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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ALBERINVERSI. UN PERCORSO DI ECOCRITICA
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 29 novembre 2013

Ci interroghiamo spesso, in maniera sempre più pressante sul nostro rapporto con il pianeta Terra. Lo sfruttamento delle risorse di questo pianeta ha per secoli, per millenni logorato l'ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Per un periodo molto lungo ci siamo considerati i padroni dell'Universo, superiori a tutto il creato, con il diritto di sfruttarne indiscriminatamente e illimitatamente i beni di cui ci troviamo a disporre. Stiamo capendo che questa visione del mondo dualistica (l'uomo opposto alla natura) e autoritaria è molto distruttiva. Lentamente capiamo che noi siamo una parte del creato e non i signori di esso e che il creato si può mantenere solo se i rapporti tra le forme viventi che lo popolano vengono mantenuti a discapito di nessuno.
  

Alla biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma trova accoglienza il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi, che ha avviato alcune iniziative volte ad approfondire la conoscenza degli alberi.
Per prima cosa il 18 aprile scorso si è svolto un percorso guidato tra poesia e storia degli alberi con lo storico degli alberi Antimo Palumbo e il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi. Ci si è spostati da albero a albero - sono stati "visitati" una robinia, un pino, una palma, un gelso, un cipresso, un olmo, un leccio e un acero - leggendo dei versi tratti da poesie di poeti contemporanei e non in cui venivano citati questi alberi. Un mese dopo, il 20 maggio, si è tenuto un incontro con alcuni poeti i cui testi erano stati letti in quella passeggiata, che hanno offerto altre poesie sugli alberi.
Si è esordito parlando di ecocriticism, la disciplina che, per usare le parole della ricercatrice americana Cheryll Glotfelty, studia la relazione tra la letteratura e l'ambiente fisico. Alcuni studiosi americani hanno scoperto che un modo sicuramente efficace per affrontare i problemi della biosfera è la letteratura, che da secoli è stata uno strumento estremamente valido per raccontare e trattare i problemi dell'individuo e della società. L'ecocritica analizza come ogni opera letteraria si pone nei confronti dei problemi dell'ambiente e in che modo orienta la visione che ognuno di noi ha di questi problemi.
In questo modo tende a far aumentare la consapevolezza verso queste problematiche per evitare catastrofi ecologiche sempre più distruttive e irreversibili. Al tempo stesso cerca di essere una forma di attivismo, cioè tenta di mettere in moto quelle molle che ci spingono a lottare per difendere qualcosa a cui teniamo (per es. gli alberi).
Di fatto la letteratura e, nel caso specifico la poesia, può mettere in campo un elemento irrazionale, il sentimento, che è un'energia di per sè trascinante, laddove la mera razionalità della scienza non riuscirebbe a coinvolgere la gente più di tanto. La letteratura, la poesia, quindi, permettono una narrazione, una discussione e un coinvolgimento estetico che costituiscono un forte propulsore necessario per determinare qualsiasi cambiamento.
Stiamo andando avanti con un'idea sbagliata di cultura. L'uomo non è l'animale più importante del creato. Dobbiamo abbandonare l'antropocentrismo in cui abbiamo creduto fin dal Rinascimento, ma anche prima (tradizione giudaica, la Bibbia). Intanto le rivoluzioni del secolo passato ci hanno insegnato che è scorretto dire uomo, che è una definizione di genere. E' corretto dire uomo e donna, ma poi abbiamo capito che anche l'altro (includendo in questa parola i bambini, i malati, gli handicappati, i popoli non occidentali, gli animali, le piante, il mondo minerale, ecc.) è ugualmente importante. Gli esseri umani non si devono più contrapporre alla natura considerandola loro proprietà, perchè essi sono una parte della natura e possono sopravvivere se imparano a restare in armonia con il resto del creato.
Barry Commoner, scienziato americano, nella prima legge dell'ecologia ci dice che "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa". [ 1 ]
La prima poeta che ha letto le sue poesie è stata Maria Grazia Calandrone, di cui citiamo alcuni versi tratti dalla bella poesia in romanesco Arberi, che possiede una distinta qualità drammatica, intensificata dall'uso del dialetto [ 2 ]:

[...]
Tutti l'arberi - 'o vedi - toccano er cielo co' ste giravorte
de rami, che s'avviteno
su de sè
carmi carmi
puro se so' feriti
puro se stanno a bagno ner nerastro e nella cupitudine
de l'inverno: perciò
mettemose vicini
all'arberi
senza ruminà
male e vennetta, famose semplici
come cinghiali, come la tera: tera
se dovemo fa', sotto sti grandi macchinari da fiore. [ 3 ]

La voglia di vivere, di crescere, di produrre foglie e fiori spinge gli alberi avanti fino a toccare il cielo e la poeta alla fine invoca per noi umani la necessità di metterci vicini agli alberi con umiltà, di farci terra sotto di loro, rinunciando implicitamente alle nostre "manie di grandezza" inutili.
Fra altre poesie, Marcella Corsi ha letto questi versi:

Se hai parole dimmi gli occhi del mandorlo
le sue minuscole labbra marroni di terra
spediscimi a volo di tordo ciocche vive
i suoi capelli di foglia, ti renderò
affrancato di corteccia un pensiero
forte del suo fiorire (ma non tagliarli
troppo corti: sono così belli
e odorosi, lucenti i suoi capelli ricci... [ 4 ]

Si tratta di un felice incontro tra un albero che tende a diventare una persona e una persona che assume le forme di un albero per manifestarsi. Il linguaggio è sensuale, denso di suoni e immagini corporee: prevalgono il tatto e l'odorato. L'incalzare dei versi trascolora di immagine in immagine con un gusto quasi barocco. La mancanza di punteggiatura fonde il tutto in un magma sinuoso segnato dalle ripetute invocazioni sotto forma di imperativi che ravvicinano chi parla all'albero oggetto della poesia.
Un coinvolgimento nella matericità delle parole della poesia è presente anche in Pinus pinea di Tiziana Colusso. Ci colpiscono nella prima parte della poesia i numerosi suoni con la effe in cui la voce pare ripetutamente tuffarsi quasi per non ritrovare la luce. Non per nulla la poeta parla di affogo. Tiziana Colusso visita e mette insieme più culture: per esempio gli etruschi nella parte da me citata, rendendoci consapevoli di vivere in un mondo ricco di sedimentazioni e punto di confluenza di culture diverse. L'elemento del significante è spesso prevalente. Le parole sembrano scaturire le une dalle altre in impicci di allitterazioni che rivelano una grande sensibilità linguistica e un'attenzione che è passata per la sonorità delle avanguardie.

[...]
Pinus pinea di pinoli infantili da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

           - e da allora persa a vagare fluida e fluente
                                                                  L fino al naufragio ferale:
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus
                                                                             L pinea m'appare,
[...] [ 5 ]

Ha la grazia di un haiku una delle poesie lette da Michele Colafato:

Gli occhi si alzano al cielo
grigio scuro terso dal diluvio -
in fila doppia gli alberi di Giuda
sono tutti in fiore [ 6 ]

La doppia schiera di alberi di Giuda si ergono contro un cielo ombroso a contrastare la diffusa mestizia del giorno.
In Nel bosco di Luciana Raggi entriamo in un intrico di alberi fitti, oscuri, in cui facciamo fatica a discernere le cose. Poi per improvviso incanto nel silenzio dei faggi si dischiudono le stelle del giorno. La bella strofa finale stabilisce un altro parallelismo tra i fenomeni del bosco e quelli umani, sintomo di una fratellanza che i poeti cercano per illuminare la realtà.

Nel fitto bosco
non vedo cielo
Un vedo e non vedo
assopisce in uniformità.

Poi per improvviso incanto,
fra i faggi silenziosi, son fiorite le stelle del giorno.
Così, per altro incantamento,
le tue parole ora
punteggiano il ricordo.
Ed esco al sole. [ 7 ]

L'ecocritica non è molto nota in Italia, anche se vanta una stimata studiosa, Serenella Iovino. [ 8 ]
Molto interessante è l'orizzonte teorico che la studiosa dischiude nel suo "Ecologia letteraria". Altrettanto illuminanti appaiono le quattro letture ecocritiche che la ricercatrice propone nella parte seconda del suo libro, dedicate ad Anna Maria Ortese, Claire Lispector, Pier Paolo Pasolini e Jean Giono.
Nella postfazione al libro della Iovino, Scott Slovic racconta di un raduno fra scrittori ecologisti nelle montagne dell'Oregon dove il poeta californiano Jerry Martien, che conduceva il dibattito, legge una poesia dedicata a un viaggio nel Glacier National Park in Montana. Lui e la sua compagna avevano preso un aereo e la macchina per arrivare al ghiacciaio che si stava ritirando e avevano capito di essere pellegrini devoti di quello spettacolo naturale e "distruttori di ciò che amavano". Ecco, questa è la nostra condizione; da quì dobbiamo partire. Comunicare questa contraddizione ad altri esseri viventi, condividerla è il primo passo per cominciare ad essere coscienti del problema.
Il nostro, tuttavia, non può essere che un percorso di speranza per acquisire un rapporto più equilibrato con la Terra e conservarla a noi stessi, agli altri esseri viventi e alle future generazioni.
[ 1 ] Barry Commoner, The Closing Circle: Nature, Man and Technology, Knopf, New York, 1971 (tr. it., Il cerchio da chiudere: la natura, l'uomo e la tecnologia, Garzanti, Milano, 1971 [ * ]
[ 2 ] Maria Grazia Calandrone, Romanesca. Voci e visioni di Roma, Il labirinto, Roma, 2011 
[ 3 ] vedi quì
[ 4 ] Marcella Corsi, Hanno un difetto i fiori, Amadeus, Cittadella (PD), 1994
[ 5 ] Pinus pinea, o della patria pineale,  poesia inedita

Pinus pinea di pinoli infantile sfratti da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

- e da allora persa a vagare fluida e fluente fino al naufragio ferale
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus pinea m'appare,
tronco largo coperto di scaglie e insetti, scosceso come un plastico
montagnoso, odoroso di resina e pericolo per le pigne in testa:
che poi nell'età adulta hanno nomi di psicofarmaci,
ma nell'infanzia del mondo liberamente fin dentro la testa
germinavano in Terzo Occhio pineale, laddove Cartesio
poneva l'incontro tra Res Cogitans e Res Extensa,
unica parte non bivalve del cervello umano

Graal pineale, scolpito sullo scettro di Osiris, poi sacro agli Etruschi,
oriente domestico di domeniche sotto i pini a spinolare.
Vorrei ora una capanna in cima ai tronchi, rampante baronessina
salva dal fluttuare fluviale, per sempre istallata nella mia patria pineale,
in un focolare simbolico di zero metri quadri.

