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IL TEMA DELL' ACQUA: LA BATTAGLIA AL FIUME NELL' ILIADE, STORIE DI MARE E DI TERRA NELLE ARGONAUTICHE
post pubblicato in Omero, il 8 aprile 2010

       

Questo scritto vuole essere una riflessione su quanto il pensiero ecologico possa giovarsi del pensiero antico, su quanto una lettura dei testi letterari della classicità possa indicarci la strada di una riflessione etica e culturale che ponga al proprio centro il rapporto tra uomo e natura.
Il pensiero ecologico nasce in epoca moderna. Ne troviamo le prime formulazioni nell'età dell'illuminismo e diviene poi, nell'ottocento, un tema fondamentale della cultura romantica. In epoca contemporanea si approfondisce la riflessione sui confini dell'intervento umano sulla natura e nasce la consapevolezza che l'idea di un progresso fondato sull'indiscutibile centralità dell'uomo non è più proponibile.
La mia riflessione si muove in un'epoca in cui l'uomo non era la misura delle cose, la natura non era una risorsa, relazioni multiformi e articolate legavano insieme il cielo e la terra, i venti e il mare, le selve, gli animali gli uomini e gli dei.
Intendo parlare dell'antica Grecia e del rapporto tra l'uomo e la natura, e a tal fine utilizzo alcune pagine di due opere letterarie: la prima, l'Iliade, è in qualche diversa misura universalmente nota, e molti ne hanno letto almeno qualche brano; la seconda, le Argonautiche  di Apollonio Rodio, è generalmente conosciuta solo nella trama e viene letta solo dai cultori della letteratura greca di età ellenistica.
Le pagine che ho scelto hanno come filo conduttore il tema dell'acqua, che è l'argomento trattato venerdì 9 aprile nel laboratorio “Leggere il bosco”, letture al tempo della crisi ecologica, presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma.
I punti dell'Iliade a cui farò riferimento sono presi dal canto XXI, in cui si descrive la battaglia sulle rive del fiume.
Dopo la morte di Patroclo Achille torna a combattere e si lancia contro i nemici con la furia di una belva. Abbandonato l'accampamento, lasciata alle spalle la flotta di navi tirate in secca sulla spiaggia e difese dal muro e dal fossato, Achille, simile a un leone, uccide senza tregua i guerrieri troiani. Il teatro delle sue gesta è uno spazio delimitato da due fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, dalla città di Troia con le sue alte mura, dalla riva del mare protetta dal muro costruito dai greci. Alle spalle di Troia si intuisce la presenza di boschi e lungo le rive dei fiumi è presente una vegetazione arbustiva con qualche albero di alto fusto. Al centro c'è il campo di battaglia, un'ampia spianata di pietre e sassi funzionale ai combattimenti dei guerrieri, alle sortite dell'una e dell'alta parte, alle rapide incursioni dei carri. Dall'alto delle mura, alle porte Scee, i troiani assistono agli scontri. Dalla cima dell'Olimpo gli dei controllano il divenire delle cose e decidono come e quando intervenire.
Tutto contribuisce alla creazione di un ambiente in cui i vari elementi, umani, naturali e divini, sono tra loro legati da un complesso gioco di relazioni regolate da pesi e contrappesi, in cui ogni attore ha la sua parte e fa sentire la sua voce. Gli dei dell'Olimpo, pur gerarchicamente superiori, non sono comunque  onnipotenti e devono chinare il capo di fronte al destino. Gli elementi naturali sono intessuti di connotati divini. Gli uomini agiscono avendo ben presente il mondo olimpico e le divinità della terra e del mare. Colpisce, nella narrazione, la precisione e la definizione dello scenario di riferimento, sia dal punto di vista fisico (il campo di battaglia), sia dal punto di vista delle energie in gioco.
La concretezza della descrizione mi ha portato alla mente una similitudine. Ho pensato all'ambiente di Walden. Thoreau lo definisce con bussola, compasso, carte topografiche e scandaglio, lo qualifica citando con precisione gli esseri viventi che lo popolano e anche le opere dell'uomo presenti nel territorio, come la ferrovia e le fattorie, e riesce in tal modo a farne l'emblema di una filosofia di vita. E mi ha fatto anche pensare che, nella sua capanna, Thoreau aveva con sé l'Iliade, citata più volte in Walden. 
Ma torniamo ad Achille che combatte. E' presso la riva del fiume Scamandro e sta per uccidere Licaone, che inginocchiato di fronte a lui chiede pietà. Ma
