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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
DONNE
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 18 ottobre 2014
   

E’ un libro poco usuale nella letteratura camilleriana. E’ un saggio, scritto in forma di raccontini, trentanove, per la precisione, ciascuno dei quali racconta la storia di una donna.
Riguardo il contenuto del libro, mi rifaccio alle parole dell’autore, riportate in nota, a titolo di postfazione: «…è un parziale catalogo delle donne, realmente esistite nella Storia o create dalla letteratura, e di altre che ho conosciute e di altre ancora di cui mi hanno raccontato, le quali, per un verso o per l’altro, sono rimaste nella mia memoria» (pag 211).
Credo non possa trovarsi miglior definizione del libro di queste parole dell’autore stesso. Più non dirò sul contenuto, salvo riportare le mie impressioni.
Il mio modesto giudizio di lettore è, come sempre, molto positivo (trattandosi del mio autore preferito…diranno alcuni che mi conoscono); in realtà, non essendo né un romanzo di Montalbano, né un saggio letterario tout court, il giudizio diventa non estremamente facile. Quello che dò per certo è che la sua lettura diverte.
Alcune donne esaminate da Camilleri, come detto già dall’autore stesso, sono state da lui conosciute direttamente e sono quelle i cui ritratti risultano più interessanti e anche quelle che mi hanno coinvolto di più. In ciascun capitoletto non c’è solo una donna, spesso sono due o più, ovviamente omonime, visto che i capitoli sono nomi femminili in ordine alfabetico.
Le creature letterarie saltano subito all’occhio, ma proprio per la possibilità di più persone con lo stesso nome, si possono trovare delle piacevoli sorprese. Ad esempio, alla voce "Angelica", che apre il libro, c’è l’Angelica di Ariosto, quella delle storie di Orlando e dei suoi Paladini, tra l’altro molto presente nelle rappresentazioni fatte in Sicilia con le marionette dette “Pupi” (da cui l’ “Opra ‘i Pupi”, di tradizione siciliana), e c’è poi un’altra Angelica che sorprende Camilleri stesso durante un loro incontro casuale, essendo una famosa rivoluzionaria russa. 
L’autore procede. E alcune di queste “eroine camilleriane”, per dirla col gergo degli scrittori (eroine sta qui per protagoniste del racconto che porta il loro nome), sono persone che hanno avuto un peso nella vita dell’autore. La più importante di tutte è la prima delle due “Elvira”, cioè la nonna materna che lo ha iniziato alla vita culturale, visto che “ha saputo aprire la mia fantasia…”. Ed è anche la più cara, come l’autore ci ha detto nella presentazione del libro.
I ritratti sono tanti (forse più di 50, non sono stato a contarli); ma l’arguzia dell’autore, che usa un linguaggio semplice e immediato, non ricorrendo che rarissime volte al dialetto quando le donne descritte si esprimono unicamente con quello, li colorisce, quasi li dipinge con le loro caratteristiche umane come fossero tele. Ma una cosa – a consuntivo – appare chiara anche ad un lettore distratto: Camilleri ci ha raccontato una buona parte della sua vita, attraverso queste piccole “miniature” di donne.
Un libro piacevole, che si fa leggere volentieri. E – come penso sia stata intenzione dell’autore – una galleria di splendidi ritratti femminili. Da leggere, certo non soltanto dalle donne. Molte delle quali – avendolo letto – non ne sono restate entusiaste: non so perché! La cosa più divertente è rileggerne qualche pagina, di tanto in tanto. E’ delizioso…



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, Donne, Rizzoli, 2014 [ * ]  

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SEGNALI DI FUMO
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 24 luglio 2014
  

Questo libro, che non penso di sminuire definendolo "Aforismi Camilleriani" ha un'origine giornalistica. Contiene infatti 142 raccontini, di lunghezza equivalente a circa mezza pagina, che sono più che altro opinioni dell’autore su fatti di dominio pubblico; 48 tra questi, nominati nel risvolto del frontespizio, provengono da una rubrica (Il posacenere) che Camilleri ha curato per l’edizione domenicale de “Il Sole 24 ore”.
Il libro, di lettura agevole e molto spassosa, come l’autore ci ha abituati con tutti i suoi libri migliori, è pieno di gustose trovate. Si tenga presente che le “storie”, o aneddoti che siano, sono spesso storie vere e realmente accadute: quindi non solo pensieri personali del nostro autore. Ma la forma in cui sono raccontate mi ha suggerito il termine “aforismi”, se pure – rispetto agli aforismi tradizionali – le storie raccontate risultano leggermente più lunghe. Per alcune però il termine aforisma ci sta tutto.
Il titolo, adombrato benissimo nella copertina, dove campeggia il fatto che è possibile scaricarlo in formato e-book gratuitamente, si rifà ai segnali degli indiani, che si trasmettevano le informazioni con fumate di varia durata. Camilleri, grande fumatore nell’opinione corrente, ha nel titolo dato un segnale di se stesso, della sua vera natura. E questo lo dice già nel primo raccontino, che reca l’incipit Confesso, con Neruda, che ho vissuto. Ma non c’è solo il titolo a raccontare dell’autore. In ognuna delle storielle c’è il suo stile stringato e sempre vigile, che lascia il lettore più che soddisfatto dello scorrere delle parole del libro, e delle storie che ci racconta.
La lettura agevole consente, proprio perché non si tratta di romanzo, di interrompersi dove si vuole, dato che ogni storia è diversa dall’altra. Una differenza ulteriore sta nei fatti raccontati: alcuni sono fatti apparsi qua e là nella stampa e cronaca di ogni giorno, altri sono fatti della vita dell’autore, altri citazioni da altri libri o fonti diverse.
Il libro piace subito, per questo scorrere facile e per l’arguzia con cui le storie sono raccontate. Ed è anche per permettere la lettura dell’e-book che il formato appare su metà pagina. Io ho scaricato anche l’è-book e la facilità di lettura su iPad è assolutamente identica a quella del cartaceo. Lo scarico dell’e-book è però possibile se si ha il cartaceo, altrimenti non viene consentito.
Insomma, per finire, penso che questo libro, più del predecessore Come la penso, rappresenti meglio, e in forma più piana e scorrevole, il pensiero attuale di questo autore magico, che pare non avere affatto gli anni che l’anagrafe gli conferisce.
Buona lettura a tutti!





