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COLPEVOLI DI VIAGGIO VERSO UNA FORTEZZA EUROPA INESPUGNABILE
post pubblicato in Del Grande, Gabriele, il 16 giugno 2012
 

“Nella questione migratoria si guarda sempre da cosa si scappa – fame o guerra – ma sono più importanti i desideri che le vie di fuga, non ciò che ci è successo ma ciò che vogliamo che ci succeda”. Al primo impatto può sembrare un idealista, Gabriele Del Grande, toscano, viaggiatore, giornalista e scrittore di 30 anni, fondatore e curatore dal 2006 di Fortress Europe, blog-osservatorio sulle vittime dell’emigrazione. Ma la sua visione sulla realtà, toccata con mano, è semplicemente lucida.
“Si tende troppo a guardare al passato, mentre guardare al futuro è l’atteggiamento giusto che appartiene ai giovani e alla modernità. Pico Della Mirandola diceva, l’uomo è scultore di sé stesso": sei un ragazzo, "semplicemente ti ribelli a stare in spazi di vita stretta. Andare via è una scelta, è dare importanza all’avventura e al rischio. In circa 20 anni di emigrazione, lungo le frontiere d’Europa sono morte circa 20mila persone, chi parte lo sa, ma crede fermamente che valga più la pena giocarsi la vita che non fare nulla. A Tunisi c’è un fermento culturale molto forte oggi. Gira della musica lì come ad Algeri o a Casablanca… tormentoni rap in cui si canta: Barca, amore mio, portami via da questa miseria. Non si parte solo per cercare lavoro, ma anche solo per cercare aria. Ricordiamoci che: da noi sarà vietato entrare, ma in Tunisia è vietato uscire, noi li chiamiamo ‘clandestini’, loro si chiamano harraga, letteralmente quelli che bruciano (la frontiera)”. In qualsiasi modo vengano chiamati, il risultato è che da una parte e dall’altra, italiani e tunisini, ne parlano male…
Nella piccola Biblioteca di Villa Leopardi si crea un’atmosfera raccolta e informale, mentre si prepara la proiezione di un corto di Alexandra D’Onofrio, curato da Fortress Europe, sulla difficoltà alla mobilità, al ricongiungimento, alle famigerate permanenze nei Cie, per cui si usa l’acronimo, visto che Centri di Identificazione ed Espulsione sarebbe troppo odioso da ripetere ogni volta: della serie, da qui si torna indietro, non vi aspettate di poter andare avanti, verso il futuro. “Pensare che quando chiesi ’chi fu il primo harraga?’, mi risposero Tariq ibn Ziyad, condottiero berbero che nell’VIII secolo partì alla conquista della Spagna”, all’epoca visigota, “e una volta arrivato disse proprio: bruciate le barche, non si torna più indietro“.
Il corto – originariamente un audio-documentario montato con foto e video dal cellulare del protagonista – si intitola L’amore ai tempi della frontiera e parla di Nizar, tunisino e Winny, olandese. Marito e moglie, decisi a vivere a Tunisi, proprio quando la città si stava sollevando contro Ben Ali. La loro casa era spesso colpita e Winny era incinta. I due decisero allora di cambiare i loro progetti di vita, ripiegando su una più tranquilla Amsterdam, ma la realtà è che le decisioni sulla propria vita di alcune persone non valgono un fico secco rispetto a decreti flussi, Cie, visti e una serie infinita di stereotipi. Nizar affronterà un pericoloso viaggio in mare, rimarrà bloccato dentro una ‘gabbia’ del Cie, percorrerà chilometri da clandestino: 3 mesi e mezzo prima di poter riabbracciare finalmente Winny. Un abbraccio che non è stato reso possibile certamente dalle carte, ma solo dal desiderio…
"È il desiderio che muove il mondo". Gabriele è autore di Mamadou va a morire (2007), “un libro di denuncia e indignazione, raccoglie l’inizio del mio lavoro, ricco di dati sui naufragi. Il contatto fortunato con la Infinito Edizioni lo rese possibile, come il successivo, Il mare di mezzo (2010), che ha una visione più matura e complessa del Mediterraneo”. Ma il peso specifico della ricerca di Gabriele sembra crescere continuamente, perché non è facile cogliere la giusta prospettiva, quando tutto il mondo cerca di fartene vedere un’altra. “Ci sarà un terzo libro, ma l’ultima parte del mio lavoro ha un approccio totalmente diverso, basato sulla ricerca del simile. Normalmente sull’emigrato, si passa dalla retorica della disperazione a quella della feccia, ma nessuna delle due è giusta". È il desiderio che muove il mondo, “come fu l’approccio del femminismo”, commenta entusiasta una signora del pubblico, “ovviamente finché ci sono giovani capaci di mettere in gioco tutto”.