[ 6 ] Sotto il cielo, poesia inedita
[ 7 ] Nel bosco, poesia inedita
[ 8 ] Serenella Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, prefazione di Cheryll Glotfelty. Con uno scritto di Scott Slovic, Edizioni Ambiente, Milano, 2006 [ * ] 




(Anna Maria Robustelli)





(apparso su Le Voci della Luna, Quadrimestrale di Informazione e Cultura letteraria e Artistica, Sasso Marconi, N° 57, Novembre 2013 [ * ])


  
  








ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 10 giugno 2012

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
SERPENTI E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 1 agosto 2011

Ci portiamo dietro idee a volte giustificate ma altre volte strane sugli esseri viventi: niente mosche perché la loro presenza non è igienica; niente zanzare perché pizzicano e portano malattie, niente scarafaggi perché anche loro non sono tanto igienici e poi sono obiettivamente schifosi, niente formiche perché vanno in cerca di cibo… ma poi se un geco ci entra inaspettatamente (anche per lui)  in casa, perché ucciderlo? Si può cercare di mandarlo via o convivere con lui per un po’. Una volta nella mia vecchia scuola ho visto una mia collega uccidere un millepiedi:  mi ha fatto impressione. Poteva semplicemente attirarlo su un pezzo di carta e ributtarlo nel giardino da cui proveniva.  A volte, sulle pareti, si può bloccare un insetto o un piccolo animale come un geco con un bicchiere o un piatto di carta e poi far scivolare un foglio di carta a mo’ di coperchio finché,  arrivati sul luogo dove è possibile liberarlo, lo si lascia libero. Questo metodo mi è stato insegnato da Lea, la mia carissima cugina che amava molto gli animali. Certo con i serpenti è un po’ diverso, non è così facile prenderli e rimandarli nel loro habitat. Scontiamo con loro un problema di conoscenza. Non distinguiamo quelli velenosi da quelli che non lo sono e poi grava su di loro una lunga tradizione negativa che collega il serpente alla perdita del Paradiso Terrestre. Ho notato che anche persone che vivono in ambienti frequentati da questi rettili hanno a volte delle idee sbagliate, forse perché le leggende si mischiano alle conoscenze scientifiche. E’ pur vero che è difficile che un brasiliano abbia la stessa paura panica di questi rettili che abbiamo noi. Sono abituati a convivere con una più vasta gamma di questi animali che noi e ho notato che li conoscono meglio di noi. E’ un po’ come la nostra conoscenza dei gatti, sappiamo che ogni tanto se ne trova uno forastico, ma in generale coabitiamo con loro molto bene.  Comunque, possiamo anche noi modificare le nostre idee sui serpenti, facendoci aiutare da testimonianze su di loro che ci vengono dalla letteratura.

La prima ci viene da Stephen Crane ed è un classico del nostro rapporto con questi animali. L’incontro con il serpente è uno scontro, una battaglia condotta fino all’ultimo respiro. Si intuisce che è un serpente a sonagli, quindi velenoso, e che l’unica alternativa è di ucciderlo, anche se, onestamente, chi scrive riconosce negli occhi dell’uomo c’erano odio e paura.  E poi negli occhi del serpente c’erano odio e paura.
Si evince una notevole empatia nei confronti del serpente: non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. Il testo inoltre è consapevole del fatto che l’antica inimicizia tra uomo e serpente è nata nel corso di una lunga tradizione e nel mito. Pure,  chi scrive non può fare a meno di descrivere una lotta, un’inimicizia inevitabile, scontata, combattuta con coraggio e destrezza da tutte e due le parti. L’implicito onore attribuito al serpente è quello che si deve a un combattente che ci è pari.

Parla di onore anche lo scrittore David Herbert Lawrence nella poesia The Snake  ma qui la contraddizione tra la tendenza ad uccidere il serpente e la riverenza del poeta alla vista di questo spettacolo della natura è più marcata e dichiarata: Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Fin dall’inizio il poeta accetta di dover aspettare il suo turno per bere alla vasca, mentre guarda affascinato il serpente che beve: E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perché egli era lì alla vasca prima di me(...)Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca, / E io, da secondo arrivato, attendevo. Ma lentamente si insinua nella sua testa la voce della sua civiltà che gli intima di ucciderlo: Se tu fossi un uomo / Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti. In realtà al poeta piace il serpente ed è felice che sia venuto come un ospite in tutta pace  a bere alla sua vasca e ribadisce:
Fu codardia ch’io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch’io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato
.
Tuttavia, quando il serpente accenna a rientrare nella sua tana, il poeta afferra un ceppo e lo scaglia contro la vasca. Può darsi che alla fine abbia ascoltato le voci della sua civiltà, ma indubbiamente l’atto ha radici più complesse perché il foro in cui il serpente sta rientrando è descritto come orrido e Lawrence sottolinea come lui venga preso da  Una sorta d’orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritrarsi entro l’orrido foro nero, / Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel  lento trainarsi dietro tutto il suo corpo. Quindi il vero motivo per cui lo scrittore desidera fermare il serpente potrebbe essere il suo desiderio di continuare a vederlo, di continuare a condividere con questo re in esilio un’esperienza irripetibile. D’altra parte, si possono ventilare anche interpretazioni più articolate. L’orrido foro in cui il serpente si ritira potrebbe essere assimilato a un utero, luogo che spesso risveglia nell’immaginario sentimenti di repulsa, perché oscuro e di non facile accesso, per non parlare del fatto che è la fornace che produce la vita. Il serpente è animale collegato con i miti della Grande Madre sia per il suo ritornare periodicamente nella terra, sia per la perdita annuale della pelle, quindi animale di vita, di morte e di rinascita.  Ad ogni modo Lawrence sottolinea che si pentii per il suo gesto meschino e pensò all’albatro. Ci sono precedenti di questa infelice risoluzione di  rapporto tra uomo e  animale e il poeta va a pensare a The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T.Coleridge.  La conclusione è mesta:
E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della vita.
E ho qualcosa da espiare:
Una piccineria.

Nell’ultimo brano sui serpenti, tratto dal meraviglioso libro del naturalista inglese W. H. Hudson (naturalista, che bella parola! Perché non la usiamo più?) Un mondo lontano, che lui pubblicò nel 1918, a testimonianza della sua vita nelle pampas argentine, il rapporto con questi animali è vissuto nella pienezza dei desideri che, pur deformati da pregiudizi umani, si liberano poi nel fervore dell’esperienza a contatto con la natura. Attraverso la descrizione dei suoi incontri ravvicinati con questi rettili impariamo che non è necessario uccidere i serpenti ad ogni costo. La donna inglese che ne salva uno capitato in una compagnia di umani, come al solito poco benevoli, è uno di quei personaggi umili, ma importanti che forse discendono dalla famosa Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray. Come sottolinea Hudson:
… la sua immagine nella mia memoria è tutt’altro che sgradevole, e la sua voce nel coro invisibile ha un suono assai dolce.
Per il resto assistiamo all’infittirsi nell’immaginario di un ragazzo di esperienze connesse con i serpenti:
D’inverno […] io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi.
Finché un giorno:
…dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero  e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede.

E’ sempre il contatto diretto, mediato proprio dal tatto, l’esperienza più conturbante, come ci racconta anche Jane van Lavick-Goodall ne L’ombra dell’uomo , quando finalmente riesce a stabilire un contatto con lo scimpanzé David:
In quei giorni passavo molto tempo sola con David. Lo seguivo per ore attraverso la foresta, sedendomi e osservandolo quando mangiava o si fermava, cercando di tenergli dietro se si perdeva in un intrico di liane. Talvolta, sono certa, rimase ad aspettarmi – come avrebbe aspettato Goliath o William. Tanto è vero che quando comparivo, ansimante e punta dalle spine del sottobosco, lo trovavo spesso seduto a guardare nella direzione da cui arrivavo. Una volta raggiuntolo si alzava e continuava il cammino.
Un giorno, mentre stavo seduta accanto a lui ai bordi di una minuscola pozza di acqua cristallina, vidi una matura e rossa noce di palma per terra. La raccolsi e la porsi a lui sul palmo della mano. Egli volse altrove il capo ma quando portai la mano un po’ più vicino a lui la guardò poi guardò me e infine prese il frutto tenendo la mia mano saldamente ma delicatamente con la sua. Io rimasi seduta, immobile, ed  egli lasciò la mia mano, guardò la noce e la fece cadere per terra. In quel momento non vi era certo bisogno di una conoscenza scientifica per capire il suo gesto comunicativo di rassicurazione. La soffice pressione delle sue dita mi parlarono non attraverso l’intelletto ma attraverso un canale emotivo più primitivo: la barriera di innumeri secoli che era andata crescendo nell’evoluzione divergente dell’uomo e dello scimpanzé fu, per quei pochi secondi, abbattuta.
Dobbiamo stare attenti, perché il nostro agire dissennato, questa smania di uccidere, come se in questo modo ripulissimo il mondo dal male, ci potrebbe privare di queste esperienze sublimi, irripetibili.

