.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
BREVIARIO DI ECOLOGIA
post pubblicato in Ecocritica, il 7 dicembre 2010


Alle origini della storia c'è già una "fine del mondo". Essa è stata logicamente prodotta da uno dei due aspetti attraverso cui la natura ci si presenta ed è da noi accepita. Uno di questi due aspetti è la benignità; l'altro è la pericolosità. Ed è appunto l'elemento della pericolosità che ha prodotto la prima "fine del mondo".
Poichè a raccontare la storia umana è un misterioso e abilissimo narratore, l'elemento della "pericolosità della natura" - prima di presentarsi come fatale e definitivo, in tutta la sua distruttiva brutalità - viene "introdotto" attraverso una serie prefiguratrice di "pericolosità" minori: dai continui pericoli della vita quotidiana, ai grandi disastri naturali: uragani, terremoti, alluvioni, pestilenze. Così che quando la "pericolosità della natura" si presenta nel suo aspetto estremo e produce quindi la "fine del mondo", l'uomo vi è già preparato e in qualche modo rassegnato. Dopo aver goduto per giorni, per anni, per secoli, della benignità della natura, gli sembra quasi religiosamente giusto sperimentarne la pericolosità.
Come sappiamo, ad ogni modo, alla prima "fine del mondo", l'uomo è riuscito a scampare. E' riuscito a scampare grazie alla sua abilità, alla sua previdenza: alle sue prime commoventi tecniche.
Ma esiste anche una natura interiorizzata: cioè l'uomo. Anche nell'uomo ci sono due determinanti elementi primi, che si oppongono fra loro, la benignità e la pericolosità. In tal caso l'uomo è il soggetto di se stesso, cioè, in sostanza, di questi due modi opposti del rapporto verso se stesso. per giorni, anni, secoli, l'uomo conosce la propria benignità: è a se stesso padre, madre, fratello, amico. Ma anche in questo idillio della religione quotidiana, il supremo narratore che racconta la nostra storia, comincia a introdurre, fin da principio, elementi che prefigurano la pericolosità come autodistruzione, delitti, guerre. Finchè tale pericolosità esplode in tutta la sua violenza, producendo, sempre logicamente, una seconda "fine del mondo". L'abbiamo vissuta, con Hiroshima e Nagasaki, una trentina d'anni fa. E anche questa volta l'abbiamo scampata: ma non definitivamente. Essa incombe ormai per l'eternità su di noi, in ogni giorno della nostra vita. Solo che essa non conta più in quanto frutto di un elemento suicida della nostra natura. Chè, in quanto tale, esso è divenuto, come dire, un sotto-elemento del terzo modo della "fine del mondo".
Questo terzo modo della "fine del mondo" (che stiamo incominciando a vivere, e a cui dunque cominciamo già religiosamente a rassegnarci) è semplicemente dovuto alla "finitezza" della natura. Se era logico che la fine del mondo fosse prodotta dalla pericolosità prima della natura, e poi dell'uomo stesso, mi sembra immensamente più logico che tale "fine del mondo" sia prodotta dalla sua finitezza.
La terribilità logica della cosa è tale che il grande narratore della nostra storia - con equivalente logica stilistica - non ha creduto opportuno introdurre questa "terza fine del mondo" in nessun modo. Il fatto che il mondo fosse "finito" e quindi esauribile, era talmente normale, che quel grande narratore non poteva che tenerlo nascosto e quindi, al momento della rivelone, rovesciarlo in stupore, scandalo, terrorizzante assenza di attese.
Ora, il lettore avrà notato la souplesse, la lepidezza quasi da commedia o vaudeville di questa mia esposizione. E' chiaro, dunque, che come tutti i miei lettori, e tutti gli uomini, io non voglio saperne di questa "fine del mondo": e quindi o la butto in scherzo, oppure non ci credo, non voglio crederci.
A meno che non ci sia un'altra spiegazione, ancora più sconvolgente: ossia che io in realtà, come tutti i miei lettori, e tutti gli uomini, voglio che tale fine del mondo avvenga, voglio che, una buona volta, tutto finisca. 
Da notare poi che io stesso, in quanto lettore, ero estremamente stupito, e anche estremamente divertito, nel leggere il Breviario che mi ha fatto venire in mente queste considerazioni (non essendo esso un'opera letteraria): e ciò che in esso mi stupiva e mi divertiva era appunto la sua beffarda gaiezza, la sua inalterabile buona disposizione di spirito (da cui sono stato immediatamente e fatalmente contagiato).
Il Breviario in questione è un Breviario sull'inizio della "terza fine del mondo": quella dovuta appunto alla finitezza del mondo: cioè all'esauribilità del capitale energetico (per es. il petrolio, che è praticamente alla fine), non solo, ma all'esauribilità dell'acqua, e, infine, dell'aria stessa che respiriamo.
Dunque, davanti a me, leggendo quel Breviario, c'era la visione di un mondo ridotto alla miseria più atroce a causa dell'aumento demografico esponenziale e all'altrettanto esponenziale impoverimento dei beni (quindi, fame, carestie, pestilenze). Un mondo ricoperto di immondizia. Un mondo intriso di un'acqua nera di liquame. Un mondo senza più alberi soffocato dalla mancanza di ossigeno. Un mondo senza più campagna e con città di quaranta milioni di abitanti. Un mondo ridotto a cimiteri di rifiuti di uranio e plutonio (mortalmente pericolosi per circa ventimila anni) oltre che divenuto una serie infinita di monumenti funebri delle centrali termonucleari abbandonate. E così via.
Ma: "non so davvero se si possa guardare un incendio senza un certo piacere" dice Stephan Trofimovic ne I demoni di Dostoevskij. E' questo il macabro piacere che ha provato Alfredo Todisco nello scrivere il presente Manuale della Distruzione finale, e io nel leggerlo. Lo stile "umoristico" di Todisco - a esprimere la sua esasperata amarezza - è irresistibile. L'uomo è sistematicamente (certo secondo la vulgata sociologica americana) il "figlio di Adamo", l'umanità è la "famiglia Antropos", il mare è il "regno di Nettuno", gli autotreni sono i "pachidermi gommati" ecc. I paragoni, poi, sono tutti surreali e alquanto "gai": per esempio, come rappresentarci la quantità di grano - un decimo del raccolto annuale - distrutto in India dai topi? Ebbene, dobbiamo immaginare un "treno lungo cinque volte l'Italia". Ecc. ecc. Inoltre Todisco trova sempre il modo di rendere incredibilmente semplice e chiaro tutto: di esprimere le cose più enormi attraverso una pagina così "papale papale" da lasciare senza fiato. Non solo per quanto riguarda il disastro ecologico (che sarebbe abbastanza facile) ma anche per quanto riguarda il nodo ideologico dell'interpretazione di tale disastro. Quel tanto di imparziale (e apparentemente qualunquistico) che ci possa essere nell'atteggiamento di Todisco a questo proposito è dovuto all'estremismo della sua critica "avanzata". "Il dibattito ecologico" egli scrive "dà la sensazione che i problemi che la devastazione ambientale chiama in causa sorpassino i confini delle ideologie convenzionali". Marx, insomma, non aveva potuto intravedere, insieme allo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, lo sfruttamento della natura da parte dell'uomo: questo secondo sfruttamento è sempre rientrato nel quadro del primo, certo, ma ora sta "uscendo dal quadro". D'altra parte, "fuori dal quadro" esso è pressochè imparlabile, politicamente. Todisco riporta una frase deversata al suo orecchio da uno scienziato "libero": "Il discorso ecologico, dal punto di vista di un partito, oggi è puro suicidio politico" (Sicco Mansholt, al Comitato regionale del PSI , nel '72). Chi ne parla sono appunto - inascoltati - gli scienziati "liberi". Ma la loro estrema e intelligente sincerità di "competenti" non riesce a mettere radici nelle coscienze, perchè il circolo è vizioso: solo in un contesto politico infatti certi problemi vengono acquisiti, e il contesto politico, per i problemi posti dagli scienziati non politici, è sostanzialmente apolitico: e come tale rientra nella logica del capitalismo che non accetterà mai di essere idillico e "colto" come essi lo vorrebbero.
Michel Bousquet, uomo di sinistra ("Le Nouvel Observateur") ha ragione dunque quando dice a proposito di Sicco Mansholt che egli mira alla realizzazione di una società postindustriale e postcapitalista, puntando non tanto sulla lotta di classe ma sulla conversione dei gerenti del grande capitale e sull'intervento illuminato degli Stati. E' chiaro tuttavia che si prospetta ormai storicamente una inevitabile società "postindustriale" (e a questo proposito va letto con molta attenzione il libretto La convivialità di Ivan Illich, tutto teso a sradicare la falsa idea del benessere dell'era industriale, per sostituirla con un'idea vera: il benessere cioè è cultura, tempo libero, felicità, convivialità). Su questo immediato futuro postindustriale (Todisco lo chiama epoca in cui l'uomo vivrà del reddito e non del capitale, "finito", della natura), bisogna prendere immediata coscienza politica. Le sinistre finora su questo punto hanno evitato il "suicidio politico" con la retorica.                                                                  
Ma è chiaro che esse devono decidersi a dominare intellettualmente - cioè a inserire nella logica della lotta di classe - questo futuro postindustriale che è l'unica possibile alternativa alla fine del mondo. Condannare virilmente, in nome del progresso e della storia, tutto ciò come un "ritorno indietro" è non solo culturalmente superficiale e terroristico ma anche politicamente sbagliato, e gravemente sbagliato.


