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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ROMANTICA
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 2 dicembre 2011

   

Romantica. Mi hanno chiamato così. Cristina Belgioioso, principessa romantica.
Non perché mi piaceva il chiaro di luna. Il romanticismo, io, l'ho vissuto. Lo conosco. E' un fuoco dentro. Una luce che brilla negli occhi. Ansia di verità, ricerca di sé, scontentezza del presente e desiderio di qualcosa di nuovo. E' un modo di sentire il mondo. In tanti sentivamo così. Volevamo verità. La cercammo negli ideali, nelle visioni, nei sogni. Nella follia.
 
Era un periodo di polemiche e controversie, battaglie ideali e lotte politiche. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva. Volevamo cambiarlo. Gli uomini prima di noi si erano affidati agli strumenti della ragione, ai lumi, ma non erano serviti a portare giustizia e verità.
Venne il ciclone Bonaparte, poi il principe di Metternich che cercò di cancellarne le tracce. Era il 1815 e vecchi sovrani dalle parrucche imbiancate furono rimessi sul trono.
Ma le idee non muoiono. Sembrano scomparire, ma circolano e vagano e trovano nuove strade, come fiumi sotterranei che riemergono all'improvviso.
Ci voltammo indietro. Lo studio della storia ci aiutò a cercare il senso della vita. Studiammo il progredire delle civiltà, lo scorrere delle cose, il divenire delle idee. Scoprimmo che gli avvenimenti degli uomini non seguono i criteri della ragione.
Cercammo altro.
Volevamo libertà. Dignità. Eravamo pronti a sacrificare la vita. Parlavamo di lotta, martirio, sacrificio. La libertà si tingeva del colore del sangue.
Avevamo idee diverse, ma i confini dei nostri pensieri erano fluidi. Difendevamo il libero pensiero, ma avevamo fiducia nella Provvidenza, eravamo anticlericali, ma guardavamo al cristianesimo delle origini, che vedevamo riflesso nei principi del socialismo.
Avevamo tutti un unico credo: l'Italia libera, indipendente, unita.
 
Coltivavo amicizie sovversive e ribelli. Correvano parole infuocate: rivoluzione, lotta di popolo, repubblica. Fogli clandestini stampati nelle cantine le diffondevano per l'Italia. Così la ribellione individuale e il disagio interiore si trasformarono in lotta politica.
Quando la polizia austriaca stava per arrestarmi, fuggii a Parigi. Sola, perché il mio matrimonio era già finito. Senza un soldo, perché avevano sequestrato i miei beni. Avevo ventitré anni. Riuscii a portare con me solo dei libri.
 
Vivevo in una soffitta. Non sapevo accendere il fuoco, cucinare, lavare i pavimenti, stirare, tenere in ordine la casa. Non sapevo quanto costa un bicchiere di latte, o un uovo. Prima, di tutto quello che serviva, se ne occupavano governanti e cameriere. Io non sapevo neanche vestirmi da sola e non avevo mai avuto dei soldi in mano. Però sapevo riconoscere un tallero del sacro romano impero e sapevo quanto fosse raro un fiorino toscano dei secoli passati, o un doblone spagnolo dell'epoca della riconquista. E sapevo disegnare, dipingere, suonare il clavicembalo, cantare, ricamare. E fare conversazione.
Racimolavo qualche soldo facendo ritratti a carboncino e dipingendo ventagli, per non morire di fame. La notizia di una giovane principessa italiana in esilio, privata del suo patrimonio, che viveva d'espedienti, sepolta sotto un cumulo di libri, fece il giro di Parigi. Mi si aprirono tutte le porte. Conobbi scrittori, musicisti, filosofi, poeti. E scrivevo. Le mie dita erano sempre sporche d'inchiostro. Quando entravo in un salotto vedevo sorrisi ironici, mi guardavano le mani mentre le sopracciglia si alzavano in un'espressione di sorpresa. Scrivere, una donna, che bizzarria!
E' un romanzo? chiedevano.
E' un saggio, rispondevo.
Mi guardavano con aria interrogativa.
Sulla formazione del dogma cattolico, aggiungevo.
Cambiavano argomento, ma in realtà avrebbero voluto scoppiare a ridere. Si accettava che una donna scrivesse romanzi d'amore, o saggi di pedagogia, ma la religione era un argomento da uomini. E poi c'era una questione di fondo. Ero chiacchierata. La parola che si sussurrava era immoralità.
 
Nell'ambiente che frequentavo, intellettuale e anticonformista, non erano gli amori ad essere rimproverati. Era altro. La libertà. La libertà concessa alle donne risponde alle necessità maschili. Il loro spazio è quello della casa, della famiglia, dei figli. Salotto, tavola, letto. Amore. Sesso. Ma io volevo altro. Volevo cittadinanza nel mondo degli uomini. Avere voce nei luoghi della politica. Partecipare alle scelte. Significava oltrepassare i limiti. Dimenticare le virtù che convengono al sesso femminile. Era per questo che quarant'anni prima Olympe de Gouges era stata ghigliottinata. E per la libertà delle donne la rivoluzione francese non era servita.
Il mio libro, l' Essai sur la formation du dogme catholique, fu molto criticato. La Chiesa lo mise all'Indice.
 
In quel periodo tradussi in francese La scienza nova di Giovan Battista Vico e ne feci un commento. Spiegai che la storia è opera dell'uomo, ma l'uomo è guidato dalla Provvidenza. Nella storia c'è la mano di Dio. Credevo in Dio, un Dio misericordioso ed infinitamente buono, un Dio che voleva l'Italia libera, indipendente, unita. Per me credere era una speranza, credevo in un mondo nuovo, più giusto e più felice.
Per questo ideale avevo sacrificato ricchezza e sicurezza, e vivevo in esilio, povera.
 
