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IN DIFESA DELLE CAUSE PERSE
post pubblicato in Zizek, Slavoj, il 7 aprile 2010



Del libro di Zizek, ovvero attorno alla riacquisizione di un pensiero forte. Contro l’edonismo cretino e conformista che nasconde l’ingiustizia e l’alienazione (la riformulazione del Super Io - altro che suo inabissarsi! - che obbliga al piacere non più sentito come trasgressione ma trionfo piccolo borghese del mito della ricchezza)? O la denuncia dell’impatto devastante del discorso egemonico capitalistico e tecnologico edificato sul vuoto di senso delle democrazie “amministrate” (che integrano il grande Altro creduto assente dando vita a un ordine simbolico del tutto incoerente)? E sullo sfondo non regna forse il bisogno di far tramontare il secolare principio dello sfondamento della crescita economica, della proprietà e del godimento privato intesi come diritti naturali (i veri usurpatori della comunità retta dallo scambio tra Padroni)? Realtà interconnesse, laddove il problematismo delle enunciazioni si intreccia con quello dei mezzi e dei fini che l’autore fa proprio in ogni sua indicazione.
Alternativa totale senza concessioni al pensiero metodologicamente appropriato, al “ragionare secondo un metodo”, perché questo non esaurisce, o semplicemente non dice. Un pensiero coerente che per forza di ciò accetta il paradosso, necessario poiché nonostante i fallimenti rivoluzionari, non bisogna rinunciare a cambiare il mondo, ma seguitare a tentare, fallire meglio, per non rin-cretinirsi dietro discorsi sul politicamente corretto, o sui dettami contraddittori della sinistra conformista. Somma di esperienze che fanno della necessità lo sbocco della contingenza, l’approccio credibile dell’interpretazione storica, a dispetto di qualsiasi rude metafisica (molto spesso chiamata a pretesto come causa dell’imbarbarimento ideologico), o l’unica soluzione teleologica concepibile: definibile a posteriori. In ciò il lascito di Hegel, ma non solo. E a forza di decostruire e ri-descrivere dall’indistinto e dalla perdita della soggettività, dalla riduzione dei processi sociali osmotici deleuziani che implicano il riferimento continuo all’opposizione tra Essere e Divenire, ecco che una dimensione della coscienza, un qualche segno di appartenenza nuovamente riemerge a tratti non più cancellata a forza dal dominio dei revisionismi globalistici. Certo, non basta da solo il Senso-Evento a sanare lo scarto tra l’auto-organizzazione della moltitudine e il sistema politico istituzionalizzato (come peraltro - in risposta allo spinozismo di Toni Negri - il regno della libertà e del dominio del lavoro cognitivo non risolvono immediatamente il problema della necessità e della produzione). Né l’ontologico può rendersi manifesto a scapito dei singoli eventi che si definiscono come pure espressioni dell’onticità (come la consapevolezza che la percezione del noumenico kantiano non può sottrarsi all’apertura da una prospettiva del tutto fenomenica). Ma un senso, se nasce solo con la retrospettività dell’analisi storica e politica, è già principio forte in quanto ci attende solo alla “fine del mondo”, che non è già più “fine della storia”: sfugge quindi alla mera esistenza, non ci riguarda del tutto, ma conta che possa, che debba manifestarsi, nonostante i suoi protagonisti, a loro insaputa, per rendere possibile l’azione. Nel presente c’è già il passato di là da venire, destinato potenzialmente a mutare di senso, come nel futuro che recupererà a sua volta il presente rimandato: il marxismo non termina con Lenin o Stalin, perché la sua storia comprende le sue stesse contraddizioni (esso è tale anche quando tradisce se stesso: si rinnova escludendosi metodologicamente). Non c’è alcun determinismo in ciò ma solo il modo in cui si inter-agisce liberamente nel tempo, e sullo sfondo la dimensione lacaniana dell’Altro come esteriorità interna rispetto a se stessi, che manda all’aria qualsiasi accomodamento onto-metodologico dell’an-tropologia economica della piena modernità.(1) Il virtuale grande Altro al posto dell’autorità, nel vuoto delle democrazie funzionali all’atomismo, ma ancor più presente e necessario nel regolare le distanze tra gli uni e gli altri.(p.51) Vuoto sempre pronto peraltro ad essere colmato da un potere in eccesso per ristrutturarsi e rilegittimarsi simbolicamente.
(2)
