.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
QUESTA SERA E' GIA' DOMANI
post pubblicato in Levi, Lia, il 28 settembre 2018
 

Un libro che ha la leggerezza di una piuma, nel raccontare vicende che leggere non sono state. Rispetto a tanti libri che parlano ed hanno parlato della Shoah, questo lo fa come se raccontasse le vicende quotidiane di una famiglia.  
Perché tali appaiono le vicende narrate. Vicende quotidiane, vissute dalla famiglia di Emilia e Marc, di Wanda ed Osvaldo, loro cognati (Wanda ed Emilia sorelle, entrambe figlie di Luigi, il “nonno”), residenti a Genova. E del figlio di Marc ed Emilia, Alessandro. 
Non voglio raccontare la storia  che il libro narra, ma fare soltanto qualche commento. Il libro della Levi è soprattutto un esempio di come si possa descrivere così magistralmente la vita di una famiglia di ebrei negli anni trenta, in Italia. Una famiglia che non aveva avuto grandi problemi fino al 1938, anno dell’entrata in vigore delle vergognose “leggi razziali”. Condivido pienamente il commento che Furio Colombo ha fatto durante la presentazione, alla presenza del’autrice. Colombo ha detto che si sarebbe aspettato dagli italiani una netta presa di posizione contro quelle leggi, cosa che non è avvenuta. 
La storia appassiona, soprattutto dopo la metà del libro, quando per la famiglia cominciano le peripezie di Marc, Emilia, Alessandro e di Osvaldo e Wanda, peripezie che hanno il loro apice e la loro conclusione nell’arrivo in Svizzera. Ma il merito del libro, secondo me, sta soprattutto nel modo in cui Marc ed Emilia vivono queste vicende, e ne fanno partecipe il figlio Alessandro. E ancor più, nelle prese di posizione di Alessandro, seppur giovane (nel ’38 ha sedici anni o poco più: il suo primo amore, Alma, è iniziato presto, a scuola. E il clima di famiglia di quegli anni, ‘30 – ’40, mi ha fatto rivivere il clima che c’era nella mia famiglia, non ebraica ma cattolica, ai tempi in cui avevo sei – sette anni (1943-1944). Sta proprio in questa delicatezza di toni con la quale la Levi descrive e racconta la vita di quell’epoca, la vera qualità di questo libro).
Spero che quanto ho detto possa rendere più agevole la lettura a quanti non l’hanno ancora letto. E lo raccomando di cuore a chiunque ami le storie di famiglia.



(Lavinio Ricciardi)







Lia Levi, Questa sera è già domani,. e/o, 2018 [ * ]
   


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 28/9/2018 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA SPOSA GENTILE
post pubblicato in Levi, Lia, il 5 novembre 2010



Questo libro. in concorso assieme al romanzo di Gad Lerner "Scintille" [ * ], rappresenta un altro aspetto dell’ebraismo, di cui si parla spesso nella letteratura del nostro tempo. Un tipico esempio di “immigrazione spirituale”, che – nel caso degli ebrei – non è da considerare certo immigrazione.
Da quanto ricordo fin dall’infanzia, gli ebrei ci sono sempre stati, in Italia e in tanti paesi – europei ed extra-europei. Quindi conoscere, per un non ebreo (un gentile, come dicono loro, dal latino gens, cioè – rispetto alle loro tradizioni – uno di altre origini), le tradizioni e i costumi di una famiglia ebraica, è un fatto a mio avviso molto interessante.
E il libro di Lia Levi fa proprio questo. Presenta la storia di una famiglia ebraica che – improvvisamente – deve affrontare un fatto inconsueto nella loro rigida e antica  tradizione: il matrimonio di un loro familiare con una non-ebrea, una “gentile”
Ho fatto inizialmente un parallelo con il libro di Gad Lerner: in quello c’è un rapporto padre-figlio che non è facile, e l’autore preferisce ricordare la madre, e le sue origini libanesi, piuttosto che approfondire il rapporto con il quale inizia la storia. Ma c’è anche un’altra differenza tra il libro della Levi e quello di Lerner: quello della Levi risulta di lettura estremamente facile, sia per come la storia è raccontata, sia perché si svolge tutto in Italia, e questo lo si percepisce anche se non fosse descritto.
A mio avviso, la storia è affascinante proprio perché – alla base del rapporto con la sposa c’è dapprima una passione, che si trasforma in amore, legame forte che rischia di far rompere l’altro legame forte, quello del protagonista con la sua famiglia di origine.
E la storia via via si dipana con un aspetto che proprio dall’amore dei coniugi trae origine. Infatti la sposa gentile, resasi conto del problema che ha creato al marito, decide di abbracciare – lei che è cresciuta dalle suore, in una rigida ortodossia cattolica – la religione del marito. In questo chiede l’aiuto della figlia del rabbino.
Non voglio e non sto a raccontare altro della storia. Mi preme invece sottolineare, oltre alla scorrevolezza del libro – che denota uno stile dell’autrice indubbiamente gradevolissimo – l’aspetto che ho sottolineato prima, e cioè la ricchezza delle tradizioni ebraiche, descritte sotto l’aspetto puramente familiare, con ottima capacità di comprensione per un non-ebreo. Cosicché la cultura di questo popolo, tanto martoriato anche dopo la nascita dello stato di Israele, emerge dal libro in una forma comprensibilissima a noi cattolici, e certo degna di un ottimo apprezzamento. Bravissima l’autrice, della quale è il primo libro che leggo. Sarò contento di leggerne altri.




