.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 17/5/2016 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 14 luglio 2015
 

La poesia oggi ha raggiunto un punto orizzontale dove l’Io poetico affronta i livori dell’esistenza, la percezione quotidiana del finito, l’intensità malefica del possesso e dell’annullamento. La raccolta Oltremisura partendo dalla fonte personale affronta il percorso difficile della salita verso i punti verticali, le cime tempestose, dove le passioni disilludono, i sensi non sostengono, i sogni si infrangono contro la barriera del Tempo. La poeta inizia il cammino/ racconto con la poesia Bianco che potrebbe essere avvicinata alla voce del Nobel Salvatore Quasimodo della poesia Ed è subito sera. La Nostra scrive: “Sto qui / fra riga e riga / senza distanze. / Sto qui / qui a guardare il bianco: / nomade / tra le parole dette / e quella che mi tace dentro”. L’anafora sprigiona l’egemonia del luogo atemporale; il colore bianco risveglia l’energia della purezza, la verginità della mente e del foglio dove riversare la parola; la forza della poesia è nella mediazione tra il suono e l’immaginazione, la sospensione e la Creazione che si rivela nel silenzio, inaspettata l’acqua dell’esistenza scorre a superare i secoli con lo sguardo. Noi siamo nomadi, imperfetti e nostalgici, costretti a comprendere in ritardo le profezie dei poeti, i deliri degli assassinati per le idee, le violenze subite da chi apre le stanze alla luce del sole: “(…) I ragazzi, a valle, / non lo vedono: / hanno negli occhi frammenti / in divenire / abbracciano l’attimo / non cercano altro / ma l’indicibile dell’esistenza / li aspetta”. La poesia non ha un ruolo nella Storia della società contemporanea, proprio quando sembra fiorire in mille cenacoli, in migliaia di voci, in una infinità di incontri. Per la Nostra la poesia potrebbe rivelarsi “(…) la voce / senza traduzione”, proprio come avviene oggi. Allora oltre al dolore personale per l’impossibilità della condivisione reale, sincera, sentita, la poeta rivela al lettore l’amaro “Sale della mia terra” (che è poi la terra di ognuno di noi): “Al seno di tua madre / senza distanze / hai quanto basta / senza spazio / senza tempo / senza memoria / non dissipi calore. / (…) Dove sono ora / ho quanto basta: / un battito di vita / uno sguardo che colora il mondo / e i miei anni / diventano leggeri. / Ho te / sale della mia terra.” 



(Vincenzo D’Alessio)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizione, 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/7/2015 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 24 giugno 2015
 

E’ la seconda opera poetica pubblicata da Luciana Raggi. E’ stata presentata a Villa Leopardi in un “Incontro con i poeti” tenutosi nello scorso marzo. Ed io l’ho avuta in quella occasione. 
Recensire per me un’opera di poesia risulta oltremodo difficile, per il fatto che normalmente leggo una gran quantità di opere di narrativa. Le poesie sono gli amici a darmene: le leggo molto volentieri, ma preferisco che a parlarne siano gli altri. Ma Luciana è persona speciale, per me; basti – a chi mi sta leggendo – citare il fatto che, alla rassegna “I poeti si raccontano”, promossa qualche anno fa dalla Biblioteca “Galline Bianche”, Luciana – con due battute – riuscì a farmi leggere due poesie mie (tra le pochissime che avevo salvato) e a farmi commuovere mentre ne leggevo una dedicata a mio padre.
L’opera di Luciana è divisa in tre parti, che hanno i titoli Forse, Illusioni, Incontri. Forse è la più breve (10 liriche) ed è quella che mi ha colpito di più; Illusioni è poco più lunga (12 liriche) e contiene la lirica che dà il nome alla raccolta; Incontri è la raccolta più lunga (19 liriche, tra le più lunghe) ed anche – a mio vedere – la più impegnata: le poesie in essa contenute sono, per ricchezza e differenza di contenuti, le più significative dell’intera raccolta. 
Perché mi ha colpito la prima parte? Forse perché sono un neofita di questa stupenda cosa che è la poesia. Devo dire che ho trovato, in tutte le poesie della prima parte, tantissime immagini, che mi hanno subito catturato: il titolo stesso delle liriche è già una immagine. E – da buon cinéfilo qual sono – proprio questa caratteristica mi ha fatto soffermare sulla prima parte. Ma c’è una ragione più spicciola, che origina dalla prima poesia del volume: Bianco. Questa poesia è – per me – nella sua brevità e concisione, particolarmente significativa, e cercherò di dire in breve perché. 
Si parla subito, nella poesia, di uno spazio: “Sto qui – fra riga e riga – senza distanze…“. 
Uno spazio che non viene nominato, non occorre che lo sia: è nei versi stessi, scarni, concisi, efficacissimi in quello che evocano. Ecco, proprio in questo è la forza della poesia di Luciana. Forza che si ritrova in tutte le altre liriche, sia concise, sia più estese, sia essenziali e stringate, quindi elegantissime, sia più ricche di vocaboli e magari proprio per questo meno efficaci.