Pier Paolo Pasolini

 


 

(recensione a "Breviario di ecologia" di Alfredo Todisco, Rusconi, 1974, apparso su "Tempo" del 13 dicembre 1974, ora in Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Garzanti, 2004 [ * ])

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/12/2010 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
NON SOLO PAROLE
post pubblicato in Ecocritica, il 19 novembre 2010



Quanto siano cambiati i rapporti tra natura e cultura dall’“illuminismo rovesciato” di J.J. Rousseau all’antropologia strutturale di Levi-Strauss, passando per il darwinismo, lo riscontriamo nell’affermarsi del modello dell’educazione come educazione per l’ambiente e la sostenibilità. Nella cultura della complessità in cui oggi ci muoviamo – a piccoli passi purtroppo – al binomio che contrappone natura/cultura si è ormai sostituita l’idea di reciprocità bio-culturale.
In questo contesto, la letteratura può diventare strumento di consapevolezza della crisi ambientale e contribuire alla scoperta dei valori ecologici di interdipendenza tra umanità e ambiente. È la strada battuta dall’ecocriticism, sorto negli USA negli anni Novanta del secolo scorso, che si propone di mettere la cultura umanistica al servizio dell’etica ambientale.
L’ecocritica e l’ecologia letteraria sono a tutt’oggi prodotti di nicchia nel nostro Paese, anche se nelle università e sul web cominciano a circolare scritti che ne diffondono la mission e supportano l’ideale di una “evoluzione consapevole” che si avvalga del valore aggiunto della poesia e della narrativa.
Capita, perciò, di imbattersi in scritti quali Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza di Serenella Iovino, che propone un’interpretazione delle opere come veicolo di un’educazione a «vedere le tensioni ecologiche del presente» e che, in questa nuova chiave, rilegge Italo Calvino come il maggior scrittore italiano dell’ecologia letteraria.
Proseguendo la nostra ricognizione, scopriamo “Libranch’io Ambiente”, la settegiorni modenese dedicata a studenti e famiglie per trovare le giuste connessioni tra il piacere della lettura e il rispetto della natura.
Incontriamo poi la collana I libri del Mare che Longanesi dedica a sportivi e giornalisti che scrivono di onde, venti, correnti, oceani, barche e balene.
Troviamo anche concorsi letterari nuovi che centrano l’attenzione sul mare, come il Premio Casinò San Remo 2010.
Negli ultimi quindici anni, scrittori di notevole caratura come Alessandro Baricco (Oceano mare e Seta), Giuseppe Conte (Terre del mito; L’oceano e il ragazzo; Il ragazzo che parla al sole), Mario Rigoni Stern (Inverni lontani), Nuto Revelli (Il mondo dei vinti e L’anello forte) e Lalla Romano (In vacanza col buon samaritano), tra altri, ci hanno consegnato pagine di grande sensibilità e memoria paesaggistica e ambientale.
Ma nella logica stretta di un’ecologia letteraria, è su tre autori nello specifico che fermiamo qui, brevemente, l’attenzione.
Il primo è Erri De Luca, che ricordiamo per il romanzo in versi Solo andata, in cui racconta il viaggio di emigranti clandestini dall’Africa ai porti del Nord, nulla concedendo alla retorica ma tutto consegnando al vissuto e a una riflessione mai didascalica del paesaggio fisico e interiore. E poi per Il peso della farfalla, che nella sua brevità pare uno dei più bei romanzi sulla natura, dove la reciprocità tra questa e l’uomo si esprime come un medesimo destino di declino. Infine, per Montedidio, che fa di Napoli il vero protagonista del libro e dà una lettura delle mille povertà della città con «la forza di uno sputo», che si sostanzia nell’uso del dialetto, lingua unica perché «l’italiano è zitto».
Il secondo scrittore è Francesco Biamonti (Le parole la notte; L’angelo di Avrigue; Vento largo), altro grande interprete della possibilità che la letteratura crei una coscienza “nuova” e “altra” negli uomini. Il paesaggio descritto nelle sue opere – rovine principalmente, luoghi dove tutto o quasi sta morendo – interpreta una visione di partecipazione in cui si percepisce che se il tempo è malato, anche lo spazio lo è. L’estremo Ponente ligure, tra entroterra montuoso e mare, «zattera sospesa tra cielo e mare», è spazio assediato dalle rovine e in cerca di rifugi in cui sopravvivere alla bell’emeglio, cercando di sfuggire al commercio del paesaggio. «Grande bellezza e grande disperazione […] esigono un canto d’addio perché sta finendo un mondo, e non si sa quale sarà il futuro. Dietro l’azzurro c’è l’ombra». E in Vento largo, si intuisce il lento e inesorabile avanzare dell’ombra, ombra dove tutto sparisce. A cominciare dagli ulivi. La Liguria, diceva Biamonti, era un manto di Minerva, colore argento. Ma il taglio degli ulivi, cominciato durante la prima guerra mondiale, non si è più fermato. Ora restano le ferite, poi ci saranno soltanto rocce, serre e cemento.
Nei romanzi di Biamonti il vento, la luce, il mare e la roccia sono elementi «essenziali […] di una geografia fisica e spirituale, corporea e mentale, elementi che si caricano di significati». I sentimenti umani si mescolano alla fisicità delle cose e proprio da questa unione nasce un modo di vedere il mondo, una nuova coscienza, che sembra voler ricostituire l’unione originaria tra uomo e natura. Per Biamonti, la luce è condizione indispensabile per l’apparizione della realtà: è per mezzo della luce che lo sguardo viene verbalizzato.
Proprio la luce e gli ulivi sono elementi essenziali anche dell’opera letteraria di Nico Orengo, lo scrittore italiano contemporaneo che ci sembra, tra tutti, il più ecologicamente impegnato.
Con Calvino, Orengo divideva l’amore per la Liguria, con Biamonti quello per la natura. Molti i titoli che ci riportano ai temi cari all’ecologia letteraria: Le rose di Evita, La curva del latte e Di viole e liquirizia. Figlio di una terra di ulivi e di rose e di un cielo «troppo azzurro », ancora la Liguria dell’estremo Ponente, Orengo è sembrato «farla guardia al territorio», testimoniandone la natura incantevole, gli odori e i colori tra costa ed entroterra, per denunciare speculazioni edilizie, commerci e spaesamenti di coscienze che hanno rosicchiato giorno ultime opere, Di viole e liquirizia, ambientata però nella Langa, Orengo sembra aver trovato uno degli esiti più felici della sua coscienza critica nei confronti dell’ambiente, trattando quasi da sociologo quella contemporaneità che ben conosceva e rappresentando il paesaggio umano e naturale in una mutazione velocissima.
Tuttavia, l’opera che è quasi un manifesto di ecologia letteraria, rimane
Gli spiccioli di Montale. Requiem per un uliveto. Il libro contiene una passione per le luci, i colori, gli odori e le memorie dell’estremo Ponente ligure, che è tanto forte, tanto intimamente radicata da rendergli impossibile ritrarre in un acquarello uno splendido uliveto – quello della Piana del Latte – quasi al confine tra Italia e Francia, minacciato dalla speculazione edilizia. Così si racconta Nico Orengo: «avrei potuto disegnare il sonno delle rose e il piccolo fiore bianco dell’ulivo, la crepa ocra sul terreno e la rugiada bionda sulla testa viola dei carciofi, campi di mare fangoso e onde illuminate dalle barchette di san Giovanni, salti di pagari e voli di rebissi, bave di lumache sui vetri delle serre e paletti dalla punta marcita, un orizzonte d’acqua e un cielo dal sole nero. Un presente che sfumava nel passato e nel passato, mi sembrava di capire, sul foglio sarebbe stato inghiottito. Allora mi dissi che avrei balbettato quell’acquarello così, come un sospiro d’amore, una macchia della memoria, un’ombra dietro il cuore».
Dove le parole scritte non arrivano più e dove la fotografia non arriva ancora, Orengo ci ha provato con parole colorate.
E proprio la storia di un quadro che non riesce a dipingere e mette in crisi il mestiere di scrittore e il ruolo della letteratura sembra consegni Nico Orengo all’interesse motivato dell’ecocritica.



Annelise Caverzasi



[ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/11/2010 alle 15:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'ECOCRITICISM E LA CULTURA DELL'AMBIENTE
post pubblicato in Ecocritica, il 18 novembre 2010



