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LA SALUBRITA' DELL'ARIA
post pubblicato in Parini, Giuseppe, il 25 gennaio 2011

Nel 1759 Giuseppe Parini, intervenendo  ad una seduta pubblica dell’Accademia dei Trasformati, che aveva come tema l' “aria”, lesse un’ode dedicata ad un argomento ecologico, di sorprendente attualità.

La salubrità dell’aria, l’opera di cui parliamo, era la risposta letteraria del poeta illuminista, nato in Brianza e vissuto a lungo a Milano, ad un provvedimento del Maestrato della Sanità, una sorta di odierno assessorato alla Salute e all’Igiene, che vietava di riversare nelle strade cittadine acque putride e carogne di animali.

Parini contrappone nel componimento l’aria pura del suo paese nativo, Bosisio, a quella maleodorante e nociva della città, che era una conseguenza non solo della mancanza di servizi igienici nelle abitazioni o di nettezza urbana, ma anche dell’uso di porre le marcite per il riso nei pressi dell’insediamento urbano per avere foraggio abbondante per i cavalli che trainavano le sontuose carrozze dei ricchi.

                  

                      Pèra colui che primo

                   a le triste, oziose

                   acque e al fetido limo

                   la mia cittade espose;

                   e per lucro ebbe a vile

                   la salute civile. 

 

[Muoia colui che per primo espose la mia città alle acque stagnanti ed al fango maleodorante; e che per interesse non si curò della salute dei cittadini]

 

Il poeta non si limita, quindi, a contrapporre l’aria incontaminata della campagna a quella inquinata della città, ma vede nel guadagno la causa di questo disprezzo della salute e del benessere dei suoi abitanti.

 

                       Ben larga ancor natura 

                    fu a la città superba

                    di cielo e d’aria pura:

                    ma chi i bei doni or serba

                    fra il lusso e l’avarizia

                    e la stolta pigrizia?

 

[La natura fu prodiga di cielo e d’aria pulita verso la città arrogante: ma chi è ora capace di conservare questi doni preziosi, visto che generalmente predominano il desiderio di fare sfoggio di ricchezza, l’avidità e l’inerzia ottusa?]

 

L’attacco contro gli interessi privati che fanno scempio dei doni della natura è qui senza ambiguità, anche se nella opposizione tra città (superba) e campagna (innocente) è facile rintracciare una permanenza di motivi schiettamente classici, ed in particolare virgiliani ed oraziani, propri della formazione di questo poeta, certamente proiettato verso una cultura nuova, ma ancora molto legato alla tradizione. 

L’ardore e l’ardire di Parini si spinge, però, fino al punto di inserire nella sua ode temi impoetici per eccellenza, almeno per la poesia non di ambito comico-parodico, come, ad esempio, la Secchia rapita di Tassoni, ovvero  legati alla sfera del ventre, del basso, degli escrementi. Il poeta polemizza, infatti, contro l’uso delle “navazze” stercorarie che percorrevano aperte di notte le strade cittadine, diffondendo il loro fetore, per trasportare fuori Milano i liquami dei pozzi neri: 

 

                        Né a pena cade il sole 

                      che vaganti latrine

                      con spalancate gole

                      lustran ogni confine

                      de la città, che desta

                      beve l’aura molesta.

 

[Né [ci si cura che] al tramonto le navazze stercorarie con le loro aperture spalancate percorrano ogni parte della città, che appena risvegliatasi, respira l’aria fetida] 

 

Oppure:

 

                       Quivi i lari plebei 

                     da le spregiate crete

                     d’umor fracidi e rei

                     versan fonti indiscrete

                     onde il vapor s’aggira

                     e col fiato s’inspira.