(Lavinio Ricciardi)







Andrea Camilleri, Segnali di fumo, UTET, 2014 [ * ]

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LA PIRAMIDE DI FANGO
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 4 luglio 2014

Gli appassionati di Camilleri e delle sue storie sul Commissario Montalbano (ed io tra loro) aspettavano con ansia questa uscita. Ci sentivamo come gli affamati a digiuno.
Per la verità, Camilleri ci aveva però accontentati con altre storie, tutte altrettanto belle e intriganti (le ultime sono state “La banda Sacco” e “Inseguendo un’ombra”, sempre edite da Sellerio) e con un volume recente che raccoglie una specie di aforismi camilleriani, o meglio, brevi pensieri e considerazioni su fatti di dominio pubblico (“Segnali di Fumo”, UTET, 2014), ma era dal tempo di “Un covo di vipere” (Sellerio, 2013) che non avevamo notizie dal nostro amato Commissario.
Sulla storia non dico assolutamente nulla, sia perché non sono solito farlo per non sciupare le sorprese che un lettore del commissario Montalbano trova sempre nei libri che ne raccontano le gesta, sia perché si tratta di storia originale. Il titolo origina da una serie di piogge di lunga durata, che riducono l’abitato di Vigata a una “fangaia”, e tutta la storia si svolge in maggior parte in questo contesto “melmoso”. Contesto melmoso anche per l'antefatto e le indagini, che - come tutte le indagini di Montalbano - si concludono soltanto negli ultimi capitoli.
Il libro si dipana in alterne vicende, con moltissimi spunti fantasiosi e divertenti. Ne escono duetti tra Montalbano e Fazio, Montalbano e Catarella spesso davvero spassosi. Questa caratteristica, che di sicuro è propria di molti altri romanzi della serie del Commissario Montalbano, qui è forse più evidente. Come l’astuzia delle trovate del probabile – e alla fine certo – assassino.
Sopra tutto spicca il fango: fango che – vista l’insistenza della pioggia – non accenna a diminuire nel corso del romanzo e la fa da padrone in tutta la vicenda. E produce varie situazioni che movimentano la storia (già in un altro dei ventuno romanzi precedenti questo, il Commissario salva una ragazza dal finire in uno strapiombo, proprio a causa del fango).
Di trovata in trovata, il Commissario alla fine riesce a venire a capo della vicenda delittuosa, apparsa subito non poco difficile. E questo rende il lettore sempre curioso di arrivare – magari con il proprio intuito – là dove non arriva Montalbano: ma l’aguzzare d’ingegno del lettore questa volta credo non sia agevole.
Come ho già detto, con questo romanzo siamo arrivati a 22 (solo con la casa editrice Sellerio) “capitoli” delle avventure del Commissario più famoso d’Italia, che ha battuto Gino Cervi nella sua formidabile interpretazione di Maigret (a proposito, ma la Rai non potrebbe rimettere in onda la serie di Maigret, invece di farci vedere le versioni francesi?). Sappiamo, dalle dichiarazioni rese da Camilleri, che Sellerio ne ha nel cassetto altri due. Li aspetteremo con ansia. Ai 22 romanzi con Sellerio vanno aggiunti altri cinque titoli con Mondadori ("La prima indagine di Montalbano", "Gli arancini di Montalbano", "Un mese con Montalbano", "La paura di Montalbano" e "Racconti di Montalbano") e un volume introvabile (“Camilleri legge Montalbano” corredato da due CD in cui il nostro amato scrittore interpreta il lettore di…se stesso). Siamo quindi arrivati alla cifra di 27 libri sul nostro commissario, che – come molti sapranno – ha una statua bronzea nel comune di Porto Empedocle (noto nei romanzi come Vigata).
Credo – dopo quanto ho scritto – di poter augurare un’ottima lettura a chi deciderà di leggere “La piramide di fango”.