Achille sguainò la spada affilata e lo colpì alla clavicola, vicino al collo, tutta dentro si immerse l'arma a doppio taglio; sulla terra, bocconi, egli giacque disteso, scorreva il sangue nero e bagnava la terra. Achille lo afferrò per un piede e lo scagliò nel fiume, poi trionfante gli disse queste parole: Vai a giacere tra i pesci che, indifferenti, ti leccheranno il sangue dalla ferita.....Morirete tutti.....Non vi difenderà il fiume dalle belle acque e dai gorghi d'argento, al quale tanti tori spesso immolate, e vivi gettate tra le onde i cavalli dai solidi zoccoli.... Così disse, si adirò il fiume in cuor suo e tra sé meditava come fermare Achille ...
Poi Achille uccide Asteropeo, e Tersiloco, Midone, Astipilo, Mneso, Trasio, Enio, Ofeleste. Ma,
in preda all'ira, il fiume dai gorghi profondi, assunte umane sembianze grida dal fondo dell'acqua: “Achille, sei il più forte, ma le più empie azioni commetti; e gli dei ti difendono sempre. Se ti ha concesso il figlio di Crono di sterminare tutti i troiani, spingili nella pianura e lontano da me va a compiere i tuoi misfatti; si ammucchiano i corpi nelle mie acque bellissime, non posso più riversarle nel mare divino, sono pieno di morti e tu fai orrendo massacro. Fermati, dunque: l'orrore mi agghiaccia, signore di eserciti.”
I morti inquinano il fiume e il fiume si ribella. Il fiume è un soggetto portatore di diritti (l'integrità e la purezza delle sue acque) e li rivendica con forza. Ma Achille continua il massacro.
Gonfiò le acque, il fiume, furente, sollevò le onde sconvolte, respinse i cadaveri che vi giacevano a mucchi, i guerrieri uccisi da Achille, li scagliò sulla riva, muggendo come un toro; i vivi invece li salvò nelle acque bellissime, celandoli nei suoi gorghi profondi. Un'onda si levò intorno ad Achille, paurosa, sullo scudo si rovesciava l'acqua, premendo; ed egli non poteva star saldo sui piedi; afferrò con le mani un olmo, grande, fiorente: ma quello crollò con le radici trascinando tutta la sponda, coi fitti rami arrestò la bella corrente e formò un argine, precipitando nel fiume. Balzò fuori dall'acqua l'eroe e si lanciò a volo nella pianura, atterrito: ma non si arrestò il grande iddio che si gettò su di lui ribollendo, voleva fermare Achille glorioso e allontanare dai Teucri il disastro.
Achille fugge incalzato dal fiume che lo insegue con grande frastuono. L'onda dello Scamandro si rovescia sulle sue spalle, gli piega le gambe, gli toglie da sotto i piedi la terra. La pianura è tutta inondata dall'acqua e l'onda scura del fiume divino travolge Achille.
Il fiume Scamandro si allea col fiume Simoenta ed insieme combattono Achille. Quando Achille sta per soccombere alla furia dalle acque interviene Era, che si rivolge ad Efesto dicendo:
“Lungo le rive dello Scamandro tu brucia gli alberi e da' fuoco anche al fiume.”
Efesto suscita un prodigioso incendio, divampa il fuoco e la pianura si dissecca.
Bruciavano gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il loto e il giunco e il cipero che crescevano fitti lungo le belle acque del fiume; soffrivano anguille e pesci, guizzavano da ogni parte stremati dal soffio di Efesto ingegnoso.
Il fiume, disperato, si rivolge a Efesto, perché faccia cessare l'incendio, e poi a Era, promettendole che non combatterà più contro Achille se le fiamme saranno spente. Efesto spegne l'incendio e il fiume si ritira, rifluendo nel suo corso. Achille è salvo. L'incendio ha bruciato i cadaveri e ha purificato le acque contaminate. Gli eventi riprendono il loro corso.
In Omero l'elemento naturale è dio. Venti, tempeste, fiumi, boschi sono divinità, e sono a loro volta popolati da creature che hanno il carattere del sacro. Ogni sorgente è la casa di una naiade, ogni selva è popolata da driadi, ogni profondità marina è percorsa da nereidi e oceanine. Il rapporto tra l'uomo greco e la natura è ricco di connotazioni religiose. Questo non vuol dire che sia sempre sereno e idilliaco, perché il sentimento di fronte ai fenomeni naturali può essere di timore, paura, o anche di conflittualità, come nel caso della lotta tra Achille e il fiume. Vuol dire però che il fiume può a buon diritto ribellarsi di fronte all'inquinamento provocato dai cadaveri dei guerrieri uccisi, che la purezza delle acque è una sua prerogativa accettata e riconosciuta. Nel consesso degli dei e nel mondo degli uomini lo Scamandro ha una sua contrattualità che può usare per difendere se stesso. Il mondo greco è unitario, fitto di legami tra le cose. Non esiste ancora la divisione tra l'io e tutto ciò che lo circonda, l'uomo greco sa di essere una parte legata e interconnessa ad un tutto, ed in questo “tutto” ogni elemento ha il suo valore.
