.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL CIOCCO
post pubblicato in Pascoli, Giovanni, il 27 novembre 2010



Sullo schermo del mio computer è aperto Google Earth. La terra, la nostra casa. Con un colpo di mouse posso avvicinarmi, il mondo mi viene incontro e si rivela. Mi tuffo in un territorio che conosco bene, la città in cui vivo, una strada, casa mia. Giro gli occhi e guardo fuori dalla finestra il grande cedro che fa ombra sul terrazzo: è lo stesso albero che compare sul computer, proprio lui, il mio. Mi allontano, il cedro scompare in un reticolo di strade, poi in una distesa verde. Tutto si raggruma, in un attimo mi ritrovo nella stratosfera. Sono su un'astronave e guardo la terra che rimpicciolisce. Navigo nell'universo, compaiono altri mondi, soli stelle. Gli astri si uniscono in immagini fantastiche, animali, mostri, figure umane. Compaiono dei nomi: orsa, leone, ariete, corona, lira.
Quattro stelle a forma di trapezio formano la costellazione del corvo. Anche sul ramo di cedro fuori dalla finestra c'è un un uccello dalle piume nere, simile a un corvo. In realtà è una taccola, perché le piume della nuca sono grigie e le ali hanno riflessi blu. A volte la sorprendo a raspare nei vasi dei gerani in cerca di vermi, ma quando si sente osservata vola via gracchiando. Si posa su un ramo secco e riprende la caccia tra il legno e la corteccia. Col becco robusto fruga nelle giunture spezzate, dove la fibra legnosa si disfa e incomincia a marcire. In quei punti l'albero è abitato da un brulicare di piccole creature. Sono coleotteri, formiche, termiti, e anche microscopici insetti ciechi, primitive forme di vita nascoste nell'umida oscurità.
E' quello che Pascoli, nella poesia Il ciocco, chiama il “popolo infinito”.
Una vecchia quercia viene scalzata e divelta, e resta abbandonata al sole e alla pioggia, morta.
“.............. Ma la secca scorza
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte
.
........”
Il popolo infinito vive in armonia con il divenire delle cose e segue i ritmi della natura: costruisce nuove case, accumula scorte alimentari, alleva i piccoli, porta via gli individui che sono morti.
Poi arriva l'uomo con accetta, sega e cunei d'acciaio. Riduce in pezzi il grande tronco e accatasta i pezzi di legno. Il popolo infinito viene decimato. Il suo territorio è distrutto, ma una tribù sopravvive in un ciocco riposto in legnaia.
La vita della comunità operosa continua sempre uguale, il tempo scorre volgendo i lor mille anni in un anno, nulla è cambiato per il popolo infinito. Non sanno di aver vissuto un tempo congiunti al tutto della gran quercia sotto un cielo azzurro. Il loro ambiente, che odora di muffa e di umido, sopravvive nella legnaia, tra il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori
.
Ma arriva il giorno della catastrofe: il ciocco viene portato nel camino e brucia, circondato da uomini che bevono vino, donne che filano, bambini.
Il popolo infinito muore tra le fiamme. Qualcuno, inutilmente, cerca di fuggire. Gli uomini osservano il brulichio convulso e commentano.
“Gli insetti” dice il fabbro “hanno ferri e attrezzi: saracchi, succhielli, raspe e tenaglie. Come chi ripara botti, o aggiusta ombrelli, o sistema serrature rotte.”
“Sono capaci di trasportare grossi carichi” dice il carriolante “girano intorno ai pesi, studiano come spostarli, se hanno bisogno chiamano aiuto.”
“Coltivano i campi” dice il vangatore “arano, seminano, tolgono l'erba cattiva, trebbiano, conservano il raccolto.”
“Allevano bestie” dice il pastore “ animali piccoli e verdi, che danno latte.”
“Hanno contadini come da noi” dice il il capo, un uomo ricco che ha girato il mondo “ma i loro contadini non vivono comodi come i mezzadri. Sono schiavi e devono solo ubbidire. E chi comanda non lavora.”
“I loro figli sono fasciati in un bozzolino” dice la donna che annoda il filo a una cocca del fuso “li curano e li nutrono portandoli in collo, fino a quando vanno da soli.”
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco
;
I mostri che bevono e le gigantesse che filano assistono impassibili allo sterminio del popolo infinito.
In ultimo parla lo zio Meo.
“Le formiche hanno portato via dal mio campo tutti i chicchi dell'erba lupina. Non hanno lasciato neanche un seme.”
Sono solo ladri, dice zio Meo, e vivono sfruttando il lavoro degli altri.
Quando il ciocco è consumato e il vino è stato bevuto, il poeta si allontana nella notte. Lo zio Meo è con lui.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento
.
Il poeta guarda il cielo. Stelle, astri, mondi lontani. La terra che gira e rotola spinta dalle forze gravitazionali. Squame di draghi, fruste di aurighi, gemme di corone e corde di lire dorate. Ad ogni passo del viandante la terra percorre trenta miglia sulla sua orbita. I corpi celesti vanno intorno al sole, che si muove verso l'ignoto e incrocia mondi infranti, stelle accese solo per un attimo, astri divelti, nuvole di fuoco. I pianeti sono come falene, zanzare e moscerini che si addensano intorno a una lanterna che oscilla nella mano di un bimbo, e il bimbo, invisibile nel buio, vaga in cerca di una moneta perduta.
Verrà un giorno in cui i mondi serreranno in sé ogni atomo di vita e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma.
Forse la Terra sarà colpita da una vagabonda mole e divamperà come una meteora rossa, scomparirà la vita e, insieme alla vita, scomparirà la morte, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Stelle spente, mondi fossili, Soli fermi per sempre ed in eterno soli. La descrizione della catastrofe cosmica ricorda l'Apocalisse. La terra è distrutta. E' la morte?
Allo stesso modo in cui la quercia divelta non muore, ma diventa la casa di un popolo infinito, la Terra colpita e riarsa vedrà nascere nuove forme di vita. Qualcuno, forse una creatura proveniente da altri mondi, si aggirerà alla ricerca dei misteri del passato e troverà la traccia ignita dell'uman pensiero. E' questa la speranza del poeta, potrà chiudere gli occhi in pace se dopo di lui non sarà il silenzio, se nella sua casa, nel suo dolce mondo, qualcuno vivrà ancora. Come un bambino che riesce ad addormentarsi solo se gli giunge all'orecchio il rumore attutito della casa e se una flebile luce filtra sotto la sua porta.