(Anna Maria Robustelli)

 

 The Snake    di Stephen Crane (1896)

 L'uomo e il serpente

Dove il sentiero proseguiva oltre la cresta, i cespugli di mirtillo e le dolci felci si raggruppavano in due onde arricciate fino a dove diventavano una semplice linea sinuosa tracciata attraverso i grovigli. Non c'era traccia di nubi, e siccome i raggi del sole cadevano proprio sulla cresta, richiamavano a gran voce innumerevoli insetti che salmodiavano la calura della giornata estiva in cori regolari, pulsanti, interminabili.
Un uomo e un cane venivano dai boschetti di lauri della valle dove il bianco ruscello si azzuffava con le rocce. seguivano la linea profonda del sentuiero lungo la crsta. Il cane - un grande setter bianco - camminava, quietamente pensieroso, vicino ai talloni del suo padrone.
Improvvisamente da un qualche luogo sconosciuto ma vicino giunse un secco, penetrante sonaglio fischiante che provocò un movimento istantaneo alle membra dell'uomo e del cane. Come ledita di una morte improvvisa, questo suono sembrò toccare l'uomo alla nuca, in cima alla spina dorsale, e lo mutò, veloce come il pensiero in una statua, tesa nell'ascolto, di terrore, sorpresa, rabbia. Anche il cane provò quella sensazione - la stessa mano ghiacciata era posta sopra di lui, e lui stava accovaciato e tremante , la mascella cadente, una bava di terrore sulle labbra, la luce dell'odio nei suoi occhi.
lentamente l'uomo mosse le mani verso i cespugli, ma il suo sguardo non si ditolse dal posto reso sinistro dal sonaglio minaccioso. Le sue dita, alla cieca, cerarono un bastone pesante e resistente. Subito si chiusero su uno che sembrava adatto, e tenendo quest'arma sollevata di fronte a sè l'uomo si mosse leggermente in avanti, con uno sguardo minaccioso. Il cane con le sue narici nervose che vibravano leggermente, si mosse cautamente, un passo alla volta, dietro il padrone.
Ma quando l'uomo si avvicinò al serpente, il suo corpo subì uno shock come per una rivelazione, come se gli fosse stato teso un agguato. Con una faccia pallidissima, spiccò un salto in avanti e il suo respiro divenne affannoso, con il toraceche ansimava come se fosse sottoposto ad una prova di incredibile sforzo muscolare. Il braccio con il bastone fece uno spasmodico gesto di difesa.
Il serpente stava apparentemente attraversando il sentiero in qualche viaggio mistico quando ai suoi sensi pervenne la percezione dell'arrivo dei suoi nemici. Lo informò forse la leggera vibrazione e lui scagliò il suo corpo per fronteggiare il pericolo. non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. sapeva che i suoi implacabili nemici si stvano avvicinando; senza dubbio lo stavano cercando, lo stavano cacciando. E così pianse il suo pianto, uno stridere incredibilmente veloce di piccole campane, pieno di pathos come il martellare su antichi cimbali di una cinese in guerra - perchjè, infatti, di solito era la sua musica di morte.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo e il serpente si affrontarono l'un l'altro. Negli occhi dell'uomo c'erano odio e paura. Quei nemicci si mossero, ognuno preparandosi ad uccidere. doveva essere una battaglia senza pietà. Nessuno dei due conosceva la pietà in una tale situazione. Nell'uomo c'era tutta la forza selvaggia del terrore dei suoi predecessori, della sua razza, della sua specie. una repulsione mortale era passata di uomo in uomo attraverso lunghi secoli oscuri. Questo era un altro dettaglio dio una guerra che era sicuramente cominciata quando all'inizio c'erano uomini e serpenti. Coloro che non partecipano a questi scontri attirano le indagini degli scienziati. un tempo c'erano un uomo e un serpente che erano amici, e alla fine, l'uomo giacque mortocon i segnio della carezza del serpente proprio sopra il suo cuore d'orientale. Nella costruzione di congegni, odiosi e orribili, la Natura ha raggiunto il suo punto supremo nel fare il serpente, così che i sacerdoti che dipingono l'inferno veramente bene lo riempionoi sdi serpenti invece che di fiamme. Le forme curve, quelle colorazioni scintillanti suscitano subito, a prima vista, un'animosityà spietata maggioredi quanto ne suscitano le tribù barbariche. Nacere aserpente vuol dire essere lanciato in un luogo brulicante di nemici spaventosi. Per farvene un'idea, guardate l'inferno come lo dipingono i sacerdoti che sono veramente esperti.
per quanto riguarda questo serpente sul sentiero, c'era una doppia curva qualche pollice dietro la sua testa, che, solamente per la persona delle sue linee, fece sentire all'uomo con una eloquenza decupla il tocco delle dita della morte alla nuca. La testa del rettile ondeggiava lentamente da un lato all'altro e i suoi occhi roventi balenavano come piccole luci assassine. Nell'aria c'era sempre il secco, penetrante fischio dei rettili.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo fece una finta preliminare con il suo bastone. Immediatamente la pesante testa e il collo del serpente si curvarono indietro sulla doppia curva e immediatamente il corpo del serpente si gettò in avanti con un basso, stretto, deciso slancio. L'uomo saltò con un fremito convulso e roteò il bastone. Il suo veloce colpo alla cieca cadde sopra la testra del serpente e lo scagliò in alto così che le placche del colore dell'acciaio per un momento furono sopra di lui. Ma lui si riprese velocemente, agilmente, e ancora la testa e il collo si piegarono indietro sulla doppia curva e la sua bocca fum,ante e spalancata fece lo sforzo disperato di raggiungere il nemico. Questo attacco, era evidente, era disperato, ma era tuttavia impetuoso, coraggioso, feroce, simile all'attacco del capo solitario quando un muro di facce bianche si chiudeva davanti a lui sulle montagne. Il bastone vibrò ancora con precisione, e il serpente, mutilato, squarciato, si rigirò in un'ultima spirale.
Ed ora l'uomo divenne come una furia per le emozioni dei suoi antenati e le sue. Si avvicinò. impyugnò il bastone a due mani e lo abbattè velocemente. Il serpente, rotolando nell'angoscia della disperazione finale, combattè, morse, si slanciò contro il bastone che stava prendendo la sua vita.
Alla fine, l'uomo afferrò il bastone e stette a guardare in silenzio. Ilò cane venne piano e con interminabili precauzioni allungò il naso in avanti, annusando. il pelo sul collo e sulla schiena si mosse e si arruffò come se stesse soffiando un vento tagliente, gli ultimi spasimi muscolari del serpente stavano ancora facendo suonare al rettile il suo acuto canto, il penetrante, risonante canto di guerra e inno della tomba di chi frionteggia in una sola volta nemici innumerevoli, implacabili e superiori.
"Bene, Rover", dissem l'uomo, girandosi verso il cane con una smorfia di vittoria, "porteremo il Signor Serpente a casa per mostrarlo alle ragazze".
Le sue mani tremavano ancora per la tensione dello scontro, ma lui mise il bastoner sotto il corpo del serpente e vi issò la cosa floscia.- riprese la sua marcia lungo il sentiero, e il cane camminò quietamnte pensiweroso, vicino ai talloni del suo padrone.

 

 Snake       di David Herbert Lawrence

A snake came to my water-trough
On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,
To drink there.

In a deep, strange-scented shade of the great dark carob-tree
I came down the steps with my pitcher
And must wait, must stand and wait, for there he was at the trough before me.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom
And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down, over the edge of the stone trough
And rested his throat upon the stone bottom,
And where the water had dripped from the tap, in a small clearness,
He sipped with his straight mouth,
Softly drank through his straight gums, into his slack long body,
Silently.

Someone was before me at my water-trough,
And I, like a second comer, waiting.

He lifted his head from his drinking, as cattle do,
And looked at me vaguely, as drinking cattle do,
And flickered his two-forked tongue from his lips, and mused a moment,
And stopped and drank a little more,
Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth
On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me
He must be killed,
For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venomous.
And voices in me said, If you were a man
You would take a stick and break him now, and finish him off.

But must I confess how I liked him,
How glad I was he had come like a guest in quiet, to drink at my water-trough
And depart peaceful, pacified, and thankless,
Into the burning bowels of this earth?

Was it cowardice, that I dared not kill him?
Was it perversity, that I longed to talk to him?
Was it humility, to feel so honoured?
I felt so honoured.

And yet those voices:
If you were not afraid, you would kill him!
And truly I was afraid, I was most afraid,
But even so, honoured still more
That he should seek my hospitality
From out dark door of the secret earth.