Ma Dio vede e provvede. Il governo austriaco mi restituì le terre che possedevo in Lombardia. Nel 1835 mi ritrovai di nuovo ricca. Potevo aprire un salotto tutto mio, che diventò luogo di ritrovo degli intellettuali italiani esiliati per motivi politici. Repubblicani che progettavano l'insurrezione delle masse popolari, monarchici liberali che speravano in un'Italia unita sotto la dinastia sabauda, riformisti che pensavano ad una confederazione di stati, sul modello della Svizzera. Vi si incontravano poeti, filosofi, musicisti, da tutta Europa. Liszt, Bellini, de Musset, Heine, Theophile Gautier, Merimee, Balzac. Il più brillante salotto di Parigi. E io ne ero il centro.
 
A Parigi circolavano le idee di Saint- Simon. Si parlava di solidarietà sociale. Di progresso. Delle condizioni di vita dei lavoratori e di riorganizzazione dei sistemi produttivi. Di riforme. Decisi di mettere in pratica questi principi, che esistevano solo sui libri. Tornai in Lombardia, nelle mie terre, e rivoluzionai tutto.
 
Conoscevo la povertà della popolazione contadina, l'analfabetismo, l'ignoranza, la miseria, la mortalità infantile. Cominciai dalle scuole, con asili, scuole elementari, scuole professionali per agronomi e agrimensori. Pensai alle famiglie e realizzai una grande sala riscaldata dove venivano serviti pasti caldi, capace di contenere 300 persone. Pensai alle donne e fondai una scuola di lavori femminili. Ne uscivano sarte, guantaie, ricamatrici, modiste. La possibilità di un lavoro dava dignità. Acquistavano la consapevolezza del loro valore. Il senso di sé. Aprii anche una scuola di canto. Il 21 marzo 1845, venerdì santo, il mio coro di contadini cantò in chiesa, a Locate, lo Stabat Mater di Rossini. Un brivido mi correva nella schiena. In quel momento seppi che tutto al mondo può succedere.
Scrissi una lettera ai proprietari terrieri proponendo un'azione comune per diffondere le riforme sociali. Solo Alessandro Manzoni rispose, criticando la mia mania di insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Disse: quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?
 
In quegli anni, dal 1840 al 1847, affilai la mia penna. La resi agile, pronta, tempestiva, una penna da giornalista.
 
La stampa è il male di questo secolo, dicevano i benpensanti, e i governi reazionari temevano i giornali più delle canne dei fucili.
Avevano ragione. Le nuove macchine da stampa erano veloci, semplici, economiche. Le idee in un lampo si materializzavano, si diffondevano, facevano discutere. I giornali non erano più destinati solo ad un ristretto circolo di ricchi intellettuali, arrivavano ad un pubblico vasto. Leggendoli, una gran quantità di uomini e donne aveva accesso a un sapere comune, nello stesso momento. I giornali varcavano frontiere. Seminavano speranze. Diventavano la base fondante dell'azione politica.
Volevo sostenere le iniziative dei patrioti nella lotta per l'Italia unita, libera e indipendente. Formando un'opinione pubblica. Con un giornale. Un giornale politico.
 
Finanziai La gazzetta italiana e ne presi la direzione, tra la disapprovazione di tutti. Anche i miei amici con le idee più liberali trovavano che la politica non è una cosa da donne. Una donna non mette il proprio nome su un giornale. Un giornale non è un libro. Passa di mano in mano. Fosse stato un giornale sulla scuola, o sull'educazione...sono argomenti che anche una donna può trattare. Ma erano articoli di storia, economia, scienze sociali, che facevano ampio uso di statistiche, tutti concetti e strumenti maschili. Non si fa.
Ma io lo feci. La gazzetta italiana, stampata a Parigi, uscì per un anno, una volta alla settimana.
 
Poi fondai un giornale mensile, L'Ausonio, stampato sempre a Parigi. Ogni numero, di ottanta pagine, conteneva un articolo di politica, uno di letteratura, uno di carattere scientifico. C'era anche un elenco delle novità editoriali italiane e la cronaca degli ultimi avvenimenti. Lo stile era semplice, di taglio narrativo, ma i dati scientifici erano documentati e precisi, ricchi di informazioni statistiche e di elementi reali raccolti sul campo. Prove e dati veri, non chiacchiere.
La mia linea politica era moderata: attraverso il dialogo volevo ottenere riforme sociali giuridiche e amministrative. Era un giornale filomonarchico, perché secondo me il popolo italiano non era ancora pronto per la repubblica, che richiede una coscienza nazionale salda e formata. L'unica speranza per l'Italia era la dinastia piemontese, i Savoia.
Sull'Ausonio scrivevano i letterati più in vista: Cesare Balbo, Ruggero Bonghi, Angelo Brofferio, Massimo d'Azeglio, Niccolò Tommaseo. Misi a segno un colpo giornalistico che fece rumore. Pubblicai una lettera di Manzoni a Massimo d'Azeglio, sul romanticismo. Manzoni scriveva che la letteratura doveva proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. In ogni argomento si doveva ricercare il vero storico e il vero morale, uniche sorgenti del bello. Manzoni si irritò molto quando la vide sul giornale.
Pubblicai l'Ausonio dal 1846 al 1848.
 
