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ADDIO AL CALCIO
post pubblicato in Magrelli, Valerio, il 28 ottobre 2010

«Non esiste punteggio, né squadre, né partite. Gli stadi non sono che cantieri in demolizione. Oggi ogni cosa avviene solo negli studi della radio e della televisione. La falsa eccitazione degli speaker non vi ha mai fatto sospettare che sia tutta una finzione? L’ultima partita di calcio è stata giocata il 24 giugno 1937. Da quella data, il calcio, come tutta la vasta gamma degli sport, è un genere drammatico, orchestrato da un uomo, solo in uno studio, o interpretato da attori in divisa da gioco davanti al cameraman». Borges ha probabilmente ragione. Eppure l’inesorabile degradazione del calcio professionistico da sport in ramo dello spettacolo, l’insulsaggine dei suoi protagonisti e dei tanti personaggi di contorno non bastano a guarire il tifoso dalla malattia. Neanche dopo averle detto addio. Perché il calcio non si lascia ridurre alla brutale sintesi (i ventidue bifolchi in mutande che si affannano in corse insensate dietro a un pallone) a cui lo condannano i poveri di spirito: il virus si iscrive nel corredo genetico con la naturalezza delle cose inevitabili e non c’è saggezza, maturità, responsabilità o prova della vita che possa debellarlo. Si tratta pur sempre della più importante delle cose non importanti. Lo conferma egregiamente l’“Addio al calcio” di Valerio Magrelli (Einaudi, pp. 107, euro 17), ironico e malinconico viaggio sentimentale che si serve dell’elemento autobiografico per illustrare le tante possibili valenze di quella che i Greci chiamavano sferomachia: non solo, a dare retta a Pasolini, l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, ma anche un rito di iniziazione, uno strumento per la conoscenza di sé e un punto di osservazione del mondo, una preparazione alla socialità e alla solitudine, un fastello di contraddizioni e metafore, a suo modo persino una scuola. Potrebbe essere stato il calcio, rivela Magrelli, ad insegnargli la cura con cui cesellare i versi che lo hanno reso famoso: «Palleggi, palleggi in un pomeriggio d’estate. Quel bambino concentrato, solo col suo pallone, era capace di passare ore, pur di superare il numero di tocchi che si era prefissato. Non allegro, ma assorto, pienamente consacrato al mio compito. Una buona approssimazione alla felicità. Forse per questo ho cominciato a scrivere poesie». È stato sicuramente il calcio, con il maledetto golden goal che costò all’Italia gli Europei del 2000, a mettere il figlio undicenne a contatto per la prima volta con l’irreparabile: non è inusuale che si lasci coincidere la fine dell’infanzia con una catastrofe sportiva (per gli ultratrentenni, una rete di Magath, un errore dal dischetto di Graziani, uno scudetto sfumato all’ultima giornata). Ma insieme a un pallone rotolano anche storie, aneddoti, curiosità, destini, personaggi. Come Gyula Zsengellér, detto il Professore, centravanti della Roma del dopoguerra, uno capace di rilasciare interviste in latino. O l’immagine da memento mori di un’altra punta del paleozoico del calcio, Rudi Volk, da mattatore del primo derby capitolino a timido sorvegliante della piscina comunale. Oppure la finissima arguzia di quel tifoso che, impressionato dalla riga in mezzo ai capelli ramati di Odoacre Chierico (ala destra con un nome da barbaro latinizzato, da unno convertito al cristianesimo), lo ribattezzò «gettone». O, ancora, i ritagli dalla fase pioneristica del giornalismo sportivo, con i suoi vezzi barocchi e maldestri («il portiere sorride con filosofia alla sfera finita in rete», «l’azione si raccoglie quale un ventaglio manovrato da abili dita»), ma di gran lunga più godibili delle sciabolate e dei traccianti dei commentatori di oggi. Un sottile dispiacere sembra invece attraversare lo sguardo di Magrelli sulle esagerazioni, le miserie e le manie del calcio attuale, talmente invasivo, assoluto e totalizzante da colonizzare la mente del tifoso tutti i giorni della settimana e in forme talmente variegate ed astratte (come i videogiochi e il fantacalcio), da rendere l’unico momento che dovrebbe contare davvero, la partita, «soltanto una parte infinitesimale: l’equivalente della comunione all’interno dell’universo cattolico». Una religione senza apostasie e, Magrelli ci perdonerà, senza addii.

 

(Valerio Rosa)

 

 

Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi, 2010 [ * ] 

 

 

(apparso su "l'Unità" del 22 ottobre 2010 [ * ]






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