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SCINTILLE
post pubblicato in Lerner, Gad, il 25 maggio 2010



Una storia molto avvincente, che compensa la fatica di leggere un libro solo apparentemente “pesante”.
Gad, bravissimo giornalista, diventa un valente scrittore nel narrare la storia della sua famiglia, di come lui e i suoi genitori riescono, grazie al caso, a non finire vittime della Shoah. E il racconto ci mostra subito la duplice nazionalità cui Lerner fa riferimento: di nascita è libanese, come la madre. Il Libano è la terra dove i suoi si sono sposati, dove è cresciuta la madre, Tali. Ma – ovviamente – Lerner si sente ebreo, come il padre (il vero Lerner, come soleva dirsi suo padre  Moshe). E la storia ha inizio proprio a Beirut, sulla splendida via detta “la Corniche”, credo una sorta di lungomare, a quanto si vede in una delle fotografie.
La cosa che trovo splendida, a me – non ebreo ma da sempre attratto da tante caratteristiche riscontrate in tutti gli ebrei che ho conosciuto, prima tra tutte l’intelligenza e l’amore per la cultura – in questo libro, è la profondità in cui si è sommersi man mano che si procede nella sua lettura. Profondità di pensiero, prima di tutto. Gad effettua un viaggio, che lo porta prima in Libano, poi in Israele ai tempi della guerra tra Israele e confinanti (Libanesi, Palestinesi…) – viaggio effettuato in parte con l’aiuto del contingente Italiano presente in Libano – e infine (non ricordo se quest’ultima parte del viaggio è stata effettuata in un tempo diverso) in Galizia, alla ricerca delle tracce dei suoi nonni, trucidati ai tempi delle persecuzioni degli ebrei polacchi, di cui è originario il ceppo dei Lerner.
Ci sono, nel libro, delle “costanti” che caratterizzano tutta la storia: il perpetuo “esodo” degli ebrei è spiegato dall’autore con il comandamento “Lech lechà”, che vuol dire qualcosa del tipo: “lascia la casa del padre”. Un concetto bellissimo, che viene fuori dalla visita dei luoghi della Galizia, è quello del gilgul, che significa “anima vagabonda”, e che riecheggia il comandamento precedente. L’autore percepisce in un bosco vicino alla cittadina di Boryslaw, non lontano da Leopoli, questo girovagare di anime nei luoghi propri degli stermini nazisti e russi degli ebrei locali.
Non voglio raccontare tutta la storia, che è piena di considerazioni personali di Gad (il nome con cui il padre lo chiamava da bambino era Dadone), della sua vita, del suo buon rapporto con la madre (intuito, più che descritto) e del suo pessimo rapporto con il padre, di cui però Gad accusa proprio il genitore stesso. Voglio però insistere su alcuni aspetti della religione ebraica, forse presenti molto chiaramente in questo libro, e non trasparenti in quasi nessun altro autore di religione ebraica (come Primo Levi, ad esempio, e tanti altri ebrei italiani). Pur senza dirlo apertamente, il modo in cui Gad parla del suo essere ebreo, fa trapelare l’aspetto religioso come fondamentale, per un ebreo, senza che questo sembri – come per altri autori – un tratto essenziale dello status del Lerner scrittore e giornalista, e senza che questo porti fuori problemi di cittadinanza culturale, etnica e politica.
Etnicamente, Lerner sottolinea il sentirsi piuttosto cittadino italiano, anche se rimprovera le leggi italiane di averci messo trenta anni a concedergli la cittadinanza. E questo lo fa anche affrontare la storia che racconta – in fondo la storia della sua vita – con l’entusiasmo tipico di un italiano, anche quando parla di cose spiacevoli, come la scoperta, non completamente verificata, della fine dei nonni materni e dei bisnonni. Il libro si fa leggere agevolmente, pur essendo un libro personale che racconta una vicenda molto personale e quindi non condivisibile completamente come una altra storia o saggio letterario qualsiasi. E la storia diventa sempre più avvincente, proprio per un lettore che non conosce la materia dell’ebraismo.
A proposito del quale, a differenza di altri testi che presentano la Shoah, o fatti ad essa collegati, l’autore qui ci fa sentire come sia per lui doveroso il pensiero ai suoi parenti defunti, e riporta un bellissimo esempio di preghiera ebraica verso i defunti, il Kaddish (che potrebbe essere l’equivalente del cristiano Requiem aeternam), che è già di per se un esempio struggente di come il pensiero delle “anime vagabonde”, provato dall’autore nelle terre galiziane, ove appunto pare che siano scomparsi alcuni dei suoi nonni, sia già in sé una preghiera, cui il kaddish aggiunge l’aspetto realmente religioso. Mi sono trascritto il kaddish, per la bellezza del concetto che ne è alla base.



(Lavinio Ricciardi)







Gad Lerner, Scintille, Feltrinelli, 2009 [ * ]






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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/5/2010 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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