Nel 1848 il mondo si rivoltò, nulla fu più come prima.
Un vento di novità scosse la penisola, sull'onda dell'elezione di papa Mastai Ferretti, Pio IX, che concesse ai suoi sudditi la Costituzione. Uno dopo l'altro i regnanti italiani, spinti dalle proteste popolari, promulgarono anche loro una carta costituzionale. Il potere assoluto sembrava tramontato per sempre. Tranne che nel lombardo-veneto.
 
Ma i milanesi erano in fermento. Per colpire le finanze statali avevano smesso di fumare. I sigari, su cui gravava una forte tassa, restavano invenduti nelle botteghe dei tabaccai. Le provocazioni contro la polizia erano all'ordine del giorno. D'improvviso, tutti insieme, i milanesi giravano la fibbia del nastro che decorava il cappello, o ne alzavano la tesa in modo insolito e bizzarro, oppure lo ornavano con una piuma colorata. La polizia sospettava segnali segreti e faceva decreti che regolavano la foggia dei cappelli. E i milanesi inventavano qualche altra stranezza.
Gli studenti trascuravano le scuole. Passavano le ore del giorno negli esercizi militari e la notte, rintanati in luoghi nascosti, preparavano cartucce da fucile. Ogni cortile, ogni giardino racchiudeva casse d'armi e di munizioni, sepolte o murate. Cento volte al giorno i ragazzi mettevano a rischio la vita, o si esponevano ad inutili pericoli. Il sangue ribolliva, le provocazioni correvano.
Ero a Napoli quando giunse la notizia che Milano, il 18 marzo 1848, si era sollevata e in cinque giorni di battaglia, combattuta sulle barricate, strada per strada, aveva messo in fuga l'esercito austriaco.
Formai un battaglione di volontari napoletani, duecento giovani, presi a nolo una nave e salpai verso Genova. Non dimenticherò mai la sera della partenza. Le armi dei volontari luccicavano sul ponte, il mare era coperto di barchette accorse a salutarci. Come il bastimento levò l'ancora si alzò un grido: vi seguiremo, verremo tutti a combattere!
Le mie mani stringevano il tricolore quando entrai a Milano. Le campane suonavano, mille bandiere si agitavano, dai balconi le donne lanciavano coccarde bianche, rosse e verdi al nostro passaggio. I milanesi affollavano le strade, per respirare a cielo aperto quello spirito di libertà che quasi li soffocava. Esclamazioni, domande, un brulichio di popolo che correva incredulo della propria indipendenza conquistata col sangue, signore di se stesso, commuoveva il cuore e accendeva il desiderio. Inseguire gli oppressori, combattere, vincere, unire in una sola patria un popolo oppresso e diviso. Quei giorni tutti erano veramente fratelli, Milano era bella, libera, forte, risoluta.
Poi giunse la notizia che l'esercito piemontese, guidato dal re Carlo Alberto, si avvicinava per portare aiuto al popolo lombardo.
Fu allora che iniziarono polemiche e divisioni. Abbiamo cacciato i Croati e arrivano questi altri, diceva la gente con insofferenza parlando dei piemontesi. Le tre anime della politica milanese, monarchici-liberali, repubblicani-mazziniani, federalisti, iniziarono a disquisire, a farsi lotta, a danneggiarsi l'un l'altro. Invece di essere uniti contro l'esercito austriaco questionavano e polemizzavano.
 
Da tutta Italia giungevano battaglioni di volontari. Erano giovanissimi, lieti e spensierati. Non sapevano nulla di arte militare, portavano scarpe da passeggio e con armi antiquate inseguivano il generale Radetsky sostenuto dai suoi reggimenti e dalla sua possente artiglieria. Addio mio bella addio, l'armata se ne va, se non partissi anch'io sarebbe una viltà, cantavano i volontari toscani. E i volontari genovesi cantavano Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta, un inno composto da Goffredo Mameli. Anche i lombardi formarono un battaglione di volontari, i bersaglieri di Luciano Manara. Manara aveva 23 anni e aveva lasciato la moglie e tre figlioletti per combattere in nome dell'Italia unita.
Anch'io avevo lasciato Maria, che aveva dieci anni. Mia figlia, nata a Parigi.
 
Il governo provvisorio diffidava dei combattenti improvvisati. Quando andai a riferire che migliaia di napoletani volevano correre in aiuto della Lombardia mi risposero: Dio ci scampi da tale esercito!
 
Mazzini, giunto a Milano, lanciava proclami sulla guerra del popolo, che ormai era vinta, e non c'era che dar piglio alle scope per ricacciare gli invasori al di là delle Alpi. Il governo provvisorio, riposando sugli allori dei cinque giorni, assisteva sogghignando agli sforzi dei piemontesi, che non riuscivano a liberare la Lombardia. I cinq giurnat divennero manifestazione di gloria municipale, da gettare in faccia ai piemontesi che lottavano sul campo di battaglia mentre i capi-popolo, seduti al caffè, aspettavano vittoria e libertà.
Io soffrivo le discordie e le divisioni. Non volevo stare né da una parte né dall'altra e volevo costituire un partito che, prendendo il meglio della parte repubblicana, rimanesse nell'alveo monarchico e volesse fare l'Italia. Usai di nuovo le pagine stampate e fondai un nuovo giornale, Il Crociato. Sul primo numero, il 18 aprile 1848, scrissi: “La nostra rivoluzione deve avere lo scopo di restaurare la dignità del popolo.”
Era un unico foglio di quattro facciate. Usciva due o tre volte alla settimana ed il suo motto era Italia Una! L'editoriale del primo numero si chiudeva con queste parole: Indipendenza, Libertà, unità, democrazia. Sul numero del 16 maggio scrivevo: L'Unità d'Italia come scopo; La monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo (...)la casa Savoia come strumento della Provvidenza (...) E' questa la professione di fede del Crociato.
 
