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MAZZINI
post pubblicato in Belardelli, Giovanni, il 12 ottobre 2010



Sconfitto dagli eventi, vincitore nell’anima della nazione, Mazzini è figura emblematica e irrisolta del Risorgimento italiano. Rispetto al “positivismo” politico dei radicali repubblicani o al pragmatismo cavouriano che diede forma e contenuto all’Italia, la sua figura rischia di apparire velata di misticismo, la sua influenza riducibile a una religione senza Chiesa. Agisce nel mondo pur essendo fuori dal mondo, si è detto. Eppure il “mazzinianesimo” sopravvive al suo artefice, a partire dall’idea stessa di nazione e delle sue derivazioni: i nazionalismi emergenti già dalla fine del XIX secolo. Su questo piano un confronto con la tradizione romantica e degli scritti di Herder in particolare (del quale Mazzini era a conoscenza) è rimasto irrisolto. Se l’herdersimo conduce a un nazionalismo non bellicista, che respinge il diritto di sopraffazione di una nazione sull’altra (ma fino a che punto realmente?) in vista del necessario travaglio identitario di ogni singola monade col proprio passato, in che modo Mazzini, volto all’idea di progresso, vi si relaziona? Differentemente, il rifiuto di una prospettiva comparativa non concede al rapporto tra il pensiero mazziniano e il nazionalismo imperialistico o totalitario a venire. Ciò non significa che le idee nella loro evoluzione storica debbano sempre riconoscersi nel loro autore d’origine. Il mazzinianesimo è probabilmente qualcosa che cozza con le “idee” di Mazzini, tanto nella versione liberal-democratica che ne da Kurt Bracher, diretta anticipazione del totalitarismo fascista, quanto con gli stravolgimenti in senso socialista del secolo scorso. Ma sono l’evoluzione storica imprescindibile di quelle stesse idee.
Sul versante opposto non meno problematico rimane il confronto con Marx (in particolare tra il Mazzini del Dei doveri dell’uomo, e La questione ebraica del suo oppositore). Se sono molti i punti di distacco tra loro (l’interclassismo al posto della lotta di classe che rompe la concezione unitaria della nazione, la tirannia di un capitalismo di Stato distante dagli esiti della appropriazione collettiva delle risorse secondo i bisogni, l’antiutilitarismo risorgente del genovese, i doveri opposti ai diritti…) ve ne sono altri di maggior vicinanza (la liberta positiva spinta sul versante dell’emancipazione dei popoli, il riavvicinamento delle classi sul piano dell’eguaglianza giuridica e in parte anche economica…). Perché dunque nasconderli?
La dimensione agiografica del pensatore restringe il personaggio alla realtà storica del momento, lo separa da qualsiasi intendimento moderno o attualistico del suo pensiero (non solo in senso generico ma anche in quello gentiliano, nella emergenza antifondazionista e contraddittoria di un pensiero in fieri).
Il rischio generale è quello per cui il profeta di nessuna dottrina, il pensatore avulso dalla contemporaneità scompaia tra le macerie della storia, la sua originalità si riduca a pura archeologia. E non è escluso che questo ne sia l’esito storicamente attendibile.



(Pietro Cavara)





Giovanni Belardelli, Mazzini,  il Mulino, 2010 [ * ]








vedi quì, quì, quì, e per l'accezione di Mazzini durante il fascismo quì e quì

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