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LE AMICHE SOTTOMARINE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 25 maggio 2013
   

Il libro di poesie di Piera Mattei “Le amiche sottomarine” è un’ opera davvero significativa nel panorama della poesia contemporanea: è infatti realmente poetico, con un’atmosfera assorta e capace di profondi suggerimenti emozionali e nello stesso tempo è un libro di pensiero; un pensiero che definirei da un lato esistenziale, perché tratta dell’individuo, alla quotidiana prova nella sua umanità e nel suo interrogativo sul senso del vivere, dall’altro metafisico, perché questi uccelli, dei quali così spesso ci parla la poetessa, sono anche un occhio cosmico, l’emblema di una natura che, nei suoi ritmi e nei suoi protagonisti, ingloba e comprende l’uomo. Il libro apre quindi a una domanda intorno all’ordine primordiale e a un interrogativo intorno al “senso” (o forse al “divino”) ad esso connesso. 
Nella poesia Rotture di simmetria le anatre nuotano semplicemente componendo un disegno: 

quando
per fastidio
per vincere l'inerzia della scia
una sola
anche virando con il collo
ad ali aperte e gridi
ruppe
lo schema della simmetria

in moto centripeto
si aprirono allora
come scagliate ai bordi
d'un cerchio immaginario

e subito tornarono
chi stabiliva l'ordine?
a comporre uno schema leggibile
la forma di un ventaglio.

In maniera poetica si pone un interrogativo tra il mondo umano dell’arte e della Storia, rappresentate dal ventaglio e dallo stemma araldico, e il cerchio disegnato dalla natura; interrogativo che sottende la più alta riflessione nel rapporto tra cosmo e civiltà nella sua forma storica (lo stemma) e nella sua forma estetica (il ventaglio). Le poesie della Mattei sono quindi apparentemente semplici e naturalistiche, ma in realtà gravide di riflessioni acutissime e colte: qui il riferimento letterario è alla lirica di William Butler Yeats “I cigni selvatici a Coole”. Sono un esempio di come, pur non rinunciando, come vedremo, a una sensibilità squisitamente femminile, la lirica riesca a sposarsi con le alte domande del sapere occidentale, testimoniandone la crisi. 
Di questo tratta una poesia molto breve, apparentemente enigmatica come La penna stilografica. Perché c’è paura nel cosmo se la penna stilografica non scrive? Se non scrive, dice la poetessa, non afferra il tempo. Cosa vuol dire? Vuol dire che se l’uomo non scrive la sua Storia, la civiltà non esiste e il tempo non viene iscritto nella vicenda storica, quindi la Storia, con la civiltà che porta con sé, tace e scompare dal cosmo e il cosmo si spaurisce, inorridisce per questa mutilazione, questa notte del sapere che dilaga sulla terra. Tutta la prima parte, Rotture di simmetria, ci muove in questa direzione, o per meglio dire, a quest’altezza, se vogliamo tenere presente la tendenza a una visione anche aerea della realtà.
Nella seconda parte, Con i Mozart, il discorso si allontana dalla visione naturalistico - cosmica e si fa più terreno, più legato allo scorrere del quotidiano, ma gli interrogativi non sono meno gravi. In una poesia, che è anche ricordata nella bella prefazione di Dante Maffia, la poetessa è in una stanza d’albergo e sente nella camera vicina un insistente lamento infantile. Il senso del dilemma esistenziale è nella seconda strofa: la poetessa invita il bimbo, che è un bambino down, a protestare col suo pianto anche se non c’è chi ascolta, non c’è una giustizia nell’ordine universale degli eventi e il grido di protesta alla fine è destinato alla resa.
Con la sezione Deragliamenti si scende nell’intimità dell’individuo. Dà il nome alla sezione una poesia d’amore, anzi della fine di un amore di potente forza lirica che conferma come il pregio di questo libro sta proprio nell’unione tra architettura di pensiero e potenza espressiva. Lei non mi lascia è una poesia di singolare originalità sul tema della morte. Il riferimento letterario qui è alla notissima poesia di Saffo “Simile a un dio mi sembra…” ma qui l’effetto sconvolgente, che causa il mancamento della protagonista, è dovuto non all’immagine dell’amato ma alla presenza, violenta e avviluppatrice, della morte.
In questo libro insieme compatto e assai vario, la quinta sezione contiene la poesia che dà il titolo al libro, un ricamo prezioso su un moderno Ade: regno dei morti acquatico e tutto femminile, dotato di quella seducente vitalità che è appunto caratteristica femminile. Qui i riferimenti letterari sono molteplici e tutti squisitamente classici: dall’Eneide, alle Metamorfosi di Ovidio, ma anche all’Inferno dantesco: un percorso attraverso mondi inferi arcaici risuona in quest’acquario tutto di donne.
Infine, con Le Muse ardenti l’autrice si congeda dal lettore lasciandoci un’originalissima critica sulla civiltà moderna. Dice la poesia: noi abbiamo smesso di dare vigore alla nostra cultura, abbiamo lasciato che l’ispirazione, che è fonte di legame con il mondo, abbandonasse i nostri linguaggi artistici, e allora la gioia e l’incanto del mondo abbandonano noi. Fra tutte le critiche che si muovono alla società dei consumi questa, che mette l’arte in primo piano come valore cardine della società umana, è da pensare con molta attenzione.