Scrissi una lettera a Carlo Alberto, proponendomi come mediatrice tra le varie posizioni. Cadde nel vuoto. Il 4 agosto del 1848 Carlo Alberto, tra polemiche e sommosse di popolo, abbandonò Milano e la Lombardia. Gli austriaci ritornarono. Centomila lombardi fuggirono in Canton Ticino. Io ritornai in Francia.
 
La guerra di liberazione continuava a Venezia, i disordini serpeggiavano in Toscana e negli stati pontifici.
Pio IX, il 4 novembre 1848, fuggì a Gaeta, di notte, travestito da frate. I romani formarono un governo provvisorio ed elessero a suffragio universale l'assemblea costituente. L'assemblea mise in discussione il potere temporale dei papi, un principio che aveva più di mille anni, sancito da Carlo Magno. E non c'erano solo i mazziniani (anticlericali per definizione) a volerlo distruggere, ma anche i cattolici. Il più ascoltato paladino della fine del potere temporale fu Savino Savini, bolognese, che si appellò ai principi del cristianesimo: “Non esiste in politica e in religione fatto più mostruoso, colpevole e anticristiano di questo; come rappresentanti di un popolo cristiano, alzando il Vangelo, sentenziamo una volta per sempre che i papi non debbono sedere in sedia di re, che il loro regno non è di questa terra.”
Il 9 febbraio 1849, all'una di mattina, l'assemblea decretò la decadenza del papato e votò la repubblica come forma di governo dello stato romano. Come bandiera fu scelto il tricolore italiano.
Goffredo Mameli era a Roma. Quel giorno stesso mandò un telegramma a Mazzini, che si trovava a Firenze: Roma, Repubblica: venite! Mazzini venne il 5 di marzo. Entrò a piedi, al tramonto, da Porta del Popolo, deciso a fare di Roma la capitale d'Italia.
 
Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Repubblica Romana, giovane di forze e di entusiasmi, che sentiva contro di sé l'anatema e la scomunica papale, la minaccia della reazione, il pericolo di un intervento armato da parte di qualche potenza straniera. L'assemblea costituente lavorava giorno e notte, con l'assillo di chi sente il nemico alle porte, ma sa di lavorare per l'eternità.
I provvedimenti legislativi si susseguivano in modo frenetico. Fu abolito il tribunale del Sant'Uffizio, la tristemente famosa Inquisizione, e furono liberati i prigionieri. Tra questi c'erano due monache, colpevoli solo di essersi innamorate. Il popolo romano, che odiava lo strapotere ecclesiastico, voleva distruggere l'edificio, come i francesi, che nel 1789 avevano raso al suolo la Bastiglia. Li trattennero a stento.
Furono requisiti i beni ecclesiastici, fu modernizzato il sistema fiscale, riformato il codice civile. Fu abolita la pena di morte.
La cittadinanza era tranquilla. Non esisteva opposizione. I romani erano talmente stanchi di abusi e vessazioni del governo papale che si erano affidati serenamente al governo repubblicano. La consapevolezza di stare vivendo una straordinaria avventura, la sensazione del pericolo, il desiderio di dare al mondo un'immagine di coraggio e forza, riunì tutti i pensieri in uno solo ed assopì odi e discordie. Roma, sotto la repubblica, divenne una città ordinata, concorde in uno scopo generoso.
Vi erano gli esagitati che volevano devastare i conventi e saccheggiare le chiese. Furono tenuti a freno. Si disse loro che in caso di invasione gli arredi, i banchi e i confessionali potevano essere utili per costruire barricate, come quelle che a Milano avevano messo sotto scacco gli austriaci. Tanto bastò. Qualcuno cercava di creare allarmismo, dicendo che le statue dei santi, nelle loro nicchie, avevano alzato il capo verso il cielo con i volti rigati di lacrime. Nessuno prestava ascolto. Le funzioni religiose si svolgevano come sempre e i riti di Pasqua furono celebrati regolarmente. Anche Mazzini vi partecipò. Commentò che la gran bellezza delle funzioni religiose è il fondamento su cui si regge la religione cattolica.
 
Nel marzo 1849, nei giorni della sconfitta di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto, Mazzini mi invitò a raggiungerlo a Roma. Le nostre idee politiche erano diverse, ma in quel momento difficile era necessario essere uniti. Andai.
La giovane repubblica si preparava a combattere. Pio IX aveva chiesto aiuto alle potenze europee e fu la Francia di Luigi Napoleone, allora non ancora imperatore, a raccogliere il suo grido di dolore.
La flotta francese occupò il porto di Civitavecchia e l'esercito scese su Roma. Si accamparono lungo la via Aurelia, fuori porta San Pancrazio, e misero sotto assedio la città.
 
Ero attonita, incredula. Mi sembrava impossibile che il popolo francese facesse guerra a uno stato retto da un governo democraticamente eletto, lo diceva la loro stessa Costituzione, che proibiva guerre di conquista e azioni contro la libertà dei popoli. Il papa se n'era andato di sua volontà, nessuno l'aveva minacciato, Roma era rimasta abbandonata a se stessa e attraverso elezioni democratiche si era data la repubblica come sistema di governo. La pratica religiosa era garantita, la vita scorreva senza traumi, il popolo romano viveva in pace, pago della libertà che era giunta come un dono di Dio. L'esercito francese, perché?
Dal mondo intero giunsero a difendere la Repubblica. Uomini e donne. La giornalista americana Margaret Fuller spediva articoli al di là dell'oceano e gridava a tutto il mondo che la Francia si stava ricoprendo di vergogna.
Roma sembrava Milano nei mesi della sua libertà. Moltitudine di bandiere, coccarde, sciarpe. Moltitudine di lingue e di parlate. Tante divise di soldati. La guardia nazionale. I battaglioni di carabinieri. Reggimenti di cavalleria. I volontari di Garibaldi. I bersaglieri lombardi di Luciano Manara.
Conoscevo Manara, aveva combattuto a Milano durante le cinque giornate. Sulla fibbia della sua cintura era incisa una croce sabauda. Manara e i suoi amici, Enrico Morosini e i fratelli Dandolo, erano monarchici e non lo nascondevano. Erano venuti a difendere l'Italia dagli stranieri, non a sostenere una fazione politica. I mazziniani dicevano che i bersaglieri lombardi erano un corpo militare aristocratico, loro rispondevano che consideravano questo appellativo un elogio, in bocca a rivoluzionari da caffè.
 
