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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
VIVERE NON BASTA
post pubblicato in Veneziani, Marcello, il 13 novembre 2011



Il libro è di lettura non facile. È essenzialmente libro di pensiero, e proprio in questo risiede la sua bellezza, se così si può dire. Consiglio, modestamente, a chi si accinga a leggerlo, di leggere un capitolo al giorno. Così facendo, la lettura si esaurisce in venti giorni, se proprio si ha fretta. Ma – sempre a mio avviso – la lettura va diluita di più, proprio per apprezzare ciò che del libro è l’essenza propria.
E questa essenza è nell’ultimo capitolo, decisamente bello e suggestivo: la dedica “del tutto” al lettore. Conviene, però, andare con ordine.
Come ho detto, la lettura non è facile. Ciononostante, Veneziani ha uno stile suo, che, dopo un inizio non immediato e certo non scorrevole, si mostra dal quarto o quinto capitolo, più semplice. Alla base del libro è una trovata dell’autore non nuova: altri – come Dan Brown e non ricordo ora chi, ma più di un autore – l’hanno già utilizzata: l’espediente di dire che il contenuto del libro è autentico, oggetto di un ritrovamento casuale. Durante i recenti fatti di rovine a Pompei (crollo di un muro della Casa del Moralista, avvenuto nel 2010), l’autore ipotizza il ritrovamento delle lettere di Lucilio, un poeta romano nato e residente a Pompei, in risposta alle Lettere sulla Felicità che Seneca gli aveva rivolte.
Questo ritrovamento, nonostante la premessa – che l’autore, saggiamente, chiama Fabula –  asserisca trattarsi di ritrovamento reale, si svela presto fittizio, così come lo stile della narrazione, che quasi dai primi capitoli si può attribuire come stile e contenuti ai nostri tempi, piuttosto che all’epoca romana. È interessante notare che Veneziani non scrive in modo che sembri di essere ai tempi dei romani, ma piuttosto ambienta quel che racconta in quel tempo, mentre il suo stile – nonostante le buone intenzioni accennate in Fabula – è decisamente dei nostri tempi.
Ma il libro è un libro sul pensiero. Su quello che le persone pensano e aspettano dall’esistente. E proprio in questo – dopo un inizio poco agevole, in cui si parla un po’ di felicità, proprio per rispondere a Seneca (che ne ha fatto il tema delle sue Lettere) – il finto “poeta” romano che si dice suo allievo, e lo chiama maestro, si produce in riflessioni che originano dal libro di Seneca. Certo, il giudizio sul libro di Veneziani sarebbe molto più agevole se avessi letto prima il libro di Seneca, ma così non è.
Un libro sul pensiero: quasi un libro di filosofia, travestito da romanzo. Cosa ne ricava un lettore odierno, che – magari – di filosofia non si occupa né se ne vuole occupare e che cerca nel libro magari qualcosa che si riferisce alla felicità e che, dopo il secondo capitolo, sparisce quasi dal testo? È difficile a dirsi. Ma certo se ne ricava un po’ di riflessione sul proprio di pensiero. Sul perché si pensa e si scrive (o si legge) in certi modi. E di certi argomenti. Filosofici, appunto, e poco trattati.
Proprio quando Veneziani comincia ad affrontare il pensiero del quotidiano, (capitoli 5 Viaggiare e tornare, 8 Potere e ritirarsi, 9 Vecchiaia e dignità, 11 Sirene e Chimere), il libro comincia a colpire anche il lettore meno aduso a sentir parlare di filosofia – chi scrive non se ne è occupato quasi più, dopo gli studi superiori, se si eccettuano le letture di autori come Fromm, Eco e qualche altro – e lo colpisce soprattutto per i riferimenti al quotidiano, a quello che ci tocca tutti i giorni di pensare per le vicende che la vita ci fa considerare.
A mio avviso, i capitoli più belli, intensi e avvincenti, sono quello sulla leggerezza (12), quello sui padri e figli (14) e quello sulla morte di Seneca (17, penultimo). In questi capitoli ci si dimentica della falsa “romanità” dell’autore, che invece si mostra autore del nostro tempo, attento a problemi tipici dei nostri anni e non di quelli dell’antica Roma, cui si riferisce qua e là. Pare che l’autore sottolinei il fatto che i problemi dell’uomo non hanno epoca o data, sono sempre uguali, e come al nostro tempo, così dovevano essere anche nell’antica Roma.
Menzione speciale merita poi il capitolo sul Morire prima di morire (15) e quello sul Cristianesimo (16). Il penultimo capitolo, sulla morte di Seneca, oltre che un congedo dell’autore dal finto Lucilio che ha impersonato, è la conclusione dell’opera. Ma è proprio nell’ultimo capitolo che l’intero progetto si esprime: Congedarsi in bellezza è un saluto al lettore attento, che è arrivato al termine dell’opera e scopre che l’autore lo ha pensato per l’intero libro. E ne trae piacere e considerazione verso l’autore, nonostante la lettura sia stata faticosa.
A conclusione, una piccola chiosa, Veritas in extremis, ci racconta di come il libro (che Veneziani dedica a suo padre) sia originato dalla lettura del testo originale di Seneca, che suo padre aveva in edizione pregiata, e che conteneva appunto molte chiose aggiunte a margine. Una conclusione che spiega, forse meglio di altri pensieri, il perché del libro.
Ho già detto che la lettura non è piana, né facile. E non per lo stile dell’autore, che anzi risulta piano e scorrevole, ma soprattutto per l’argomento, il pensiero. Debbo dire che più di una volta sono stato tentato di leggere il libro a tratti. E invece l’ho letto dalla prima all’ultima riga, e ne sono rimasto affascinato, al punto da considerare l’eventualità di leggere le lettere di Seneca. Ma non adesso!



(Lavinio Ricciardi)







Marcello Veneziani, Vivere non basta, Mondadori, 2011 [ * ]



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/11/2011 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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