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LA SPECULAZIONE EDILIZIA
post pubblicato in Calvino, Italo, il 14 gennaio 2011



Italo Calvino, ne La speculazione edilizia, descrive con impressionante lucidità una mutazione antropologica in atto. Il protagonista, Quinto Anfossi, è un intellettuale di piccolo calibro, irresistibilmente attratto dal nuovo mondo della speculazione, e per questo in contrasto con la borghesia conservatrice di appartenenza. Ne risulta un personaggio moralmente irrisolto, sempre ambivalente tra più mondi in conflitto tra loro. La “necessità” (un debito nei confronti dello stato per via delle tasse) fa da innesco all’allucinato precipizio del protagonista nel tentativo di impiantare a sua volta un’attività speculativa, in una libidinosa cupio dissolvi inarrestabile. Calvino descrive con precisione l’acquisizione di un altro linguaggio da parte di un intellettuale originariamente animato dagli ideali della Resistenza. E’ il linguaggio degli homini novi della Ricostruzione. Calvino descrive fisicamente lo speculatore Casotti: ”La faccia dell’uomo, larga e carnosa, era come fatta di una materia troppo informe per conservare i lineamenti e le espressioni, e questi erano subito portati a sfarsi, a franare, quasi risucchiati non tanto dalle grinze che erano marcate con una certa profondità solo agli angoli degli occhi e della bocca, ma dalla porosità sabbiosa di tutta la superficie del viso. Il naso era corto, quasi camuso, e l’eccessivo spazio lasciato scoperto tra le narici e il labbro superiore dava al viso un’accentuazione ora stupida ora brutale, a seconda ch’egli tenesse la bocca aperta o chiusa. Le labbra erano alte intorno al cuore della bocca, e come alonate d’arsura, ma scomparivano del tutto sugli angoli come la bocca si prolungasse in un taglio fino a metà guancia; ne veniva un aspetto di squalo, aiutato dal poco rilievo del mento, sopra la larga gola. Ma i movimenti più innaturali e faticosi erano quelli che spettavano alle sopracciglia: al sentire per esempio la secca risposta di Quinto: “E’ troppo bassa”, Casotti fece per raccogliere le chiare e rade sopracciglia nel mezzo della fronte, ma non riuscì che a sollevare d’un mezzo centimetro la pelle sopra l’apice del naso rincalzandola in un’instabile ruga circonflessa e quasi ombelicale; tirate su da questa, le corte sopracciglia canine da spioventi che erano diventarono quasi verticali, tutte tremanti nello sforzo di star tese, e propagando il loro increspio alle palpebre che s’arricciavano in una frangia di rughine minutissime e vibranti quasi volessero nascondere l’inesistenza delle ciglia [...] La sua faccia, chiusa negli occhi, inespressiva nella bocca aperta, consisteva tutta nelle guance, disarmata. E sulla guancia sinistra, poco sopra i confini della granulosa superficie della barba, quasi sotto l’occhio, Quinto vide il graffio ancora fresco della rosa. Questo particolare pareva insinuare, in quel cotto viso d’uomo maturo, una specie di fragilità infantile, come anche del resto i capelli tagliati corti, quasi rapati sulla testa tutta collottola, e come il tono piagnucoloso della voce e lo stesso modo un po’ smarrito di guardare le persone. [...] Allungava e torceva il viso in smorfie e strabuzzamenti, si grattava la capigliatura spettinata [...]" Nelle pagine di Calvino, nella densità delle questioni, c’è tutto l’avvelenamento della coscienza, la funzione catartica dell’intelligenza di fronte al carattere brutale del tema della speculazione, la nostalgia di una nuova classe generale che sappia farsi interprete del nuovo, la compromissione morale, la crisi se non la fine della sinistra.                                                                                       Una serie di coppie oppositive scorrono sottofondo: madre/figlio, passato/presente-futuro, sentimento/ragione opportunista, Resistenza/Ricostruzione, natura/progresso. Dietro la sua risata afona Calvino nasconde una critica tremenda del modello politico dell’Italia del dopoguerra.

Ma al solito volendo contrastare sé stesso (in una scherma dove ormai non si sapeva più che cosa di lui fosse autentico e cosa coartato) si persuadeva che proprio la nuova borghesia degli alloggetti fosse la migliore che l’Italia potesse esprimere.