Il governo provvisorio organizzò la difesa. A me fu chiesto di mettere in piedi le ambulanze militari e gli ospedali della sanità pubblica. Dovevo dirigere il comitato di soccorso, insieme a Enrichetta Pisacane, Giulia Paolucci, e Margaret Fuller. Spesi in questo compito le mie energie e la mia capacità di azione. Misi alla porta monache e preti. Negli ospedali romani i malati furono affidati a medici e infermiere. Lanciai un appello alle donne romane perché mi aiutassero ad assistere i feriti e offrissero i materiali necessari per fasciature e medicazioni. Si presentarono centinaia di donne, di tutte le classi sociali, nobili e popolane. Anche qualche prostituta. Feci una drastica selezione. Ne scelsi trecento e insegnai loro le nozioni basilari.
Sapevo molto di medicina. Perché dovevo curarmi, con polveri, pasticche e sciroppi. A vent'anni avevo avuto la sifilide. Presa da mio marito. Per questo ci eravamo separati. La conoscenza che avevo dei farmaci fu utile, in ospedale, per curare febbri e infezioni.
Era la prima volta che veniva messa in piedi una struttura organizzata per l'assistenza ai feriti in combattimento, con ambulanze militari, medici, infermiere, puntando l'attenzione sull'assistenza e la cura. Florence Nightingale l'avrebbe fatto diversi anni dopo, nella guerra in Crimea, ma la prima sono stata io, a Roma.
 
Il 30 aprile del '49 le campane di Montecitorio e del Campidoglio incominciarono a suonare a stormo. Era l'allarme. I cannoni francesi tuonavano contro le mura e i bastioni, alle spalle del Gianicolo. Il generale Oudinot contava su un'insurrezione all'interno della città. Si aspettava che Roma si sollevasse contro i faziosi che la opprimevano, aprendo le braccia ai francesi liberatori. I romani invece resistettero. I giovani combatterono come leoni, la popolazione amava i soldati e li sosteneva in ogni modo, le donne curavano i feriti negli ospedali. Qualcuna, vestita da uomo, combatteva sui bastioni.
L'assalto francese fu respinto e 520 soldati furono fatti prigionieri. Molti erano feriti e furono ricoverati negli ospedali romani.
Anche le truppe borboniche combattevano contro di noi e soldati napoletani feriti giungevano nei nostri ospedali. Quando da un letto si udiva il lamento mannaggia Pio IX! era un soldato dell'esercito borbonico che imprecava contro il papa.
I feriti raccontavano le storie dei campi di battaglia. Di Garibardi e delle sue truppe che sembravano una tribù indiana. Nella loro camicia rossa, privi di ornamenti e distintivi, col capo coperto da strani berretti, a cavallo di selle americane, correvano, sbandavano, si raccoglievano, attivi, avventati, infaticabili. Ognuno si occupava personalmente del suo cavallo e, utilizzando la sella, piantava la tenda. Se non avevano viveri saltavano a nudo sul cavallo e prendevano al lazo il bestiame brado, arrostendolo lì per lì. Garibaldi, che soffriva di dolori alle ossa al punto tale che era necessario portarlo a spalle su per le scale della Cancelleria, quando era in sella diventava una furia. Raccontavano anche che a volte si vestiva da contadino e andava in perlustrazione per borghi e campagne, a piedi.
 
Le infermiere lavoravano senza risparmiarsi. Erano oggetto di maldicenze e di critiche feroci. Si diceva che girassero tra i malati in abiti scollacciati. Che la loro presenza facesse salire la temperatura e provocasse complicazioni. Che a causa loro si morisse nel peccato, privi dei conforti religiosi. Un gesuita, padre Bresciani, definì le mie infermiere “svergognate, che tenean luogo del demonio tentatore al capezzale di quegli infelici”, e di me disse che ero “sfacciata ed impudente”.
Si scomodò anche Pio IX. Con un'enciclica, la Noscitis et Nobiscum. Lamentava, testualmente, che “più d'una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice”.
La sfacciata meretrice ero io.
Risposi per le rime. Difesi a spada tratta le mie infermiere. Quando le avevo scelte non avevo i mezzi per indagare la loro condotta passata, ma avevo visto nei loro cuori. Tutte, le più morigerate come quelle dalla vita più difficile, erano state giorno e notte al capezzale dei feriti, senza ritrarsi davanti alle fatiche più estenuanti né agli spettacoli più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle truppe francesi.
 