(Lavinio Ricciardi)







Andrea Camilleri, La piramide di fango, Sellerio, 2014
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LA BANDA SACCO
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 23 novembre 2013
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Un libro a dir poco sorprendente, per la storia che racconta, degno del miglior Camilleri, quello dei romanzi storici siciliani come Il Re di Girgenti, Il Birraio di Preston, e la trilogia siciliana (Le pecore e il pastore, Maruzza Musumeci, Il casellante), oltre al notissimo La concessione del telefono, cui somiglia per originalità. La storia della banda è una storia vera, che ha realmente dell’incredibile, e che ricorda un celebre proverbio, quello dei pifferi di montagna (“che andarono per suonare e furono suonati”). 
La vicenda storica si svolge tre il 1925 e il 1928, nei dintorni di un paese dell’entroterra agrigentino, Raffadali, di cui è originario Luigi, il capo famiglia Sacco. Camilleri fa la parte dell’io narrante (anche se lui è nato proprio nell’anno in cui la “Banda" vera cominciò ad operare), e la narrazione, tutta in siciliano, non è proprio agevole per coloro che non sono dentro al dialetto agrigentino. Ad onor del vero, non ci sono termini poco comprensibili o di uso arcaico. 
Il libro è arricchito da alcune considerazioni sui vari capitoli (quindici), riportate in calce alla storia, e seguite da una nota in cui Camilleri ci dice che ha potuto scrivere il libro, richiestogli da uno dei sei figli del capofamiglia, Girolamo, perché questi gli ha fornito moltissima documentazione originale, oltre agli atti processuali che hanno costituito la fase finale della vicenda stessa. 
La storia dei Sacco inizia con il capostipite Luigi, che lavora a giornata nelle terre vicine al suo paese. Oltre al suo lavoro, Luigi ha una dote: la sua abilità a innestare le piante, cosa che gli permette in breve di potersi arricchire e mettere su famiglia e casa. E così inizia a crescere socialmente, e inoltre la famiglia cresce anche numericamente: dopo pochi anni Luigi e la sua sposa mettono al mondo cinque figli. C’è però un ostacolo al progresso della famiglia di Luigi Sacco: ostacolo che si chiama mafia.
E’ questo il problema principale attorno al quale si svolge la vicenda: la mafia non gradisce l’espansione che la sua arte permette a Sacco, e il fatto che Luigi diventa in breve notissimo ai proprietari terrieri della zona, che hanno bisogno di lui. Tutto questo è facilitato dalla scarsità dei mezzi di comunicazione dell’epoca, cosa che ha sempre dato ottimi vantaggi al potere mafioso ed al suo consolidamento territoriale 
La storia prende corpo in breve (tre – quattro capitoli) e porta la famiglia Sacco a passare da una famiglia onesta e stimata ad essere considerata banda di malfattori e venire accusata di delitti e malversazioni che – ovviamente – erano compiuti da altri. Com’è noto, dopo pochi anni del regime mussoliniano, venne nominato alla guida della Sicilia un prefetto plenipotenziario, Mori, con lo scopo di combattere la mafia. Succede, per le vicende accennate, che Mori dovette far fronte, proprio nel territorio agrigentino, a quello che – a detta dell’opinione pubblica – era da attribuirsi ai Sacco. 
Mi fermo, anche se quanto ho detto non è poi molto chiaro. Non racconto – di solito – le storie dei libri, per rispetto all’autore e anche per non sciupare la sorpresa dei lettori. E’ un bel libro, di lettura facile per chi conosce il dialetto Camilleriano, ma – con un po’ di pazienza – anche per coloro che non lo conoscono a sufficienza. Gli estimatori – tra i quali mi annovero – dei romanzi storici di Camilleri, tutti ambientati in Sicilia, saranno ripagati senz’altro da questa strana storia, strana proprio per il modo in cui viene “costruita” la “Banda”, che all’inizio non è assolutamente pensabile.


(Lavinio Ricciardi)





Andrea Camilleri, La banda Sacco, Sellerio, 2013 [ * ]


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I RACCONTI DI NENE'
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 23 ottobre 2013
  