Si respira un po’ d’aria dopo l’opprimente “fine della Storia” all’insegna del totalitarismo liberale e liberista (che però non è illusione attorno a una raggiunta condizione di storicità, il permanere del capitalismo nelle strutture del Nuovo). Persino i vincitori l’hanno trovata una formula un po’ noiosa dal momento che si è cercato di prolungare il raggiungimento del traguardo (lo “scontro di civiltà” che sostituirebbe la lotta ideologica ormai sepolta!) e le guerre in nome dei diritti. Un processo in fieri sembra l’unica condizione anche perché lo stesso paradiso artificiale della mano invisibile dei mercati e delle libertà (un inferno per i quattro quinti dell’umanità esclusi dal banchetto dei ricchi) non pare neppure più tanto credibile.
Pulsioni alternative riemergono dall’inconscio per soppressione di un Super Io ironico e spietato. Ne nasce un pensiero. Già la presa di coscienza che il Reale si struttura e si propaga ampiamente al di là dei riduzionismi costrittivi del Simbolico lascia aperta la speranza: è da quella vastità che nasce, che va cercata; la jouissance féminine, assai più del reddito di cittadinanza dei neo marxisti del capitalismo informatico e globale! (p.412) Non che l’ampia e problematica ispezione condotta in queste pagine, in chiara polemica col ruolo predominante della razionalità scientifica nel mondo moderno responsabile dell’“assenza del mondo”, estesa alla presa in considerazione dell’essenza rimossa dei fenomeni populistici e dei suoi esiti manipolati e perversi), si sposi assai meno con le pagine conclusive del libro. La determinazione dell’Evento in tutta la sua complessità potrebbe, in fin dei conti, apparire uno schema per la difesa dall’ecatombe non diversamente da un piano esemplificato della decrescita, o da un pamphlet da programma di partito (terrore, giustizia egualitaria, volontarismo…contro le paure che acconsentono al proliferare dello sviluppo senza progresso). Ma solo in apparenza. Dal momento che in palio non è la catastrofe (pur sempre possibile), né un’ideologia del progresso orami sepolta, quanto la riduzione definitiva dell’uomo “a uno dei tanti oggetti della scienza”.(p.556).
Una battaglia, quella di Zizek, che non sposa né le democrazie liberali (pseudo pacifiste o apertamente guerrafondaie), né il fondamentalismo (che di queste ultime ne è la tragica parodia e reazione da mancanza dell’Altro, anche quando riemerge nelle posizioni del “nemico” non occidentale), ma dà credito a “i senza parte” che sottraendosi al Tutto reificato ne minano l’essenza (cos’è in fondo la dittatura del proletariato se non l’eccesso democratico, il Popolo noumenico in tutta la sua sovranità in attesa di incarnarsi?). Lo si potrebbe definire forse un lacaniano radicale, ma coerentemente ortodosso, in polemica con i lacaniani democratici e conformisti (da Critchley a Stavrakakis ampiamente criticati) tendenti a ridimensionare il desiderio (per la perdita dell’oggetto) secondo i parametri delle moderne democrazie, sorvolando sulla pienezza delle pulsioni (della perdita come “oggetto”) da “ansia costituente”, che sono da ostacolo. (p.408) E’ la riconquista di quella violenza divina di sapore benjaminiano, che non fonda né fa rispettare la Legge (seppur non più da freno all’ideologia del progresso), ma rilancia la piena soggettività nella profondità del Reale: quella dimensione dell’Essere intangibile e onnipresente, che fa di ogni determinazione simbolica un aspetto deformante e un suo limite, qualcosa che va ben oltre l’idea moderna e instabile di democrazia formale che ci è dato conoscere. 


1) Ne trae spunto per la confutazione naturalista dell’homo oeconomicus. Serge Latouche nel suo L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri 2009. E non è questa stessa condizione - si chiede l’autore - a rendere superata l’esperienza marxista in quanto simbolicamente e culturalmente incentrata sull’antropologia che fu la stessa del liberalismo?
2) Può così il grande Altro sfuggire alla dimensione etica, come vorrebbe Lacan, attraverso l’indeterminatezza formale dell’imperativo categorico kantiano, o come intuisce Zizek, riprodursi nell’ennesima personificazione del dovere (Eichmann che rispettando gli ordini obbediva alla volontà di Hitler)? Seppur egli altrove contesti il principio di Kant avec Sade perché l’imperativo non presuppone l’abominio ma solo il suo compromesso con la morale utilitaristica. (p. 281-2, e 262 del testo).

 

 

(Pietro Cavara)








Slavoj Zizek, In difesa della cause perse, Ponte alle Grazie, 2009 [
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vedi quì, quì e quì

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/4/2010 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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