Sto quì
fra riga e riga
senza distanze.
Sto quì
quì a guardare il bianco:
nomade
tra le parole dette
e quella che mi tace dentro.
 
Altra lirica che mi ha colpito, sempre nella prima parte, è Il telefono tace: qui ci sono almeno tre immagini significative, il silenzio, l’utilizzo per smacchiare il passato, l’ammobiliare una solitudine; tre immagini bellissime, anch’esse espresse da poche parole. Il silenzio è nel titolo, che è anche il primo verso. 

Buco spaventoso di silenzio.

Silenzio tortura.

Il telefono tace.

Forse
non vuoi più abitarmi

forse
credi di bastarti

forse
non ti servo più
per smacchiare 
il tuo passato

forse
non vuoi ammobiliare
la tua solitudine
con cose consumate

forse
son solo congetture.

Il telefono tace.

Nella seconda parte, Illusioni, la prima poesia è Non compro più sogni. Il linguaggio di questa lirica è meno stringato, più vicino al nostro linguaggio quotidiano. Ma le immagini sono altrettanto efficaci di quelle citate nelle altre liriche: comprare sogni, concimare i figli, amore perfetto, verità agrodolci, vuoto di una felice assenza nell’immobile presente. La bellezza di queste fa la bellezza della lirica, che scorre sotto gli occhi di chi legge portando le immagini subito in superficie. 

Ho contribuito efficacemente
al disordine del mondo
comprando sogni
vendendo speranze.

Ho imboccato sentieri contraddittori
alla ricerca di verità.

Ho innaffiato le aspettative
ho concimato i miei figli
con stupore
li ho visti sbocciare.

Ho creduto davvero
a quella mal calcolata felicità
all'amore perfetto
la più cara delle mie illusioni.

Ora non compro più sogni.

Prendi in prestito il tempo
vivo l'attimo livido
bevo verità agrodolci
senza filtri affettivi.

Cerco
nell'immobile presente
il vuoto
di una felice assenza.
 
La lirica "Oltremisura" chiude la seconda parte: il linguaggio di questa lirica è – a mio avviso volutamente – rappresentativo del titolo: vengono usate parole poco comuni e molto lunghe, che sottolineano concetti esagerati o delineati con molta enfasi. La poesia è autoesplicativa del titolo e degna di nota proprio per questo. 

Velocità di rotazione incontrollata
Conflitto di attribuzione
Nessuno sa frenare
smanie di potere.

Eccedenza di egoemozione
anestetizzazante
Conflitto di attribuzione
nega sentimenti.

Retorica dell'eccesso
per contrasto all'inazione
Nessun aiuto spontaneo
agli sconfitti senza speranza.

Narcotico rumore
assordante compulsivo
Conflitto d'interessi
annienta verità.

Iperstimolazione retinica
overdose di forme
Conflitto di realtà
esclude il sogno.

Il buio dell'anima
ammutolisce
corpi ammalianti.

Nessuno apre porte
chiuse oltremisura.