Questo libro è un particolare libro di racconti del grande Andrea Camilleri. Si tratta di racconti “narrati” da Camilleri a due intervistatori televisivi, Francesco Anzalone e Giorgio Santelli, su incarico della RAI. 
Rispetto a tutti i libri di racconti pubblicati, questo insieme (meglio, questa antologia) è essenzialmente composto da ricordi autobiografici dello scrittore. I racconti sono esposti, come Camilleri dice nell’introduzione, come “…una chiacchierata tra amici”. E gli intervistatori, uno dei quali allievo di Camilleri all’Accademia di Arte Drammatica, dove lo ebbe come insegnante di regìa, concludono l’opera con le loro due postfazioni.
La trasmissione, andata in onda su RaiSat, altro non era che una lunga intervista televisiva di cui (sempre citando le parole di Camilleri nell’introduzione) “…qui appare solo l’audio”: l’autore si rammarica che non si vedono gesti ed espressioni che colorivano il racconto stesso. 
Ho letto questo libro durante l’estate, proprio mentre ero nella terra natale di Camilleri. Ne ho apprezzato tantissime cose, che raccontano – oltre alla sua vita e ai suoi incontri – anche i tempi e la vita del nostro paese in anni diversi dagli attuali. Si va dal fascismo agli anni ’80, passando per lo sbarco degli americani in Sicilia, poi per le esperienze siciliane che videro Camilleri ragazzo, adolescente e giovane. Il racconto, vera e propria testimonianza storica della vita dell’autore, passa poi per la sua attività teatrale, qui descritta in modo completo, iniziata a Roma, chiamato all’Accademia da Silvio D’Amico in persona. Camilleri descrive le sue prime difficoltà da allievo e poi da docente del corso di regia. Da allievo ebbe come maestro Orazio Costa, di cui loda la scuola che ne ha ricevuto.
Le esperienze teatrali, che prendono la parte centrale del libro, sfociano poi nel lavoro presso radio e televisione. In questa fase è inserito il suo rapporto con Sciascia, che caratterizza, nel corso del tempo, il suo passaggio dalla fase di uomo di teatro a quella di scrittore. Si passa poi alle difficoltà di pubblicazione del suo primo romanzo, e poi del secondo. Le difficoltà dell’esordio come scrittore sono seguite da altri episodi, come la montagna, l’insegnamento, la paura dell’aereo (verso la fine del libro) e il mare. 
I racconti, tutti di agevole lettura, dato lo stile di Camilleri, sono proprio un divertimento per il lettore, specie per un lettore attempato (come chi scrive) che si immedesima, come già detto, anche nelle epoche, oltre che nei personaggi. Questo aspetto è sottolineato dal secondo intervistatore in un capitolo conclusivo intitolato “Note” nel quale appaiono tutti i personaggi di rilievo che sono stati nominati nei racconti. Seguono le due postfazioni, contenenti le opinioni dei due intervistatori – e coautori, almeno organizzativi, dell’opera – e i loro profili professionali. 
Insomma un libro abbastanza inconsueto del Camilleri scrittore, ma che tutti i suoi lettori appassionati della sua esperienza multiforme potranno apprezzare particolarmente.



(Lavinio Ricciardi)







Andrea Camilleri, I racconti di Nenè, Melampo, 2013 [ * ]


 


vedi quì

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LA RIVOLUZIONE DELLA LUNA
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 12 luglio 2013


Dopo due letture, questo libro mi è piaciuto talmente da ritenerlo il migliore dei romanzi storici di Camilleri, dopo - ovviamente -  "Il re di Girgenti". Ma la vicenda raccontata qui, anche se appare minore, forse, nell'importanza che si tende a dare ai libri "non Montalbanici" di Camilleri, di quella raccontata dal più famoso Re sopra citato, è - a mio avviso - piena di fascino e molto rappresentativa della Sicilia del 1600, sotto la dominazione spagnola.
Forse vale la pena di accennare agli antefatti della storia, che Camilleri ci racconta, e dì cui ci dà poi dettagliate notizie nella nota in calce all'opera. La storia racconta di un Viceré spagnolo (l'inizio del libro parte proprio da questo fatto) che durante una riunione del suo Sacro Regio Consiglio, composto da sei consiglieri, muore improvvisamente. Naturalmente questo fatto getta inizialmente tutto il Consiglio nel panico, ma della cosa viene subito informata la consorte del Viceré. La quale, secondo il volere del marito, volere che era stato lasciato scritto anche al Sacro Regio Consiglio, viene a sedersi sul trono del defunto marito. Ed inizia qui una singolare vicenda, durata circa un "mese lunare", che, a memoria di quanto accadeva in quegli anni, appare alquanto diversa da ciò che ci si sarebbe aspettato.
II libro appare subito pieno di interesse per la cronaca di quanto vi si racconta. Cronaca che appare subito ricca di eventi abbastanza strani e controversi, come, ad esempio, il fatto che la viceregina, fatta preparare la bara del defunto, la sistema in una sala del palazzo, rifiutandosi di dare sepoltura al marito.
Le vicende raccontate ci danno uno spaccato vivo e fedele della vita dei Palermitani dell'epoca. Vita piena di piccole (e grandi) avventure; di privilegi cui il potere dei Consiglieri, le massime autorità dopo il Viceré, non rinuncia; e via discorrendo. La viceregina, Viceré a tutti gli effetti per decisione del marito, si cimenta con tutti i suoi doveri, affrontando le difficoltà del suo nuovo incarico con grande capacità. Si fa subìto benvolere dal popolo concedendo, senza che i Consiglieri potessero intervenire, un abbassamento del prezzo del pane. E interviene pesantemente nei privilegi di cui si è accennato.
Per non togliere niente al piacere di leggere il libro, non racconto oltre quello che accade. Purtroppo, proprio per l'intervento del consigliere di estrazione religiosa, la viceregina dopo appena ventotto giorni viene richiamata in patria. E il suo "vice"regno termina. Con grande dispiacere del popolo...e di qualcun altro...
Il libro è suffragato, come dicevo all'inizio, da una nota che ne cita le origini "libresche". Ma l'arte dell'autore nel descrivere tutta la vicenda è realmente degna del miglior Camilleri. E il libro è di lettura piacevole quasi quanto un Montalbano...con la differenza che qui di una vicenda reale si racconta. Vicenda unica nella storia della Sicilia e della dominazione spagnola in Sicilia: non ci fu mai un altro viceré...in gonnella. Spero che la sua lettura sia piacevole come è stata per me.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio, 2013 