“Chi viaggia non è né disperato” – la prospettiva del volontariato – “né criminale” – la prospettiva di molte politiche. “Chi viaggia, in certe condizioni, è un eroe. Eppure questi eroi li mettiamo in gabbia” – they put me in a cage, dice Nizar. “Magari se vieni dalla Somalia puoi sfoggiare la carta del rifugiato, ma dalla Tunisia? Sei colpevole di viaggio. E che reato è? Metà degli immigrati che abbiamo in Italia sono polacchi, rumeni, albanesi, perché ora possono entrare da noi senza bisogno di visto, ma cosa cambia con gli altri?” Forse bisognerebbe davvero rivalutare Ulisse/Tariq. “Anche il volontariato sbaglia ed è molto triste”, commenta Angela Bruni, responsabile della Biblioteca, “quando ci mostra per esempio bambini che muoiono di fame, mentre normalizzare è il primo passo per non vedere l’altro come un poveraccio, perché considerarlo tale è esattamente il modo per vederlo come altro da noi”.
“Ma come trovano i soldi per intraprendere un viaggio del genere?” chiede il pubblico. “In qualsiasi modo”, risponde Gabriele, “c’è chi si ammazza di lavoro, chi vende dei beni, chi chiede prestiti a parenti già in Europa, a usurai, ai  propri genitori – tanti vivono un senso di colpa enorme se poi hanno perso i propri figli in mare. Per approntare il viaggio ci sono organizzazioni di contrabbando, ma anche autorganizzazioni, intere palazzine o comitive di amici che intraprendono la traversata da soli”.
“L’accoglienza e il rimpatrio ci costa per ogni persona circa 30mila euro, come fosse gente da assistere, ma non è così, sono giovani totalmente autosufficienti, il problema è quando vengono criminalizzati, perché loro hanno il sentore di non poter tornare a casa a tasche vuote – nel tempo si è diffusa una sorta di mitologia dell’Italia – e alla fine si criminalizzano sul serio, per poter sopravvivere”.
“Non c’è più il giornalismo di frontiera, ma un ‘circo’ di comunicazione tra agenzie”, Fortress Europe fortunatamente è diventata una fonte importante. “Ma ciò che regola il giornalismo alla base, travia l’informazione”: rimanendo in ambito di naufragi, Gabriele ci fa soffermare sull’enorme copertura mediatica che riguardò la Costa Concordia, 30 morti e 2 dispersi, mentre in quello stesso mese – gennaio 2012 – si registrarono ben 9 naufragi tra Grecia, Spagna, Libia, Marocco ed Egitto per un totale di 328 persone, tra cadaveri e dispersi. Senza nulla togliere al dramma della prima e senza voler dare ai numeri il peso di una tragedia, sta di fatto che la copertura dei naufragi da emigrazione si pone su un equilibrio totalmente sbilanciato verso il silenzio. “Io non credo che nella stampa italiana ci sia censura, c’è più autocensura, forse si sottovalutano i lettori, si fanno delle scelte su come valorizzare il lavoro, e ciò che riguarda il mondo sempre più spesso non viene preso in considerazione”.
Dopo la caduta di Ben Ali, in Italia sono arrivati un sacco di tunisini. A tutti sembrava paradossale, ma nessuno si è sprecato a capire il perché. “Non potendo spiegare questa ondata inaspettata con la categoria del disperato, la si è spiegata con quella della feccia: tutti, compresa la borghesia tunisina, dicevano che gli emigranti erano gentaccia. In realtà erano quelli che avevano fatto la rivoluzione, la gente dei quartieri popolari, gli ultras… una volta ottenuta la libertà erano come andati in delirio di libertà, in senso buono, l’impossibile era finalmente possibile, e così tutti questi ragazzi dai 17 ai 30 anni son partiti. Si vedevano riconosciuto finalmente un diritto, il diritto di essere cittadini della modernità. ‘Perché non potrei andare a trovare mio padre?’ Magari erano lì tutti insieme a bere una cosa al bar e hanno deciso di partire. Ma di tutti quelli arrivati, la maggior parte sono tornati, circa 5-6000 tunisini. Anche perché da noi la situazione non è molto facile da subito”, come dimostrano i Cie.
“È necessaria allora un’estetica diversa della frontiera, è solo viaggiare, e oggi più che mai lo fanno tutti. Ancora una volta chi giustifica pensa al passato dicendo, ‘anche gli italiani erano un popolo di immigrati’, come se non fosse evidente che anche oggi, ragazzi italiani, sentono la necessità di spostarsi in tutto il mondo. Sono queste persone che ci insegnano una sorta di dimensione frivola del viaggio. La normalità del viaggio“. Perché l’Africa non può viaggiare? “Dovrebbe essere riconosciuto come un diritto fondamentale dell’uomo, una sorta di avanguardia politica. La mobilità oggi è potere, il passaporto è accesso”. E forse dovremmo anche smetterla con queste manie da protagonismo: “l’Italia spesso è solo un corridoio” che invece sembra porsi a difesa di questa Fortezza Europa, inespugnabile, come un Cerbero, tre teste che simboleggiavano la distruzione del passato, del presente e del futuro.