(Carlo Verducci)
 

 

 

 

 

 
 

 

 

Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 1994 [ * ]

 

 

 










 

LA SPECULAZIONE EDILIZIA
post pubblicato in Calvino, Italo, il 14 gennaio 2011

Nel romanzo breve La speculazione edilizia Italo Calvino racconta una storia emblematica dell'Italia del boom economico. Tutto accade nella riviera ligure alla fine degli anni '50. E' una febbre che scoppia improvvisa e stravolge persone e luoghi. Anzi, più che una febbre è un'epidemia. Si demoliscono vecchie ville per costruire palazzine da affittare, si sopraelevano edifici esistenti, ogni spazio verde viene visto come occasione di speculazione immobiliare. Spariscono boschetti di bambù e araucarie secolari, scompare alla vista, pezzo a pezzo, il paesaggio: il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera.

Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soprelevamenti. A ***, la città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d'eucalipti e magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi.

Quinto, il protagonista della storia, si lascia coinvolgere dall'ansia che pare aver contagiato tutti, vuole anche lui partecipare alla frenesia che sta cambiando il volto della città e si lancia a testa bassa nell'avventura. Il pretesto è la necessità di denaro per pagare le tasse. Così Quinto decide di darsi agli affari, utilizzando in modo spregiudicato il giardino che circonda la villa di famiglia, abitata dalla vecchia madre ormai sola.
Ed è nelle vicende del giardino, nelle parole che Calvino usa per descriverne gli stravolgimenti e la distruzione, che diviene palese lo scempio a cui sono state sottoposte le coste della Riviera.
Anna Re, nel libro Americana verde, osserva che i media illustrano con insistenza la crisi ambientale che stiamo vivendo, parlandone in termini globali. Da tale prospettiva non si riesce a provocare un coinvolgimento e si genera spesso solo ansia astratta. E' solo riducendo il campo di azione e occupandoci di chi ci è vicino, di ciò che amiamo, che comprendiamo quanto sia prossimo alla nostra quotidianità ciò che sta accadendo intorno a noi. E' questa l'operazione che Calvino porta avanti, descrivendo nei particolari ciò che succede del giardino, o meglio, di quella parte del giardino su cui Quinto ha deciso di costruire una palazzina.

Era questo terreno "della vaseria" un appezzamento un tempo coltivato ad orto, annesso alla parte più bassa del giardino, dov'era appunto una casetta, un vecchio pollaio, adibito poi a deposito di vasi, terriccio, attrezzi e insetticidi. (...) Quest'orto, la madre (...) era andata invadendolo delle sue piante da giardino, facendone una specie di luogo di smistamento, di vivaio, e aveva adattato l'ex pollaio a vaseria. Così il terreno aveva rivelato doti d'umidità e d'esposizione specialmente raccomandabili per certe piante rare, che accolte là provvisoriamente vi s'erano poi stabilite; e aveva ora un suo disarmonico aspetto, tra agricolo, scientifico e prezioso, e là più che in ogni altro luogo aiolato e inghiaiato del giardino alla madre piaceva sostare.

Il vecchio orto lasciato a sé stesso fa pensare alle riflessioni di Thoreau sulle trasformazioni della natura, ove c'è posto sia per la clematide selvaggia che per il cavolo. E' diventato un luogo spontaneo, dall'aspetto disordinato e bizzarro, regolato da una misteriosa armonia, ed esercita per questo un fascino a cui è difficile sottrarsi, per un amante di piante e fiori. Infatti è proprio la “vaseria” l'angolo di giardino che la madre predilige.
Quinto si mette in società con un ambiguo costruttore giunto in città da un paesetto dall'entroterra, che costruirà la palazzina e cederà una parte dell'immobile ai proprietari del terreno a titolo di pagamento. Gli appartamenti si affitteranno alle famiglie che verranno in villeggiatura per godere il mare, garantendo un reddito. Per sfruttare fino in fondo l'impresa, Quinto decide di ampliare la nuova costruzione utilizzando anche la “fascia dei miosotis”, un tratto di giardino immediatamente sovrastante il terreno della “vaseria”, così chiamato perché aveva al centro un'aiola di nontiscordardimè.
Prima della firma del contratto si fa un sopralluogo sul terreno.

