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LENZ
post pubblicato in Buchner, Georg, il 11 maggio 2011


 

Lenz è la storia dell'esplosione di uno stato di follia. Il racconto rispecchia una storia vera: l'aggravarsi definitivo delle condizioni psichiche dello scrittore Reinhold Lenz durante un soggiorno nello Steinthal, una valle alsaziana nei monti Vosgi. Lenz aveva già dato segni più che altro di disagio sociale, ma non era una cosa insolita per dei giovani intellettuali negli anni poco prima della Rivoluzione francese, che non si riconoscevano più nelle regole e nei valori del mondo borghese. Gli amici stessi gli avevano consigliato di prendersi un periodo di riposo da Strasburgo, dove abitava, presso la comunità rurale affidata al pastore protestante Oberlin, noto per la sua rettitudine morale. Il racconto comincia dunque con la camminata che Lenz intraprende nei monti Vosgi per arrivare allo Steinthal, e che dura una giornata, arrivando in vista delle case a sera. La descrizione dell'ambiente montano si accompagna all'espandersi della patologia di Lenz. Lo scrittore perde il senso delle proporzioni, i punti di riferimento: "Cime e alti pianori innevati, pietraglia grigia lungo i pendii, distese verdi, massi e abeti. Era freddo e umido, l'acqua grondava giù per le rupi e rimbalzava oltre il sentiero. I rami degli abeti pendevano grevi nell'aria umida. Nel cielo scorrevano nuvole grigie, così dense e impermeabili, poi dal basso sopraggiungeva la nebbia, che si spandeva con vapori umidi e grevi fino agli arbusti, così pigra, così goffa. [...] Da principio avvertiva come una stretta al petto quando al suo passaggio il pietrisco schizzava via in quel modo, quando il bosco grigio s'agitava sotto di lui e la nebbia a tratti ingoiava ogni forma, a tratti svelava a metà le membra possenti; qualcosa urgeva in lui, egli inseguiva qualcosa, come dei sogni perduti, ma non trovava niente. Tutto era per lui talmente piccino, talmente prossimo, talmente bagnato; avrebbe voluto mettere il mondo intero ad asciugare dietro la stufa, non capiva come mai gli occorrese tutto quel tempo per discendere un pendio, per raggiungere un punto remoto; era convinto di poter misurare ogni cosa facendo soltanto qualche passo. Solo a volte, quando la bufera rovesciava le nubi giù nelle valli e dal bosco salivano vapori, e le voci delle rocce si destavano, ora simili a remoti echi di tuoni e poi avvicinandosi con violento fragore, come volessero cantare con letizia sfrenata le lodi della terra, e le nuvole galoppavano come cavalli selvaggi nitrenti, e la luce del sole le trapassava, fendendo la sua spada scintillante lungo le zone innevate, così che un chiaro bagliore accecante fendeva obliquamente vette e valli; oppure quando la tempesta spingeva le nubi verso il basso e le squarciava formandovi un lago d'un azzurro lucente, e poi il vento si affievoliva e giù in fondo, dalle gole e dalle cime degli abeti, salivano come sussurrando una ninna nanna e un tintinnio di campane, e nell'azzurro cupo si diffondeva una tenue tinta rossastra, e piccole nubi passavano su ali d'argento e le cime dei monti, nitide e salde, si stagliavano con bagliori scintillanti sull'intero paesaggio - allora sentiva come uno strappo nel petto, restava immobile, ansante, il corpo proteso in avanti, occhi e bocca spalancati, gli pareva di dover attirare la tempesta dentro di sè, accogliere tutto in sè, si stendeva e restava disteso sopra la terra, si sprofondava nel Tutto, ed era un godimento che gli faceva male; oppure se ne stava silenzioso e appoggiava il capo sul muschio socchiudendo gli occhi, e allora tutto s'allontanava da lui, la terra cedeva sotto di lui, diventava piccola come una stella errabonda e si immergeva in un torrente fragoroso che scorreva con le sue onde chiare sotto di lui".
