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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 5 novembre 2010



Questo libro racconta, in modo molto originale, qualcosa che ognuno di noi dovrebbe sapere, e magari meditarci su. Il grosso contributo che gli immigrati – oggetto di innumerevoli chiacchiere e accese discussioni – stanno dando al nostro paese, soprattutto sotto l’aspetto economico.
L’autore – che lavora al “Venerdì”, supplemento settimanale del quotidiano “La Repubblica” – ha già pubblicato qualcuno dei capitoli del libro sul giornale, sotto forma di inchiesta. E tutto il libro mantiene questo carattere, diciamo così, interlocutorio: come a domandarsi se davvero avremmo potuto fare a meno di loro, dell’apporto che è venuto dal loro lavorare in modo umile, attento e garbato, in molti ambienti in cui ormai ad operare sono soltanto loro.
Chi volesse avere un’idea “sonora” del pensiero di Staglianò, che l’intero libro documenta attentamente, può visionare una splendida intervista che gli ha fatto una giornalista di Rai News, Iman Sabbah, anche lei immigrata, in modo acuto e attento, reperibile quì.
Il libro parte già in un modo affascinante con una dedica che fa riferimento alla nostra esperienza di emigranti, ai primi del ‘900, in maggior parte dall’Italia meridionale verso gli Stati Uniti, ma anche verso molti altri paesi europei, in cerca di lavoro. La dedica è tratta da Ritals, di Gianmaria Testa [ * ], ed è in forma di poesia.
Nella prefazione l’autore spiega come ha concepito il libro, intervistando persone che lavorano in ventiquattro differenti settori lavorativi, non tutti dello stesso genere. Vi sono lavoratori dell’industria, dell’agricoltura e del settore domestico. Le ventiquattro “specialità”, per dirla in modo non formale, sono state descritte in capitoli che portano come sopratitolo un’ora delle ventiquattro che compongono una giornata, e che – soltanto in alcuni casi – hanno a che fare con l’attività di cui si parla.
Penso che non solo l’originalità del libro e del suo impianto – diciamo – narrativo sia da premiare nel caso di quest’opera. C’è soprattutto la volontà di far scoprire a tutti il valore reale per noi Italiani di questo apporto alla nostra economia. C’è il grosso riconoscimento, in termini di gratitudine, che noi tutti dobbiamo – nel nostro quotidiano – a loro, a coloro che, per ragioni le più diverse, hanno lasciato i loro paesi per cercare una vita migliore e sono venuti da noi a fare lavori per i quali gli italiani non avevano più “attitudine” (per non dire voglia), consentendo al nostro paese di continuare a funzionare malgrado… i timonieri che lo conducono nel futuro. E il grazie del titolo di Staglianò diventa, per tutti coloro che lo leggono, un grazie collettivo, anche per chi – come me – non si serve direttamente della loro opera. Credo che questo libro vada comunque letto, anche da coloro che sul problema immigrazione hanno un parere poco favorevole. 



(Lavinio Ricciardi)





Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]







vedi quì


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/11/2010 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 4 maggio 2010



Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, dice il sottotitolo del libro, che in ventiquattro capitoli esplora il mondo delle attività economiche che impiegano mano d'opera straniera. Staglianò non usa parole che parlano al cuore e alla coscienza del lettore, come accoglienza e solidarietà, parla invece di qualità della vita (la nostra e la loro), di capacità di adattamento a lavori fastidiosi e maleodoranti (che noi ci rifiutiamo di fare), di persone in grado di sacrificare anni della loro vita per consentire a noi di vivere la nostra. Per far questo l'autore non usa statistiche né categorie generali come popolazione, tassazione e occupazione, ma racconta storie, perché è solo narrando una storia che la comprensione diventa globale e la memoria indelebile.
Benur che fa il pescatore a Mazara del Vallo, Roman camionista nel nord est, i raccoglitori di frutta in Trentino e di verdura a Caserta, i cavatori di pietra in val di Cembra, Bureim conciatore nel vicentino, gli inservienti sikh negli allevamenti di bovini, i macellai nelle industrie dei polli AIA a Nogarole Rocca, gli operai nelle fonderie nel bresciano, gli africani che fanno raccolta differenziata manuale a Vedelago in un'azienda premiata dall'Unione Europea. Storie di persone che lavorano nel nostro paese per il nostro paese. Senza di loro tante attività economiche dovrebbero ridimensionarsi drasticamente, o delocalizzarsi in paesi a basso costo di mano d'opera, oppure chiudere e basta. L'indotto crollerebbe. Sarebbe la povertà per intere regioni del paese.
Senza badanti, infermieri, addetti alle pulizie, facchini nelle imprese di spedizioni, tate e colf, la vita quotidiana di tutti noi finirebbe nel degrado.
Ventiquattro capitoli perché ciascuno corrisponde a un'ora della giornata, offerta agli italiani dagli stranieri. Senza dimenticare i calciatori (un terzo dei professionisti in serie A è straniero), i preti (in Umbria il 50% dei preti sotto i quarant'anni non è italiano) e le prostitute (straniere il 98% del totale).



(Rita Cavallari)








Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perchè senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]

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