzo, secondo cui le persone davvero morte sono gli ostinati, ci invita a scandagliare più in profondità. Amélie sta dichiarando a chiare lettere di essere dunque morta perché ostinata. Il sospetto della messa a morte del Dio-padre ci deriva dal fatto che, l’unica volta in cui Amélie ce lo presenta, ce lo fa vedere non a caso de-caduto in una fogna. Inoltre, si veda l’equivalenza tra il ministro che in Diario di Rondine Urbano deve uccidere e quella del diplomatico Patrick Nothomb; e poi si veda l’ambiguità della figura del professore in Libri da ardere – sola pièce teatrale non a caso dedicata al padre –, per metà figura di precettore, tuttavia carica di lascivia sessuale; e per finire si veda anche il ruolo del Capitano Loncours, a cui è attribuita l’immagine del serpente, simbolo di seduzione e intelligenza e il rapporto di tipo cerebrale che Amélie dice di avere con suo padre in Biografia della fame. È questa ostinazione, che nel mio libro ho tradotto nella versione dell’eterno ritorno dell’identico, ad essere in relazione con l’assassinio fondatore, perché il padre è il primo nemico. L’espressione corpo espiatorio usata per il mio libro trova qui un livello più profondo di spiegazione. A fronte della fantastica infrazione del tabù originario (il parricidio), l’enormità della trasgressione si rovescia in un sistematico meccanismo di autodistruzione. Così, una volta posto che l’io e l’altro, nella dimensione interiore, sono sempre la stessa cosa, il conflitto che non può essere agito nella realtà può solo implodere in maniera sacrificale, vale a dire nel martirio di sé. Insomma, la problematica adolescenziale relativa all’individuazione, non è del tutto superata e impegna ancora Amélie a combattere con i suoi mostri.

Luciana Raggi - Ed ora vuol spiegarci appunto il titolo del suo libro: Amélie Nothomb o il corpo espiatorio e la relazione tra questo e il cibo, il sesso, gli altri, la religione, la morte?