(Lavinio Ricciardi)






Lia Levi, La sposa gentile, E/O, 2010 [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana premio

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/11/2010 alle 13:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA SPOSA GENTILE
post pubblicato in Levi, Lia, il 5 agosto 2010

Il romanzo tratta in modo elegante e scorrevole il dramma che scaturisce dalla diversità religiosa nell’ambito della coppia e dalla impossibilità per l’interprete femminile - cristiana – di diventare ebrea perché “si può solo nascere ebrei ma non diventarci”. L’autrice evidentemente si pone in posizione fortemente critica   nei confronti di queste concezioni elitarie e razziali dell’ebraismo, cercando di dimostrare quanto arcaiche esse siano e come possano e debbano essere superate. Probabilmente il tema viene affrontato nella consapevolezza di quante vite, di ebrei e di non ebrei, siano state rovinate da questi precetti, cercando di dare un contributo affinché queste residue barriere alla libertà umana vengano abolite.
Certamente, chi non è ebreo può non avvertire il problema, e quindi giudicare il romanzo solo un bel ritratto di un momento della storia italiana. Se poi si pensa che il cristianesimo è figlio dell’ebraismo (Gesù era ebreo, gli apostoli e gli altri seguaci erano ebrei, e non è del tutto dimostrato che Gesù volesse rinnegare l’ebraismo e fondare una nuova religione ma forse voleva solo integrare l’ebraismo introducendovi il perdono) si può anche provare un senso di fastidio verso questi atteggiamenti di esclusione che il popolo di Israele tiene nei confronti dei “diversi” e affermare che il tema del romanzo dovrebbe essere già superato, morto e sepolto.
Purtroppo non è così: anche se i filosofi, e anche alcuni teologi, sostengono la necessità della libertà religiosa e dell’integrazione fra i popoli,   l’intolleranza fra religioni e culture diverse, nell’ambito della famiglia, della società o addirittura fra Stati, continua a creare all’Umanità un’infinità di sofferenze. Questo rende il romanzo ancora vivo e attuale.

 

(Pietro Benigni)

 

 

Lia Levi, La sposa gentile, E/O, 2010 [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana premio

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/8/2010 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA SPOSA GENTILE e L'UBICAZIONE DEL BENE
post pubblicato in Levi, Lia, il 13 maggio 2010