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LA SETTA DEGLI ANGELI
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 13 marzo 2012

  

Questo splendido affresco di una Sicilia primo Novecento è l’ennesimo romanzo storico scritto da Andrea Camilleri, che sta diventando una vera gloria della nostra letteratura contemporanea.
Unica pecca, per chi non conosce il dialetto, è l’uso potente ed efficacissimo del dialetto siciliano, che lo rende di lettura davvero piacevole, oltre che dare colore alle trovate che accompagnano il racconto delle vicende.
Si svolge in un paese dell’entroterra siciliano, Palizzolo (luogo di fantasia) ed inizia dal locale circolo dei nobili, presente  –  a quel tempo – quasi in ogni borgo dell’isola, ove è in corso una votazione per l’ammissione di un nuovo socio
La vicenda si ispira ad un fatto realmente accaduto ed ha – come elemento fondante – il rifiuto della conoscenza della verità da parte delle persone. Almeno questo recita la recensione presente nel sito dell’editore. Io non ho visto solo questo, nel romanzo: sicuramente questo sarà il fine che l’autore si è proposto ma nel libro c’è molto altro...
La cosa più divertente, a mio avviso, è la dinamica della vita di paese. Sicuramente di questa vita fa parte anche la storia dell’avvocato Teresi, che si vede rifiutare – anche dopo aver rivelato la storia delle chiese (sette su otto) in cui i parroci abusavano delle fedeli – l’iscrizione al circolo proprio per le mene che nello stesso avvenivano, protagonisti alcuni notabili che sono, di fatto, i protagonisti del romanzo stesso.
Camilleri avvince il lettore, con la sua affabulazione fatta sì di spunti e vicende letterarie, ma soprattutto di carattere “locale”, “paesano”, per dirla con vocaboli attuali. Carattere che la scrittura dialettale evidenzia in modo superlativo. Abbiamo tantissimi romanzi di Camilleri scritti in Italiano e non in dialetto: ma in questo, come in molti altri, non soltanto in quelli che riguardano il personaggio del “commissario Montalbano”, è proprio la presenza del dialetto a dare carattere al libro e all’intera vicenda, anche nell’accezione presente sul sito dell’editore. Intorno al dialetto camilleriano e – in particolare – a quello di un romanzo storico tra i più famosi, “Il birraio di Preston”, è stata fatta una tesi di laurea in dialettologia (*). In altri romanzi il dialetto sottolinea le espressioni più felici e le trovate più tipiche della vita di paese di cui sto dicendo.
Come sempre, non scrivo una recensione per parlare delle vicende narrate dal libro. A me interessano altri pareri sull’opera stessa, e credo di aver detto la mia, qui, su quello che è il pregio dell’opera stessa: buon divertimento a chi vuole leggerla.


(*) – Per coloro che fossero interessati, ecco il titolo della tesi: Margherita Di Rienzo, La lingua del "Birraio di Preston" di Andrea Camilleri, Università La Sapienza, Facoltà di Lettere, Roma, Anno accademico 2006-2007 [ * ]

 


 

(Lavinio Ricciardi)




 

 

Andrea Camilleri, La setta degli angeli, Sellerio, 2011 [ * ]

 

 

 


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IL NIPOTE DEL NEGUS
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 15 aprile 2010