(Marina Corona)







Piera Mattei, Le amiche sottomarine, Passigli, 2012 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/5/2013 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL GIBBONE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 10 giugno 2012

Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente.
A me piace rimanere indisturbata a guardare. Non esattamente una natura immobile. Al contrario individui viventi nella manifestazione della loro vitalità. Mi piace poggiare lo sguardo a lungo, senza intenzioni. Mi piace che mentre osservo l'oggetto non sia in grado di sottrarsi alla mia vista.
Ripeto che il mio guardare è vuoto di qualsiasi intenzionalità e incapace di profonda penetrazione. Mi fermo alla pelle, al puro involucro sensoriale, perchè le interpretazioni acute non mi tentano e persino mi disturbano. 
Eppure, nonostante questa liquida superficialità, - sarà forse la durata che quello sguardo pretende - non c'è essere umano che sia in grado di tollerarlo. La gente sembra credere - tutti senza distinzione alcuna - che uno sguardo prolungato, anche se non intenso, porti via la bellezza, ottunda l'intelligenza, strappi brandelli d'anima e di vita.
Sono priva di difese di fronte a un simile sospetto, che mi offende al punto da fare allontanare i miei sguardi dalla specie degli uomini. I miei sguardi si ritraggono umidi, come le piccole corna di una lenta lumaca.
Per sopravvivere, visto che il soddisfacimento di questo piacere mi è vitale, mi sono messa alla ricerca di individui - umani esclusi - che facciano al mio caso.
Si incontrano tempi e luoghi adatti a ogni libertà ed ogni gusto finisce per trovare la sua corrispondenza. Finalmente anch'io ho trovato.
Da quando ho fatto la mia scoperta - se soltanto potessi permettermelo, se non avessi pesanti impegni da rispettare ogni giorno - quotidianamente mi dedicherei al mio piacere che invece sono costretta a circoscrivere a particolari giornate quando, pagato il modico prezzo di un biglietto d'entrata e superata la corta barriera d'ingresso, m'introduco nello zoo. Quello spazio, nato per istituzionalizzare lo sguardo su individui viventi, legittima la ricerca di quel piacere altrimenti impossibile e insieme mi scioglie dai lacci di giudizi e congetture, che solo gli umani impongono.
Oggi, come sempre nelle giornate che scelgo, lo zoo è verosimilmente tutto per me. Pochi guardiani in tuta verde sfamano gli enormi orsi polari con misere pere Williams (mi chiedo quante ce ne vorranno) e i leoni con quarti di animali in precedenza macellati, sottraendo in tal modo ai felini il sapore di preda che maggiormente apprezzerebbero.
Osservo e vado oltre perchè non è certo per loro che vengo allo zoo. E' per il mio gibbone. In questa mattina d'inverno tiepida e asciutta - lo so - lui sarà disposto a farsi guardare. Io starò senza distogliere la vista, a lungo quanto voglio e senza pentirmi, senza arrossire.
La sua gabbia si trova un po' separata dalle altre, presso recinti stracolmi di pollame dal piumaggio rossiccio. Vicino al gibbone non c'è altro. Gli altri primati si trovano presso l'ingresso principale, nello spazio delle grandi attrazioni. E' per questo che,  con grande soddisfazione del mio esclusorio desiderio, anche questa mattina gli scarsi visitatori dello zoo dimenticheranno il gibbone.
Eccolo! Somiglia ad un piccolo uomo agilissimo. Non ha un filo di grasso, non una piega sgraziata della pelle. Il tipo che piace a me, a differenza di altri gibboni, non ha sulla testa quel ciuffo di colore differenziato che viene chiamato cappuccio. Il mio gibbone ha un'apparenza nuda e casta, come i veri atleti.
Di fronte alla gabbia, a giusta distanza, è collocata una panchina di pietra. Mi siedo lì, proprio davanti al trapezio che scorgo tra alberi alti e arbusti verdeggianti, da dove il gibbone che mi ha subito notata, mi rivolge due o tre silenziosi volteggi. Resta quindi accovacciato sul trapezio, le lunghe braccia avvolte alle corde laterali.
Nel vederlo così pronto a compiacermi decido di utilizzare l'ingenuo tranello di una piccolissima provocazione. Ho già pronto nella borsa un nastro dove - l'ultima volta che sono venuta a trovarlo - ho inciso la sua voce. Con discrezione, restando quasi immobile, a occhi semichiusi, accendo il registratore.
Lo provoco così con brevi urli cadenzati che sono i suoi stessi urli. Ma poichè provengono da me, lui è convinto che quella voce sia la mia. E quella voce, la voce mia-sua, lo esalta. E mi risponde, mi risponde!
La voce del gibbone somiglia a un canto. Affannoso in principio come un rullio acceleratissimo cresce di ritmo e di forza fino a frantumarsi in un gorgheggio vittorioso.
E' un richiamo potente. Ogni volta mi fa venire la pelle d'oca e mi stringe un nodo alla gola, oggi più che mai per quel sospetto di risposta, di corrispondenza che così leggermente ho provocato. L'urlo però non è tutto. se insieme io non tenessi gli occhi aperti su di lui che si muove, l'urlo non produrrebbe su di me il pervadente piacere che provoca. Come l'urlo esce pulito e netto, senza fatica, così il corpo del gibbone si lancia in evoluzioni acrobatiche in cui la mancanza di sforzo e di artificio mi incanta. I suoi salti al trapezio terminano in un gesto orgoglioso, il braccio destro alto sulla corda, il sinistro sul fianco.
Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui s'è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. Però non s'incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio.
Lo guardo e mi guarda.