A Parigi infuriavano le polemiche contro l'intervento militare a Roma, ma Napoleone, da poco presidente della repubblica francese, tenne duro. Davanti ai bastioni del Gianicolo iniziò una lenta guerra di posizione, con il generale Oudinot che giorno dopo giorno scavava trincee, posizionava cannoni, conquistava avamposti. I nostri si asserragliavano a Villa Savorelli, combattevano tra le vigne e gli orti, nelle strade di campagna. Quando suonava l'assalto si lanciavano in un impeto di coraggio e il nemico arretrava stupefatto di fronte agli sforzi disperati di un esercito i cui soldati morivano da eroi. Luciano Manara, a Villa Spada, cercava di resistere, tra i colpi di fucile che rimbalzavano sulle pareti, le mura che crollavano sotto le cannonate, l'aria impregnata di fumo e di polvere, i gemiti dei feriti, il pavimento insanguinato che scivolava sotto i piedi.
 
Nessuno può immaginare la realtà dolorosa di Roma durante i bombardamenti francesi. Ogni sera stringevo mani di soldati feriti, sapendo che era l'ultima volta. Le mie notti erano popolate da incubi: l'indomani, al mio risveglio, non avrei trovato vivi tanti che con voce flebile mi avevano augurato un sonno tranquillo. Al mattino, le lenzuola rovesciate sul guanciale davano il conto dei morti.
Morirono combattendo Enrico Dandolo, Luciano Manara ed Emilio Morosini e con loro tanti giovani venuti a difendere la libertà.
Goffredo Mameli fu colpito ad una gamba. Una cosa da nulla, disse il chirurgo, ed estrasse la pallottola dalla ferita, ma dimenticò di tirar fuori lo stoppaccino, che fece infezione e provocò la cancrena. Gli fu amputata la gamba. Era all'ospedale della Trinità dei pellegrini. Quando di notte la febbre non gli dava tregua gli stavo vicino e gli leggevo qualche pagina dei romanzi di Dickens.
 
Resistere ancora era solo un suicidio. Un'occupazione in armi avrebbe causato enormi danni alla popolazione civile. La città si arrese. Garibaldi radunò i soldati a piazza San Pietro e invitò chi non voleva deporre le armi a seguirlo. Prometteva fame, sete, pericoli, combattimenti. Lo seguirono in quattromila.
Il 4 luglio i francesi entrarono a Roma. La città li accolse con strade deserte e botteghe chiuse, in un silenzio spettrale. Nello stesso giorno l'assemblea costituente, riunita sul Campidoglio, promulgava la Costituzione.
Mameli agonizzava divorato dalla febbre. Morì il 6 luglio, con i francesi padroni della città.
Mazzini lasciò Roma il 13 luglio. Si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, con un passaporto degli Stati Uniti d'America intestato a Roger Moore.
 
Io non volevo lasciare i miei feriti. Mi tolsero la direzione degli ospedali e costruirono nei miei confronti un vero e proprio castello accusatorio. Mi si addebitava un comportamento scandaloso; si diceva che avevo affidato i malati a donne che praticavano la prostituzione, e anche che mi ero appropriata dei fondi destinati alle ambulanze militari e alla cura dei feriti. Furto. Un'accusa infamante. Mi preparavo a difendermi quando mi giunse una notizia confidenziale. Sul tavolo di un cardinale c'era un fascicolo col mio nome. Oggetto del fascicolo era: sentimenti irreligiosi. Un sacerdote a cui, nei giorni della repubblica, avevo salvato la vita, mi consigliò di lasciare Roma. Subito.
 
Non sapevo dove andare. Era impossibile tornare a Milano, dove gli austriaci avevano spazzato via ogni fermento di libertà. In passato Parigi era stato il mio rifugio, ma dopo i bombardamenti su Roma, dopo i morti, sentivo orrore all'idea all'idea stessa di metterci piede.
Pensai di fuggire in Inghilterra, poi il pensiero di trovarmi in mezzo a tanti esuli italiani, a fare i soliti discorsi di sempre, monarchia o repubblica, stato unitario oppure confederazione, no, non potevo. Non ora. Non dopo la strage romana. E Mazzini che parlava di martiri. Londra no.
Avevo creduto nell'Italia, una, libera, indipendente. Tutta la mia passione era stata spesa per la costruzione della nazione. Le mie ragioni giravano l'Europa stampate sulla carta dei giornali. Credevo nel dialogo e nelle riforme. Ma a Roma le mie mani erano diventate rosse di sangue. Goffredo Mameli era morto tra le mie braccia, il suo ultimo sguardo smarrito si era posato su di me. Aveva vent'anni. Le mie passioni, le mie ragioni, crollavano, ed io mi sentivo persa, senza patria, senza amici, in un mondo che avevo cercato di cambiare senza riuscirci.
Pensai a Maria, mia figlia, che cresceva tra governanti e istitutrici. Era venuto il momento di occuparmi di lei e insieme di me stessa. Ricucire i brandelli della mia vita e tessere la trama della sua.
 
All'ospedale della Trinità dei Pellegrini c'era un soldato ungherese, venuto come tanti a difendere la repubblica, ferito ad una spalla da un proiettile francese. Aveva viaggiato a lungo per l'impero ottomano e raccontava di vallate coperte di boschi, pianure sterminate percorse da greggi, pastori che parlano con la luna e conoscono il linguaggio delle stelle. Tutto il nostro sapere negli occhi di un pastore che segue il corso di Orione e osserva le Pleiadi. Coltivare la terra. Raccogliere i frutti. Piantare radici. Vivere delle proprie capacità, col proprio lavoro, in una comunità in cui ciascuno coopera con gli altri. Ripensai agli anni di Lonate, le scuole, l'asilo, le lezioni di canto alle ragazze del paese. Ma non potevo tornare a Lonate.
Partii per la Turchia.
 