Un discorso culturale sull’ambiente coinvolge un’ampia costellazione di problemi in cui una visione etica e una visione ecologico-inclusiva sono le due direttrici principali.
La crisi ecologica non è, infatti, “limitata” alla rottura degli equilibri naturali, ma è anche una crisi sociale e culturale, i cui danni si riverberano in modo differente, spesso acuendo le disuguaglianze e i conflitti. Imparare (ed educare) a vedere in termini diversi e più complessi la nostra relazione con l’ambiente significa ridisegnare un nuovo umanesimo. Un umanesimo che, per dirla con Edward Said, è «l’ultima resistenza che abbiamo di fronte alle pratiche disumane e alle ingiustizie che sfigurano la storia umana».
All’interno di questo orizzonte anche l’ecocritica, una corrente della critica letteraria nata negli Stati Uniti a fine anni ‘80, tenta di costruire una nuova cultura ambientale, puntando alla ridefinizione di concetti fondamentali come, ad esempio, quelli di “umanità”, “natura”, “economia”, “sviluppo”, “cultura”. Joseph Meeker, nel 1972, parla di ecologia letteraria come «tentativo di scoprire qual è il ruolo giocato dalla letteratura nell’ecologia della specie umana». Considerati, cioè, gli esseri umani come le «uniche creature letterarie della terra», è forse sensato chiedersi se alla letteratura (e alla cultura in genere) si possa attribuire una funzione nella sopravvivenza della nostra specie. Il sottofondo coevolutivo di natura e cultura è dunque esplicito: le forme di conoscenza in generale, siano esse umanistiche o scientifiche, influiscono sulle condizioni di vita degli esseri umani e degli ambienti in cui vivono. Si tratta solo di “orientare” questo influsso verso la conservazione ed è questo ciò che l’ecocritica si propone di fare.
Nel dibattito etico-ambientale nato a partire dagli anni ‘70 si cerca di portare avanti, da un lato, l’idea di una sostanziale orizzontalità e interdipendenza tra le forme di vita nella sfera naturale e tra gli individui nella sfera sociale; dall’altro, il fatto che anche la cultura e le sue forme (dalla letteratura al cinema, alle arti visive ecc.) sono viste come parte di un discorso basato sull’interazione reciproca all’interno di un contesto storico-sociale. Accanto a un’ecologia delle forme biologiche è cioè attiva, come sostengono Bateson e Morin, una “ecologia della mente”, una dinamica che vede le idee interagire tra loro, intessendo una serie di “azioni e retroazioni” che influenzano la società, gli stili di vita, le forme culturali.
L’ecocritica vede queste forme culturali non solo come terreno d’indagine per studiare le interazioni tra umanità e ambiente nelle loro rappresentazioni storico-sociali, ma anche come strumento di diffusione di una cultura ambientale. Qualcosa che può aiutare a capire come gli stili di vita possano influire sull’ambiente per costruire una più profonda consapevolezza critica. Si vuole, in sostanza, portare avanti un progetto civico di pedagogia sociale o di alfabetizzazione ambientale.
Per raggiungere questa finalità l’ecocritica ci offre chiavi di lettura “ecologiche” dei testi letterari, concentrando le sue analisi sulla messa in luce dei valori (e quindi dei messaggi normativi) impliciti nella rappresentazione. È chiaro, allora, che tra il testo e la critica si crea una interazione profonda ed è in questo senso che l’ecocritica, pur percorrendo in maniera trasversale tutti i generi letterari, ruota intorno a un’idea di “letteratura ecologica” che si snoda principalmente lungo tre linee:
1. il nature writing (non fiction) e la letteratura ambientale propriamente detta (fiction o poesia), in cui domina la rappresentazione della natura nelle sue forme di wilderness, di paesaggio, di “coabitazione” tra natura e umanità, oppure attraverso esempi di prosa letteraria su temi di divulgazione ecologica. Questo tipo di approccio è stato ritrovato in scrittori americani come Henry David Thoreau (Walden, Camminare, Le foreste del Maine ecc.), John Muir (fondatore del Sierra Club, a cui si deve l’istituzione dei grandi parchi nazionali americani), il poeta Gary Snyder, il saggista Wendell Berry o il romanziere Edward Abbey (I sabotatori), prosatori come Rachel Carson (Il mare intorno a noi, Primavera silenziosa) o l’ecologa milanese Laura Conti (figura chiave dell’ambientalismo italiano). Anche scrittori europei come Jean Giono (L’uomo che piantava gli alberi) o Dino Buzzati (Il segreto del bosco vecchio) possono rientrare in questo genere letterario.
2. La seconda linea è quella legata all’environmental justice, testi che esprimono le problematiche sociali connesse alla crisi ambientale: giustizia sociale; discriminazioni etniche, razziali, sessuali su base ambientale; sofferenze ecologiche delle società avanzate dovute, ad esempio, all’accumulo dei rifiuti (tossici e non) o al traffico di animali; paesaggi urbani; recupero delle culture locali sotto la spinta dei fenomeni di colonizzazione prima e di globalizzazione poi; differenza di genere (sotto l’impulso dell’ecofemminismo). Rientrano in questo gruppo autori “postmoderni” come Don DeLillo o Rohinton Mistry, ma anche classici come Dickens o William Morris, indigeni come Leslie Marmon Silko o Linda Hogan o autori più vicini alla nostra letteratura come, ad esempio, Pasolini (pensiamo alle Mura di Sana’a o agli Scritti corsari). Anche in questi casi l’ecocriticism cerca di trarre, dalla rappresentazione, strumenti di chiarificazione di valori ecologico-sociali, e di ricavarne indicazioni che accrescano la nostra consapevolezza dei conflitti e del portato normativo di quegli stessi valori.
3. Infine, un genere letterario “misto”, in cui la rappresentazione della natura è trasversale tra etica e metafisica. Qui rientrano grandi classici, da Borges a William Blake, Kafka, Melville, o i nostri Ortese, Calvino; realisti magici sudamericani come García Marquez o Cortazar o, ancora, la grande scrittrice brasiliana Clarice Lispector.
Come funziona concretamente l’ecocritica? Da un lato, essa ci aiuta a ricostruire le immagini sociali e storiche legate alla parabola della crisi ecologica (ad es. i romanzi “industriali” di Dickens, o gli scritti proto-ecologici di Thoreau, o ancora le denunce di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole e del paesaggio della tradizione). Dall’altro, cerca di associare a queste rappresentazioni la consapevolezza di valori utili per costruire un modello culturale alternativo rispetto a quelli, finora ecologicamente fallimentari, tramandatici dal passato. Da quanto detto, l’ecocritica appare chiaramente come una critica letteraria militante, engagé, che non ha paura di esplicitare il proprio potenziale creativo per dar vita a forme narrative che ci aiutano a comprendere il portato etico del nostro essere nel mondo. Come ha scritto alcuni anni fa Scott Slovic, uno dei fondatori della critica letteraria ecologica, «gli ecocritici devono raccontare storie, devono usare la narrazione come una strategia costante o intermittente per l’analisi letteraria. Il fine non è quello di competere con la letteratura stessa, ma semplicemente di illuminare e di apprezzare il contesto della lettura; e cioè di abbracciare il testo letterario come un linguaggio che aiuta le nostre vite là fuori, nel mondo». In altre parole, l’ecocritica esprime la convinzione che nelle “mitologie” e nelle immagini letterarie che ci vengono tramandate ci siano delle precise “istruzioni” e indicazioni di valore. Una sorta di invito a confrontarsi inclusivamente e costruttivamente con un mondo complesso. È dunque un discorso etico-culturale basato sulla negoziazione, sulla costruzione di “dimensioni comuni non omogenee”, sull’inclusione dialettica della differenza, anziché sull’istituzione di gerarchie ideologiche e di costrutti di emarginazione.
Se, in termini darwiniani, la cultura è parte del nostro percorso evolutivo, allora è ad essa che dobbiamo affidarci perché vi sia una sopravvivenza anche a questa oggettiva crisi ecologica. Ma che tipo di cultura? Non certo una cultura “tragica”, in lotta con la natura, che crea rotture tra mondi e forme di vita. Ciò che si auspica è, invece, una cultura inclusiva dell’orizzontalità, della cura e del valore, che permetta di costruire sulla base dell’ambiente condiviso anche le condizioni per una maggiore equità sociale. Una cultura capace di fare autocritica, di dialogare con la tradizione senza timori reverenziali, che ci aiuti a rettificare i percorsi sbagliati dei nostri padri.
L’Onu riconosce tra le sue priorità quella di istituire e promuovere una cultura ambientale e sociale della sostenibilità (non dimentichiamoci che quello 2005-14 è il decennio Unesco della sostenibilità). La Carta della Terra, per esempio, sottoscritta nel 2000 da rappresentati di 53 paesi, oltre che da organismi sovranazionali come l’Unesco, l’UNDP e l’UNEP, è la dimostrazione di come ricerca scientifica, diritto internazionale e fondamentali principi culturali possano essere visti come necessari per «costruire società democratiche che siano giuste, partecipative, sostenibili e pacifiche»; per aiutare a formulare strategie finalizzate ad «adottare modelli di produzione, consumo e riproduzione che salvaguardino le capacità rigenerative della Terra, i diritti umani, e il benessere delle comunità»; e ancora, per «promuovere un’equa distribuzione della ricchezza all’interno delle singole nazioni, come tra una nazione e l’altra, e mettere in atto l’imperativo etico, sociale e ambientale di sradicare la povertà». Tutto ciò è visto dall’Onu come possibile solo se si elabora una “cornice culturale” che aiuti le comunità locali a «muoversi verso lo sviluppo sostenibile, la protezione dell’ambiente e una cultura della pace». In questo senso la cultura ambientale che fa da sfondo all’ecocritica è parte integrante di tale progetto, proprio perché cerca di rifondare l’umanesimo su nuove basi, nuovi valori e nuove priorità. Un umanesimo non antropocentrico, ma piuttosto antiideologico, pragmatico e democratico, che dia alla società umana consapevolezza di sé e del suo essere in un mondo, servendosi dei testi (letterari, cinematografici, artistici, ecc.) proprio per la loro capacità immediata di veicolare immagini e messaggi di valore. Come ha scritto il pensatore americano Alexander Meiklejohn: «le persone teatrali, poemi, perché saranno chiamate a esprimere il loro voto». Se la letteratura rappresenta una risorsa insostituibile per la vita politica non è solo perché ci aiuta a immaginare come potrebbero realizzarsi le nostre potenzialità di “cittadini del mondo”, ma anche perché ci permette di immaginare una società diversa in cui realizzare queste potenzialità. Ci aiuta a ripensarci nel mondo, a escogitare forme di resistenza creativa basate su un dialogo inclusivo con la differenza, molto più che un’informazione giornalistica “neutralizzata” dalle retoriche mediatiche.
Fino a quando, però, queste istanze resteranno appannaggio esclusivo dell’accademia, non ci saranno molte speranze perché questo nuovo umanesimo si possa diffondere e creare un concreto discorso emancipativo. È per questo che considero molto positivamente la popolarità di romanzi-documentari in cui problemi della società e problemi dell’ambiente si uniscono in un unico grande sfondo, come Gomorra di Roberto Saviano; o la comparsa di collane di narrativa “econoir”, come Verdenero – Racconti di ecomafia, di Edizioni Ambiente (o film come The Corporation o Una scomoda verità di Al Gore). Come determinante è il progetto ecocritico di creare ponti tra le discipline e le culture per non restare intrappolato all’interno di generi letterari circoscritti e autoreferenziali.
Penso che l’ecocritica, sia pure dal suo punto di partenza “accademico”, ci offra preziosissimi strumenti di azione e di “resistenza”, proprio perché esso si basa sulla premessa di una ecological literacy aperta e non elitaria. È, cioè, un discorso di educazione “letteraria” all’ambiente, concepita per essere parte integrante dell’istruzione di ogni cittadino e per conconsentire a ogni cittadino di percepire la salute dell’ambiente come un’opportunità di futuro.
È questo, allora, il senso di una cultura ecologica: una cultura della differenza e della complessità che ci aiuti a pensare ecologicamente. O, detto letteralmente, a comprendere la logica della nostra dimora, fisica e sociale, per conoscerla ed “abitare meglio”, regalandoci la possibilità di immaginare forme di esistenza auspicabili.