He drank enough
And lifted his head, dreamily, as one who has drunken,
And flickered his tongue like a forked night on the air, so black,
Seeming to lick his lips,
And looked around like a god, unseeing, into the air,
And slowly turned his head,
And slowly, vey slowly, as if thrice adream,

Proceeded to draw his slow lenght curving round
And climb again the broken bank of my wall-face.
And as he put his head into that dreadful hole,
And as he slowly drew up, snake-easing his shoulders, and entered farther,
A sort of horror, a sort of protest against his withdrawing into that horrid black hole,
Deliberately going into the blackness, and slowly drawing himself after,
Overcame me now his back was turned.
I looked round, I put down my pitcher,
I picked up a chumsy log
And threw it at the water-through with a clatter.

I think it did not hit him,
But suddenly that part of him that was left behind convulsed in undignified haste,
Writhed like lightning, and was gone
Into the black hole, the earth-lipped fissure in the wall-front,
At which, in the intense still noon, I stared with fascination.

And immediately I regretted it.
I thought how paltry, how vulgar, what a men act!
I despised myself and the voices of my accursed human education.

And I thought of the albatross,
And I wished he would come back, my snake.

For he seemed to me again like a king,
Like a king in exile, uncrowned in the underworld,
Now due to be crowned again.

Ando so, I missed my chanche with one of the lords
Of life.
And I have something to explate;
A pettiness.

 

Un serpente venne alla mia vasca di pietra
Un giorno di canicola, e io in pigiama nell'afa,
Per bere.

Dove l'ombra stranamente profumata del grande carrubo scuro era più fonda
Scesi i gradini con la mia brocca
E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perchè egli era lì alla vasca prima di me.

Si spenzolò giù da una crepa nel muro di terra nell'ombra
E scivolò giù portando la giallo-bruna mollezza dal soffice ventre sopra l'orlo della vasca di pietra,
E posò la gola sul fondo di pietra,
E dove l'acqua era gocciolata dal rubinetto, in una piccola pozza chiara,
Prese a sorseggiare con la bocca diritta,
Pian piano a bere attraverso le gengive diritte colando l'acqua entro il lento corpo molle,
Silenziosamente.

Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca,
E io, da secondo arrivato, attendevo.

Egli levò il capo dal beveraggio, come fanno gli armenti,
E mi guardò vago, come fanno gli armenti che s'abbeverano.
E fece vibrare di tra le labbra la lingua bifida, e riflettè un momento,
E si chinò e bevve un altro poco,
Bruno come la zolla, dorato come la zolla, uscito dalle viscere infocate della terra
Nel giorno del luglio siciliano, con l'Etna che fumava.

La voce della mia civiltà mi disse
Che doveva essere ucciso,
Perchè in Sicilia i serpenti tutti tutti neri sono innocui, i dorati, i velenosi.
E voci dicevano in me: Se tu fossi un uomo
Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti.

Ma devo confessare quanto mi piacesse,
Quant'ero felice ch'egli fosse venuto come un ospite in tutta pace a bere nella mia vasca
E ritornarsene tranquillo, appagato e ingrato,
Entro le viscere infocate di quella terra?

Fu codardia ch'io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch'io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato.

E quelle voci, ancora:
Se non avessi paura, l'uccideresti!
E in verità avevo paura, tanta paura,
Ma onorato ancor più, tuttavia,
Ch'egli avesse cercato la mia ospitalità
Dalla porta oscura della terra segreta.

Bevve a sua posta
E levò il capo, trasognato, come colui che ha bevuto,
E fece vibrare la lingua come una bifida notte nell'aria, così nera,
E parve si leccasse le labbra,
E si guardò intorno come un dio, senza vedere, nell'aria,
E lentamente volse il capo,
E lentamente, molto lentamente, come tre volte trasognato
Si mise a strisciare in tutta la sua lenta lunghezza ad arco di cerchio
E a risalire la parete screpolata del mio muro. 

E mentre infilava il capo in quell'orrido foro,
E mentre lentamente saliva, insinuava le spalle serpigne e penetrava più addentro,
Una sorta d'orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritirarsi entro l'orrido foro nero,
Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel lento trainarsi dietro tutto il suo corpo,
Mi sopraffece, ora che mi voltava il dorso.
Mi guardai intorno, posai la mia brocca,
Raccolsi un grosso ceppo informe
E lo scagliai contro la vasca fragoroso.

Credo che non lo colpisse,
Ma subitamente quella parte di lui che ancora rimaneva fuori fu presa da un convulso d'indecorosa precipitazione,
Guizzò come un baleno, e sparì
Nel foro nero, nella crepa dalle labbra di terra,
E nell'intenso meriggio immoto, io rimasi a fissare il muro, affascinato.

E immediatamente mi pentii.
Pensai quanto miserabile, volgare, meschino il mio gesto!
Disprezzai me stesso e le voci della mia dannata civiltà umana.

E pensai all'albatro,
E desiderai che ritornasse, il mio serpente.

Perchè egli mi parve nuovamente simile a un re,
A un re in esilio, senza corona nel mondo sotterraneo,
Nè speranza di cingerla mai più.


E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della Vita.
E ho qualche cosa da espiare:
Una piccineria.

 

Serpenti e bambini           di William H. Hudson (da "Un mondo lontano", Adelphi, 1974)

Non è insolito, credo, che un bambino o un ragazzo rimanga impressionato e colpito da un serpente più che da qualsiasi altro animale.[…]
Ma nel rettile c’era qualcosa che colpiva la mente in modo molto diverso e più forte di quanto riuscisse a colpirla un uccello o un mammifero o qualunque altro animale. Vederne uno era sempre sgomentante, e anche se li si vedeva spesso si provava sempre un senso di stupore e di paura insieme. Questa sensazione l’avevamo senza dubbio acquisita dai grandi. Per loro i serpenti erano creature letali, e da bambino io non sapevo che erano quasi tutti innocui, e che ucciderli era insensato proprio come uccidere i meravigliosi e innocui uccellini. Mi avevano detto che quando vedevo un serpente dovevo cercare scampo nella fuga, almeno finché ero tanto piccolo; quando fossi stato più grande, avrei dovuto armarmi di un lungo bastone e ucciderlo; e per giunta mi inculcarono l’idea che uccidere un serpente è difficilissimo, al punto che molte persone sono convinte che un serpente non muoia mai del tutto prima del tramonto, e che perciò, quando ne uccidevo uno, per metterlo nell’impossibilità di far del male da quel momento sino al calar del sole, dovevo ridurlo in poltiglia a furia di bastonate.
Con queste prediche, non è poi tanto strano che fin da piccolo perseguitassi i serpenti.
Questi erano piuttosto diffusi dalle nostre parti; serpenti di sette o otto specie diverse, verdi nell’erba verde, gialli e maculati di scuro nei luoghi asciutti e sterili e tra la vegetazione secca, tanto che era difficile scorgerli. Qualche volta si infilavano nelle stanze, e in tutte le stagioni c’era un nido o una colonia di serpenti nelle spesse fondamenta della casa e sotto il pavimento. D’inverno ibernavano là, senza dubbio tutti avviluppati tra loro; e nelle notti d’estate, quando se ne stavano tranquilli nella loro dimora tutti ravvolti su se stessi  o scivolavano come spettri per i loro appartamenti sotterranei, io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi. In ogni caso questa specie, il Philodryas aestivus – un bel serpente del tutto innocuo, lungo poco meno di un metro, col corpo color verde brillante tutto chiazzato di macchie d’un nero inchiostro – quando se ne stava indisturbato nella sua tana non soltanto emetteva un suono, ma se era in compagnia la conversazione diventava generale e pareva interminabile, perché di solito io mi addormentavo prima che fosse finita. Una conversazione sibilante, questo è vero, ma non priva di modulazioni e notevolmente varia; dopo un lungo sibilo si udivano distintamente dei suoni ticchettanti, come il ticchettio velato di un orologio, e dopo dieci, venti o trenta ticchettii un altro sibilo che sembrava un lungo sospiro,talvolta con una vibrazione come quando si sente tremare al vento una foglia secca. Non appena taceva l’uno, cominciava l’altro; e così di seguito, domanda e risposta, strofa e antistrofa; e a intervalli parecchie voci si univano in una specie di basso coro misterioso, fatto di ticchettii, battiti e sibili; mentre io, sveglio nel mio letto, ascoltavo e tremavo. La stanza era al buio, e per la mia immaginazione incontrollata i serpenti non stavano più sotto il pavimento ma sopra, e strisciavano di qua e di là, con le teste ritte, in una sorta di mistica danza; e spesso rabbrividivo al solo pensiero di quello che i miei piedi nudi avrebbero potuto toccare se appena appena avessi lasciato penzolare una gamba fuori dal letto. […]
Quando ebbi forza e coraggio sufficienti, va da sé che cominciai anch’io a partecipare alla persecuzione dei serpenti; e difatti, non appartenevo io pure alla stirpe di Eva? Né saprei dire quando cominciarono a cambiare i miei sentimenti verso il nostro torturato nemico. Ma un episodio al quale assistetti a quel tempo, quando avevo circa otto anni, credo che abbia avuto su di me una notevole influenza. In tutti i casi mi fece riflettere su un argomento che sino allora non mi era sembrato degno di riflessione. Ero nel frutteto, e seguivo a poca distanza un gruppo di persone adulte, per lo più amici che erano venuti a trovarci; a un tratto, fra quelli che camminavano più avanti, ci furono delle grida, gesti di paura e una fuga precipitosa: sul sentiero c’era un serpente e loro per poco non lo avevano calpestato. Uno degli uomini, il primo che trovò un bastone o forse il più coraggioso, accorse sul posto, e proprio quando stava per assestare un colpo mortale una delle signore gli afferrò il braccio e lo fermò. Poi si chinò rapidamente, prese il rettile con le mani, e dopo essersi allontanata un poco dagli altri, lo lasciò libero nell’alta erba verde, verde come la pelle lustra del serpente e altrettanto fredda al tocco. Per quanto sia passato tanto tempo, quest’episodio è vivido nella mia mente come se fosse accaduto ieri. Mi pare ancora di vedere quella donna che tornava verso di noi attraverso gli alberi del frutteto, col viso raggiante di gioia perché aveva salvato il rettile dalla morte imminente, e che alle esclamazioni di orrore e di meraviglia con cui gli altri la accoglievano si limitava a rispondere con una piccola risata e la domanda: “Perché dovreste ucciderlo?”.  Ma perché era contenta, candidamente contenta, mi sembrava, come se avesse fatto un’azione meritoria e non una cosa cattiva? La mia giovane mente rimase turbata da questa domanda, e non trovò alcuna risposta. Credo però che questo episodio abbia dato i suoi frutti più tardi, insegnandomi a riflettere se non fosse meglio salvare la vita anziché distruggerla; meglio, non soltanto per l’animale risparmiato, ma per l’anima.