Acquistai una tenuta agricola. La località si chiamava Cakmakoglu, a metà strada tra Costantinopoli ed Ankara. Era una valle attraversata da un fiume, tra montagne boscose, pascoli sterminati, gole rocciose e torrenti che rimbombavano tra i massi. Ogni tanto un villaggio di pastori, case e stalle costruite intorno ad una fontana. Si raccontava di tesori nascosti nelle caverne, di gallerie scavate nella roccia, di città sotterranee dove si riunivano tribù di predoni.
Riorganizzai la fattoria, acquistai greggi, costruii nuove case per i contadini. Comprai per Maria un cavallino di Mitilene, con una sella di velluto e borchie dorate, ed una briglia di seta amaranto e fermagli d'argento. Cavalcava vestita come una bambina turca, con i pantaloni di cotone stampato fermati alla caviglia da un cordoncino, una camicia bianca lunga sui fianchi come una gonnella, un corsetto a righe gialle e rosse, stretto in vita da una fascia uguale. Sui capelli intrecciati portava un fez e un fazzoletto di mussola che sventolava come una vela. Solo un gallone dorato sul corpetto distingueva l'abito di Maria da quello della pastorella Emina.
 
Nei boschi intorno alla fattoria raccoglievo erbe medicinali. Radici. Bacche. Ne facevo polveri per abbassare la febbre, tisane e decotti per donare serenità e allontanare incubi notturni. La mie mani erano macchiate di verde e violaceo, graffiate di spine. Le donne turche venivano da me per farsi curare. Imbacuccate sotto veli e mantelli, si toglievano le cappe scure in cui erano avvolte e mostravano eczemi e irritazioni della pelle. Oppure chiedevano consigli per rimanere incinte. Alcune si liberavano degli abiti tremando. Altre rifiutavano anche di togliere il velo che le copriva sul viso.
A Parigi avevo letto racconti che descrivevano le donne turche come odalische, bajadere e danzatrici del ventre. Le avevo viste rappresentate nei dipinti come creature opulente e sensuali, pronte a rispondere ai desideri maschili. Trovavo invece persone ricche di vita e di interessi con cui confrontarmi. Io ero la donna-medico, le mie mani entravano in contatto col loro corpo, era questo il tramite reale e simbolico su cui costruire un dialogo.
Entrai negli harem. Harem di uomini ricchi, di poveri, di turchi religiosi legati alle tradizioni e di turchi progressisti occidentalizzati.
Ho conosciuto donne che mi guardavano dritte negli occhi, da pari a pari, parlando dei loro problemi. Donne che difendevano i loro ambiti di libertà con ogni mezzo. Donne di campagna che vanno ai bagni infagottate in panni e mantelli e donne di Costantinopoli che hanno smesso di coprirsi il viso. Donne povere costrette a servire e donne che disponevano liberamente di beni e denari di loro proprietà, usandoli senza chiedere il permesso al marito. Negli harem vivono delle persone, le odalische vivono nei sogni degli uomini europei.
I turchi trattano le donne con grande gentilezza, come oggetti delicati, da maneggiare dolcemente, per paura di sciuparle e per conservarne la bellezza, ma senza concedere loro né stima né fiducia. Le donne si difendono nascondendo la loro forza e mostrandosi deboli. Usano con gli uomini lusinghe e blandizie, ma non temono di ricorrere ad inganni ed intrighi.
Girando per gli harem ho conosciuto tante storie. Ne ho tratto lo spunto per scrivere, in francese, racconti di ambiente turco. Ebbero un grande successo a Parigi.
 
Poi l'incidente. Una lite in casa tra la governante inglese e un esule italiano che avevo accolto nella fattoria, finisce in tragedia. L'uomo mi sferra una coltellata sul collo. Salvo la vita ma qualche nervo resta leso. Non riuscirò più a tenere alta la testa. Il mio collo si piega in giù, devo guardare verso la terra. Mi curo da me. Controllo la ferita con uno specchio, do istruzioni su come medicarla, mi faccio praticare un salasso.
Decido di rientrare in Lombardia. I miei avvocati hanno concluso un accordo che cancella le accuse di sovversione che pendono contro di me. E' il 1855.
 
Quello che avevo sognato, l'Italia una, libera e indipendente, sembra per miracolo realizzarsi. Con i Savoia. Con l'aiuto di Napoleone III. Senza Mazzini. Con Garibaldi che sconfigge i Borboni al grido “Italia e Vittorio Emanuele!” Alla fine ha capito anche lui che per unire l'Italia serviva la monarchia! Ora vive a Caprera. mentre Mazzini continua a viaggiare per l'Europa sotto falso nome.
Nasce il Regno d'Italia, a cui si aggiunge Venezia e, il 20 settembre 1870, Roma.
 
Voglio andare a Roma. Devo vederla, adesso.
La città che ho conosciuto un tempo pigra e disincantata, abbandonata in un tramonto millenario, e poi eroica nella lotta per la libertà, la città che sotto i bombardamenti ha scritto la Costituzione Repubblicana, la Roma che ho amato e sognato, ora è capitale d'Italia.
A Milano prendo il treno. Percorro regioni un tempo divise, ora unite in un'unica nazione, e giungo fino a Roma. Fervono i lavori al Quirinale in attesa dell'arrivo di Vittorio Emanuele. Pio IX è chiuso in Vaticano.
 