Serenella Iovino



[ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 18/11/2010 alle 19:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA LETTERATURA E L'AMBIENTE
post pubblicato in Ecocritica, il 17 novembre 2010



Come importanti scienziati affermano, stiamo affrontando una crisi ambientale di tali proporzioni che il nostro futuro immediato è a serio rischio. La ristrettezza e la grettezza delle nostre assunzioni culturali sul mondo naturale hanno limitato la nostra capacità d’immaginare una società umana ecologicamente sostenibile. Per questo è diventato sempre più necessario guardare alle scienze ecologiche e a quelle discipline come la letteratura ambientale che si occupano della salvaguardia della natura per trovare risposte e soluzioni ai disastri naturali sempre più diffusi.
Le humanities – le scienze umane, tra cui la letteratura – che studiano, tra l’altro, come usare il linguaggio in modo incisivo per favorire la comunicazione, possono servire per comunicare efficacemente concetti ecologicamente cruciali, che altrimenti rischiano di rimanere inascoltati. La letteratura racconta spesso storie, private e delimitate, e in questo modo ci avvicina a vicende, persone e luoghi precisi a cui spesso ci affezioniamo. Afferma in proposito la scrittrice Anna Peterson: «stories make possibile the investigation of new meanings and values in nature or the recovery of old ones». E le storie ci permettono inoltre di “situare” le vite dei personaggi e dei lettori in un “tutto” ecologico, fatto di interrelazioni, dal quale non possiamo prescindere.
La letteratura è una produzione caratteristica della specie umana e per questa ragione deve essere analizzata con attenzione per scoprirne l’influenza sul nostro comportamento, per comprendere che ruolo giochi per il benessere e la sopravvivenza dell’uomo.
Si chiede il critico Joseph Meeker: «is [literature] an activity which adapts us better to the world or one which estranges us from it? From the unforgiving perspective of evolution and natural selection, does literature contribute more to our survival than it does to our extinction?». Secondo Meeker la letteratura è elemento essenziale della nostra evoluzione ed è impossibile separarla dalla natura e dal “tutto” ecologico. Questa teoria è stata ripresa da Serenella Iovino nel volume Ecologia Letteraria in cui si invita a pensare la letteratura come una strategia di sopravvivenza in grado di aiutarci a superare “evolutivamente” le sfide poste dalla crisi ambientale.
Le forme letterarie infatti, come afferma Stefano Calabrese teorizzando il concetto di global novel, nascono: «per risolvere e immunizzarci dalle difficoltà storiche, [evolvono] ottimizzando le loro risorse curative e in ultimo muoiono, dove per morte si intende il momento in cui le forme diventano autistiche e propense all’autofagia, staccandosi dalla realtà per il cui ordinato addomesticamento erano nate». Nella storia della cultura ogni rivoluzione, ogni svolta scientifica, tecnica, politica, sociale è costantemente affiancata da uno specchio: le arti e, tra queste, la letteratura. E se la letteratura è uno specchio della società, gli intellettuali dovrebbero essere i primi in grado di coglierne le contraddizioni. La crisi ambientale è una della contraddizioni più evidenti e devastanti della contemporaneità, del nostro sistema di vita ed è soprattutto una crisi
culturale. E qui entra in gioco la letteratura che può contribuire a rimodellare il nostro sistema etico e culturale.
Scrive Donald Webster, famoso storico ambientale americano, in The Wealth of Nature: Environmental History and the Ecological Imagination: «perché ci troviamo ad affrontare una crisi ambientale globale? Scienziati di molte discipline hanno descritto tale crisi con impressionante precisione... (Ma) le scienze naturali non sono in grado da sole di sondare le fonti della crisi che hanno identificato, perché non si trovano nella natura che studiano gli scienziati, ma si trovano nell’uomo, specialmente nella sua cultura che è esaminata dagli storici e dagli studiosi di scienze umane. Stiamo affrontando una crisi planetaria non a causa della modalità di funzionamento degli ecosistemi, ma a causa di quella del nostro sistema etico. Per superare la crisi dobbiamo comprendere quale sia il nostro impatto sulla natura nella maniera più precisa possibile, ma ancor di più, dobbiamo capire a fondo i sistemi etici e usare tale comprensione per riformarli».
La grande sfida del mondo contemporaneo è una sfida estrema ed essenziale: quella per la sopravvivenza della nostra specie e del nostro mondo così come lo amiamo e così come deve rimanere per permettere il mantenimento della vita umana.
Negli Stati Uniti, molti studiosi si sono resi conto del ruolo che possono svolgere la letteratura e le humanities più in generale nella preservazione dell’ambiente naturale e hanno intrapreso programmi di ricerca a riguardo. La natura è il tabernacolo dello spirito del popolo americano: il pegno visibile delle sue avventure, delle sue diversità e delle sue speranze. I luoghi naturali sono, come disse Frederick Jackson Turner, uno storico americano, «la polizza di assicurazione che l’America ha sottoscritto contro il rischio di perdere la memoria di se stessa». Sono la memoria storica, vincente e vivente che la nazione ha di stessa.
Si può speculare su “cosa” sia l’America, senza mai giungere a una conclusione certa, perché l’America è tutto ciò che noi europei vogliamo che essa sia, bella e orribile, generosa e crudele, magnifica e meschina, perché l’America è semplicemente lo specchio sul quale da cinque secoli proiettiamo i nostri sogni e i nostri incubi. E similmente si può cercare di localizzare “dove” sia l’America, se si trovi nei suoi film o ritagliata nel profilo di New York, o nelle riserve degli Indiani del sud-ovest, o nelle casette di legno sperdute nel mare di grano delle praterie del mid-west, o nelle periferie degradate a due passi dall’ostentata ricchezza delle moderne metropoli. Sicuramente una parte essenziale di America e della sua mitologia si trova negli spazi naturali, nella wilderness, che per tale ragione vanno conosciuti, studiati e preservati.
Sulla scia della profonda influenza della natura sulla cultura americana già alla fine degli anni ’80 si è andato diffondendosi lo studio del rapporto tra letteratura e ambiente negli Stati Uniti. Nel 1989 Cheryll Burgess Glotfelty, docente di letteratura americana, pose al mondo accademico letterario una domanda provocatoria: «How can we, as literary critics, respond to the environmental crisis?». La studiosa fece notare che, mentre i movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta come quelli per i diritti civili e l’emancipazione delle donne avevano avuto un riscontro significativo nella formazione degli studi letterari, lo stesso non si poteva dire del movimento ambientalista degli stessi anni.
Negli anni Settanta furono espresse le prime forme di critica letteraria ecologicamente orientata, ma rimasero delle espressioni individuali perché gli esponenti del nuovo pensiero non si unirono in un gruppo identificabile, anzi spesso non erano nemmeno a conoscenza dei reciproci lavori, per cui i loro sforzi non vennero riconosciuti come appartenenti a un distinto movimento critico. In un certo senso ognuno di questi studiosi stava scoprendo, da una posizione d’isolamento rispetto al mondo letterario, un nuovo approccio ambientalista alla letteratura.
Solo a metà degli anni Ottanta iniziarono dei progetti di collaborazione, aprendo così un nuovo campo di studi letterari che cominciò a crescere agli inizi degli anni Novanta. Nel 1991, alla conferenza annuale della Modern Language Association, vi fu una sessione speciale organizzata dal critico Harold Fromm intitolata Ecocriticism: The Greening of Literary Studies.
E da quel momento incominciò a diffondersi il concetto di ecocriticism, che in italiano può essere reso con il termine “ecocritica”. Per ecocritica si intende lo studio del rapporto tra letteratura e ambiente fisico. All’interno di una grande varietà d’interpretazioni e orientamenti, l’ecocritica condivide la premessa fondamentale secondo la quale la cultura umana è connessa al mondo fisico nel senso che lo influenza e ne è a sua volta condizionata.
Oggetto d’indagine di questi studi sono le interconnessioni tra natura e cultura, e in modo specifico le modalità attraverso le quali il linguaggio della letteratura racconta l’ambiente. Il suo discorso teoretico cerca cioè di esplorare le relazioni tra il mondo umano e quello non umano, laddove la teoria letteraria, in generale, analizza i rapporti tra gli scrittori, i testi e il mondo. Per “mondo” si intende comunemente la società. L’ecocritica espande la nozione di “mondo” per includere l’intera esosfera e concorda con la prima legge dell’ecologia di Barry Commoner secondo la quale: «everything is connected to everything else». Data questa legge per assodata, non si può quindi pensare che la letteratura fluttui al di sopra del mondo, ma piuttosto che anch’essa faccia parte di un sistema globale immensamente complesso in cui l’energia, la natura e le idee interagiscono.
L’espressione ecocriticism fu coniata da William Rueckert nel suo saggio Literature and Ecology: An Experiment in Ecocriticism del 1978. Rueckert intendeva per ecocritica l’applicazione dell’ecologia e dei concetti ecologici allo studio della letteratura. Ma le denominazioni di questo ramo verde della critica letteraria sono svariate: literary ecology, environmental literary criticism, ecopoetics, green cultural studies. Il termine “ecocritica” è stato privilegiato perché, analogamente alla scienza dell’ecologia, studia le interrelazioni fra le cose, in particolare tra la cultura umana e il mondo naturale. Inoltre, il prefisso eco- implica forti connessioni tra le parti costituenti un tutto, senza porne alcuna al centro, ma sottolineandone al contrario le interdipendenze. In questo contesto eco, dal greco oikos, “casa”, indica la natura, che è appunto la nostra casa più vasta.
Il campo degli studi ecocritici è molto ampio e non è soggetto a un rigido sistema di codificazione. Nell’introduzione a The Ecocriticism Reader, Glotfelty ricorda i suggerimenti di Wallace Stegner, romanziere, storico e critico letterario, riguardo al tentativo di mettere ordine all’interno della mixed herd  degli studi su letteratura e ambiente. Stegner suggeriva di lasciare che l’argomento rmanesse «large and loose and suggestive and open, simply literature and the environment and all the ways they interact and have interacted, without trying to codify and systematize».
Gli scrittori ambientali americani, i cosiddetti nature writers, non sono un gruppo isolato o di secondo rilievo nel panorama culturale internazionale.
Nel 1992, all’incontro annuale della Western Literature Association, fu fondata la ASLE: Association for the Study of Literature and Environment, con Scott Slovic come primo presidente. Lo scopo della nuova associazione letteraria era promuovere lo scambio di idee e informazioni riguardo a quella letteratura che prende in considerazione la relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale. Intendeva, inoltre, incoraggiare «new nature writing, traditional and innovative scholarly approaches to environmental literature, and interdisciplinary environmental research».
In seguito sono state avviate analoghe associazioni in tutto il mondo: ASLE-UK in Gran Bretagna (http://www.asle.org.uk/ home.html); ASLE-ANZ in Australia e Nuova Zelanda
(
http://www.asle-anz.asn.au); ASLE-India (http://www.geocities.com/asle_india/index.htm); ASLE-Japan (http://www.asle-japan.org/english/); ASLE-Korea (http://www.aslekorea.org); ASLE-Taiwan (http://sites.google.com/site/asletaiwan/) e la EASLCE, European Association for the Study of Literature, Culture and Environment, (http://www.hermaldegree.com/designs/easlce/), che si propone di essere un punto di riferimento a livello europeo per lo scambio di informazioni sulle rappresentazioni della relazione tra ambiente, letteratura e cultura, favorendo anche il dialogo interdisciplinare tra studiosi che avvicinano i problemi ambientali da differenti punti di vista. Membri dell’associazione sono infatti letterati, ma anche storici, linguisti, filosofi, sociologi, psicologi, studiosi delle arti visive.
Alla MLA conference del 1999 è stato poi dedicato un forum speciale alle Literatures of the Environment considerate un campo in vigorosa crescita come dimostrato dalla nascita di associazioni, progetti di ricerca e gruppi di studio in vari Paesi (Australia, Corea, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Messico, ecc.) dove i nature writers americani sono conosciuti e pubblicati e dove il campo dell’environmental literature è materia di studio in rapida diffusione.