Domenico Treccozzi - È evidente, dalle domande, che la sua conoscenza dei romanzi della Nothombè pressoché completa. Questo ci aiuta a capire meglio ciò di cui stiamo parlando. La prima cosa che mi viene da pensare è che ogni romanzo, come lei ha ben osservato, è una specie di emanazione dello spirito dell’autrice. È per questo che la stessa Amélie può parlare dei suoi libri-feticcio come di figli-fantoccio, che partorisce ogni anno dopo un’idea che l’ha ingravidata. Il titolo del libro riprende l’evidente motivo del capro espiatorio. Il riferimento, in particolare, va a René Girard – critico letterario, antropologo, filosofo e storico delle religioni [ * ]. Nell’ottica girardiana, la violenza è il risultato con cui tutti noi, prima o poi, siamo costretti a fare i conti. Tuttavia, poiché l’interdizione della stessa violenza ingenera il risentimento – vale a dire quell’affezione dell’essere che non può ottenere soddisfazione nella vendetta – la forma autoinflitta nei termini della vittima espiatoria si configura come il risultato dell’inospitalità radicale dell’io. Se diamo uno sguardo ai romanzi di Amélie ci accorgiamo che la concezione dell’amore ha più a che fare con l’esaltazione del proprio modo di amare – e dunque con un amore di tipo narcisistico – che con l’amore dell’altro. Le immagini dell’odio e della morte opposte come ostacolo agli occhi dell’altro inducono così quel sacro timore e tremore che la divinità tragica spera di suscitare. Il tentato suicidio a soli tre anni, i sabotaggi d’amore, Tach, Palamède, Pompei come metafora del corpo distrutta sotto la cenere e la lava del Vesuvio, il doppio mostruoso e persecutorio nella vicenda Angust/Texel, Ethel, Loncours, tutti i gli attori di teatro di Libri da ardere, il preteso Innocenzo di Diario di Rondine o la stessa Amélie nella scena finale di Dizionario dei nomi propri si presentano come le parti di sé – tra cui il fantasma del padre – messe a morte nei romanzi. Un dispositivo, caricato della negazione dell’altro corporeo, sembra avere ripercussioni anche nei sentimenti di odio nei confronti dell’altro percepito come persecutorio. Il sistema della persecuzione prevede infatti che quanto più si odia tanto più ci si condanna ad essere perseguitati. La sconfitta che Blanche infligge a Christa fa sì che una volta sparita dalla scena esteriore, questa ritorni ad abbattersi dentro di sé, facendo girare l’intero “romanzo personale” della Nothomb come un sofisticato sistema di persecuzioni e contropersecuzioni. Ecco quindi la rappresaglia dell’io psichico e la controrappresaglia del corpo, quella della coscienza e del suo doppio e quella dell’io e dell’altro avvitarsi fino all’espulsione di una o di tutte le parti in scena, come succede ad esempio in Libri da ardere. È per questo che la formula migliore per rappresentare la dimensione interiore della Nothomb – così come lei stessa dice in Sabotaggio d’amore – è quella dell’Io che vive nella guerra. È in questo senso che si può trovare un’equivalenza tra lo stile minimalista in letteratura e l’estetica anoressica nella vita, perché in entrambi i casi l’imperativo categorico è quello di un essere che annuncia il suo ultimo desiderio, lasciandosi contemplare nell’esibizione di un rifiuto capace di essere pieno di vuoto. Se la letteratura è il luogo privilegiato in cui si ritira l’energia spirituale, incarnare la particolarità assoluta significa allora superare la concorrenza rivale. Questo significa puntare sulla passione della differenza, sulla ricerca della distinzione e sul pathos della distanza che funzionano come l’epifania, l’incarnazione di un essere a parte. Un essere unico, esclusivo, che annuncia il proprio non-essere come orgoglio più estremo. È per questo che i temi della religione e della morte, presenti nei romanzi della Nothomb, sono l’espressione di un atteggiamento che è al tempo stesso mistico e apocalittico. Quanto alla questione del corpo, è molto antica. Nella nostra concezione il corpo è legato alla materia e al peccato, a ciò che deperisce e non può essere trasceso che con uno slancio dell’anima. È per questo che l’eterno conflitto, messo ripetutamente in scena nei romanzi della Nothomb, richiama in causa una specie di visione manicheista ancora preponderante nel nostro immaginario moderno. Si spiega così il fatto che se i personaggi dei romanzi non accettano il proprio corpo è perché sono il riflesso della propria madre. È Amélie infatti a non accettare se stessa, il suo corpo, il suo aspetto, condannandosi al risentimento per l’invidia patita nei confronti della vera bellezza. Si pensi ad esempio alla posa anticonformista giocata in Attentato o a quella presente nella novella dal titolo Leggenda forse un po’ cinese. Ora, se in entrambi i casi è il gusto del brutto ad avere la meglio è perché siamo di fronte ad una strategia dell’orgoglio, che cova nel risentimento e parla apposta contro il desiderio della bellezza perché non riesce a capitalizzarla. È per questo che se nei suoi romanzi Amélie appare condannata a desiderare, lo fa adottando l’umiliazione masochista, come può essere nel caso di Antichrista o nel caso di Sabotaggio d’amore e di Stupore e tremori oppure all’insegna del risentimento e della vendetta, come nel caso di Attentato, Diario di Rondine e Viaggio d’inverno, tanto per fare qualche riferimento. Grazie a questa operazione di trasfigurazione dei valori Amélie può mascherare la sua rivolta e superare l’ordine terreno della materia attraverso l’investimento ideale della scrittura che le restituisce un surplus di vita inestimabile. Quanto alle colpe che Amélie si compiace di espiare nella sua personalissima via crucis teatrale…sono sotto gli occhi di tutti, stampate nero su bianco e ormai in diverse lingue. Basti pensare all’universo interiore di tipo depressivo, conseguente alla perdita del regno dell’infanzia. Non dobbiamo dimenticare che la nostra “piccola peste” ha invidiato da morire le bambine che in Giappone venivano trattate come divinità e che a questo obiettivo ha dedicato tutti i suoi sforzi futuri. E poi c’è il torto della madre che rifiuta di darle tanto più amore, l’umiliazione e la derisione masochistica a cui si espone agli occhi di Elena, di Christa e di Fubuki, fino al disprezzo del proprio corpo nella prima adolescenza. Sono queste le colpe da espiare sulla carta per trionfare sugli altri con una vittoria a rovescio. Una rivincita letteraria che, in Metafisica dei tubi, si può riassumere nell’atteggiamento degli assediati di Okinawa, i quali preferiscono gettarsi nel vuoto piuttosto che arrendersi al nemico. La stessa cosa che fa il Capitano Loncours, offeso e vilipeso dalla divina intraprendenza dell’infermiera Françoise che è stata capace di usurpargli il posto di persecutore. È in questi termini che vediamo transitare da una parte all’altra certi motivi di romanzo: dalle voci, al «buco», al «foro interiore», al «vuoto che attanaglia», fino alle tre carpe ricevute in regalo per il suo terzo compleanno, ai tre gatti di Textor e a certe figure che incarnano la magrezza sublime dell’anoressica, come nel caso di Hazel, di Marina, di Blanche e di Plectrude. Anzi, quando sembra di leggere la fine di un romanzo e poi lo si vede ricominciare da un’altra parte, è come se ognuno di essi fosse parte di un tutto, il “romanzo personale” che è poi l’intera «autobiografia come feticcio» di Amélie Nothomb.

