.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL TEMA DELL'ACQUA IN WILLIAM SHAKESPEARE,THOMAS STEARN ELIOT, VIRGINIA WOOLF, MARGARET ATWOOD, MAXINE KUMIN
post pubblicato in Shakespeare, William, il 12 maggio 2010

 

 

 



 

 

 

 



 

“…non esiste una singola opera letteraria che non possa essere fatta oggetto di interpretazione ecocritica.” (Scott Slovic, 1999)

La Tempesta
, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Mirando, o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Mirando a conoscersi e li fa innamorare.
Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre:

Full fathom five thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes: 
Nothing of him that doth fade 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange, 
Sea-nymphs hourly ring his knell:
(A cinque intere tese giace tuo padre; / delle sue ossa sono fatti i coralli; / sono perle quelli che erano I suoi occhi: / non c’è niente di lui che perisca / che non subisca per opera del mare / una trasformazione in qualcosa di ricco e meraviglioso, / le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio:)
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di Nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alla metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.
Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di T. S. Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua. 1)
Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è diventata un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale” 2).  La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1. cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”, 2. rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston 3) , 3. rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte del peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirlpool. Il tono di “Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento” è il tono del predicatore che invita a cambiare vita 4).
Un’altra rappresentazione poetica dell’acqua del mare ci viene da un brano di Gita al faro di V. Woolf:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensieri stagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo.
Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla
5).
L’acqua qui, come sempre, ha una funzione dinamica, movimentando i pensieri stagnanti e conferendo piacere ai corpi. Attraverso il colore che immette l’azzurro nella baia il cuore si allarga e il corpo fluttua per poi raggelare per il nereggiare delle onde agitate. L’irrompere delle onde è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata 6), descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:
The sore trees cast their leaves 
too early. Each twig pinching 
shut like a jabbed clam. 
Soon there will be a hot gauze of snow 

searing the roots.
Booze in the spring runoff, 
pure antifreeze; 
the stream worms drunk and burning. 
Tadpoles wrecked in the puddles.
Here comes an eel with a dead eye 
grown from its cheek. 
Would you cook it? 
You would if. 
The people eat sick fish 
because there are no others.
Then they get born wrong. 
This is not sport, sir. 
This is not good weather. 
This is not blue and green. 
This is home.
Travel anywhere in the year, five years, 
and you’ll end up here.
(Gli alberi dolenti perdono le foglie
/  troppo presto. Ogni rametto si chiude / di colpo come una vongola stuzzicata. / Presto arriverà una calda garza di neve / a cauterizzare le radici. / Alcool nel disgelo della primavera, / puro antigelo; / l’acqua serpeggia ubriaca e rovente. / I girini naufraghi nelle pozze.Ecco l’anguilla con l’occhio morto / spuntato su una guancia. / La cucineresti? / Casomai... / La gente mangia pesci malati / perché non ce ne sono altri.  Poi nascono sbagliati. / Questo non è divertente, signore. / Questo non è bel tempo. / Questo non è tutto verde e azzurro.  Questo è casa tua. / Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni, / poi è qui che ti ritrovi)
Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene.
La poetessa statunitense Maxine Kumin ci ha dato un esempio efficace del suo rapporto con l’acqua nella bellissima poesia Morning swim (Nuotata mattutina) 7), che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario - in una mattina nebbiosa - che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:
Into my empty head there come 
a cotton beach, a dock wherefrom
I set out, oily and nude 
through mist, in chilly solitude. 
There was no line, no roof or floor 
to tell the water from the air. 
Night fog thick as terry cloth 
closed me in its fuzzy growth. 
I hung my bathrobe on two pegs. 
I took the lake between my legs. 
Invaded and invader,  I
went overhand on that flat sky. 
Fish twitched beneath me, quick and tame. 
In their green zone they sang my name
and in the rhythm of the swim 
I hummed a two-four-time slow hymn. 
I hummed “Abide With Me.” The beat Mormoravo : 
rose in the fine thrash of my feet, 
rose in the bubbles I put out 
slantwise, trailing through my mouth. 
My bones drank water; water fell 
trough all my doors, I was the well
that fed the lake that met my sea 
in which I sang “Abide With Me.” 

(Nella mia testa sgombra si profila / una spiaggia di cotone, una banchina da cui partii, unta e denudata / tra la foschia, in solitudine gelata. / Linea non c’era, soffitto o fondale / A distinguere l’acqua dall’aere.La nebbia della notte densa come un telo / racchiuse me nel suo spugnoso ordito. / A due gancetti l’accappatoio appesi, / fra le mie gambe il lago presi. IInvasore ad invasa, procedevo / a bracciate dentro quel piatto cielo. Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare. / Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare / e intonavo nel ritmo della bracciata / a due quarti una lenta ballata. Mormoravo : “Assecondami”. La toccata / saliva dai miei piedi all’elegante falcata, saliva fra le bolle che sgorgavano / di lato, dalla mia bocca spalancata. Le ossa bevvero acqua, acqua cadente  / da ogni porta. Io ero la sorgente / che nutriva il lago, che incontrava il mio mare / nel quale “Assecondami” cantavo.) (traduzione di Loredana Magazzeni)
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è un tutt’uno di terra e cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte”si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

1) T.S. Eliot, La Terra Desolata, traduzione di Mario Praz, Giulio Einaudi, Torino, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani.
2) Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land, Guida Editori, Napoli, 1973
.
3) Frazer, The Golden Bough Jessie L. Weston, From Ritual to Romance
4) IV
Death by water 
Phlebas the Phoenician, a fortnight dead, 
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell 
And the profit and loss.
A current under sea 
Picked his bones in whispers. As he rose and fell 
He passed the stages of his age and youth 
Entering the whirpool. 
Gentile or Jew 
O you who turn the wheel and look to windward, 
Consider Phlebas, who was once handsome and tall Pensa a Fleba, 
as you. 

La morte per acqua 
Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni, 
Dimenticò il grido del gabbiano,e il flutto profondo del mare 
E il guadagno e la perdita. 
Una corrente sottomarina 
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava 
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù 
Entrando nei gorghi. 
Gentile o Giudeo 
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, 
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari 
di te.
Op. Cit. 
5) V. Woolf, Gita al Faro,Trad. dall’inglese di Giulia Celensa. Aldo Garzanti Editore, 1974.
6) a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. Le Lettere, Firenze, 2007

7) in Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea, a cura di Loredana Magazzini, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli. Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2009, pp.20-21







(Anna Maria Robustelli) 











 

Sfoglia