Anna Re



[ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 17/11/2010 alle 19:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LETTERATI IN TRINCEA PER SALVARE LA TERRA
post pubblicato in Ecocritica, il 17 novembre 2010



Nel 1989 Cheryll Burgess Glotfelty, docente di letteratura americana, pose al mondo accademico letterario una domanda provocatoria: «Come possiamo, in veste di critici letterari, rispondere alla crisi ambientale?». Sono passati due decenni eppure il quesito rimane attuale e la risposta sempre incerta.
Difficile dire quale deve essere l’atteggiamento degli intellettuali nei confronti della crisi ecologica e qual è il ruolo che la letteratura è chiamata a svolgere per risvegliare le coscienze e indurre gli uomini a comportarsi di conseguenza. Ecco perché, come suggerisce Serenella Iovino, «parlare criticamente di ambiente, cultura e valori è importante, per riflettere sul loro nesso strettissimo, che si può risolvere in un circolo tanto vizioso quanto virtuoso». Una società consapevole delle influenze dei propri comportamenti in senso ecologico ha il dovere di intervenire, sviluppando tecnologie e, soprattutto, modelli culturali che non puntino più a valori meramente economici e che siano più attenti al futuro dei nostri successori, della terra e delle altre forme di vita.
Il PIL non è, infatti, l’unico indicatore della salute di una società, l’Onu stessa ha proposto il riferimento più ampio “indice di sviluppo umano” (ISU). Tutto ciò è possibile a patto che anche nella società postindustriale si sviluppi, come auspica lo State of the World 2010, una nuova cultura dell’ambiente, che coinvolga in primis i modelli di produzione e di consumo, rivoluzionandoli dalle loro fondamenta, e superi l’antitesi tra natura e cultura, situandole in un “tutto” ecologico, fatto di interrelazioni, dal quale non possiamo prescindere.
Questi moderni paladini dell’ecocriticism (o ecologia letteraria) non sognano un nostalgico ritorno al passato, all’insegna del mito o dell’arcaismo. Semplicemente, si oppongono a chi intende tout court perpetrare l’opera di distruzione della natura, difendendo quest’ultima come luogo della differenza e della possibilità, per contrapporre all’immagine piatta e monocorde che la cultura moderna propone di sé stessa il culto di un mondo in cui l’uomo possa vivere in armonia con l’ambiente che lo circonda e lo nutre.
Un orizzonte ambizioso, perseguito stravolgendo l’habitus del testo letterario: non più solo servitore del gusto, ma maestro di attenzione, consapevolezza, convivenza.
Come? Applicando il metodo critico, con l’ermeneutica. Sulla scia del monito secondo cui l’uomo deve ritornare a prendersi cura della vita naturale in pericolo e riconcepire la semantica dell’abitare il paesaggio, la natura perde la sua valenza di semplice proiezione dell’agire umano e diventa elemento attivo della relazione, con personalità e diritti. Ecco allora prendere forma una critica serrata all’antropocentrismo, che ricorre in tutto il lavoro della Iovino: «dare voce a istanze della natura, in quanto istanze marginali, pur rimanendo nel solco di una tradizione umanistica che è un’etica della cultura, equivale ad inventare un altro tipo di umanesimo: un umanesimo non antropocentrico. Quando parlo di un umanesimo non antropocentrico immagino un tipo di umanesimo esteso, capace di stabilire relazioni di prossimità costruttiva (“buon vicinato”) con le altre specie e con l’ambiente naturale».
In questi intellettuali, di ieri e di oggi, brilla la fiamma della fede assoluta in uno spazio incontaminato, un’attenzione massima alle sorti della natura, le nostre. E la parola vibra come una spada proprio per sconvolgere, per suscitare l’azione estrema, per inaugurare un avvenire culturale più dinamico, che offra una chance in più alla sopravvivenza del pianeta e di chi lo abita.
Se è vero che c’è un rapporto profondo tra natura e cultura, allora anche le opere letterarie hanno il compito di aiutare la nostra società a far sì che la coscienza ecologica non rimanga, ora e nella storia, una chimera.
C’è nei loro versi una sensibilità ecologica che si fonde a un’attenzione sociale e storica per tradursi, a tutti gli effetti, in un impegno di carattere etico. E dall’etica si riconosce il grado di civiltà di una società.
Partendo dal presupposto che, come ha osservato Todorov, la letteratura è il miglior strumento di cui disponiamo per comprendere la condizione umana e per consentire agli uomini di dare senso al mondo e alla vita, ne deriva che mettere al centro del lavoro letterario e di quello critico l’attenzione per l’ambiente è senz’altro un punto di partenza edificante e corretto.
Anche perché è ormai risaputo che la natura non è masochista e che la risoluzione dei problemi non può più essere di esclusiva pertinenza della scienza.
Questa scelta di consapevolezza, tuttavia, non è mai una scelta neutrale. Essa, infatti, rappresenta una forte tensione polemica, basata sulla constatazione che l’idea di cultura trasmessaci dalla nostra società, per lo più volta a creare un divorzio concettuale tra umanità e natura, è inadeguata a fronteggiare i problemi del presente. Se la crisi ecologica è essenzialmente una crisi culturale, come ha insegnato il padre dell’etica della terra Aldo Leopold, è necessario modificare i modelli, le costruzioni teoriche e le gerarchie di valori per emigrare verso una forma “evoluta” di cultura, in cui conoscenza e responsabilità, sottolinea ancora Iovino, siano funzione l’una dell’altra. Una forma di cultura che ci insegni a comprendere che l’essere umano può sopravvivere come specie soltanto se è accompagnato, in questo percorso, dalle forme di vita non umane. 
L’etica ambientale parte dal presupposto che umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella della compresenza e non della distruzione reciproca, e che la cultura è uno strumento adattivo di impareggiabile valore nell’evoluzione dell’uomo.
Per dimostrare la validità di queste premesse, l’etica ambientale si allea spesso con altre discipline e pratiche tradizionali come l’economia, l’architettura, le arti figurative, l’agricoltura, la biologia e, non ultima, la letteratura.
L’idea di un discorso congiunto di letteratura e filosofia dell’ambiente scaturisce dalla persuasione che sia possibile un uso etico-ambientale dei testi letterari, che essi possano, cioè, contribuire a un’evoluzione del modo in cui ci orientiamo eticamente nel nostro rapporto con il mondo non umano. Joseph Meeker nel 1972 pubblicò The Comedy of survival: Studies in Literary Ecology, con prefazione di Konrad Lorenz. Nelle sue intenzioni l’ecologia letteraria doveva occuparsi delle relazioni tra i testi letterari e i temi biologici e, insieme, di quale fosse il ruolo della letteratura nell’ecologia della specie umana.
Se, dunque, la creazione della letteratura è un’importante caratteristica della specie umana, allora dovremmo esaminarla con attenzione e onestà per scoprire la sua influenza sul comportamento umano e sull’ambiente naturale. Ancora Iovino: «…un modo per rispettare un’opera nella sua volontà di fare cultura è quello di vedere la sua capacità di offrirci nuovi strumenti per comprendere il mondo e agire criticamente in esso. Che in tal modo si offra una chance in più alla sopravvivenza e al percorso evolutivo della nostra specie (e di ogni forma di vita che più o meno direttamente dipende da noi) è qualcosa su cui vale senz’altro la pena di scommettere».
Le opere letterarie potrebbero, in quest’ottica, regalare alla specie umana un’“evoluzione consapevole” e regolata (Ornstein e Ehrlich, 1990), che porti alla costruzione di una comunità aperta, trasversale e interspecifica, che rispecchi a tutti gli effetti la “comunità biotica” di cui parlava Leopold: una comunità non omogenea, ma proprio per questo strettamente interdipendente.
Per affrontare questo enorme lavoro di “restauro culturale”, la studiosa Anna Re, docente di letteratura, filosofia e sociologia dell’ambiente allo IULM di Milano, rivela: «dobbiamo innanzitutto salvarci dalla tirannia del tempo, impegnare le nostre menti in riflessioni intrise di sensibilità poetica e recuperare la fede in tutto ciò che suscita stupore e meraviglia, che non possiamo registrare ai ritmi sfrenati della routine urbana moderna. La natura si muove lentamente e noi perdiamo la pazienza troppo in fretta, smarrendoci prima della rivelazione». Da queste parole traspare l’esigenza di un cambiamento a 360°, per guardare tutto ciò che abbiamo intorno in modo diverso, per percepire affinità, cicli e rituali. Solo così saremmo in grado di restituire dopo aver molto preso, conquistando quella remissività del cuore che conduce all’amore e al rispetto.
Il sasso letterario è così lanciato di nuovo e speriamo che qualcuno lo raccolga presto.
La natura è comunque lì ad attendere.