Questa poesia di Pascoli è complessa e suggestiva.
La quercia divelta è la casa di una comunità articolata, il popolo infinito che ben sapeva l'ordine e la legge. E' una vita plurale, densa di attività, legata al contesto da leggi biologiche che ne ordinano tempi e modi.
Anche la comunità degli uomini è strettamente connessa al territorio in cui vive, da cui trae gli elementi per la sua sopravvivenza. C'è Biondo, che fa il fabbro e utilizza l'acqua del fiume Corsonna per muovere il maglio; Topo, che trasporta carbone in montagna su muli sellati con robuste bardelle; Menno, che con la vanga dissoda i terreni, scassa, pareggia, poi semina, toglie loglio e gramigna, miete, lega, scuote, ventola, spula; Bosco, il pastore che mena le greggi sull'Alpe; e poi la China, madre di otto figli, abile al fuso.
Fabbro, pastore, contadino, carbonaio, filatrice: mestieri antichi che sono il segno di un rapporto armonico e fruttuoso con l'ambiente. Per descriverli Pascoli usa parole che spesso risultano incomprensibili. Capparone, vinciglio, metato, tiglia, guaime, vizzati, strino, schiampa, pensiere: parole in disuso che indicano oggetti, attività, valori che non siamo più in grado di decifrare.
Il contesto di riferimento è la località di Barga, nella campagna pistoiese, abitata da un mondo contadino che fa del radicamento sul territorio la sua ragione di vita. Il territorio costituisce uno spazio ben conosciuto, misurato in termini di giorni di aratura, colture, legna da raccogliere, acque che scorrono. E' uno spazio che diventa luogo, dominato da una reciproca permeabilità tra attività umana e processi naturali. Biondo, Topo, Menno, la China, abitano un luogo di cui conoscono le regole. Ne assecondano le leggi perché è il loro ambiente. La presenza umana si costituisce come parte integrante della natura.
Eppure c'è la vicenda del piccolo popolo infinito che carica d'inquietudine questo mirabile equilibrio tra le persone e la loro casa. Biondo, Topo, Menno, la China, non riconoscono gli abitanti del ciocco come parte del loro ambiente. Il loro destino non ha rilievo, la loro morte non ha storia. Rappresentano un popolo diverso, per molti versi ostile, pur se le loro leggi rispecchiano quelle degli umani.
L' attività del piccolo popolo è solo una curiosità, una bizzarria. Sono parassiti.
Ma il poeta sa che sotto il cielo stellato la comunità degli uomini che la sera si riuniscono intorno al fuoco e quella del popolo infinito che vive nella buia umidità del ciocco muschioso hanno lo stesso valore, perché la Terra è per tutte le specie viventi una casa comune. Un disastro ambientale potrebbe renderla per tutti inospitale, ostile, nemica.

Anche lo zio Meo guarda il cielo.
Stellato fisso: domattina piove, dice, pensando al campo appena arato, al bel tempo nei giorni di San Martino, a quanto la pioggia gioverà al grano. E aspettando il temporale che verrà, va a riposare sereno sui sacconi di foglie di granturco.



(Rita Cavallari)






Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio (Il ciocco), Rusconi, 2004 [ * ] [ * ] [ * ]

Sfoglia