 

[Qui le case dei poveri dai vasi da notte versano le deiezioni umane in rivoli spiacevoli, per cui l’odore vaga e s’inspira respirando] 

 

Le nobili sineddochi e metonimie, il ricorso ad un linguaggio specialistico di ambito scientifico, l’adesione alle teorie sensistiche, che Parini esibisce in queste ed in altre strofe del componimento, non mascherano la chiarezza e la spregiudicatezza con cui il poeta illuminista tratta l’argomento, col trasparente intento di suscitare l’indignazione pubblica e di spronare l’operato delle autorità. 

Come se oggi un poeta ardisse scrivere versi sulla spazzatura di Napoli o di Palermo, oppure dedicasse un componimento alla sterminata discarica di Malagrotta o al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi delle centrali nucleari. 

 

Salvaguarda Parini dalla prosaicità l’intento,già proprio dei poeti classici come Orazio, di scrivere poesia al tempo stesso bella e utile, come testimonia l’ultima strofa dell’ode. 

 

                      Va per negletta via 

                    ognor l’util cercando

                    la calda fantasia

                   che sol felice è quando

                    l’utile unir può al vanto

                    di lusinghevol canto.

 

[L’ispirazione poetica percorre una strada trascurata dagli altri poeti quando persegue solo gli insegnamenti utili, mentre è fertile quando è in grado di unire l’utile al bello] 

 

In altri termini le tematiche più triviali o basse oppure di carattere divulgativo o pedagogico divengono davvero poetiche quando sono espresse in un linguaggio nobile, evocativo e tale da suscitare elevati sentimenti: amore e rispetto per la vita parsimoniosa e secondo natura; indignazione contro l’avidità o il malgoverno che non si curano minimamente del benessere collettivo; sobrietà e decoro morale. Anche se in questi principi etici ed estetici l’influsso della tradizione classicistica è rilevante, vedere nell’abate Parini l’anticipatore di una sensibilità attenta a preservare l’armonioso equilibrio tra l’uomo e l’ambiente che lo ospita non appare fuor di luogo. 

 

La visione idealizzata del mondo agricolo antitetica alla realtà corrotta della città, di ascendenza classica, opera potentemente nel poeta lombardo, come in altri scrittori, quali Manzoni. L’immagine della campagna e dei contadini, le cui condizioni di vita erano in realtà miserrime, ha venature utopistiche, ma l’amore per la natura del poeta illuminista e fisiocratico è spontaneo e sincero:

 

                   Io dei miei colli ameni 

                nel bel clima innocente

                passerò i dì sereni

                tra la beata gente

                che di fatica  onusta

                è vegeta e robusta

 

[Io trascorrerò dei giorni sereni nel piacevole clima salutare dei miei bei colli, tra la gente di campagna fortunata che, pur essendo oppressa  dalla fatica, è robusta e vitale] 

 

L’idealizzazione della campagna, la sua contrapposizione con la città perigliosa e corrotta non sono proprie solo di Parini, ma di numerosi altri scrittori, come il suo conterraneo e di poco successivo Manzoni, che, forse, si ricordò dell’ode del predecessore illuminista nel suo romanzo I Promessi sposi, come suggerisce il seguente brano, tratto dall’XI capitolo, che descrive l’ingresso a Milano di Renzo Tramaglino:  “[…] vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo una città ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardare tristemente da quella parte, poi tristemente si voltò, e seguitò la sua strada.”. La città attrae con le sue meraviglie, la campagna seduce con la sua purezza, tanto più cara a chi è costretto a lasciare il proprio paese, tutto ciò che è suo e che ama, dall’arroganza e dalla prepotenza del potere.

 

Come si può constatare attraverso queste brevi riflessioni, il tema ecocritico si intreccia con numerosi altri spunti, sentimentali, politici e legati alla tradizione, che lo liberano da una sterile dimensione nostalgica o idilliaca o esclusivamente polemica, per sostanziarlo di valenze molteplici, già operanti nelle coscienze più vigili dei secoli trascorsi.

 

 

 

 

 

(Adriana de Nichilo)








Giuseppe Parini, Le odi (La salubrità dell'aria), Guanda, 2010 [ * ] [ * ]    
 









vedi quì 

 

 

 

 

 

 

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