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"VERITA'" E NARRAZIONE STORICA IN FOUCAULT: TRE SAGGI
post pubblicato in Foucault, Michel, il 14 luglio 2010

Per Paul Veyne (Foucault, Garzanti 2010) la posizione a favore del “dire” la verità, rispetto alla ricerca della “verità” generale e incontrovertibile contraddistingue il fondamentale atteggiamento critico dell’autore di Sorvegliare e punire [ * ]. Che vuol dire che il problema è dunque primariamente storico e non filosofico, in quanto l’aspettativa di un Senso-Evento nell’orizzonte della ricerca è del tutto soppresso. Ciò vale senza mistero per quelle filosofie della storia improntate al determinismo e alla metafisica, ma non per la occultata presenza del nesso di necessità secondo contingenza, in chiave interpretativa, almeno a partire da Hegel. La rinuncia a comprendere la verità in forma argomentativa e filosofica è effettivamente centrale in Foucault, ma ciò non significa che la tensione per l’ideale scompaia senza remore. Ne è testimonianza l’impegno civile e l’attività intellettuale a favore dei diritti civili, dal sostegno a Solidarnosc in Polonia, all’infatuazione per la rivoluzione iraniana, dal riconoscimento per il diritto di asilo alla lotta contro la pena di morte, per fare solo alcuni esempi (e come ampiamente emerge dalla raccolta di conversazioni e interventi La strategia dell’accerchiamento, Duepunti, 2009). Il dolore, l’indignazione per soprusi e ingiustizie conclamate obbediscono, seppur sotterraneamente, a un imperativo mai tradito, seppur polimorfo, politicamente complesso, espressione della sua variegata personalità, come pure l’adesione a una “verità” mai esplicitamente espressa o traducibile in confini strettamente razionali e argomentativi.
Nonostante Foucault abbia ammesso che Heidegger fu essenziale alla sua formazione, Veyne ritiene però che Nietzsche gli sia stato più vicino, nell’“inchinarsi davanti alla solennità del divenire”, o come se un rortyano scetticismo radicale fosse all’origine del suo impegno e delle sue peripezie politiche. Ma se “l’unica verità è che non c’è verità” ciò avviene perché la verità non è “a disposizione”, non che, di conseguenza, essa rimanga indifferente a chi agisce, pur non ponendosene la questione. Heidegger rispunta in quella ricerca del Senso-Evento che non è affatto una metafisica hegeliana schiacciata sulla identità di Essere e Mondo, come parrebbe dalle argomentazioni dello stesso Veyne (del resto il problema ontologico della modernità non è racchiuso per Heidegger nella dimenticanza dell’oblio dell’Essere?) e si sottrae - come già notò Slavoj Zizek - a qualsiasi prospettiva relativa al destino dell’Occidente che non sia accompagnato dalla libertà.
A conti fatti lo scetticismo radicale appare peraltro piuttosto incompatibile con l’agire finalizzato politicamente - a dispetto di quanto sostiene sempre Veyne - essendo più conforme a un agire per sé stessi che è condizione di rinnovato atomismo. Come sorta di inconscio il Senso-Evento assurge a presenza assente, indimostrabile proprio laddove l’interesse per la verità si consolida effettivamente nei dettagli, nel farla emergere come verità detta e dunque non universale, per il permanere di inespugnabili singolarità che sono il frutto di pratiche, saperi, dispositivi del e per il soggetto. Queste conoscenze illustrano per Foucault la rottura, il cambiamento, il vigore storico opposto alla continuità giuridico-amministrativa, dell’esperienza francese e inglese a partire dal medioevo, narrata da storici di varia tendenza (le lezioni miranti ad esplorare temi che non abbiano necessità di sintesi e approdo, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 2009). Storie di guerre, di dominazioni dove il potere mostra sempre più di essere non il possesso di un individuo, di una classe, o l’emblema della sovranità giuridica, ma un legame interconnesso tra soggetti, qualcosa che ci attraversa e che si perde per riemergere talvolta dalla parte del nemico: l’esempio della storia come arma che dai nobili franchi passa alla monarchia che la rispolvera a sostegno della continuità del potere assoluto prima e rappresentativo dopo, per diventare con ben altri intenti strumento di azione dei rivoluzionari in Francia alla fine del settecento; o anche l’esempio della libertà, l’agire in termini di scambio che contraddistingue i selvaggi (i gallo-romani o la borghesia nascente: i roussouiani, per nulla anticapitalisti) dai barbari franchi che la pensano come arma di distruzione dell’altro, ma che è rinvigorita dal senso borghese della nazione che tutto include nella rinnovata idea di Stato. Storie dunque che mostrano un percorso, non una determinazione aprioristica di svolgimenti racchiusi nell’Idea o in un fare dialettico, ma qualcosa che si svolge liberamente, con esiti sempre diversi a seconda delle conoscenze e delle prospettive assunte. Eventi, potremmo definirli, il cui retroterra è quello stesso potere che al di là della sua manifesta organizzazione gerarchica e legittimista si rivela abbracciare strati e gruppi di individui differenziati in lotta per la supremazia e il riconoscimento. Se il potere si mostra possibile struttura a cui sottostanno realtà giuridiche, istituzionali e ideologiche di legittimità e sostegno (forse in questo risiede il lascito fondamentale della Dialettica dell’Illuminismo [ * ] e delle teorie adorniane, peraltro riconducibili al destinale dominio della fattività contemporanea), gli eventi danno un Senso (o Sensi, sarebbe meglio dire) che sfugge all’interpretazione programmatica, come alla reductio ad unum della dialettica negativa. E nell’affondare lo sguardo all’interazione dei corpi, ai dispositivi della sessualità, e alla governamentalità come sfera di organizzazione e di difesa della libertà negli ambiti del diritto e/o delle procedure di controllo e di sicurezza, il carattere polimorfo del potere si intreccia strettamente a quello della libertà e della giudicabilità delle azioni ritenute tollerabili o ammissibili.
Foucault ci insegna che dietro la libertà può nascondersi la repressione. Il massiccio ampliamento della libertà nelle società contemporanee mette in atto strutture di contenimento dell’azione che possono fuoriuscire da qualsiasi ambito di discrezionalità giuridica e mostrare il volto terribile del Potere. Una certa regolarità - suggerita dall’analisi storica - è applicabile al capovolgimento del detto clausewitziano per cui la politica, espressione menzognera della difesa dei diritti naturali, diventa la continuazione della guerra con altri mezzi. Lo si vede anche nell’assunzione di quella razionalità politico-economica nella sfera del potere (o biopotere) all’interno delle nazioni, nell’intervento diretto o mediato nelle vite dei singoli e nelle scelte generali che riguardano la popolazione. Queste scelte hanno determinato i paradossi borghesi della libertà e dell’eguaglianza negli stermini in nome della razza, a tutela dei sani e dei normali (la maggioranza dei liberi e uguali). Il massimo dell’edonismo può conciliarsi così col massimo del controllo e della tirannia. Un telos davvero mirabile se è vero che il Senso si rintraccia solo alla fine di un percorso, se libertà e destino si intrecciano nel mostrarci a posteriori la “verità”, e dunque a dispetto anche di qualsiasi astratta storia delle idee o filosofia della storia che si presuma giunta al termine della corsa.   




(Pietro Cavara)    



                              

                                                                                     





Paul Veyne, Foucault, Garzanti, 2010  [ * ]

Michel Foucault, La strategia dell’accerchiamento, Duepunti, 2009 [ * ]

Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, 2009 [ * ]

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/7/2010 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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