La terza parte, Incontri, dà immediatamente, con le prime due liriche, l’idea di cosa, già nel titolo, essa voglia essere: una serie di incontri della poetessa con le cose più disparate. La seconda lirica, Accanto, traduce molto bene questo concetto, e così la terza, Segni: e più che le immagini, le liriche sottolineano, nel lettore, l’azione di incontrare problemi, segni. In entrambe le liriche, il lettore ha la netta sensazione di accompagnare l’autrice nell’intraprendere questi due incontri, con i problemi del mondo, e con i segni interiori. Sensazione che lascia un’idea di bello, che viene dai versi e – soprattutto – dalla costruzione che li racchiude. Sono decisamente bagni nelle parole, immersioni piacevolissime in entrambe le liriche. 

Ai problemi del mondo chiedo
di sedermi accanto.

Lì accanto
in ascolto.

Vederli
faccia a faccia
ad uno ad uno.

Raccogliere silenzi
densi
amari

parole calpestate
pesanti.

Ai problemi del mondo
che chiamo per nome

chiedo

di mostrarsi
con suoni vibranti

che lascino segni
che non si possono dimenticare.




Scivolo
con morbide attese
nei ricordi

in attesa di visioni.

Segni rimasti

cicatrici
supporto al presente

tagli profondi
che fanno ancora rumore

acidi nocivi
che graffiano male

o balsami che leniscono
dentro.

Leggo quei segni.

Toccano
una profondità
non ancora indagata.

Che attira.

Prima di concludere voglio segnalare le poesie dedicate a due poeti (Giacomo Leopardi ed Emily Dickinson) e Si sedes non is – Si non sedes is. Una lirica con un titolo palindromo che presenta contemporaneamente un concetto e anche la sua antitesi, così come sono antitetici i comportamenti dell’io narrante descritti nella prima strofa e del tu che è in ascolto descritto nella seconda strofa. 

Sono su “questo” colle:
non lo immaginavo
privo di centro
con i soliti rumori
odori colori.

Ma ora
qui
l’eco di una voce lontana
sento vicina.

Umano e casuale
il limite all’orizzonte
come il tuo smarrimento allora
dove mi riconosco ora.

Respiro la tua malinconia
e un dubbio avvolgente
su questo cammino
che non brama il naufragio dell’anima
né la deriva dei sensi

non un rifiuto
né un rifugio.

Sono sul tuo cammino
sul sentiero
della poesia.

Serpeggiando
può condurre a valle

avvicinare all’orizzonte
gli occhi all’infinito.




Tue sole ali sono le parole
figlie di una tormentata
malinconia.

Hai amato non riamata
sei all’ombra
ma hai visto il sole.

Chiusa
nella tua stanza
spazi

raccogli i frutti
maturi

cuci echi
domestici a parole

animi dettagli

nella via stretta
apri ampi orizzonti.

Il tuo sguardo penetra
la superficie
ne comprende i segreti.

Nel silenzio ascolti
al buio vedi
e accogli visioni

del prevedibile quotidiano
riveli l’inatteso

della semplicità fai grandezza.

Fermi l’attimo perfetto
arricchito lo offri
nella viva metafora

illuminante
obliqua
verità. 




Nel rumore del dissenso
cammino fra aspre parole:
braci sul grigio posate
sul marcio palpitante
irradiano luci e colori

E camminando vado.

Nel tempo fluido
dell’attesa rassegnata
appoggiato al tavolo
delle tue abitudini
tra sguardi opachi ti siedi

E nel sederti stai.


Nella poesia finale, bellissima, la poetessa paragona il suo delizioso nipotino appena nato, cui la lirica è dedicata, al sale della sua terra, capace di dare sapore e nutrimento alla sua vita, garantendo in qualche modo la continuazione di qualcosa di sé. 

Al seno di tua madre
senza distanze
hai quanto basta

senza spazio
senza tempo
senza memoria
non dissipi calore.

Viaggio nei tuoi occhi
soddisfatti

entro nel tuo mondo
dai piccoli confini

trovo la grandezza
della vita.