Le sue manifestazioni di follia trovano in lui sempre una giustificazione e un apparentamento naturali: "Raccontò in tutta calma a Oberlin che sua madre gli era apparsa durante la notte: era emersa in una candida veste dal muro scuro del cimitero e aveva al petto una rosa bianca e una rossa; poi era sprofondata in un angolo, e poi le rose erano germogliate a poco a poco sopra di lei, sicuramente era morta; ne era intimamente convinto".
In tutto c'è un'eziologia naturale: "La natura più semplice e pura è intimamente connessa con quella degli elementi [...] pensava che dovesse essere un sentimento infinito di beatitudine il venir toccati così dalla vita particolare di ogni forma, avere un'anima per le pietre, i metalli, l'acqua e le piante, accogliere in sè come in sogno ogni essere della natura allo stesso modo in cui i fiori accolgono l'aria al crescere e al calare della luna". 
Non ha bisogno di ragioni: "Ieri, risalendo per la valle, ho visto due ragazze sedute su un masso, una si annodava i capelli, l'altra l'aiutava; la sua chioma d'oro fluente, un pallido viso grave eppur così giovane, e il costume nero e l'altra così premurosa [...] poi si allontanarono, il bel gruppo non c'era più; ma come discesero, fra le rocce s'era nuovamente composto un altro quadro. Le immagini più belle, i suoni più intensi si raggruppano e si dissolvono. Resta un'unica cosa: una bellezza infinita, che da una forma si trasferisce in un'altra, in un perenne dischiudersi e tramutarsi".
Oberlin si reca in Svizzera, Lenz lo accompagna per un tratto, poi torna indietro da solo e si smarrisce di nuovo: "Errò per la montagna in varie direzioni, ampi pianori scendevano giù nelle vallate, scarsi erano gli alberi, nient'altro che profili maestosi e, più remota, la vasta pianura fumosa, nell'aria un aleggiare impetuoso, nessuna traccia di esseri umani se non, qua e là, una capanna abbandonata in cui i pastori trascorrevano l'estate, a ridosso dei pendii. Lui divenne calmo, quasi come sognasse, tutto si fondeva per lui in un'unica linea, simile a un'onda che saliva e scendeva, fra cielo e terra, gli pareva d'essere disteso in riva a un mare infinito che ondeggiasse dolcemente. A volte si fermava e si sedeva, poi riprendeva il cammino, ma lentamente, come in sogno. Non cercava un sentiero preciso".
La quiete estatica è a volte interrotta da momenti di panico: "Qualcosa lo spinse a rialzarsi e a fuggire, come braccato su per la montagna. A gran velocità le nuvole scorrevano dinanzi alla luna; a momenti, tutto era immerso nell'oscurità, a momenti invece esse lasciavano intravedere al chiarore lunare il paesaggio che svaniva nella nebbia. Lui correva in su e in giù".
Le stranezze di Lenz si susseguono: fa il bagno nella fontana della piazza in piena notte, viene sentito gemere come un bambino nella sua stanza, si autoaccusa con Oberlin della morte della madre e della fidanzata chiedendogli di percuoterlo per questo con un bastone, alla notizia della morte di una ragazza in un paese vicino si affretta ad andarvi convinto di poterla resuscitare.
La situazione precipita, Lenz tenta il suicidio gettandosi dalla finestra della sua stanza. Rimane ferito. Oberlin decide di farlo riportare a Strasburgo in carrozza sorvegliato da due uomini: "Si allontanavano gradatamente dai monti, che s'ergevano ora, nel tramonto, come un'onda turchina di cristallo sulla cui calda cresta giocavano i raggi purpurei della sera; sopra la pianura, ai piedi della montagna, si stendeva una trama scintillante e turchina [...] Lenz guardava fuori fisso, calmo, non un presentimento, non un impulso". 



(Carlo Verducci)







Georg Buchner, Lenz, Marsilio, 2008  [
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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 11/5/2011 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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