Questa settimana ho letto “La sposa gentile” di Lia Levi e “L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco, due libri che non hanno in comune nulla tranne il fatto che sono entrambi stati selezionati per il Premio Biblioteche di Roma 2010. Ho cominciato con il libro di Lia Levi ed è stata una lettura piacevole, scorrevole e tranquilla. La storia è scritta bene, il ritmo è pacato e lo stile, anche se a volte può apparire ridondante, ben s’adatta all’inizio del secolo scorso e all’ambiente dell’alta borghesia ebraica. Della famiglia, per esempio, dice: “…quell’alveare brulicante di affetti, aspettative, rancori sotterranei… una parte importante della sua vita.” (pag.66). Di Margherita, “… con quello sguardo sempre disposto ad accarezzare il mondo...”, dopo la delusione amorosa, dice: “ora del mondo contemplava solo gli stagni di tristezza…”. Amos Segre è un banchiere ebreo che s’innamora di una ragazza non ebrea e decide di sposarla nonostante il parere nettamente contrario della famiglia e nonostante le diversità di cultura e ceto sociale. E proprio lei, Teresa, è la protagonista principale, la sposa gentile. Una donna positiva e coerente, una “innocente festosa creatura” che possiede una naturalezza e un buon senso comune che la rende speciale. A pag 159 si parla del suo rapporto col marito: “Cosa c’era a tenerli ancora così fortemente e arcanamente uniti? I sensi da soli non potevano bastare. Glielo chiese e Teresa disse…Mah…io voglio sempre che lui sia contento. E anche lui lo vuole per me. Gli altri matrimoni forse sono fatti di tante cose in più, ma a me sembra che questa cosa se la dimenticano.” Una donna nata in una famiglia povera e poco accogliente che si innamora di un uomo che saprà darle amore e benessere, un uomo per il quale è disposta ad abbracciare le tradizioni e la dottrina ebraica. E’ un esempio di riconoscenza e dedizione di una donna ad un uomo. Lei non si converte ma si adatta, perché sa quanto quella tradizione non sua sia importante per il marito. Lei vive con lui, per lui e alla sua ombra e quando lo perde, si sente persa. Leggiamo a pag. 208 “…dal suo corpo era fuggita l’anima……non quella di filosofi o degli uomini di fede ma quella che dà un senso preciso alle umili cose di tutti i giorni, come lo stoppino a una candela o la pila che permette di accendere una torcia. La candela se ne stava là, confitta nel bel candelabro d’argento, e si sarebbe accorto che senza il suo stoppino non avrebbe mai più fare luce?”.Teresa alla fine del libro, non pare più interessata alle tradizioni ebraiche, tanto che riappare sul comò della sua camera da letto quella Madonna che era stata sistemata fino ad allora in secondo piano.
Mi ero appena accomodata in questa storia d’amore un po’ travagliata ma tutto sommato abbastanza normale e prevedibile, dove primeggiano le tradizioni e i personaggi dichiarano e dimostrano emozioni e valori, quando il libro è finito e così, ho cominciato, di seguito, a leggere i racconti di Giorgio Falco e mi è sembrato di passare dal giorno alla notte. Una notte interessante ma tutt’altro che riposante e rilassante, piena di incubi e immagini realistiche immerse in un’atmosfera onirica. Una lettura spiazzante, che stupisce ad ogni capoverso con cambi di scena e di personaggi, con attribuzioni di significato controcorrente e dunque descrizioni accurate di particolari che pur emergendo dalla quotidianità, vengono però gonfiati e decontestualizzati creando situazioni speciali, ansiogene e strane. Ammetto che ho letto tutti i racconti velocemente e poi, dopo aver elaborato lo stupore, sono tornata a rileggerli per capire meglio quello che sicuramente si nascondeva sotto l’apparenza e per assaporare la poeticità di alcuni passi.
Mentre il libro di Lia Levi raccontando la storia descrive persone e sentimenti favorendo un nostro coinvolgimento in relazione ad un giudizio sui personaggi, il libro di Giorgio Falco è privo di giudizi per le persone che ci vengono mostrate in una situazione in sfacelo, senza possibilità di miglioramento. I racconti hanno come ambientazione Cortesforza , un aggregato di appartamenti alla periferia di Milano, sorto come un fungo malefico, un non luogo per una non vita, per assenza d’incontri e di rapporti. L’autore è più pietoso nei confronti degli animali, che soffrono come le persone; per loro ha maggiori attenzioni, quasi a rovesciare l’abitudine di considerare l’essere umano quale privilegiato e superiore rispetto agli altri abitanti della Terra. Ci sono topi, scarafaggi, piccioni, serpenti, vermi nei cavoli e nel frigorifero, infestanti formiche bianche e pesci combattenti che s’azzannano fra loro per consentire le scommesse ( fra questi spicca Oscar, il migliore, per la furia combattente iniziale…). Ci sono due cani ben descritti, entrambi finiscono bruciati, uno perché messo al forno due ore dopo essere stato comprato al canile, l’altro cremato secondo tutti i crismi dopo una morte naturale. Le proprietarie, Graziella e Giovanna, hanno in comune, oltre al nome trisillabico che comincia con G, strane tristi storie di solitudine. A pag. 47 c’è una descrizione dettagliata di cadavere di animale schiacciato da un’automobile. Un piccolo evento che, come quelli frustranti e fallimentari degli abitanti di Cortesforza, fa parte di una normalità “terribile”.



(Luciana Raggi)








Lia Levi, La sposa gentile, E/O, 2010 [ * ]
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi, 2009 [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana premio

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/5/2010 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia novembre