Giulia Maringoni


[ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 17/11/2010 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
NAVE DEI MISTERI: ANALISI SUI SEDIMENTI PRELEVATI SUL FONDALE
post pubblicato in Ecocritica, il 12 novembre 2010

I veleni sepolti negli abissi. Dopo il ritrovamento d’un misterioso relitto al largo delle coste calabresi – un relitto che il pentito Francesco Fonti indica come ricolmo di rifiuti radioattivi – occorre immediatamente approntare un piano d’intervento. Un piano che coinvolga le massime autorità del nostro Paese volto a recuperare e analizzare i fusti custoditi nella stiva del battello affondato a 14 miglia da Cetraro. Un piano che contempli anche l’ampliamento delle ricerche in altre aree del Mediterraneo per individuare le "carrette del mare" mandate a picco per truffare le assicurazioni e stoccare clandestinamente sostanze nocive. L’epoca delle colpevoli sottovalutazioni è finita. E non c’è tempo da perdere. «Se manca la collaborazione esterna siamo perduti – dice il procuratore di Paola, Bruno Giordano -. Noi partiamo da un dato oggettivo: quella ritrovata è una nave clandestina che ufficialmente non è mai naufragata. L’ipotesi concreta è che sia stata fatta affondare per farla sparire insieme al suo carico. Il resto è affidato alla collaborazione dello Stato. Se questo non avviene il problema sarà di difficile soluzione». Giordano, in particolare, sottolinea che uno dei passi che dovrà essere compiuto adesso, è cercare di risalire al contenuto della nave. Ma se si tratta veramente di materiale radioattivo, come ha riferito il collaboratore di giustizia, «sarà necessario utilizzare attrezzature particolari che certamente noi non abbiamo. Ci vorrà tempo e soldi. Noi andiamo avanti con la politica dei piccoli passi. Staremo a vedere». Nei prossimi giorni, intanto, si avranno i primi risultati degli esami condotti sui sedimenti recuperati sul fondo marino dove si trova il relitto. Si tratta di sedimenti di carattere ferroso prelevati dai tecnici dell’Arpacal, durante l’ispezione esterna dell’imbarcazione effettuata con l’ausilio di un robot. «Adesso – è stato il commento dell’assessore all’Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco – c’è un’emergenza verità. Mi auguro che già domani la presidenza del Consiglio di Ministri ci dica come intende muoversi». Greco ha anche sottolineato la necessità di avviare una ricerca marina per verificare se corrispondano al vero le voci secondo cui sarebbero una trentina le navi a perdere dei veleni affondate lungo le coste calabresi. «Occorre – ha detto – investire risorse ed intelligenze che in Italia non mancano. L’Ispra, ad esempio, è in grado di condurre una ricerca di questo tipo». Nel quadro degli "affari" subacquei in cui era coinvolta la ‘ndrangheta, il pentito Fonti non parla, peraltro, solo della "Cunsky" – che s’ipotizza sia quella ritrovata adesso a largo di Cetraro – ma indica altre due imbarcazioni, cariche di scorie, fatte saltare con la dinamite nello stesso periodo: si tratta della "Yovonne A", finita in fondo al mare al largo di Maratea e della "Voriais Sporadais" affondata davanti alle coste di Genzano. Nessuno le ha mai cercate. Poi ci sono delle altre navi naufragate in circostanze sospette e con un carico misterioso ma che non hanno a che fare con la mafia calabrese. Sono la "Rigel" colata a picco il 21 settembre 1987; la "Mikigan", affondata il 31 ottobre 1986; e la "Four star 1" finita in fondo al mare il 9 dicembre 1988. I loro relitti non sono mai stati individuati. Qualcuno, infatti, fornì ai Lloyd’s di Londra coordinate sbagliate del luogo di inabissamento…

 

 Arcangelo Badolati 

 

Gazzetta del Sud 14 settembre 2009

*
]



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/11/2010 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALFREDO TODISCO
post pubblicato in Ecocritica, il 10 novembre 2010

 

Alcune settimane fa è morto Alfredo Todisco, un giornalista e scrittore che ha avuto un ruolo importante nei primi anni settanta del Novecento, in quella stagione che è stata definita la primavera dell’ecologia. Todisco era nato nel 1920 a Melfi, in Basilicata, ma aveva trascorso gran parte dalla vita a Trieste e poi a Milano. Viene per lo più citato come autore di fortunati romanzi di ispirazione psicanalitica e di sofferte storie d’amore, ma voglio qui ricordarlo per i suoi scritti dedicati all’analisi dei rapporti fra gli esseri umani, le attività produttive, i consumi e la natura.
Negli anni dal 1968 al 1974 i grandi giornali nazionali si fecero interpreti del nuovo fermento ecologico attraverso la voce di vari scrittori che ebbero un breve intenso periodo di celebrità: Antonio Cederna (1920-1996) e Alfredo Todisco sul Corriere della sera, Mario Fazio (1925-2004) sulla Stampa, Virginio Bettini sull’Avvenire, Giovanni Berlinguer sull’Unità, Salvatore Giannella sull’Europeo, Dario Paccino (1918-2005) sull’Avanti!, altri sul Giorno e sulla Gazzetta del Mezzogiorno. La «lettura» degli eventi ecologici era diversa nei vari giornali; alcuni vedevano nell’ecologia un volto della contestazione che aveva da poco investito le Università, da Parigi a Berkeley in California, a Milano e Trento; alcuni diffondevano la voce e le denunce delle associazioni Italia Nostra e Wwf; per alcuni i guasti ambientali erano una delle manifestazioni della violenza del sistema capitalistico e addirittura l’«ecologia delle contesse» appariva come un modo del capitalismo per mettersi in pace con la coscienza. Antonio Cederna continuava la sua battaglia contro la violenza esercitata sul territorio, sui beni culturali, sul verde.
Questa pattuglia di giornalisti faceva conoscere, spiegava e interpretava per l’opinione pubblica le novità che nascevano nelle università, dalle cattedre di ecologia a quelle di economia, ma anche l’attività della magistratura: un piccolo gruppo di «pretori d’assalto» denunciava abusi e inquinamenti utilizzando le leggi esistenti e stimolando l’emanazione di nuove leggi sulla difesa del mare, delle acque, dell’aria. Questo fermento indusse l’allora presidente del Senato, Fanfani, a istituire una commissione mista di senatori e studiosi per riferire al Parlamento lo stato delle conoscenze sui «Problemi dell’ecologia», secondo il titolo dei tre volumi di atti che apparvero nel 1971. Alfredo Todisco era un osservatore attento e riusciva a cogliere e descrivere anche gli aspetti economici e sociali dei nuovi fermenti. Ricordo una sua intervista a Bertrand de Jouvenel (1903-1987), il padre del movimento francese Futuribles per l’analisi dei futuri possibili, il primo economista che mise in evidenza che il conto della sola ricchezza monetaria, il prodotto interno lordo, Pil, non tiene conto dei danni monetari, sociali, ambientali e umani di tante attività. Todisco fece conoscere un famoso e dimenticato libro di de Jouvenel, Arcadie: essai sur le mieux vivre, nel quale veniva raccontato il paradosso delle due sorelle, una diligente madre di famiglia impegnata nell’educazione dei figli, che non produce reddito e quindi non contribuisce al Pil nazionale, e una che fa la «escort», come si direbbe oggi, e quindi produce reddito e contribuisce al Pil pur con una attività non particolarmente entusiasmante. Se la massa di denaro che attraversa una economia, il Pil appunto, non tiene conto di molti aspetti, fra cui le alterazioni ambientali, da cui dipende il vero benessere di una società, gli economisti avrebbero pur avuto qualcosa da dire; e lo fecero, addirittura nell’ambito della austera Società Italiana degli Economisti che organizzò un convegno su «Economia e ecologia» nel 1973. Todisco fu uno dei primi a far conoscere il movimento di Aurelio Peccei (1908-1984) che nel 1969 aveva fondato il Club di Roma e che aveva stimolato la preparazione e la pubblicazione del libro I limiti alla crescita, apparso nel 1972; il libro ebbe, al momento, un enorme successo e avrebbe gettato le basi di una critica dell’economia tradizionale, «riscoperta» di recente dal movimento della cosiddetta «decrescita».
In Toscana nel 1972 Todisco scoprì e denunciò l’inquinamento provocato dallo stabilimento Montedison di Scarlino (Grosseto) [
* ] che produceva biossido di titanio, una polvere bianca usata nelle vernici. La materia prima era un minerale di titanio chiamato ilmenite, che veniva attaccato con acido solforico; dalla miscela di solfati di titanio, ferro e altri elementi veniva separato il biossido di titanio; restava una massa di «fanghi rossi», fortemente acidi, che venivano versati nel Mare Tirreno fra la Toscana e la Corsica con grave alterazione dell’ecosistema marino. Le proteste degli ambientalisti italiani e corsi indusse le autorità ad avviare un processo contro lo stabilimento e anche un’indagine parlamentare da cui emerse che l’inquinamento poteva essere evitato e addirittura era possibile recuperare materie utili dai fanghi invece di sporcare il mare. Todisco intervenne, nello stesso 1972 quando la Regione Puglia emanò una legge che autorizzava le cacce primaverili, dannose per la fauna migratoria: una raccolta di firme sollecitata dal giornalista indusse il Commissario di governo a bocciare tale inopportuna legge. Todisco raccolse alcuni suoi scritti in due libri Animali addio del 1973 e Breviario di ecologia del 1974, che però non avevano più la freschezza degli articoli scritti al momento, trasmessi per telefono, come si usava in quei primi Anni Settanta.
Ho voluto ricordare questa dimenticata pagina della storia dell’ambiente per ribadire dove si può cercare una salvezza contro le distorsioni, le ingiustizie e la violenza anche ecologica: «E’ la stampa, bellezza !», dice Humphrey Bogart nel celebre film: L’ultima minaccia (1952). Difendiamola quindi tenacemente, la stampa, soprattutto quando ci fa conoscere i pericoli che ci circondano.