Questa nuova opera di Andrea Camilleri, che esce per i tipi di Sellerio, in due edizioni, una destinata ai lettori e l’altra corredata di audiolibro (5 CD) in cui l’opera è letta dall’autore, è davvero una chicca.
La forma, come scrive l’autore in una nota, ripete la soluzione adottata per quel capolavoro che è stato per tutti noi stimatori dell’”Empedoclese”, “La concessione del Telefono” (Sellerio, La Memoria, 1998)  [
* ].
L’opera (Il nipote del Negus, ed. Sellerio, La memoria, 2010), rappresenta - come ho già detto, una chicca per gli appassionati. Simile al precedente solo nella forma, è invece – a detta dell’autore, ispirata ad una vicenda reale, come sono tutte le opere di Camilleri. Si suddivide in parti (macrocapitoli), alcune composte da insiemi di fascicoli – detti, con termine tipico, carpette – in cui sono raccolte corrispondenze tra autorità, che chiamerei documenti burocratici, alternate da altre parti, dette Frammenti di parlate, che invece contengono ipotetici discorsi tra i paesani, in dialetto. La storia è ambientata nella zona prediletta da Camilleri per le storie del Commissario Montalbano, cioè nei paesi di Vigata e Montelusa (che in realtà corrispondono a Scicli – località del ragusano – e Ragusa). Siamo negli anni ’30.
Mentre nelle Carpette, Camilleri è abile saggista delle tipiche maniere in uso nella burocrazia del tempo, non molto diverse da quelle in uso oggi, a parte lo stile linguistico, nei Frammenti di parlate le cose sono condotte diversamente: salta subito agli occhi del lettore la saggezza popolare e l’aspetto caratteristico del giudicare del popolino, poco avvezzo al rispetto di forme o di tradizioni classiche della cultura.
Il libro è delizioso, sotto entrambi gli aspetti – linguaggio dei burocrati e folklore popolare del luogo. In questo, dopo aver sorriso notevolmente alle vicende descritte nell’analogo romanzo predecessore, il lettore si trova immerso in una vicenda estremamente variopinta, intessuta delle opinioni del tempo riguardo le persone di colore e le loro prerogative. La vicenda del fidanzamento del protagonista ne è il coronamento: c’è tutta la società dell’epoca nella sua conduzione e sembra quasi di ricordare alcuni passaggi de “Il gattopardo” di Tomasi. Spero di non aver esagerato, da buon amante delle tradizioni siciliane…
L’alternarsi di Carpette e Frammenti di parlate consente al lettore una discreta ginnastica mentale tra le vicende del nipote famoso e le preoccupazioni dei vari “burocrati” (prefetto, questore, vescovo, ecc.), per cui si segue la vicenda facendo continui passaggi da un ambiente all’altro. Trovo che proprio questa “scenografia” del romanzo denota quella formidabile caratteristica di Camilleri che fa tornare lo “scrittore” alla sceneggiatura e regia teatrale, rendendolo unico. Pirandello, suo compaesano, ne sarebbe orgoglioso… ma, fatti i necessari passaggi, penso che lo sarebbe anche Scarpetta, di altra tradizione, regionalmente parlando…
Come al solito, non voglio raccontare il romanzo: me ne vorrebbero tutti i lettori che l’hanno già letto e – soprattutto – quelli che debbono ancora leggerlo. Mi piace dire invece che trovo questo romanzo più divertente e movimentato de “La Concessione del telefono”, e che fa gustare, ancor più di quello, l’aspetto folkloristico della tradizione popolare e del modo di pensare siciliani.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, Il nipote del Negus, Sellerio, 2010 [ * ]






vedi quì


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ANDREA CAMILLERI SCRITTORE. STORIE DI UN COMMISSARIO A MISURA D'UOMO E...DI SICILIANO!
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 6 aprile 2010



