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ACCABADORA
post pubblicato in Murgia, Michela, il 2 aprile 2011



E’ un romanzo bellissimo, questo della scrittrice sarda. Un affresco che dipinge la vita di una ragazza di un paesino sardo, Soreni, non so se esistente o no, in un modo delizioso. Sembra di vedere questa Maria, fin dall’inizio, quando viene chiesta in una certa forma di adozione (che in dialetto sardo è fill’e anima) dalla sua madre “putativa”, una donna rimasta “vedova” ante – litteram, come viene spiegato più tardi. La donna, Bonaria Urrai, esercita uno strano mestiere.
Ma andiamo con ordine. La storia si dipana in vario modo, cominciando con questa forma di adozione. Una bambina, Maria Listru, quartogenita di una famiglia non in ottime condizioni, viene chiesta come fill’e anima, cioè figlia adottiva, da una donna nota in paese, che non poteva averne. La donna, rimasta senza l’uomo che amava a causa della prima guerra mondiale, viveva sola e desiderava una figlia. Così, dato che era benestante, decide di fare un’offerta alla famiglia Listru dopo aver visto che quella bambina veniva praticamente trascurata da una madre che ne aveva da accudire altre tre.
Insomma, la storia si sviluppa in modi abbastanza insoliti: una notte, Maria scopre che la madre adottiva è uscita, chiamata da qualcuno e non riesce a sapere cosa sia andata a fare. Bonaria è, nel paese, la accabadòra, cioè colei che mette fine alla vita di chi desidera morire, esaudendone il desiderio.
La vicenda prosegue con un incidente che determina due cose: una nuova missione di Bonaria, che però – per motivi di conoscenza – viene scoperta da Maria. Questa fugge da Bonaria, si ritrova dalla Maestra di Soreni, la quale la manda a fare la bambinaia a Torino.
Mi fermo qui. Non mi pare opportuno raccontare per intero il romanzo. Desidero invece dire qualcosa a chi lo ha scritto, qualcosa che torni ad onore di una terra che ho imparato ad amare per tanti motivi: persone, luoghi deliziosi, cibi stupendi. Dopo Gavino Ledda, Michela Murgia è il secondo scrittore autenticamente sardo che leggo, e ne ho ricavato una sensazione a dir poco stupenda. Tre i motivi principali.
Prima di tutto, un modo di scrivere liscio, filato, che arriva dritto a cosa vuol narrare e non fa girare il lettore mai a vuoto. La vicenda di Maria Listru si sviluppa da sola, attraverso la narrazione di tutte le cose che lei, in adozione, uscendo dalla sua vera casa (nella quale torna solo per il matrimonio della sorella) scopre, sia della sua vita, che di quella della madre adottiva Bonaria.
Secondo motivo: l’originalità della storia, che fa scoprire un’usanza speciale, assolutamente poco nota. e che pone i lettori di fronte a un problema: l’eutanasia a richiesta di chi vuol morire. In fondo a tutta la storia, il confronto con la morte come esperienza da “vivere” su richiesta. Anche su questo dico volutamente poco, perché quest’aspetto del romanzo della Murgia è decisamente l’aspetto più nuovo ed interessante di questa affascinante vicenda.
Terzo: la bellissima caratterizzazione della vita della protagonista, che scopre come lasciare la sua terra, quando non riesce ad accettarne l’usanza di chiedere l’acabàr (finire, dallo spagnolo), e che vi tornerà, guarda caso, per essere coinvolta proprio in quella stessa storia dalla quale è fuggita. Dulcis in fundo, la bellissima copertina.
Credo che – raramente – mi è capitato di leggere un libro che non è definibile come “giallo”, ma solo come un libro “di costume” con tanta gioia e tanto piacere. Unico dispiacere l’aver finito di leggerlo. Spero presto di leggere altro da questa autrice, che considero – a dir poco – deliziosa.



(Lavinio Ricciardi)








Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 2/4/2011 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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