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LO SGUARDO EMPATICO NELLA POESIA DI HIKMET
post pubblicato in Hikmet, Nazim, il 29 settembre 2011



La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che lo ispirò.

(Hannah Arendt, The Human Condition)


Aprendo le pagine poetiche di Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963) riesce impossibile non amare i suoi versi. I suoi affezionati lettori conoscono a memoria questi versi splenditi: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale [...] ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo” (1959). Hikmet in questi versi portò alla luce una dolcezza che oserei chiamare globale, anche se appare legata al pensiero, al sentire, balcanico ed orientale. Attraverso l’essenzialità del sale che dà sapore al cibo e alla vita nella stessa maniera in qualunque parte del mondo, il poeta dice ti amo alla sua amata. E rende il sale dolce più del miele.
Questa dolcezza intensa che sprigiona la sua opera poetica è il prezioso ricamo delle sue sillabe magiche. Sillabe che ti aprono gli occhi…versi liberi, espressivi che sanno essere altro…metafore che diventano tele dipinte di orizzonti vivi…orizzonti poetici che aggrediscono per coinvolgerti con la realtà. A volte dolcemente, a volte tortuosamente per raccontarti quel che spesso sfugge al pensiero, al ricordo e alla memoria. Proprio come la Arendt scrisse sulla poesia: “il suo carattere “memorabile” determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità”. Così la poesia di Hikmet fondata sul tangibile ha acquisito l’atemporalità.
Egli nacque a Salonicco che in quegli anni era la rappresentazione del caleidoscopio balcanico. Visse ad Aleppo una parte della sua infanzia come lui stesso ricordò nella poesia Autobiografia (1962) [ * ], e proseguì gli studi liceali ad Istanbul. Luoghi di colori, profumi, identità e religioni diverse. Anche l’ambiente famigliare offrì ad Hikmet due visioni differenti di vivere e di pensare: l’Oriente e l’Occidente. E’ forse proprio questa diversità culturale la base in cui si forgiò la futura grandezza di Hikmet.
Entrò dentro varie realtà e verità del mondo in cui visse, raccontando in versi gli accadimenti. I suoi versi di struggente semplicità smuovono sentimenti profondi. E naturalmente condivido il pensiero della scrittrice turca, Elif Shafak che: “credere nella poesia equivale a credere nell’amore.” (Latte nero, 2007 [
* ]).
Era un uomo che con la sua lirica partecipava agli eventi, osservava il proprio tempo senza connotare la sua poesia alle ideologie (nazionalistiche o politiche). Seppe prendere ferme posizioni (genocidio degli armeni), anche quando quelle prese di posizione significavano privarsi della libertà e rinunciare agli affetti più cari per l’amore verso l’umanità. La fisionomia della sua lirica.
Nel 1956 scrisse, a mio avviso, una delle sue più belle poesie esprimendo un altro valore della lirica ed una diversa “missione del poeta”. Questa poesia s’intitola Japon balikçisi / Il pescatore giapponese.
Trovo nei suoi versi tutta la forza poetica di Hikmet, la sua grandezza di pensiero, la sua denuncia poetica che gli ha permesso di entrare così di diritto tra i grandi poeti del Novecento. Poesie come Japon balikçisi lo hanno elevato come il poeta che sopravvive alla sua generazione. Diventa il poeta di tutte le generazioni. E nonostante la palese connotazione geografica del titolo, è comunque una poesia che non ha un'unica appartenenza nazionale, supera i confini territoriali. E quel termine chiamato “nazionalità” è inappropriato per essa. La sua lirica delicata e sublime affronta un tema universale con echi che risuonano attuali a decenni di distanza. Usò elementi semplici ricorrenti spesso nella sua poesia come il mare, il sale e il vocativo “mia rosa” con intensità empatica per far riflettere il lettore. Il poeta scrisse questa poesia prendendo spunto dai test nucleari perpetuati negli anni cinquanta del Novecento nell’Oceano Pacifico e dagli effetti imposti dall’uomo alla natura e alla vita di altri uomini. Hikmet descrisse in modo incredibile il dramma esistenziale di un pescatore ammalato dall’esposizione alle radiazioni atomiche di un esperimento militare del 1952:

Il pescatore giapponese 
(traduzione dall’inglese in italiano di Thony Sorano)

Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico


Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.