Un serpente misterioso

Cominciai ad apprezzare la bellezza unica del serpente e la sua singolarità soltanto dopo l’episodio che ho narrato nell’ultimo capitolo e la scoperta che un rettile non era necessariamente una creature pericolosa per gli esseri umani, al punto di doverla distruggere a vista e ridurla in poltiglia per tema che sopravvivesse e fuggisse prima del tramonto. Poi, un poco più tardi, mi capitò un’avventura che fece nascere in me un sentimento nuovo, quella sensazione che nel serpente ci sia qualcosa di soprannaturale che, a quanto sembra, tutti i popoli a uno stadio primitivo di cultura hanno condiviso e che ancora sopravvive in alcuni paesi barbari o semi barbari, e anche in altri, come l’Indostan, che hanno ereditato un’antica civiltà.[…]
Un caldo giorno di dicembre, mentre me ne stavo da qualche minuto perfettamente immobile tra le erbe aride, tutt’a un tratto sentii un lieve fruscio che veniva dal suolo accanto ai miei piedi, e abbassato lo sguardo vidi la testa e il collo di un grosso serpente nero che mi passava lentamente vicino. […]
Avevo visto la mia meravigliosa creatura, il mio serpente nero diverso da tutti gli altri serpenti della terra, e l’emozione che mi aveva travolto dopo il primo brivido di terrore non mi aveva ancora abbandonato, ma sentivo che era un’emozione tutta percorsa da un senso di piacere, e ormai non avrei più potuto decidere di star lontano da quel posto.[…]
Guardando quel pipistrello sospeso sotto una grossa foglia verde, avvolto nelle sue ali nere e marroni come in un manto, dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede. Era uscito dal fossato, che lungo gli argini era fitto di covi, e con ogni probabilità stava andando a caccia di ratti quando il mio girovagare là intorno lo aveva disturbato, spingendolo a tornare nella sua tana; e mentre vi tornava, procedendo in linea retta com’era sua abitudine, si era imbattuto nel mio piede, e invece di scansarlo vi era passato sopra. Dopo il primo brivido di terrore capii che non correvo alcun pericolo, che se fossi rimasto immobile lui non mi avrebbe aggredito, e ben presto sarebbe scomparso. E quella fu l’ultima volta che lo vidi; per molti giorni di seguito, continuai inutilmente a sorvegliare quel luogo in attesa che lui ricomparisse; ma quell’ultimo incontro mi aveva lasciato l’impressione che fosse un essere misterioso, talvolta pericoloso se veniva aggredito o insultato, e in certi casi anche capace di uccidere con un colpo subitaneo, ma innocuo e perfino amico e benevolo con chi lo trattava con gentilezza anziché con odio. Questo è in parte lo stesso sentimento che l’indù prova verso il cobra che abita in casa con lui e un giorno può casualmente provocare la sua morte, ma non deve essere perseguitato.

 

 

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (5)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 3 gennaio 2010



La terza scrittrice che prendiamo in considerazione è Lady Mary Wortley Montague (1689-1762) [ * ]. Di nobili origini, come Anne Askew, perse la madre da bambina e, quantunque sembri che il padre fosse fiero della sua bellezza e del suo ingegno, non per questo la incoraggiò sulla strada di una educazione raffinata ma, fortunatamente, ci furono dei parenti e degli amici che lo fecero. Da adolescente stabilì un'amicizia intima con Edward Wortley Montague attraverso uno scambio di lettere e più tardi, all'età di ventiquattro anni, fuggì con lui lontano dalla casa paterna, dove il suo illustre genitore le aveva combinato un matrimonio da lei rifiutato. I primi anni li passò in campagna. Nel frattempo suo marito, a Londra, avanzò nella carriera politica, finchè fu nominato ambasciatore a Costantinopoli. Lady Mary lo accompagnò e dalle sue Turkish Embassy Letters [ * ] noi ricaviamo una miniera di osservazioni vivaci di quel mondo lontano e chiuso. Prima di tutto imparò la pratica dell'inoculazione del vaiolo e, per prevenire questa malattia, fece vaccinare i suoi figli e la diffuse una volta tornata in Inghilterra. Lei stessa ne era stata vittima e aveva perduto il fratello in seguito a questa patologia. Introdusse questa pratica tra la nobiltà, pur scontrandosi con molti pregiudizi, ma fu più tardi Edward Jenner ad essere ritenuto l'inventore del vaccino contro il vaiolo (nel 1796 aveva inviato una articolo alla Royal Society a Londra, che ne rifutò la pubblicazione). Jenner pubblicò l'articolo a sue spese e già nel 1805 Napoleone fece vaccinare le sue truppe e più tardi la popolazione francese. Oltre alla sagace intuizione scientifica la nobildonna inglese fu capace di penetrare il mondo sconosciuto dell'impero ottomano con un'apertura mentale che era rara per quei tempi. Come donna potè entrare nei bagni turchi femminili di Sofia che ci descrive in una lettera famosa: "c'erano quattro fontane di acqua fredda in questa stanza, che si riversavano prima in bacinelle di marmo, e poi scorrevano sul pavimento in piccoli canali creati per quello scopo, che portavano i rivoli nella stanza vicino, un po' più piccola di questa, con lo stesso tipo di divani di marmo. [...] Ero vestita con il mio abito di viaggio, che è un vestito per andare a cavallo, e certamente doveva apparire loro molto bizzarro. eppure non ci fu nemmeno una di loro che mostrasse la più piccola sorpresa o curiosità impertinente, ma mi accolsero con la massima gentileza possibile. Non conosco nessuna corte europea dove le signore si sarebbero comportate in un modo così garbato con un'estranea. Complessivamente, credo che ci fossero duecento donne, e ciononostante non fui oggetto di nessuno di quei sorrisi sprezzanti o di quei bisbigli ironici che non mancano mai nelle nostre riunioni quando appare qualcuno che non sia vestito proprio alla moda". Lady Mary conclude dicendo che questa era "the women's coffee house". Apprezza  incondizionatamente l'accoglienza offerta da queste donne in modo così spontaneo e la naturalezza con cui godono il benesere del bagno turco. Questo spazio tipicamente orientale viene dipinto come un luogo dove le persone non sono giudicate da come appaiono e viene messo a confronto con l'ipocrisia della società da cui lei proviene.
John Carswell collega la visione che Lady Montague  ebbe della Turchia del tempo con certi quadri del grande pittore francese Ingres: "Quando l'intrepida Lady Wortley Montague viaggiò con l'ambasciata di suo marito in Turchia nel 1716, registrò i minimi particolari della vita sulla strada nel suo 'nuovo mondo'. Arguta, insaziabilmente curiosa e notevolmente aperta, le sue innocenti osservazioni indussero Ingres, un secolo dopo, a dipingere alcuni dei più grandi capolavori erotici del movimento romantico". Questo autore ha scritto un articolo letto al Windsor Festival nel 1995 e successivamente all'Islamic Art Circle di Londra, dal titolo "What Did Ingres Learn From Lady Mary?" in cui vengono messi a confronto la descrizione dei bagni turchi di Sofia, fatta dalla scrittrice inglese con il dipinto di Ingres Le Bain Turc, che porta la data del 1863. Nel famoso tondo del pittore francese è presente una sensualità, un ammiccamento erotico che certamente non erano propri del pur stupefatto realismo della gentildonna inglese.
Lady Mary ebbe anche uno scambio di lettere con Alexander Pope, che ne era rimasto infatuato, ma sembra che questo atteggiamento da parte del famoso poeta settecentesco si trasformasse in ostilità aperta dopo che una dichiarazione d'amore del celebre letterato fu apertamente derisa dalla scrittrice. Pope la attaccò nella Dunciad e in altri versi, forte del suo prestigio come affermato poeta satirico.
Mel 1739  Lady Mary lasciò il marito, pur mantenendo con lui una fitta corrispondenza e proseguì i suoi vagabondaggi per la Francia e l'Italia. Molti anni dopo, colpita da una grave malattia della pelle che le provocò sofferenze acute l'autrice delle Turkish Embassy Letters tornò in Inghilterra, su richiesta della figlia, contessa di Bute, il cui marito era allora Primo Ministro e di lì a poco morì.
E' significativo notare come il suo diario, conservato in un primo tempo dalla figlia, fu in seguito bruciato con la motivazione che descriveva fatti che avrebbero potuto produrre scandalo e influire negativamente sulla vita pubblica della sua famiglia.
Possiamo riflettere su quanti tabù Lady Mary abbia spezzato nella sua vita avventurosa e sul fatto che, pur essendo una nobile, non potè godere dello stesso potere e degli stessi privilegi, in campo culturale, dei più noti scrittori del suo periodo.
Questa ennesima "sorella di Shakespeare" scrisse anche poesie, fra cui vorrei segnalarne una, perchè si distingue per la sua straordinaria modernità nel delineare i rapporti tra i due sessi:

The Lover. A Ballad

To Mr Congreve / At Lenght, by so much importuny press'd, / Take, Congreve, at once the inside of my breast. /  This stupid indiff'rence so oft you blame, / Is not owing to nature, to fear, or to shame: / I am not as cold as a virgin in lead, / nor are Sunday's sermons so strong in my head: / I know but too well how time flies along, / That we live but few years, and yet fewer are young. / But I hate to be cheated, and never will buy / Long years of repentance for moments of joy. / Oh! was there a man (but where shall I find / Good sense and good-nature so equally join'd?) / Would value his pleasure, contribute to mine; / Not meanly would boast, nor lewdly design; / Not over severe, yet not stupidly vain / For I would have the power, though not give the pain. / No pedant, yet learned; no rake-helly gay, / Or laughing, because he has nothing to say; / To all my wholly sex obliging and free, / Yet never be fond of any but me; / In public preserve the decorum that's just, / And show in his eyes he is true to his trust! / Then rarely approach, and respectfully bow, / But not fulsomely pert, nor yet foppishly low. / But when the long hours of public are past, / And we meet with champagne and a chicken at last, / May every fond pleasure that moment endear; / Be banish'd afar both discretion and fear! / Forgetting or scorning the airs of the crowd, / He may cease to be formal, and I to be proud, / Till lost in the joy, we confess that we live, / And he may be rude, and yet I may forgive. / And that my delight may be solidly fix'd, / Let the friend and the lover be handsomely mix'd; / In whose tender bosom my soul may confide, / Whose kindness can soothe me, whose counsel can guide. / From such a dear lover as I here describe, / No danger should fright me, no millions should bride; / But till this astonishing creature I know; / As I long have liv'd chaste, I will keep myself so. / I never will share with the wanton coquette, / Or be caught by a vain affectation of wit. / The toaster and songsters may try all their art, / But never shall enter the pass of my heart. / I loathe the lewd rake, the dress'd fopling despise: - / Before such pursuers the nice virgin flies; / And as Ovid has sweetly in parable told, / We harden like trees, and like rivers grow old.
(L'Amante: una ballata.    Infine  incalzata da tanta insistenza, / prendi Congreve subito la parte interiore del mio petto; / questa stupida indifferenza che tu così spesso mi rimproveri / non è dovuta alla natura, alla paura, o alla vergogna; / non sono fredda come una Vergine di piombo, / Nè la predica domenicale mi si imprime tanto nella testa; / Lo so fin troppo bene come il tempo vola, / che non viviamo che pochi anni e che quelli della gioventù sono ancora di meno. / Ma detesto essere presa in giro, e non comprerò mai / lunghi anni di pentimento in cambio di momenti di gioia. / Oh ci fosse un uomo (ma dove trovo / buon senso e una natura buona così intimamente fusi?) / che considerasse il suo piacere, contribuisse al mio, / non si vantasse stupidamente, nè avesse intenti lascivi, / non troppo rigido, nè stupidamente vanesio, / poichè io avrei sempre il potere di non dare dolore. / Non pedante ma colto, nè gaio come un libertino, / nè che ridesse perchè non ha niente da dire, / verso tutto il mio sesso gentile e libero, / che nessuno amasse tuttavia se non me; / che in pubblico conservasse il decoro che è giusto, / e mostrasse nello sguardo che è fedele, / e che raramente poi si accostasse e rispettosamente si inchinasse, nè troppo impertinente, nè esageratamente umile. / Ma quando le lunghe ore pubbliche siano passate / e noi alla fine ci incontrassimo con champagne e pollo, / possa ogni amoroso piacere rendere cara quell'ora, / ed essere bandite lontano sia la discrezione che la paura, / dimenticando o diprezzando le arie della folla, / possa egli cessare di essere formale ed io di essere altera, / finchè perduti nella gioia ci confessassimo vivi, e possa egli essere rude, eppure io perdonarlo. / E affinchè il mio piacere possa basarsi su qualcosa di solido, / che l'amico e l'amante si mescolino meravigliosamente, / nel suo grembo la mia anima potrebbe confidare, / e possa la sua gentilezza addolcirmi e il suo consiglio guidarmi. / Da un affettuoso amante come quello che quì descrivo / nessun pericolo dovrebbe spaventarmi, nè milioni dovrebbero corrompermi; / ma finchè non incontrerò questa creatura stupefacente, / per quanto tempo io ho vissuto casta, così mi manterrò. / E con la sventata civetta non avrò mai niente in comune, / nè sarò presa da una vana affettazione di ingegno. / Possano i cantanti e i festaioli provare tutte le loro arti / ma mai entreranno nel passo del mio cuore. / Odio il libertinio lascivo, disprezzo il damerino agghindato: / davati a questi corteggiatori la bella vergine fugge; / e come ha detto Ovidio in parabola con dolcezza, / ci induriamo come alberi, e come fiumi siamo freddi.)
Queste parole sembrano pronunciate da una coy mistress ("timida amante") che ha imparato a rispondere agli inviti del proprio amante, chiarendo le proprie esigenze, che sono poi esigenze di comprensione reciproca, di comunicazione per il benessere dei rapporti tra le persone che si amano. La donna che le pronuncia non è più così timida, ha fatto esperienze, ha imparato a gestire la propria vita con maggiore autonomia. Ha imparato a parlare e a parlare in pubblico, poichè la scrittura serve a comunicare.
Questa potenziale "sorella di Shakespeare" si è servita dell'istruzione, della cultura, ha infranto convenzioni e divieti, ha viaggiato, si è accostata ad altre culture e ne ha colto i lati positivi, ha messo in dubbio quello che la società in cui viveva le aveva consegnatao come definitivo. Per questo è stata osteggiata quando proponeva l'inoculazione, è stata dileggiata nei versi di Pope, è stata occultata dalla sua stessa figlia che non approvava la sincerità dei diari che lei aveva scritto, in breve non ha goduto degli stessi privilegi di cui godevano gli uomini della sua classe sociale. Questa "sorella" del grande drammaturgo inglese ora può vivere, anche se non è detto che il mondo in cui si è trovata a vivere l'abbia amata molto. Lei, come Aphra Behn, come Anne Askew, ha scritto qualcosa e ha fatto emergere la propria immagine alla superficie della storia, insieme a Katherine Parr e alla regina Elisabetta I, che non si era sposata, pur essendo una donna. Tutte, ognuna a suo modo, hanno tracciato delle strade per le donne che sarebbero venute dopo di loro, hanno dimostrato che si poteva essere donne e scrivere - sì, certo, scrivere come il grande Shakespeare - hanno "parlato" e ora è più difficile per "quel vecchio signore", evocato dalla garbata ironia di Virginia Woolf, o per chiunque altro, dichiarare che è "impossibile immaginare una donna il cui genio si potesse paragonare a quello di Shakespeare".
(5-fine)



(Anna Maria Robustelli)

 


LE SORELLE DI SHAKESPEARE (4)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 novembre 2009

 