Vediamo le Argonautiche. Il poema di Apollonio Rodio è intessuto di immagini che ci rimandano al tema dell'acqua, immagini di grande eleganza e suggestione, come si conviene a un testo scritto nel periodo ellenistico. Il tema è il viaggio della nave Argo, che, dopo la conquista del vello d'oro, intraprende un lungo viaggio di ritorno dalla Colchide alla Grecia. Le imprese di Giasone, la passione di Medea, il lungo girovagare della nave dal mar Nero attraverso il Danubio, il Po e il Rodano, fino al mar Tirreno, non sono argomento di questo scritto. Mi limito a riportare alcuni episodi, tratti dal libro IV, che a mio parere possono ben illustrare il rapporto tra l'uomo e gli elementi naturali, come li descrive Apollonio Rodio.
Il primo episodio narra l'attraversamento dello stretto di Messina, tratto di mare popolato da mostri e disseminato di rocce erranti (le Plancte).
Da una parte incombeva
la liscia rupe di Scilla, e dall'altra Cariddi tra i rigurgiti
urlava incessantemente. Più oltre ruggivano le Plancte
La nave Argo è in pericolo, ma ecco giungere, dal mare stesso, un aiuto.
Lì accorsero in loro aiuto da ogni parte le giovani
Nereidi, e Teti divina afferrò, postasi a poppa, la pala
del timone, per guidare la nave tra le rocce erranti.
Come i delfini affiorano dal mare nel sereno
e volteggiano in branco attorno a una nave
in movimento, mostrandosi ora davanti, ora dietro
e ora ai lati, per la gioia dei marinai; così le Nereidi
rincorrendosi a vicenda volteggiavano insieme
intorno alla nave Argo, mentre Teti la teneva in rotta.
Quando già stava per urtare contro le Plancte,
alzarono le vesti sulle bianche ginocchia e saltarono
sulle stesse rupi e in cima alle onde.
[...] come ragazze che su una spiaggia sabbiosa,
con le vesti avvolte ai fianchi, giocano a lanciarsi
la palla divise in due squadre – la ricevono l'una
dall'altra, e la sfera vola in alto fino al cielo senza mai
toccar terra -, allo stesso modo le Nereidi, lanciandosi
a turno l'una all'altra la nave che procedeva rapida,
la tenevano alta sulle onde e sempre lontana dalla rocce,
mentre l'acqua intorno ribolliva mugghiando.
La nave Argo, sfuggita ai pericoli delle rocce erranti grazie all'intervento delle Nereidi, prosegue la navigazione, ma si incaglia nei banchi di sabbia del golfo della Sirte. Gli Argonauti decidono di attraversare il deserto libico portando la nave sulle spalle. Assetati ed esausti giungono ad una pianura riarsa e desolata ove sorprendono le ninfe Esperidi, che, al sopraggiungere degli eroi, si tramutano in sabbia e terra. Orfeo, che fa parte della spedizione, chiede loro aiuto:
Voi, o ninfe, che siete della stirpe del divino Oceano,
fatevi vedere, venite incontro alla nostra speranza, o dee,
e mostrateci uno zampillo di roccia o una fonte divina
sgorgante da terra
Le ninfe hanno pietà degli Argonauti assetati.
Dapprima
sul terreno fecero nascere l'erba, poi dall'erba crebbero
verso il cielo lunghi virgulti, e infine giovani alberi
verdeggianti innalzarono il loro fusto molto al di sopra
del suolo: Espera si trasformò in un pioppo, Eriteide
in un olmo, Egle nel tronco sacro di un salice
.
Dopo essersi ristorati, gli Argonauti giungono ad un lago e lì incontrano Tritone, divinità marina.
Ed ecco venne loro incontro, con l'aspetto di un giovane,
il possente Tritone: sollevò da terra una zolla e disse,
porgendola agli eroi come dono ospitale:
Prendetela, amici: qui ora non ho nulla di meglio
da donare a chi mi fa visita.
Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, sulla riva di un lago nei pressi delle paludi costiere della Sirte, in vista del deserto sabbioso che si estende sterminato, offre una zolla di terra, a significare il legame profondo degli elementi che fanno parte dell'ambiente naturale. Il dono di una semplice zolla sottolinea quanto la terra sia un bene prezioso.
Mi sembra un'immagine emblematica e con questa concludo la mia riflessione. 
   

 

Per l'episodio della battaglia del fiume ho utilizzato l'Iliade tradotta da Maria Grazia Ciani e commentata da Elisa Evazzù, ed. Marsilio 2005. I brani sull'impresa degli Argonauti sono tratti da Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno, ed. Mondadori 2005)  

  



(Rita Cavallari)


 






Omero, Iliade, Marsilio, 2005 [ * ]
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Mondadori, 2005 [
* ]
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, Rizzoli, 1988 [
* ]

 









vedi l'intervento di Daniele Guastini sul rapporto tra filosofia antica e pensiero ecologico al convegno su Ecocriticism, retorica e immaginario dell'ambiente nel canone letterario occidentale [ *  ]

 

                          

 


 

 

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