Luciana Raggi - Perché pensa che nei romanzi di Nothomb la seduzione sia sempre ispirata al principio del male e ad un tipo di logica perversa?

Domenico Treccozzi - Sì, credo che nell’intero “romanzo personale” della Nothomb ci sia una rivincita ispirata all’ironia sadica conseguente a un deliberato decadimento masochista. Se scrivere equivale a rivolgere agli altri il proprio appello, questo è quello che è costretta a fare anche Amélie. Non fosse altro che per riscuotere quell’ammirazione di cui è sempre andata a caccia. L’esca sentimentale e il ricatto in amore, propri del copione anoressico, sono infatti una strategia per non dover desiderare. Da qui l’intelligenza sofisticata con cui Amélie ha sedotto alla sua scrittura, la simpatia per il male e una logica perversa non soltanto di pensiero ma anche del desiderio. Dopo aver ricominciato a mangiare, Amélie si ripromettere di recuperare la sua rivincita spirituale e di vivere a partire da un corpo destinato ad essere distrutto. La scrittura è l’arma formidabile fatta apposta per un impresa di questo tipo: vivere a patto di distruggere il corpo sulla carta. Scrive quindi il suo romanzo d’esordio Igiene dell’assassino, che è la continuazione della stessa impresa che a dodici anni ha intrapreso con la sorella Juliette e, ispirata alla coscienza indignata, spinge più a fondo la volontà di farla finita. L’estetica anoressica entra in scena come sfida in cui non è più il corpo in carne ed ossa ad essere messo in gioco ma un sostituto di cartapesta. Il mio interesse è stato quello di prendere in considerazione i romanzi della Nothomb come modello rappresentativo per spiegare una tendenza più generale: lo snobismo, spinto fino alla tragedia dell’orgoglio. Una tendenza all’estremo che ha già preso forma nella sensibilità contemporanea sotto forma di distruzione del desiderio. Quello che ho tentato di fare, in conclusione, è stato solo accennare alcuni aspetti a cui, finora, nessuno aveva ancora dedicato sufficiente attenzione – almeno in Italia. In fondo, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio non è che una lettura personale, il mio modo di leggere i suoi romanzi. Una lettura che è sì di tipo investigativo ma che rimane pur sempre e soltanto un’ipotesi interpretativa.

 

Luciana Raggi, nata a Sogliano al Rubicone in Romagna, è autrice di volumi di poesia e narrativa. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti autobiografici "Un bastimento carico di..." ( ilmiolibro.it [ * ]), e la raccolta di poesie "Sorsi di sole" (ilmiolibro.it [ * ], vedi quì). Vincitrice di premi letterari per le sue poesie è animatrice del circolo dei lettori che si riunisce presso la biblioteca Villa Leopardi in Roma.

Domenico Treccozzi, psicologo di formazione, con "Amelie Nothomb o del corpo espiatorio" è al suo primo libro. L'opera, il primo ed unico studio critico completo sulla scrittrice francese finora apparso in Italia, ha avuto numerose presentazioni, tra cui quella alla biblioteca Villa Leopardi in Roma il 13 giugno 2012. Attualmente sta lavorando ad un saggio sulle ultime tendenze sul corpo, dalla body art alle modificazioni corporee (tatuaggi, piercing, scarificazioni, branding, protesi sottocutanee, bagelheads ecc.). Il libro che invece lo vedrà impegnato costantemente almeno per i prossimi quattro anni è un volume che ricapitolerà l'opera e la figura di Georges Bataille, dal titolo provvisorio Georges Bataille, l'eterno adolescente.   
AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 12 giugno 2012

 

Domani, mercoledì 13 giugno h 19,30, verrà presentato a Villa Leopardi, con l'introduzione di Luciana Raggi, il primo libro di critica letteraria sulla scrittrice belga apparso in Italia, "Amelie Nothomb o il corpo espiatorio" di Domenico Treccozzi [ * ], con la presenza dell'autore. Il libro affronta con gli strumenti della psicoanalisi e avvalendosi di un costante riferimento ad autori quali Renè GirardGeorges BatailleMaurice Blanchot e Friedrich Nietzsche le tematiche peculiari che trascorrono nei romanzi della scrittrice. Sarà l'occasione per fare il punto su un'autrice che vede sempre più aumentare il novero dei suoi estimatori.
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