Giorgio Nebbia


 [
* ]


vedi
quì


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/11/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
HOMO RADIX
post pubblicato in Ecocritica, il 10 novembre 2010



"Sono un cercatore di alberi. Da bambino amavo gli insetti più che gli altri bambini. Poi le cose, per fortuna, sono cambiate, ma ho avuto sempre un grande interesse per le altre creature». E’ in questa particolare definizione degli alberi come «creature» il significato della passione di Tiziano Fratus, 35 anni, bergamasco, che ha scritto Homo radix (Marco Valerio edizioni) [ * ], una guida per trovare e conoscere gli alberi monumentali, quelli che hanno resistito agli insulti del tempo e alle esigenze della civiltà, per secoli.
Fratus si definisce «uomo-radice», che «si è svegliato albero»: il piacere che prova nel vederli e nel raccontarli va di certo più in là del semplice stupore di fronte alla loro mole e alla loro bellezza. Nel libro, infatti, ci sono i racconti di 40 «monumenti», costruiti dalla natura nel corso dei secoli, come faggi, tassi e pini, oltre al Castagno dei cento cavalli in Sicilia, sulle pendici dell’Etna, che - si stima - abbia tra i 2 mila e i 4 mila anni. «Reclamo il mio peso in radici», scrive Fratus e, se l'affermazione può sembrare un po’ sopra le righe, il poeta torinese ha realizzato un lavoro di ricerca letteraria e filosofica che va al di là dell’ammirazione e approda alla conservazione e comprensione di questo patrimonio.
«Ho raccolto le mie impressioni e gli appunti di viaggio per “raggiungere” queste creature. Alcuni hanno collocazioni complesse e non è facile arrivare». La raccolta «racconta» gli alberi, ne cita l’età, il luogo, e i riferimenti letterari. «Sono diversi gli autori che hanno scelto come protagonisti gli alberi monumentali: Mario Rigoni Stern, Carlo Cassola, Jack Prevert, che ha scritto Alberi, e Jean Giono». In L’uomo che piantava gli alberi Giono trova nel piantare alberi il riscatto dell’umanità attraverso un solo uomo. «Ma spesso gli alberi devono essere difesi dagli esseri umani - spiega Fratus -. In Australia c'è l'albero forse più grande del mondo, un eucalipto di 110 metri di altezza, ma i guardaparco non dicono dove si trova: temono le incursioni dei vandali».
Per Tiziano Fratus l’amore per gli alberi secolari è una filosofia: «Negli ultimi venti anni ci si è resi conto che anche le foreste sono un nostro patrimonio culturale. Spesso si ha paura di mostrarli come in Australia, ma dovrebbero invece essere disponibili per tutti. Sono un patrimonio dell’umanità». L’Unesco ha già inserito alcune di queste «creature» come - appunto - patrimonio dell’umanità: per esempio I Cedri di Dio (noti anche come Cedri del Signore o Horsh Arz el-Rab), ultimi resti della foresta che una volta ricopriva il Monte Libano. In Italia gli alberi plurisecolari sono circa 1200, censiti dal Corpo forestale dello Stato e in qualche modo protetti dalle istituzioni. Molti, però, sono ancora sconosciuti.
Il 21 novembre sarà la Festa nazionale degli alberi: una ricorrenza lanciata sedici anni fa da Legambiente nelle scuole e che nel 2010 è stata adottata dal ministero dell’Ambiente. Quest’anno si punta a rendere effettivo per i Comuni l’obbligo di piantare un albero per ogni nato, abbreviando i tempi per la messa a dimora da 12 mesi a 90 giorni. E due mesi prima della scadenza del mandato il sindaco dovrà rendere noto il «censimento arboreo» del proprio Comune. Intanto, tra due mesi, il 2011 sarà dichiarato come l’Anno delle Foreste." (da Antonella Mariotti, L'uomo che cerca l'anima degli alberi, "La Stampa", 09/11/'10)

 [
* ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/11/2010 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
FINO ALL'INIZIO DEL MONDO (L'ULTIMA FOTOGRAFIA DI LUIGI GHIRRI)
post pubblicato in Ecocritica, il 10 novembre 2010