...fiori e foglie sotto il sole prendevano un aspetto di rigoglio gioioso, sia le piante che le erbacce; a Quinto sembrava di non essersi mai accorto che una vita così fitta e varia lussureggiasse in quelle quattro spanne di terra, e adesso, a pensare che lì doveva morire tutto, crescere un castello di pilastri e mattoni, prese una tristezza, un amore fin per le borragini e le ortiche, che era quasi un pentimento.

Ma Quinto non torna indietro. L'affare si conclude e iniziano i lavori. Con lo scavo.

Il luogo cambiava aspetto e colore. La terra più profonda veniva alla luce, d'un bruno carico, con un forte umido odore. Il verde vegetale del soprassuolo spariva nei cumuli al rimbocco delle fosse sotto palate di terra soffice e zolle restie allo sfarsi. Alle pareti dello scasso affioravano nodi di radici morte, chiocciole, lombrichi. La madre, dal giardino, tra le piante fitte, i fiori che lasciava afflosciarsi sugli steli senza coglierli, gli arbusti alti, i rami delle mimose, allungava lo sguardo a spiare ogni giorno l'affossare del terreno perduto, poi si ritirava nel suo verde.

La terra è colpita, violata, ferita. La madre soffre e si rinchiude in se stessa. Vede la nuova costruzione avvolta nei ponteggi e cerca di viverla come un fastidio momentaneo.

Avvolta nel castello delle impalcature, come un mucchio confuso d'assi, corde, secchi, setacci, mattoni, impasti di sabbia e calce, la casa cresceva nell'autunno. Già sul giardino si abbatteva la sua ala d'ombra; il cielo alle finestre della villa era murato.Ma sembrava ancora una cosa provvisoria, un ingombro, che poi si toglie come s'è tirato su; e così cercava di considerarlo la madre, appuntando la sua scontentezza contro questi aspetti transitori, come oggetti che cadevano dalle impalcature sulle aiole, disordine di travi sulla strada, ed evitando di considerare la casa come casa, come qualcosa che sarebbe stata per sempre piantata lì sotto i suoi occhi.

La costruzione va avanti, sempre più oppressiva, fino alla copertura.

La madre era in giardino. I caprifogli odoravano. I nasturzi erano una macchia di colore fin troppo vivo. Se non alzava gli occhi in su, dove da tutte le parti s'affacciavano le finestre dei casamenti, il giardino era sempre il giardino (...) Una lumaca saliva per un'aguzza foglia di iris: la staccò, la buttò per terra. Uno scoppio di voce le fece alzare il capo: lassù in cima alla costruzione stavano dando il bitume alla terrazza. La madre pensò che era più bello quando facevano le case coi tetti di tegole, e quand'era finito il tetto ci mettevano sopra la bandiera.

Quinto è in casa, a fare e rifare i conti dell'investimento immobiliare. Il sole sparisce presto dietro la nuova costruzione e
tra le stecche delle persiane la luce che batteva sull'argenteria del buffet era sempre meno, era adesso solo quella che passava tra le stecche più alte e si spegneva a poco a poco, sulle curve lustre dei vassoi, delle teiere...

Con il sole che si spegne si conclude la storia. L'argenteria non scintilla più. Lo sguardo fa fatica a trovare il cielo e gli occhi sono in ombra. Dalla villa non si vedono più i tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto, nè il versante della collina con orti, uliveti e campi di garofani scintillanti di serre. Solo un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro. Tutta la Riviera è così. L' atavico senso morale della gente di mare, fatto di sobrietà e ruvidezza ed understatement, è smarrito per sempre. La terra è stata stuprata e il cielo si è nascosto. Il legame tra gli uomini e il territorio va in pezzi. La Riviera è invasa da una folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati, tutti in calzoncini e maglietta (...) un fiume pingue e superficiale sull'accidentata realtà italiana. Sono i nuovi ricchi delle metropoli del Nord, che si appropriano di un ambiente che ha perduto la sua anima.
La Riviera è oggi completamente cementificata. Solo in brevi tratti, rigidamente vincolati, si respira ancora lo spirito del luogo.



(Rita Cavallari)






Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 1994 [ * ]

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