(Alice Rinaldi)






(apparso su Più Culture del 30 maggio 2012)


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FORTRESS EUROPE
post pubblicato in Del Grande, Gabriele, il 28 maggio 2012
 

Gabriele Del Grande è autore di tre libri, "Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo", "Roma senza fissa dimora" e "Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti", tutti pubblicati dalla casa editrice Infinito e tutti dedicati alle vittime dell'immigrazione clandestina. Verrà mercoledì 30 maggio h 19.30 a Villa Leopardi a parlare dei suoi libri e della sua esperienza.
Soprattutto è conosciuto per essere autore del blog Fortress Europe, vera banca dati sulle vittime dell'immigrazione. Realizzato a livello amatoriale, è diventato uno strumento consultato anche dai governi.
Fortress Europe è un osservatorio on line sulle vittime dell'immigrazione verso l'Europa. Si tratta di una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 12.059 morti documentate sulla stampa internazionale, tra cui si contano 4.255 dispersi. Il sito è tradotto in sedici lingue e riceve circa 15.000 visite al mese. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio, nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 8.354 persone tra migranti e rifugiati negli ultimi vent'anni. Metà delle salme (4.255) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 2.514, tra cui 1.549 dispersi. Altre 70 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall'Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.127 persone di cui 1.986 risultano disperse. Nell'Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, hanno perso la vita 895 migranti, tra i quali si contano 461 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro e l'Italia, negli anni passati sono morte 603 persone, delle quali 220 sono disperse. Inoltre, almeno 597 migranti sono annegati sulle rotte per l'isola francese di Mayotte, nell'oceano Indiano. Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 146 le morti accertate per soffocamento o annegamento.
Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.594 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto. In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste. 
Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 283 persone. E almeno 182 migranti sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka. Altre 112 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 88 persone. 
Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morti ammazzati 193 migranti, di cui 35 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 40 in Egitto e altri 32 lungo il confine turco con l'Iran e l'Iraq. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Svizzera e l'esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 23 hanno perso la vita viaggiando nascoste sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, per raggiungere l'Inghilterra, cadendo lungo i binari o rimanendo fulminati scavalcando la recinzione del terminal francese, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel canale della Manica [ * ].

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FORTRESS EUROPE
post pubblicato in Del Grande, Gabriele, il 20 ottobre 2010



Gabriele Del Grande è autore di tre libri, "Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo", "Roma senza fissa dimora" e "Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti", tutti pubblicati dalla casa editrice Infinito e tutti dedicati alle vittime dell'immigrazione clandestina. Verrà prossimamente a Villa Leopardi a parlare del suo ultimo libro "Il mare di mezzo".
Soprattutto è conosciuto per essere autore del blog "
Fortress Europe", vera banca dati sulle vittime dell'immigrazione. Realizzato a livello amatoriale, è diventato uno strumento consultato anche dai governi.
Fortress Europe è un osservatorio on line sulle vittime dell'immigrazione verso l'Europa. Si tratta di una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 12.059 morti documentate sulla stampa internazionale, tra cui si contano 4.255 dispersi. Il sito è tradotto in sedici lingue e riceve circa 15.000 visite al mese. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio, nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 8.354 persone tra migranti e rifugiati negli ultimi vent'anni. Metà delle salme (4.255) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 2.514, tra cui 1.549 dispersi. Altre 70 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall'Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.127 persone di cui 1.986 risultano disperse. Nell'Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, hanno perso la vita 895 migranti, tra i quali si contano 461 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro e l'Italia, negli anni passati sono morte 603 persone, delle quali 220 sono disperse. Inoltre, almeno 597 migranti sono annegati sulle rotte per l'isola francese di Mayotte, nell'oceano Indiano. Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 146 le morti accertate per soffocamento o annegamento.
Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.594 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto. In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste.
Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 283 persone. E almeno 182 migranti sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka. Altre 112 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 88 persone.
Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morti ammazzati 193 migranti, di cui 35 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 40 in Egitto e altri 32 lungo il confine turco con l'Iran e l'Iraq. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Svizzera e l'esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 23 hanno perso la vita viaggiando nascoste sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, per raggiungere l'Inghilterra, cadendo lungo i binari o rimanendo fulminati scavalcando la recinzione del terminal francese, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel Canale della Manica [
* ].





Gabriele Del Grande, Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti, Infinito, 2010 [ * ]


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