(Piera Mattei)






Il gibbone in Piera Mattei, Malinconia animale, Manni, 2008 [ * ] [ * ]
 
INSETTI
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012

                                                                                                     Alitalia volo AZ 702
                                                                                                     14 miglia lontana la Terra

D'evidenza mi colpisce che tu
- figlia mia - e io
siamo insetti che succhiando
nettare voliamo intorno a una realtà
umida - fiore verde dal cuore
succolento - che ci costringe
a nutrirci là
dove posiamo
e riposiamo.

Lo so - lo sai, siamo tuttavia
mammiferi, nel cuore affetto
di cane, eleganza di capra
disegnata sulla pelle, animali che non 
amano, detestano volare.
Appoggiamo, anche con levità ditigrada
le zampe fiduciose alla terra.

Ti guardo nel profilo disegnato
da sopracciglia serie e lo vedo
che siamo che sei uccello
sul ramo più alto a chiamare,
la testa e il collo protesi.



(Piera Mattei)





Insetti in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ]

S'ANNIDANO
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012
 

nel cortile dell'antica madrasa
dentro forme porose di tufo
fotografavo nidi scontrosi di passeri

antichi vasi in colmi secchi
con un brivido appena
ricevevano il battesimo
di assenti archeologi

beveva una colomba dell'acqua
benedetta che via ne ruscellava

con due fiori d'oro spuntava
dall'umide pietre una pianta.



(Piera Mattei)






s'annidano in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ] 







vedi quì e quì







 
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