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IL RISORGIMENTO ITALIANO
post pubblicato in Banti, Alberto Mario, il 19 ottobre 2010

La rivoluzione francese e il giacobinismo non pare abbiano avuto da noi un serio impatto sull’idea di nazione, se non tra la fine del Settecento e gli inizi del nuovo secolo con l’invasione napoleonica della penisola. E’ piuttosto la tradizione romantica a inondare le pagine di Berchet, di Manzoni, di D’Azeglio. Razza, onore, spirito sacrificale sull’onda di una rinnovata interpretazione cristologia si edificano al posto dell’eredità razionalistica dell’Illuminismo. L’organicismo prevale sull’artificialismo costruttivista e libertà, uguaglianza e fraternità sono concetti fondati sull’appartenenza, sulla natura, sul sangue della nazione; il patto serve solo a sancire l’unione per l’unità o l’indipendenza, non a far nascere un’identità che già esiste e va solo riscoperta. E questo patrimonio appare non soltanto il frutto dell’entusiasmo di una élite colta e rivoluzionaria, ma messaggio trasmesso e condiviso attraverso saggi, romanzi, poesie, da giovani generazioni, da spiriti inquieti pronti a battersi e a morire per un ideale: la patria italiana.
Da queste considerazioni nasce però tutta la problematica dell’esperienza risorgimentale nella modernità. Una problematica emersa già con il trasformismo politico, con l’indecisione se scegliere un parlamentarismo fatto di corruttele e di interessi extranazionali, o un uomo forte, come nella riproposizione dello Statuto albertino, che ponga fine a ogni traffico indebito. Per non parlare dello scontro tra Nord e Sud con la questione del brigantaggio. Viene allora da chiedersi se il Risorgimento fu davvero un fenomeno condiviso e accettato già prima del 1860. Sembra peraltro che i ceti inferiori non abbiano mai avuto un serio riconoscimento, e siano rimasti estranei gli abitanti delle campagne, gli indifferenti, o coloro soggetti a richiami clerical-reazionari. Oppure ha storicamente prevalso la strategia realistica cavourriana per mancanza di alternative politiche e, per dirla con Gramsci, il Risorgimento non ha saputo accogliere istanze di cambiamento provenienti da quelle forze subalterne, ha impedito una rivoluzione sociale per promuoverne una nazionale, senza risolvere le forte disparità e contraddizioni interne, le ragioni contrarie all’appartenenza alla nazione. Ciò induce a riflettere se in effetti il nazionalismo risorgimentale sia stato in chiave assai differente motore involontario di propaganda totalitaria, piuttosto che animatore dell’idea di democrazia (polemica su cui si sprecano fiumi di inchiostro). Oggi il “rituale” dà forti segni di disamoramento diffuso. Forse perché la realtà globale indebolisce nella sua essenza lo spirito nazionale, omologa, appiattisce, anche se innova, muta, su un piano identitario ancora tutto da esplorare ma la cui essenza sta nella coabitazione di realtà etniche e culturali differenti. Così l’autore ci aiuta a riflettere su un periodo storico che sembra riprodursi a ogni celebrazione più in forma di archeologia, che di intensa e partecipata esperienza di un popolo intero.



(Pietro Cavara)





 

Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza, 2009 [ * ]

 

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/10/2010 alle 11:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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