La città è ridente sotto il sole. Carretti di frutta e verdura, spinti da uomini che corrono al mercato, qualche carrozza per le strade principali, un piccolo gregge di pecore che si abbevera a una fontana, le donne che riempiono le conche di rame. Incrocio un uomo ben vestito, dalla barba curata e il cappello a tuba. Sì, è lui, il chirurgo che operava all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Mi passa vicino senza un cenno di saluto. Forse sono troppo cambiata, non mi ha riconosciuto. Oppure si ricorda ancora le mie sfuriate, quando i medici entravano in corsia con le zimarre impolverate e operavano i malati senza nemmeno lavarsi le mani. Loro si andavano a lamentare con Mazzini del mio carattere impossibile. Mazzini parlando di me mi definiva un vero tormento. Ma io non posso dimenticare che Mameli è morto a vent'anni per la dabbenaggine di un chirurgo.
Mi incammino verso il Campidoglio. Dei bambini lanciano sassolini contro un muro, delle bambine giocano con brandelli di panno cercando di vestire una bambola di pezza. Due uomini maturi, dall'aria posata, vengono dal lato opposto della strada, discutendo tra loro. Mi guardano, mi hanno riconosciuto, alzano un sopracciglio, riprendono a parlare. Sono due avvocati, facevano parte dell'Assemblea Costituente, nelle sale della Cancelleria si inchinavano di fronte a me.
Cammino per le strade come un fantasma, senza forma e senza peso. Un'ombra venuta dal passato, un'alzata di spalle la dissolve.
Giro per Piazza Montanara. Le case sono poco più che catapecchie, ammassate tra vecchi ruderi e marmi smozzicati.
“Principessa!”
Una donna si alza dall'uscio di un'osteria e mi viene incontro tendendomi le braccia, il viso aperto in un sorriso.
“Principessa, cosa fa qui?”
Santina, infermiera a Santa Maria della Scala. Più di vent'anni fa. Giovanissima, allora. Ancora bella, oggi. Mi abbraccia e scoppia a piangere.
Le mie infermiere. Tutti criticavano, allora. Adesso in tutto il mondo civile negli ospedali il lavoro di cura del malato è compito di infermieri e infermiere.
Mi vengono incontro le immagini della mia vita.
Il salotto di Parigi.
Le scuole a Locate.
I volontari napoletani che combattono per la libertà di Milano.
I libri che ho scritto.
I giornali.
Mi accusavano di essere monarchica e amica dei Savoia. Ma per Vittorio Emanuele, re d'Italia, io non esisto.
Non esisto per nessuno.
Nello spazio della polis le donne non esistono. Lì si fa politica. Si sceglie. Ho creduto che anche le donne dovessero esserci. Parlare ed essere ascoltate. Decidere, insieme agli uomini. Ho creduto che nell'Italia libera questo sarebbe successo. Non è stato così. Per questo su di me è sceso il silenzio.
Santina mi stringe le mani, mentre le lacrime le rigano il viso.
Per lei esisto.
 
Il mio credo è una speranza: le donne avranno diritto di cittadinanza nel luogo della politica, un giorno.
Allora qualcuno volgerà uno sguardo al passato, a chi ha lottato per la libertà e la dignità, e io sarò ricordata.
 
 
 
(Rita Cavallari)
CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 6 maggio 2011

Lettera a Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso

 

Ti scrivo per dirti grazie.
Non so come chiamarti. Principessa? No, preferisco Cristina, una donna con gli occhi immensi, in cui ci si può perdere, senza trovare vie d'uscita. Lo diceva Alfred De Musset, e aggiungeva che i tuoi occhi erano terrificanti come quelli di una sfinge. Tu l'avevi respinto e lui si vendicava con frasi cattive. Gli uomini sono così, non sopportano che una donna sia più intelligente di loro, che sia in grado di gestirsi da sola, che sappia scegliere ciò che vuol fare senza chiedere il loro consenso.
Quando hai fondato La gazzetta Italiana hai deciso di dirigerla tu stessa. Un giornale politico diretto da una donna! Scandaloso, semplicemente scandaloso, così commentava Terenzio Mamiani, che pure si professava tuo amico.
E a Roma, durante la Repubblica Romana? Lì hai superato te stessa, hai fatto qualcosa che mai era stata sperimentata prima: hai fondato l'assistenza infermieristica moderna, hai inventato l'organizzazione degli ospedali da campo per la cura dei feriti in guerra. A Roma, centro del potere temporale dei papi, hai osato mettere da parte monache e preti e hai affidato l'assistenza dei malati ad una struttura laica! Pio IX era livido di rabbia e i benpensanti vomitavano veleno contro di te. Sul tuo lavoro, che ha anticipato quello di Florence Nightingale, è stato calato un velo.
Il confronto tra te e la Nightingale è interessante. Lei è famosa in tutto il mondo ed in Inghilterra è una gloria nazionale!
E tu? Tu che hai in tutti i modi sostenuto le lotte risorgimentali, hai usato il tuo patrimonio per la causa italiana, hai combattuto a Milano contro gli austriaci e a Roma per gli ideali mazziniani, hai profuso la tua inventiva per la cura dei feriti, ebbene, nessuno ti ha additato ad esempio. Le strade intitolate al tuo nome si contano sulle dita di una mano. Quanto alle scuole, meglio lasciar perdere. Eppure, tu, di scuole, ne hai fondate parecchie: asili, scuole elementari, scuole agrarie, scuole femminili, tutte nei tuoi possedimenti di Lonate, per garantire ai giovani un futuro migliore.
Avevi realizzato scuole professionali perché sapevi bene che la libertà si raggiunge solo attraverso il lavoro, e quando dicevi libertà è soprattutto a quella delle donne che pensavi. È qui che si rivela la modernità del tuo pensiero, è per questo che oggi tu sei così prepotentemente attuale.
Per questo ti ringrazio, e vorrei che, a centocinquant'anni dall'Unità d'Italia, tu fossi presa ad esempio.
 
 
 
 
(Rita Cavallari)
 
 
 
 
 
 
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