Ritorniamo alle parole di Virginia Woolf sulla storia delle donne nella letteratura con la disanima di un'altra grande scrittrice del seicento, Aphra Ben, che come Anna Askew ci piace considerare una "sorella di Shakespeare", cioè una donna che ha osato scrivere in tempi estremamente ostili alle rappresentanti di questo genere. Questa insigne autrice [ * ], nata probabilmente nel 1689, è stata messa a confronto con Daniel Defoe. La Woolf afferma con indubbio orgoglio: "E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, poichè fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare. E' lei quella donna ombrosa e amorosa - che mi permette di dirvi questa sera, senza troppo fantasticare: potete guadagnare cinquecento sterline l'anno con la sola vostra intelligenza" [ * ]. 
La Behn è generalmente considerata la prima scrittrice professionista, cioè la prima ad aver guadagnato dei soldi scrivendo. Apparteneva alla classe media e probabilmente, dopo essere rimasta vedova (si pensa che suo marito fosse un mercante olandese), ebbe contatti con la corte di Carlo II, che la usò come spia ad Anversa. Poichè non venne pagata per questo lavoro e rischiava di finire in prigione per debiti, cercò di guadagnare i soldi che le erano necessari scrivendo. La sua fu una vasta produzione principalmente di commedie, scritte nello stile leggero e licenzioso del teatro della Restaurazione. 
Nel 1663 scrisse anche un romanzo, Oroonoko or the History of the Royal Slave [ * ] , che presenta molti punti originali. Sembra che avesse fatto un viaggio nel Surinam, una colonia inglese delle Indie Occidentali, quando era giovane e che in questa opera volesse tradurre le sue esperienze dirette. Ed è a questo punto che si fanno interessanti scoperte: viene a cadere uno dei miti più radicati della storia della letteratura inglese: Defoe non fu il padre del romanzo inglese ma - come sovente accade per ogni nuovo genere - si inserì in una tradizione già esistente, di cui Aphra Behn è il nome più noto e da cui lui mediò molti tratti. Prima di lui una serie di donne, tra le quali Aphra Behn è il nome più noto, delinearono questo nuovo genere letterario e crearono un pubblico di novel readers, venendo incontro alle esigenze culturali della borghesia dell'epoca che, ovviamente, si sentiva meglio rappresentata nel romanzo che nella commedia della Restaurazione di ispirazione francese. Nel suo romanzo, la Behn, sebbene influenzata dal teatro dell'età augustea, sviluppò però motivi e stilemi del tutto originali. Per esempio diede forma a una voce narrativa che suggeriva vicinanza con il lettore poichè si rivolgeva a lui con espressioni tratte dalla conversazione e sosteneva di aver raccontato la storia di Oroonoko più volte oralmente. Il narratore è partecipe della storia, ma dispiega una certa ambiguità nei confronti del protagonista, un africano di stirpe reale, reso schiavo dagli inglesi: da una parte, ben consapevole degli oltraggi inflitti a questa persona, dichiara che farà di tutto per aiutarlo, dall'altra, di fatto, pur non identificandosi mai con i colonizzatori, non farà niente per salvarlo. Per i motivi esposti la Behn ha anticipato il narratore onnisciente del Settecentio e Ottocento e ha raccontato la storia in prima persona  - come testimone degli eventi - non diversamente da quanto succede in Robinson Crusoe. Altre caratteristiche che la configurano come un'anticipatrice sono che dichiara che sta scrivendo una "storia vera", affermazione che verrà più tardi ribadita da Defoe nel suo primo romanzo nel 1719. Inoltre, come il suo illustre collega nella storia della fiction, la scrittrice dimostra una grande attenzione ai dettagli realistici collegati con il paesaggio e i personaggi di  Oroonoko, concedendo molto allo spazio in cui si svolge la storia e collocandola in un tempo definito, che è quello dei trasferimenti forzati dei neri dall'Africa alle Americhe compiuti  dagli inglesi. Altra caratteristica che ne fece una narratrice dibattuta è che il protagonista della sua storia è un principe africano di rara bellezza, cultura e qualità etiche. Per il fatto che i suoi tratti somatici assomigliano più a quelli europei che a quelli della sua razza di origine e che conosce l'inglese e il francese potremmo pensare che Aphra Behn fosse un pò fuori della realtà, ma alcuni commentatori hanno fatto notare che attraverso questi espedienti la scittrice riuscì a far immedesimare il lettore inglese più facilmente nel genere di sorpusi che il personaggio di Oroonoko  subisce nel corso della narrazione.
Eppure, a dispetto dei meriti risaputi o sottaciuti di questa coraggiosa donna dell'età della Restaurazione, la sua reputazione non fu molto buona sia in vita che dopo morta: fu apertamente accusata di essersi attribuita cose scritte da altri , di essere stata aiutata da uomini quando scriveva le sue opere e fu criticata aspramente per aver parlato della sessualità degli uomini e delle donne nei suoi drammi  - argomenti del tutto comuni tra gli scrittori maschili dell'epoca -peraltro di successo.
Come ricorda Ruth Nestvold nel saggio pubblicato su Internet Aphra Behn and the Beginning of a Female Narrative Voice [ * ] "la sesta edizione  della Norton Anthology of English Literature [ * ], pubblicata nel 1990, non contiene ancora una sola opera della Behn e i due pesanti volumi della Northorn Anthology sono l'incarnazione fisica del canone letterario in inglese". Nella sua epoca poi fu considerata alla stregua di una prostituta, di una donna cioè che vendeva se stessa, nel suo caso scrivendo. sebbene fosse stata sepolta a Westminster, come tutti i più grandi scrittori inglesi si ritrova questo epitaffio sulla lapide: "Questa è una prova che neppure l'ingegno è una difesa sufficiente contro la Mortalità". Montague Summers, che scrisse una Memoir of Mrs Behn nel 1914 ricorda il giudizio impietoso con cui un critico vittoriano, un certo Dr Doran, definì questa scrittrice: " She was a mere harlot, who danced through uncleanness and dared them [he male dramatists] to follow (fu una vera e semplice  puttana che sguazzò nella sporcizia e osò seguire le orme dei drammaturghi maschili)", ma è costretto poco dopo ad ammettere: " ...she was never dull ([...] non fu mai monotona)".
Concludendo il profilo biografico della scrittrice il Summers le rende comunque onore, anticipando l'apprezzamento che le verrà da Virginia Woolf: "In verità, la vita di Aphra Behn non fu una vita di puro piacere, ma una dura lotta contro difficoltà enormi, un lavoro incessante. Non possiamo fare a meno di ammirare il coraggio di questa donna sola, che, povera e senza amici, fu la prima in Inghilterra a guadagnarsi da vivere con la penna e non solo si procurò il pane ma una posizione non da poco nella società del suo tempo e nella letteratura inglese di tutti i tempi".   
(4-continua)




(Anna Maria Robustelli)

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (3)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 25 settembre 2009

 

L'esponente più prestigiosa del circolo protestante che si era formato intorno all'ultima moglie di Enrico VIII fu Anna Askew, una donna del Lincolshire di nobile estrazione sociale, che era stata costretta a sposare il papista Thomas Kyme in giovanissima età per sostituire la sorella morta poco prima del matrimonio. Per le notevoli differenze religiose il marito, pur riconoscendo che lei era una delle donne più devote che avesse mai conosciuto e dopo aver fatto due figli con lei, la scacciò di casa e Anne si recò a Londra, riuscendo a diventare dama di compagnia di Katherine Parr, che poi convertì alla sua concezione religiosa. Fervente luterana, entrò immediatamente in sospetto presso la corte di Enrico. L'Inquisizione la perseguitò, ma lei non aderì ai Sei Articoli e, anche dopo la prigione e la tortura alla ruota, inflittale perchè confessasse i nomi dei nobili che avevano le sue stesse idee e perchè ritrattasse le sue idee religiose, non rivelò nessun nome, nè venne meno alle sue convinzioni in questo campo. Fu quindi messa al rogo nel luglio 1546 e fu una di quelle martiri religiose che furono ricordate da John Bale, un prete che viveva in esilio in Germania, che pubblicò le Examinacyones, diari da lei scritti mentre era in prigione. 
Come mette bene in evidenza Giuliana Iannaccaro, che ha pubblicato un libro su questa martire protestante insieme a Emanuele Ronchetti [
* ], l'originalità di questa donna consiste nella sua capacità di contrapporsi alle domande degli inquisitori con citazioni e argomentazioni tratte dalla Bibbia, per mezzo di una parola orale usata in un contesto ristretto, quello dell'interrogatorio, e trascritta poi in diari (le Examinacyons) che furono pubblicati dopo la sua morte e tramandati nel tempo. Con molta chiarezza la studiosa afferma nella sua postfazione: "Le donne (ma non solo loro) non potevano parlare in pubblico e, a parte qualche eccezione prontamente arginata, non lo facevano. [...] E allora Anne Askew scrive perchè non può parlare. Ma anche scrivere, a metà del sedicesimo secolo, doveva essere tutt'altro che facile: a parte rare eccezioni, il fatto che una donna prendesse la penna in mano era considerato sinonimo di vergogna. Se esprimendo la propria opinione in pubblico veniva tacciata di indecenza, a maggior ragione divulgando un testo scritto, che passava di mano in mano e la esponeva allo sguardo del mondo, si sottoponeva all'onta della notorietà".
Questi, infine, sono i primi versi di una ballata, forse scritta da Anne Askew, che rimase popolare per gran parte del XVIII secolo: I am a woman poor and blind / and little knowledge remains in me, / Long have I sought, but fain would I find, / what herb in my garden were best to be. / A Garden which is unknown, / which God of his goodness gave to me, / I mean my body, wherein I should have sown / the seed of Christ's true verity. (Povera donna sono, e cieca / ben poca saggezza mi resta vicino / a lungo ho cercato, e ancora non trovo le erbe migliori per il mio giardino. / Posseggo un giardino sconosciuto / che Iddio mi donò nella Sua bontà: / è questo mio corpo, e vi avrei seminato / il seme di Cristo, la Sua verità). Anche in questo modo la sua parola, intesa come insegnamento destinato a durare, fu tramandata nei secoli.
Nel corso di questa ricerca non si può fare a meno di rivolgere lo sguardo alla figura della regina Elisabetta I, che si impone nella seconda metà del Cinquecento in maniera del tutto inaspettata nella discendenza dinastica. 
Ella imposta il suo potere su principi maschili e femminili, in breve non si sposa per non essere sottoposta all'autorità di un marito e, conseguentemente, rinuncia alla maternità: in questo modo è come se acquisisse degli attributi maschili attraverso i quali le è più facile esercitare il potere.
Al tempo stesso anche qualità femminili trovano lo spazio per essere esaltate, basti vedere questa citazione di un discorso del 1566: "Da parte mia non mi preoccupo della morte, poichè tutti gli uomini sono mortali e sebbene io sia donna, pure ho altrettanto coraggio, necessario per la mia posizione, quanto ne ebbe mio padre. Io sono la vostra regina consacrata. non verrò mai costretta a fare nulla con la violenza. Ringrazio Dio di essere dotata di qualità tali che, se venissi scacciata dal regno, in sottoveste, sarei in grado di vivere in qualunque luogo della cristianità".
Questa appropriazione di autorità maschile mettendo in evidenza doti femminili può essere osservata anche nell'analisi di alcuni ritratti commissionati dalla regina con l'evidente scopo di comunicare un messaggio "politico". Per esempio nel Ritratto dell'Arcobaleno, attribuito a Marcus Gheeraerts e Isaac Oliver (1600), possono essere rintracciati diversi simboli che esaltano il modo di governare della regina che vengono espressi attraverso la giovinezza e bellezza della sovrana (in realtà ormai settantenne) e la sontuosità dei suoi vestiti e gioielli.
(3-continua)