Dolce perdersi
nella sorpresa
di una luce nuova

al sole caldo
di questo mite inverno

Dove sono ora
ho quanto basta:

un battito di vita
uno sguardo che colora il mondo
e i miei anni
diventano leggeri.

Ho te
sale della mia terra.


Il libro è un piacere per chi lo legga con un po’ di attenzione: per la poesia, a differenza 
della prosa, serve sempre un ascolto attento: bisogna sedersi e, nel silenzio, fare spazio alle emozioni.




(Lavinio Ricciardi)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizioni, 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 24/6/2015 alle 3:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 8 settembre 2010


Una raccolta strutturata su sette capitoli che iniziano con una riflessione sul tempo a partire da un autoritratto - davanti allo specchio – per chiudersi con un monito - mangia sano / e non vomiterai sorrisi acidi - : un percorso conoscitivo assai equilibrato nelle sue tappe, anche per i rapporti numerici, nitidamente sintetizzate nello snodarsi dei titoli: tempo (di sette componimenti), cielo e mare (sette), parole (sette), forse (sei), incontri (otto), tu (otto), tradimenti (nove). Si tratta di una esplorazione al cui centro sta la parola e l’incontro, per dire il tu nel quale riconoscersi nonostante il rischio dei tradimenti che complessivamente comprendono un campionario più elevato delle altre precedenti esperienze.
Questo specchiarsi non descrive molto di sé, invero, se non il proprio stato emotivo, raccoglie invece subito le sintesi dei tracciati di vita, strade, luoghi e volti in perenne mutazione: Ho specchiato il mio volto nella notte / e nel fragile autunno del profilo / ho visto riflessi / i dirupi e le vette della vita. // Ho percorso le valli della storia / che la pioggia ha corroso lentamente / senza lavare / i sentieri fioriti dei ricordi. // Ho seguito le nuvole cangianti / dove luoghi e persone s’affollano (…) // (…) E so di certo che ogni giorno muore.

L’estrema sintesi è questa certezza, che ogni giorno muore, maturata già in incipit.

Gli spazi amati dell’antico borgo sono ormai territorio invaso dagli infestanti e attraversarli significa sperimentare la condizione dello straniero alla quale si aggiungono resti di incontri non pacificati, di saluti e abbandoni. La porta si è chiusa. / Ma la stanza che hai lasciato / muta nel silenzio / riceve ora un raggio lungo dal sole. / Sì, proprio dal Sole grande / che vede e provvede. / E’ un sollievo questo nuovo giorno, / ciclo che si ripete / Che posa una goccia di sollievo / sulla mia sete.

Così, la parola che non si nasconde il malessere del vivere, ma che non cerca di inchiodare espressionisticamente circostanze, gesti, particolari, e che si sofferma invece sulle ripercussioni interne di questi, dall’esterno sa anche cogliere i segni che possono farsi simbolo e quindi ponte e motivo sufficiente per accogliere come sollievo la luce: il Sole grande – scritto al maiuscolo – goccia di sollievo alla propria sete. L’accostamento è molteplicemente ossimorico per esprimere le dimensioni delle distanze e dei vuoti.
La poesia non teme di confessarsi, di dire il dolore, la delusione, la sopraffazione dell’altro – alla tua ombra - il tradimento: sono svaniti i sogni, crollate le illusioni, ma la forza di chi non rinuncia a una sincerità di fondo è nella fedeltà a quel segno - Ora desidero / piccoli Sorsi di Sole- come nella sincerità a se stessa e all’altro – Forse / se ti sposti / un raggio di luce vera e viva potrà illuminarmi – per concludere con un pizzico d’ironia e un sorriso un po’ amaro ma trasparente:
Spalma un po’ di verità sul pane quotidiano / e gustane il sapore dolceamaro. / Mangia sano / non vomiterai sorrisi acidi.



(Annamaria Tamburrini)





Luciana Raggi, Sorsi di sole, 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana poesia

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/9/2010 alle 15:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 8 settembre 2010



Sabato 11 settembre a Sogliano al Rubicone, paese natale di Luciana Raggi, verrà presentato il suo libro di poesia "Sorsi di sole".