Il linguaggio comune di solito chiama profetico lo sguardo acuto di chi coglie in germe i segni presenti, il dono dell’attenzione che anticipa lo svolgersi futuro del mondo. Come vedere la fine dei luoghi, dell’appartenenza, forse dell’abitare, la liquidazione delle identità legate al territorio. Soprattutto la fine della capacità di vedere. La cecità è oggi un dato comune. Ma da quanto tempo? Che la gente non sapesse più vedere niente era già chiaro a Luigi quando usciva di casa e fotografava lì intorno, o faceva centinaia di chilometri in auto allo stesso scopo. Ed è tutt’altro che strano che nelle chiacchiere d’attualità si parli tanto di luoghi. La regola è che si parli di ciò che non c’è più, come il paesaggio. Luigi parlava di ciò che non c’è ancora.
All’epoca della sua profezia, ma si potrebbe dire della sua fantascienza, io vedevo in Luigi Ghirri, che accompagnavo a volte nei suoi viaggi terrestri, l’esempio più solido dell’appartenenza. Del resto non si paragonava con gli amici a una cipolla, talmente era legato alla terra? Viaggiava di continuo, ma si diceva pigro. Di fianco a lui mi sentivo sempre un viandante. E la definizione di viandante è la stessa dell’esperto di illusioni: provare nostalgia anche a casa. Io provavo nostalgia per il senso di appartenenza di Luigi.
Oggi queste differenze mi sembrano molto sfumate. E’ una delle sue “profezie” avere colto la fine del luogo come fine dell’esperienza del luogo. Avere visto la trasformazione del mondo in un’immensa ininterrotta periferia cosparsa di detriti. L’uso è condivisione. L’uso comune delle cose è ciò che ci separa dalla sfera del sacro, che è la separazione stessa, e che a suo modo è un altro uso. Oggi che del luogo non c’è più uso né condivisione, al limite solo abuso e complicità, e le nostre identità sono sparse in una miriade di non appartenenze, per un artista si tratta, come già in altre epoche, di rappresentare l’irrappresentabile. E mi accorgo che il fotografo concettuale Luigi Ghirri aveva già più volte inaugurato questa soglia.
L’autore di Atlante, di Still life, delle Nuvole, il visitatore incantato dell’atelier di Morandi e delle geometrie di Versailles, non nutriva nessuna illusione quanto al destino dell’appartenenza. Il cantore delle mappe del Mondo sapeva, come pochi altri artisti contemporanei, che oltre la sua cancellazione il mondo è un immenso territorio estetico da disegnare come una tela; che oltre l’oblio che lo ricopre esso chiama un nuovo guardare e un nuovo abitare; e che la periferia, come l'immaginazione, ha propri percorsi, verità e bellezze interstiziali. Quando alla fine degli anni ‘80 gli venne commissionato un lavoro di descrizione del territorio per Real World (progetto di Peter Gabriel di World Music), lavorava già sulla cancellazione del paesaggio -la trasformazione della realtà in un reality, slegata cioè da ogni dinamica naturale. Ma per Luigi, come per i veri maestri, non esiste materiale sterile. Non esiste nemmeno una non-natura.
C’è una storia, tramandata dalla mistica ebraica dei chassidìm, che è un buon esempio della sua etica della povertà e della sua fede nell’inizio. La cito come me la ricordo, l’ho letta molti anni fa.
C’era una volta una generazione di chassidìm che, quando dovevano assolvere un compito difficile, o prendere una decisione importante, andavano in un luogo nei boschi, accendevano il fuoco e dicevano delle preghiere, assorti nella meditazione. Un chassidìm della generazione successiva, di fronte alle stesse incombenze, andava nello stesso posto nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”, e questo era sufficiente. Ancora una generazione dopo, un altro chassidìm che doveva assolvere lo stesso compito, andava nel posto e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete preghiere, ma conosciamo il luogo dove tutto questo accadeva”, e infatti bastava. Finché, in un’altra successiva generazione, dovendo affrontare lo stesso compito, il chassidìm restava seduto nel proprio castello, e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il posto nel bosco, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E infatti bastò, il suo racconto ebbe la stessa efficacia delle altre azioni.
L'ultima foto di Luigi Ghirri era un passo in più per ricominciare da capo a tradurre il mondo, anche nella sua assenza di forma. Sì, dopo l’esplorazione dello studio di Giorgio Morandi c’era il desiderio di tornare a casa, nell’intimità di un privato condiviso, per poi ritornare là fuori, disvelare nuovi modi di guardare il mondo, nel gesto liturgico di fotografare per ripulirlo, perdonarlo, benedirlo. Insomma abitarlo.
La sua ultima foto è un andarsene nella nebbia e nella cancellazione che dissolve anche il bordo dell’immagine rettangolare, si perde nel bianco della carta, nel mormorio del fuori campo, dissolvendo limiti e confini. Uno sparire luminoso, un sentiero di luce accanto e dentro la terra arata, scura e invernale, una via lattea che appartiene e pertiene alla terra madre – la terra, questa sì, mondializzata e mondiale, quella della decrescita e dell’ecologia, la terra dell’essere-umani-sulla-Terra. Sparire come viatico, viaggio iniziatico, semplice e leggero; viaggio nel futuro, nell’infinito, lieve come una canzone di Bob Dylan, come l’invito a non avere paura, andare, lasciarsi andare. Passi leggeri come nuvole.
Quando anni fa sognavo di accompagnare Luigi nelle sue ultime fotografie sul bianco e il nulla, fatte a due passi da casa, vicino alla via Emilia, pensavo forse qualcosa di romantico. Forse il qui, il più vicino, il questo delle cose e dei luoghi - mi dicevo - coincide con ciò che ci appare più distante e inaccessibile, come l’idea dell’infinito e del nulla. Così come lui fotografava non solo cose e luoghi ma il vedere stesso – il puro vedere che esiste anche dove non c’è nulla di visibile, aspirando magari a non vedere più niente, o niente di speciale - allo stesso modo avrei desiderato, col suo esempio, avvicinarmi a dire quella “pura lingua”, o pura prosa, trasparente a se stessa, che è stato il mio vero desiderio: utopia del non avere beatamente (più) nulla da dire, o, come ha scritto un filosofo, dire e parlare una lingua che sia “come la lingua degli uccelli e dei nati di domenica”. Anche senza avere bisogno, per esprimersi, di ricorrere a “gesti, salti, grida di meraviglia e d’orrore, latrati o chiurli d’animali”, oppure ad oggetti estratti a caso dalla bisaccia, “piume di struzzo, cerbottane e quarzi” - come il Marco Polo delle Città invisibili - avrei però volentieri condiviso con Luigi quell’altro brano di Calvino, quasi una fragile allegoria dell’umano bisogno di un narratore di luoghi: “Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri...”
E forse, aggiungevo, a quella pura lingua, o pura prosa, ci avviciniamo a volte nel silenzio: quando ci accorgiamo, nel piacere di stare semplicemente nel mondo, di uno stato di consapevolezza la cui descrizione sarebbe un puro elenco delle cose di cui siamo coscienti, ivi compreso il nostro corpo e il respiro, il dentro e il fuori, il visibile, l’udibile, il tattile, l’odorabile. Quando proviamo una di quelle peak experiences che solo impropriamente vengono dette trascendentali, perché in effetti in esse si sente, si sperimenta con esattezza, un perfetto e semplice coincidere di immanenza e trascendenza, anzi di imminenza. “La nostalgia più profonda, ha scritto un altro filosofo - Lukàcs giovane, quando era “mistico” e innamorato - non è altro che l’aspirazione che il mondo così com’è (o: “quale che sia”) sia Uno”.
“La natura non è fotografabile, ci vuole sempre un elemento umano” (Luigi Ghirri). Eppure, come William Turner, Luigi era scandalosamente attratto dal vuoto, dallo spazio senza le persone, o da cui le persone sono andate via. La traccia dell’umano è nel mirino del fotografo, “l’omino sul ciglio del burrone”, diceva. E bastano le tracce che la gente lascia quando se ne va; perfino le tracce che si lasciano quando si cancellano le proprie tracce.
Ora, nessuno come Luigi ha insegnato che ogni luogo è un luogo, degno di attenzione, di non disprezzo (e “luogo”, in ebraico Hamakom, è uno dei tanti nomi di Dio). Il luogo dell’ultima foto c’è, nessun dubbio, come c’è ancora – mi scuso dell’estremismo dell’esempio – il luogo dell’epifania negativa filmata da Claude Lanzmann nel suo celebre Shoah. C’è un fotogramma del film che resta a lungo immobile, quello di uno spazio, un campo vuoto nella campagna di Auschwitz. Il testimone tardivo lo filma, lo guarda, lo mostra, lo fissa: c’è un rettangolo di terra in rilievo, una striscia verticale più scura al centro dell’immagine, una dead line, linea d’ombra, alberi indistinti sullo sfondo, e una striscia orizzontale di cielo. Sulla terra, in basso, delle parole sovrimpresse all’immagine fissa, come nella voce off: “Non riesco a credere che sono qui. Era sempre così tranquillo, qui. Anche quando si bruciavano ogni giorno duemila persone era così tranquillo”.
Tranne la somiglianza geometrica dell’immagine, tranne l’appartenere alla stessa Terra, nelle foto di Luigi non c’è mai fine del mondo, ma punti di partenza. Nessun lutto, ma un procedere verso l’inizio del mondo, la sua alba. Una sensuale, acquatica e terrestre Origine du monde. L’immagine più spoglia e sublime, più ascetica e informe, più ribelle ai canoni, può rinunciare a tutto, ma non al vuoto silenzioso, il vuoto riempito di luce.
Ho una predilezione per le immagini sfumate, cancellate, fantasmatiche, ectoplasmiche – come la frontalità di un volto, che si oppone alla violenza del ritratto in virtù del suo disfacimento, volto irriconoscibile che ci guarda, ci riguarda. Se lutto e rappresentazione sono in fondo sinonimi, Luigi ha sempre abitato lo stupore dell’evento, l’eterna scoperta dell’alterità e dell’infinito, cioè il sublime. Sublime, nell’arte, vuol dire non rappresentare, ma far coincidere un’immagine con un concetto, rendere visibile che vi sia qualcosa che può essere concepito e al tempo stesso non può essere visto, né reso visibile. Luigi guardava le cose i luoghi come se fossero volti.
Resta che l’armonia delle sue immagini, - che si situano pressappoco nella sezione aurea tra il Monaco di fronte al mare di Caspar David Friedrich (1809) e Green on Blue (1956) di Mark Rothko - la loro coerenza o felicità (come si dice appunto per la sezione aurea), si concilia magicamente anche con l’assenza di forma.
A line made by walking, del 1967, è un’opera di Richard Long che mi viene ora in mente. La vado a cercare: si vede una linea di luce che percorre un prato, un campo d’erba, fino a degli alberi in fondo. Arte del camminare: quella linea luminosa, quello shining di stella spenta che emerge dalla fotografia dell’opera di Richard Long è fatta dai suoi passi ostinati: lui ha camminato per tutti gli uomini (si può, si deve camminare dopo Auschwitz). Arte della traccia, quella linea di luce fatta dal cammino dell’uomo taglia verticalmente l’immagine al suo centro, decostruisce il quadro e va verso l’infinito. A meno che non sia l’inverso, che sia l’infinito a giungere fino a noi, fino al nostro sguardo e corpo. L’immagine assomiglia stranamente al fotogramma del film di Lanzmann (ma anche al campo lungo del parco in Blow up di Antonioni, storia di un fotografo). In fondo è sempre la stessa Terra. Qui però la linea non è d’ombra, non è così vuota né così piena, è una striscia di luce quasi senza tempo. Muta soprattutto il fuori campo, quella “continuazione dell’immagine nella sua cancellazione” (Luigi Ghirri), muta il suspens, la sospensione. La luce e il vuoto sono sempre effetto di suspens e di sospensione.
Poi c’è la terra. Troppe volte diciamo “per terra”, anche se non è più “la terra”, mentre la vita scorre tra pavimenti e soffitti, al massimo su lastre di pietra e superfici di asfalto. Ma qui c’è la terra. Arte di terra, land art nel suo senso più umile: se siamo fatti di terra, non possiamo perdere né acquistare terreno. “Non si ha mai terra da perdere – ha detto un Maestro - perché si è della terra”.
“Non c’è nulla di antico sotto il sole”, ripeteva Luigi rovesciando il detto dell’Ecclesiaste.
Avevo promesso di non parlare del passato, di evitare anche il lutto del luogo - come era, come è adesso, come non è più. Ho rinunciato così al gesto e genere a me più congeniali – andare sul luogo, passeggiare, divagare coi piedi, gli occhi e le parole. Il luogo, naturalmente, è quello dell’ultima fotografia di Luigi Ghirri, che pure c’è, esiste, a un paio di chilometri da dove abitava.
Sono cresciuti i nuovi condomini e le villette intorno a Roncocesi, scomparsi i fienili e vecchie mura. Sulla strada che va al cimitero cinto dal muro ora c’è un giardino curato, con le panchine e i lampioni. Il cimitero è circondato da un’area di parcheggio asfaltata coi posti predefiniti per le automobili, allineate in bell’ordine come le tombe. Ciò che resta o resiste è la vigna di fronte al cancello d’ingresso. Dopo il cimitero tutto sembra invariato. La strada si restringe, immersa tra i campi solcati dai canali d’irrigazione, di cui costeggia gli argini. Nei canali imperversano le nutrie. Il luogo si chiama “Valle dei Re”. Si arrivava a una chiesa diroccata che aveva di fronte un convento fatiscente; si mangiava gnocco fritto e la gente andava a rubare i pezzi di marmo, forse per adornare le future villette. La chiesa crollante è crollata del tutto, il convento ristrutturato, e i filari di pioppi cipressini all’orizzonte, già feriti dall’autostrada, quei filari di pioppi fotografati che avrebbero costituito un’inedita installazione visiva, da tempo sono tutti morti - come bruciati. Il luogo è qui, rinvenibile con precisione. Don’t look back.
L’ultima volta che sono stato a Roncocesi era domenica, l’odore biancastro dell’inverno, la terra invisibile, i bar chiusi, le automobili in sonno, le strade vuote, la voce di un bambino, un fugace sbattere di portiere nel parcheggio asfaltato.

- Murphy, la vita è solo figura e sfondo.

- Nient’altro che uno smarrirsi sulla strada di casa – aveva replicato Murphy (Samuel Beckett)


Beppe Sebaste, marzo 2009


[
*
 ]



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/11/2010 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Sfoglia novembre