Per me, grande appassionato di lettura, scegliere nella rosa degli scrittori proposti al nostro circolo dalla organizzazione della manifestazione “Libri come” [ * ], è stato alquanto facile. Debbo, però, fare una breve premessa.
Da circa un anno o poco più sto aiutando una mia amica di infanzia ad accettare un malanno che la sta privando (al momento, purtroppo, l’ha quasi completamente privata) del senso più importante per chi ha piacere nella lettura: la vista. E la nostra amicizia – tema centrale di un piccolo libro di ricordi che sto scrivendo – mi fa soffrire quasi quanto soffre lei. Nelle mie visite di aiuto, la mia amica ha espresso il desiderio che le leggessi qualcosa, ed io, un po’ per la mia passione e un po’ per le mie origini siciliane, ho scelto di leggerle qualcuna delle storie di Andrea Camilleri sul commissario Montalbano. Sono stato agevolato dal recente acquisto del volume “Racconti di Montalbano”, apparso negli Oscar Mondadori, che contiene alcuni racconti già presenti in precedenti raccolte ( “La prima indagine di Montalbano”, ”Gli arancini di Montalbano” e “La paura di Montalbano”, quelle nelle quali ho trovato alcuni dei racconti riprodotti anche qui). Così, ho iniziato a leggerle le storie di questa raccolta, e la cosa la diverte ancora molto, alleviandole la pena di non vedere, e le permette quindi di servirsi di un lettore-amico per provare ancora il piacere dei racconti.
Ciò premesso, torno a quanto mi è stato chiesto dal coordinatore del nostro circolo di lettura: scegliere, in una vasta rosa di autori presenti alla rassegna, uno scrittore e scrivere qualcosa su una sua opera. La mia scelta è stata ovvia: lo scrittore di cui ho più letto – tra coloro che saranno a “Libri come” – è senz’altro Andrea Camilleri. E nell’opera di Camilleri, questi “Racconti di Montalbano” che sto tuttora leggendo (e rileggendo) mi appassionano particolarmente. Non voglio citarli tutti, ma soltanto scrivere sia delle doti del Commissario Montalbano, sia di uno dei racconti particolarmente affascinante e ricco: il suo titolo è “Sette lunedì”.
Voglio parlare ora dell’immagine che mi sono fatta del Camilleri scrittore, di cui conosco ed ho tra il 60 % e il 70 % delle opere. Camilleri è uno scrittore di cui ho sempre apprezzato il talento e la capacità di svolgere non solo il lavoro di scrittore, ma il “mestiere” per cui è più famoso: il regista di opere teatrali. E mi duole conoscere solo alcune delle opere da lui dirette per la televisione italiana: la più famosa è stata la serie delle storie del commissario Maigret, presa dai racconti di Georges Simenòn, e magistralmente interpretata da Gino Cervi nei panni del protagonista, e da Andreina Pagnani in quelli della “signora Maigret”. Ricordo che gli attori erano senz’altro grandissimi, ma la regia di Camilleri è ancora oggi un mito di cui all’epoca non mi resi del tutto conto, e che – forse – ho apprezzato di più ora che conosco il Camilleri scrittore. Ho citato questo “mestiere” – del quale penso che lo stesso Andrea andrà orgoglioso – perché, secondo me, la sua bravura nello scrivere ha origine da quel mestiere.
A questa immagine ha contribuito un libro-intervista di Marcello Sorgi, all’epoca (1999-2000) direttore del quotidiano “LA STAMPA”. Il libro, redatto in forma di una divertente intervista, pubblicata dall’editrice Elvira Sellerio nella stessa collana (Memoria) in cui si pubblicano i libri di Camilleri, è intitolato “La testa ci fa dire”. In questo libro Sorgi pone a Camilleri domande su tutta la sua vita. L’ho riletto proprio a proposito di questo mio piccolo intervento ed ho trovato tutto quello che si può cercare sull’autore di Montalbano (e non solo), cioè su Camilleri prima uomo di teatro, poi scrittore. Mi si perdoni il dire di Camilleri  “l’autore di Montalbano”: so che non è vero, ma desideravo dirlo.
Voglio quindi parlare un po’ del Camilleri autore di questo splendido Commissario di Polizia nostrano, che lo ha reso così famoso: il Commissario Montalbano, figura particolare che tutti – lettori e telespettatori – conoscono bene almeno per tre ragioni:
- è italiano e sicilianissimo (nome di battesimo Salvo, diminutivo di Salvatore);
- l’interpretazione televisiva del personaggio che ne ha dato e continua a dare Luca Zingaretti è sicuramente parte del mito di questo Commissario;
- ha le caratteristiche di un Commissario della Polizia Italiana: inoltre è, nel suo mestiere, estremamente umano, sempre pieno dei dubbi che tutti noi avremmo al suo posto, di fronte a casi di delitti inspiegabili e pieni di ombre.
Ma c’è secondo me un carattere, di questo commissario, che neppure la bravura di Luca Zingaretti ha saputo portare sullo schermo televisivo, e che emerge soltanto dalla lettura delle storie così come le racconta Camilleri. Qualcosa che rende le storie stesse divertenti, e ne fa uscire la figura di un Salvo Montalbano capace di scavalcare con semplicità le difficoltà che la soluzione dei casi via via gli presenta, per evitare “… il nirbùsu” (“il nervoso”, cioè l’inevitabile frustrazione che viene a tutti quando si brancola nel buio). Certo, nella trasposizione televisiva delle storie c’è un contorno che viene dai luoghi e dalla loro scelta, e questo dà colore alla storia stessa, distraendo da questo qualcosa. Ma – a coloro che amano leggere – continua a risultare migliore l’immagine che dei personaggi emerge nella nostra mente, ad opera della fantasia che ciascuno di noi possiede, ma soprattutto prodotta dalla bravura e dalla fantasia di chi scrive. Questo carattere – per quanto ho potuto individuarlo io – discende dal linguaggio che Camilleri usa nei suoi libri, in quelli di Montalbano in particolare, ma non solo. Di questo linguaggio è stato scritto tutto e il contrario di tutto. C’è chi ha detto che il dialetto non andava usato; c’è chi voleva le storie scritte unicamente in dialetto siciliano. Camilleri ha scelto di fondere dialetto siciliano e lingua italiana, e – sempre soggettivamente, secondo me – questa miscela produce molto bene l’immagine, netta e chiara, che la mente di chi legge si forma del personaggio.