Sorsi di sole
, opera prima di Luciana Raggi, ha ricevuto già alla sua uscita numerosi consensi. Né poteva essere altrimenti, conoscendo la sete di letture e la meticolosa ricerca che l’autrice mette nel suo lavoro. Lo scriveva Tiziana Mattioli, in quel breve saggio Viatico minimo per il lettore: "Il lettore di poesia deve essere, prima di ogni altra cosa, un assetato, un individuo disposto ad attribuire un “consenso speciale” alla realtà, a riconoscere o comunque immaginare ciò che sta oltre l’apparenza, trasfigurando, come un visionario, lo stato ordinario delle cose". Lo afferma, con maggiore evidenza, Alessandro Carrera, in un capitolo di quel libro dal titolo assai emblematico, I poeti sono impossibili. La lettura sta prima di ogni scrittura ed è fonte di rielaborazione, di interpretazione, addirittura sta a fondamento della critica, come ebbe ad affermare Renato Serra. E noi sappiamo quanto la lettura sia stata strumento di conoscenza e formazione.

Nel desiderio forsennato
di placare la fame
ho ingurgitato libri e libri.

Incominciamo da qui, da questa consapevolezza di conoscenza che si traduce subito in una affermazione di nescienza così vicina alla migliore tradizione letteraria: il Gozzano che esalta L’Analfabeta, o il Mallarmé di "La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri"

Ora
maschero la delusione
dopo l’indigestione.

E subito a seguire, in una forma di contrappasso, come a giustificare l’affermazione e a sorreggerla, la parola che salva, la poesia che dà luce, perché

Le poesie hanno radici
che affondano nei pensieri
fra ombre misteriose.

C’è qui la sua poetica, l’affermazione che la poesia va in profondità, scava nel profondo e si traduce in una forma di ambiguità, in una inafferrabile senso reso da questa metafora – ombre -, che resta intraducibile, eppure così viva e presente come emanazione di pensieri, quasi a ricordare i versi che Celan scrisse nel 1967, tre anni prima di morire: "Canto d’emergenza dei pensieri / nato da un sentimento". C’è qui l’affermazione che nulla, meglio della poesia, sa parlare al cuore umano e disfare il velo di sonno, nulla meglio della poesia sa arrivare alla conoscenza e correlare l’esperienza dell’origine e quella della sua fine, amore e morte, Orfeo ed Euridice. Blanchot afferma, in Lo spazio letterario, che la scrittura incomincia nel momento in cui Orfeo perde Euridice, poesia della perdita e del dolore, canto dell’Amore. La poesia moderna nasce appunto come canto della perdita, nasce dal dolore, o, come afferma Daniele Piccini, "nasce dal male, lega il suo potere di conoscenza al dolore, alla sofferenza".
Questo libro non nasce all’improvviso. Ha avuto un periodo di gestazione, di attento lavoro di correzione e soprattutto di abrasione, nella ricerca della sintesi, perché, per usare le parole di Ungaretti "la poesia è forma per natura sua estremamente sintetica". Oltre a questa ricerca formale, come abbiamo già anticipato, esso si arricchisce di tutti gli elementi tipici della poesia moderna e, per riprendere una usata e consumata metafora, la poesia altro non è che un viaggio, un viaggio dentro se stessi (la metafora del “poeta minatore” come ebbe a scrivere Giorgio Caproni) o un viaggio alla conoscenza del mondo, secondo le varie forme che alla poesia hanno dato tutti i poeti, o per meglio dire un viaggio verso la conoscenza del mondo attraverso se stessi. In questo l’attesa di qualcosa che dovrà accadere e che pone il poeta nella ricerca della lettura del grande libro dell’Universo, secondo un tema tipicamente decadente e simbolico, come si intravede nella lettura di

Sfoglio il gran libro.
Ne bevo avidamente il succo.