(Anna Maria Robustelli)
     
 

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (2)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 4 agosto 2009



Sappiamo che nel Medioevo le donne si vedevano qualificate un po' sbrigativamente in vari trattati come "buone" e "cattive", che sono state angelicate a cominciare dalla tradizione ducentesca e con Petrarca e i petrarcheschi hanno alimentato nel poeta loro fattore la passione per l'amore e la poesia.
Nel sonetto di Shakespeare alla 'dark lady' che comincia con le parole My mistress' eyes are nothing like the sun, il famoso autore elisabettiano offre un quadro antipetrarchesco della donna amata, nel senso che, paradossalmente, questa donna viene presentata esaltandone gli attributi negativi.  Ma, pur rappresentando uno scarto con la tradizione petrarchesca, il ritratto dell'amante è sempre unilaterale. Le cose non cambiano con un'altra famosa poesia, To his Coy Mistress di Andrew Marvell, noto poeta secentesco. Questi versi di una rara sensualità, che invitano garbatamente la donna, con un'argomentazione che ricalca i passaggi del sillogismo, a fare l'amore con il poeta, sono un'esemplificazione del tema del carpe diem: dal momento che la vita è breve e la morte incalza, è bene non rinviare il godimento dell'amore con eccessive ritrosie. Ma che cosa sappiamo di quello che sentivano la dama "brutta" di Shakespeare o la timida amante di Marvell? E anche se si leggesse una delle meravigliose poesie di un altro grande poeta secentesco, John Donne, dedicate alla moglie Ann More, non si saprebbe di più su questa donna. Ogni poeta, come è ovvio, indugia sui propri sentimenti: I wonder by my troth, what thou, and I / did, till we lov' d ("Mi chiedo, in fede mia, che cosa tu ed io / facevamo prima di incontrarci..."). Ma che cosa faceva nel frattempo la moglie di John Donne? Era andata a preparare la colazione? Faceva il bucato? Era occupata ad accudire uno dei suoi numerosi figli?
Si può trarre anche ispirazione su questo punto da una poesia della poetessa polacca del Novecento Wislawa Szymborska, che vive in prima persona il problema di non essere considerata nella sua autenticità dall'uomo a cui si rivolge: Accanto a un bicchiere di vino / con uno sguardo mi ha reso più bella / e io questa bellezza l'ho fatta mia. / Felice, ho inghiottito una stella. / Ho lasciato che mi immaginasse / a somiglianza del mio riflesso / nei suoi occhi. Io ballo, io ballo / nel battito di ali improvvise. / Il tavolo è tavolo, il vino è vino / nel bicchiere che è un bicchiere / e sta lì sul tavolo. / Io invece sono immaginaria, / incredibilmente immaginaria, / immaginaria fino al midollo. / Gli parlo di tutto ciò che vuole: / delle formiche morenti d'amore / sotto la costellazione del soffione. / Gli giuro che una rosa bianca, / se viene spruzzata di vino, canta. / Mi metto a ridere, inclino il capo / con prudenza, come per controllare / un'invenzione. E ballo, ballo / nella pelle stupita, nell'abbraccio / che mi crea. / Eva dalla costola, Venere dall'onda, / Minerva dalla testa di Giove / erano più reali. / Quando lui non mi guarda, / cerco la mia immagine / sul muro. E vedo solo / un chiodo, senza il quadro.  [ 
* ]
Virginia Woolf ci fa notare, inoltre, che esisteva una divaricazione tra la rappresentazione delle donne nelle opere letterarie scritte dagli uomini e la loro vita reale. Queste donne apparivano più indipendenti e libere di quanto non fossero in realtà. Ancora una volta erano donne "idealizzate".
Esaminando la situazione di emarginazione delle donne del Cinquecento, che impediva loro di emergere nella scrittura e nelle altre arti, risulta però singolare scoprire che ci sono state, nonostante tutto, donne che si sono distinte "culturalmente" in quel secolo. I Women's Studies si sono sviluppati dall'epoca di Virginia Woolf, che sentiva lei stessa di essere emarginata persino dai suoi amici per ciò che andava dicendo, e sono state effettuate scoperte interessanti.  
Colpisce, a livello simbolico, che nel Cinquecento in Inghilterra abbia governato una donna, Elisabetta I. Si era consumato uno scisma con la Chiesa di Roma per avere un monarca di sesso maschile, come richiedevano le regole della successione, ma alla fine l'unico figlio di Enrico VIII, Edoardo VI, non regnò che per un breve periodo. Fu merito di una donna ricordata sommariamente come l'ultima moglie di Enrico VIII, Katherine Parr, aver svolto funzioni di consigliera segreta del re ormai malato e debole e di aver seguito con sollecitudine l'educazione dei tre figli di Enrico, Edward, Mary ed Elizabeth, tentando di ricostruire quella che di fatto era una famiglia. Ella dovette esercitare queste funzioni con estrema cautela perchè come donna e come convinta protestante era invisa ai consiglieri più potenti della corte del secondo monarca Tudor. Queste parole di Katherine Parr a proposito dei tentativi cattolici di screditarla risalgono al 1554, un periodo in cui Enrico VIII era già morto:  "They curse and ban my words everyday and all their thoughts be set to do me harm. I am so vexed that I am utterly weary" (Maledicono e vietano le mie parole tutti i giorni e tutti i loro pensieri mirano a danneggiarmi. Sono così irritata da essere completamente stanca).
(2-continua)
 


(Anna Maria Robustelli)





LE SORELLE DI SHAKESPEARE (1)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 3 luglio 2009

 

E' noto come Virginia Woolf ipotizzasse nel suo famoso saggio Una stanza tutta per sè [ * ] sulla possibilità che una donna dell'età elisabettiana avrebbe potuto avere di scrivere, per rispondere alle provocatorie affermazioni di "quel vecchio signore [...] (credo fosse un arcivescovo)", il quale aveva dichiarato che "era impossibile immaginare una donna, passata, presente o futura, il cui genio si potesse paragonare a quello di Shakespeare". Passa poi ad immaginare quale avrebbe potuto essere l'esistenza di una possibile sorella di Shakespeare dotata della stessa vivacità del famoso poeta e drammaturgo. Questa rappresentazione fittizia è conosciuta: la sorella di Shakespeare non avrebbe ricevuto nessun tipo di istruzione istituzionalizzata, avrebbe imparato a leggere in un modo o nell'altro e qualche volta avrebbe potuto prendere un libro in casa e leggere un po', ma poi i genitori l'avrebbero ricondotta alle usuali incombenze femminili. L'avrebbero poi promessa al figlio di un mercante, una volta raggiunta la pubertà, cosa che "Judith" - tale era il nome fittizio datole dalla Woolf - non avrebbe voluto. Usando il bastone e la carota il padre avrebbe tentato di convincerla. La ragazza sarebbe scappata a Londra - si sentiva attratta dal teatro - ma gli attori e gli impresari a cui avesse chiesto di partecipare a quel tipo di vita, le avrebbero riso in faccia. Un attore l'avrebbe poi presa con sè e messa incinta e Judith avrebbe finito con il suicidarsi.
La scittrice inglese si chiede in quest'opera e nel saggio Donne e scrittura [ * ] perchè non esista "continuità nella produzione letteraria femminile prima del Settecento". Nota che la "letteratura elisabettiana è esclusivamente maschile". Al tempo stesso sente prioritario cominciare ad indagare sulla condizione di vita della donna media e, per cominciare a capire questo, pone alcune domande: quanti figli aveva una donna dell'età elisabettiana? Disponeva di denaro suo? Aveva una stanza per sè? Usufruiva di aiuto nell'allevare i figli? Aveva della servitù? Doveva sbrigare parte delle faccende domestiche?
La sua risposta è che perchè una donna potesse scrivere sarebbero state necessarie queste condizioni: avere una stanza tutta per sè; essere istruita; avere immaginazione, a dispetto della società in cui viveva; ricevere incoraggiamento; avere una grande autostima; avere un reddito.
Un altro punto introdotto con molta incisività da Virginia Woolf è la constatazione che le donne in letteratura, fino al Settecento sono state un'esclusiva creazione dell'uomo. Quello su cui ci invita a riflettere questa protagonista della letteratura del primo Novecento è che da Chaucher a Yeats, da Petrarca a Montale le donne rappresentate in letteratura, e più specificamente in poesia, sono rappresentazioni di punti di vista maschili, il che implica due considerazioni fondamentali: l'immagine della donna proposta al lettore e alla società è stata suggerita dall'uomo e, secondariamente, la donna si vede riflessa in uno specchio attraverso gli occhi di un altro genere, in breve, non conosce se stessa e non trasmette alle altre donne quello che veramente vive e sente.
(1-continua)




(Anna Maria Robustelli)



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