Dopo aver riletto “La testa ci fa dire” (libro che mi sento di raccomandare a tutti coloro che amano leggere le storie del Commissario Montalbano, per conoscere molto più a fondo il pensiero dell’autore, da lui medesimo raccontato), ho compreso il perché di questo linguaggio ibrido. Camilleri dice chiaramente che – quando ha lasciato la Sicilia per lavorare a Roma – lui continuava a pensare in siciliano e solo dopo aver tradotto questi pensieri in italiano usava la lingua patria. Penso che questo sia fondamentale per capire la genesi del linguaggio delle storie di Montalbano: molto del dialetto viene fuori nei pensieri del Commissario, o nelle tirate di un personaggio come Catarella. Io vado un mese all’anno in Sicilia, essendo i miei originari di Patti (provincia di Messina), e mi succede, seguendo proprio lo stesso filo di cui parla Camilleri, dopo qualche giorno di ambientamento, di tradurre i miei pensieri italiani in siciliano, per riuscire a dialogare con i Pattesi. Facevo questo, inconsciamente, già a 10 – 12 anni, con grande timore di mia madre, che pensava che – al ritorno a Roma – avrei continuato a parlare in dialetto.
E va soprattutto sottolineata la caratterizzazione dei personaggi, nella quale Camilleri si dimostra davvero un maestro. Montalbano stesso, Fazio, Augello, Catarella escono dalle storie di prepotenza, quasi visibili a chi legge.
Dicevo prima di “Sette lunedì”, una storia che ha forse un notevole grado di “suspénse”, per il fatto che l‘assassino si limita ad uccidere (sempre di lunedì) un animale, lasciando sul luogo del delitto un pezzetto di carta con una scritta che parlava di “contrazione”. Frasi del tipo: «Comincio a contrarmi», «continuo a contrarmi», e così via. Non voglio raccontare la storia, ma solo cogliere tutto lo sgomento che il Commissario Montalbano prova di fronte a questo strano comportamento del mattatore di animali.
Gli indizi raccolti dal Commissario, assieme ai suoi bravi e provvidenziali collaboratori Augello e Fazio, lo portano dapprima a capire che – tramite queste uccisioni di animali – il misterioso assassino cerca di comunicare qualcosa. Indagando prima sulle iniziali degli animali e non giungendo a capo di nulla, il Commissario si concentra sulle iniziali dei padroni degli animali uccisi e riesce a ricostruire una frase. “ecco Dio”. Gli animali uccisi fino alla lettera i della seconda parola (Dio) erano sei, via via sempre più grandi: il commissario, incerto sulla mossa finale dell’assassino e deciso a smascherarlo prima del settimo delitto, organizza di radunare in un cinema tutti coloro che, in paese, avevano il cognome che iniziava con la “O”, per evitare delitti su persone anziché su animali. Ma la tensione che pervade Montalbano, nell’ansia di prendere il colpevole prima che esso compia il delitto finale (configurabile come una strage, non di animali ma di persone) è resa benissimo dalla lettura della parte finale della storia. E questo fatto emerge proprio, a mio avviso, dal particolare linguaggio con cui Camilleri dipinge il suo personaggio.
Voglio soffermarmi ancora su questo linguaggio. Io – di solito – leggo senza voce, solo con gli occhi e quindi non sento neppure la mia voce. Nel caso della lettura alla mia amica, invece, Camilleri e le sue storie di Montalbano le ho lette a voce alta, ed ho potuto verificare l’effetto del linguaggio di Camilleri sulla mia amica. Con lei abbiamo passato assieme tutta la vita, fin dai miei sette anni (lei ne aveva cinque), e quindi conosco molto bene le sue espressioni. E l’effetto del linguaggio di Camilleri è davvero divertente, anche se ho faticato non poco per cercare di rendere quel linguaggio divertente oltre le sue caratteristiche. Il mix che Camilleri fa di italiano e siciliano è realmente qualcosa di particolare, quando lo si legge a voce alta. E la mia lettura a voce è estemporanea, perché – come ho detto – di solito leggo con gli occhi e non con la voce. Non sono affatto d’accordo con i detrattori di questa scelta, che secondo me costituisce l’origine di gran parte del successo dell’autore di Montalbano.
Torno a ”Sette lunedì”, per raccontare il finale della storia, ed aggiungere qualche considerazione sul motivo della mia scelta, tra le tante che potevo fare. Con una manovra che doveva evitare la strage preconizzata, il commissario Montalbano raduna in un cinema tutte le persone il cui cognome iniziava per “O”. Guarda caso, dal gruppo dei convocati manca una persona, che a Montalbano risulta essere proprio il possibile sospettato. Alla fine di una concitata ricerca, Montalbano rintraccia la tomba di famiglia di questo signore la cui parte inferiore risultava carica di dinamite, alla vigilia del giorno dei morti!. Tornati di corsa al cinema ove erano state radunate le potenziali vittime della strage, Montalbano trova l’indiziato e, con un abile stratagemma, riesce a catturarlo impedendo una strage, anch’essa a base di dinamite.
Ho scelto questo racconto, che fa parte delle raccolte “Racconti di Montalbano” e “La prima indagine di Montalbano”, entrambe pubblicate da Mondadori, perché è particolarmente espressivo circa il linguaggio e quello che ho detto sul come tale linguaggio riesca a trasmettere al lettore i sentimenti che prendono Montalbano nel corso del suo lavoro. Sempre a mio giudizio, trovo che il linguaggio che Camilleri utilizza nelle sue storie è davvero un significativo contributo al successo librario delle storie stesse.


(Lavinio Ricciardi)









Andrea Camilleri, Racconti di Montalbano, Mondadori, 2009 [
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Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Sellerio, 2000 [
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Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano, Mondadori, 2005 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 6/4/2010 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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