I versi che aprono la poesia raccontano di un giovane pescatore ucciso da una “nuvola”, mentre navigava nell’Oceano Pacifico. Una nuvola avvolge la sua barca e la trasforma in una fredda bara. Hikmet non lo dice esplicitamente, ma si comprende che quella nuvola non fu un evento meteorologico, anche se a volte in quella parte del mondo la natura sa essere veramente distruttiva. Mentre i versi di Hikmet continuano a diventare sillabe penetranti:

Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.

Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.

Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.

Gli effetti di quella nuvola non uccidono immediatamente: “Non tutto in una volta, ma poco a poco / La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…”. Questi versi sono immagini vivide, immagini crude e dolorose. Il pescatore è un morto vivo e chi tocca la sua mano muore. Quella stessa mano che bagnata dal sale, un elemento di vita e d’amore per Hikmet, una volta era sana nel mare inondato dal sole. Una mano che lavorava, pescava e dava vita, oramai solo con un gesto, un tocco contagia la morte nera. Il pescatore è giovane. E’ un uomo innamorato e ricambiato dagli occhi a mandorla. Un innamorato che prega la sua amata non di amarlo come tutti gli innamorati, ma di dimenticarlo. Sceglie l’oblio in nome dell’amore con la dignità unica della cultura nipponica.
Ed Hikmet con la delicatezza che lo contraddistingue nei versi seguenti descrive una vita alla quale sono tagliate per sempre le ali del futuro, diventando il canto amaro di un amore tenero distrutto da forze oscure:

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.


Il giovane continua a supplicare con la morte nel cuore la sua amata di non baciare le sue labbra e la chiama “Mia rosa” mentre le chiede questo sacrifico d’amore. Sceglie la solitudine, non vuole che la morte che porta dentro sé si sposti da lui alla sua rosa, al suo amore. Questi sono i versi più struggenti che ho mai letto. La sua barca da mezzo per la sopravvivenza si trasforma in fredda bara. Diventa morte. Sentiero senza luce. E i versi diventano ancor più struggenti, diventano un coltello nel cuore. Suscitano lo sguardo dell’empatia mentre il giovane pescatore chiede al suo amore ancora una volta di dimenticarlo. Il loro sentimento non potrà mai essere vissuto pienamente, perché da quell’atto d’amore non potrebbe nascere un bambino sano: “Il bambino che potresti avere da me / Marcirebbe dentro, un uovo marcio”. Sono versi in cui tragicamente alla vita viene chiuso il sipario della vera bellezza, quell’armonioso e magnifico concerto in pentagrammi che è la rinascita attraverso un'altra vita.
Come sono lontani questi versi da un'altra sua poesia che mentre scrivo mi viene in mente: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / Il più bello dei nostri giorni / non lo abbiamo ancora vissuto. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.” (1942) (trad. di Joyce Lussu, Mondadori [
* ]).*
E’ un’eco di versi meravigliosi scritti durante la prigionia di Hikmet, che evocano nell’orizzonte un futuro, la visione di un amore, una vita senza fine… Radicalmente in contrasto con i versi della poesia dedicata al pescatore giapponese nella quale si può toccare con mano la fine. La profezia compiuta delle tenebre. Vedi con gli occhi dell’anima la tragedia umana causata da una nuvola radioattiva. Nella chiusura della poesia la natura che magicamente è parte integrante dei suoi versi rappresentata dal mare è morta. Il mare blu si veste di nero (è morto ecologicamente) e nelle sue acque non naviga una barca inondata dal sole, ma la fredda bara delle tenebre. E negli ultimi versi il pescatore (l’etica dell’uomo poeta) rivolge un’eco di dolore e una domanda che ancora oggi aspetta una risposta:

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?



(Rezarta Cuko)




 

 

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