E va avanti in un impegno che dice, oltre le parole, di tanta zavorra da gettare a mare, di tante cose di questo mondo che andrebbero cestinate, bruciate, e che la poesia non può nominare.
È questa la parte centrale del libro, quella che va sotto il nome di Parole, ad indicare l’operazione e il tormento che stanno dietro la ricerca, "operaia di parole" come ebbe a definirsi, Beatrice Niccolai o, come ebbe a dire Yves Bonnefoy: "La poesia è un lavoro sulle parole".
Questo è un libro che resta. Resta, perché dopo la lettura un senso di smarrimento pervade, una nota di dolce malinconia, un segnale di identificazione con i temi trattati, di riconoscimento. Sì, qui ci sono anch’io, ci siamo tutti, tutti ci riconosciamo. Così questo viaggio incomincia da se stessi, dal proprio io in tutta la sua fisicità. È il tema dello specchio, simbolo della ricerca – vedersi allo specchio implica questo rapporto con il prima e il dopo, con quello che eravamo e con quello che siamo:

Ho specchiato il mio volto nella notte
e nel fragile autunno del profilo
ho visto riflessi
i dirupi e le vette della vita.

Attraverso il proprio volto, attraverso il profilo del proprio corpo c’è tutta una storia da leggere, il senso del tempo che se ne va e una unica certezza, così ovvia, per questo così profonda:

E so di certo che ogni giorno muore

verso che si carica di tante implicazioni in una pluralità di significati su cui potremmo scrivere all’infinito, perché, come osserva Musil, "poeta è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero".
Il suo viaggio inizia di qui, da questo senso del tempo (Tempo è appunto il titolo della prima sezione) ed è un tempo di esagerata bellezza, di orologi e calendari inutili, ma anche di incontri in tentativi di metafore di riconciliazione. E poi, a seguire, l’altro, il mondo che va ad identificarsi nei due elementi che sono l’essenza dell’Universo Cielo e Mare, esempi di correlativi oggettivi dove il proprio io va a ripiegarsi:

quel che faccio son briciole,
inghiottite in fretta
senza saziar la fame.

E poi lentamente, gradualmente, questo altro farsi persona, prendere le sembianze desiderate e sognate, attraverso dubbi e certezze, attraverso i Forse, che Francesco Flora ha definito essere la parola più poetica della nostra letteratura. Dal tempo, la poesia è diventata Canto d’Amore, un canto per alcuni versi così vicino alla grandi donne della nostra letteratura, penso in particolare a Margherita Guidacci che ha fatto dell’Amore e della Morte il suo tema dominante:

"Noi sapevamo già di appartenere alla morte.
Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto lo copra di lamento:
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane."

O il tema forte dell’essere donna, tema che ripercorre da vicino tanti versi di Alda Merini:

Sotto, imperfetta,
c’era una donna.
Il suo viso era appassito
dai venti contrari
ma le sue impalcature
la rendevano forte.

affermazione forte e vera non di contrapposizione, ma di orgoglio della propria identità e di riscatto, fino a poter dire all’altro, con velata ironia

Ho attraversato la mia vita
per strade secondarie
all’ombra di certezze consumate
Ora desidero
piccoli Sorsi di Sole.
Forse
un raggio di luce vera e viva potrà illuminarmi.

Se compito del poeta, come disse Naipaul, premio Nobel per la letteratura nel 2001, è “la rottura del silenzio”, in questi versi la rottura del silenzio diventa testimonianza e storia e "il silenzio dei poeti può diventare assordante, generare angoscia, stimolare le coscienze a svegliarsi e a riscattarsi", come dice Anna Maria Salanitri. Così il suo viaggio, iniziato attraverso il tempo in una indagine allo specchio e con il senso della fine (giunta al confine / abbraccerò la fine / e varcherò la frontiera) ci conduce a fare i conti con la nostra esistenza

Alla periferia della memoria
trovo squallidi paesaggi
intristiti da ombre giganti
e da una patina antica.

Ma su questa realtà, su questa memoria che tenta di recuperare il senso di un viaggio ormai consumato (Sono qui a consumare il tempo / consumata dal tempo finito) ecco l’ultima amara certezza di sogni ormai vuoti, disillusi, cadenti, petali bianchi in volo, e come un pugno nello stomaco l’amara accettazione/rassegnazione di chi può stendere un po’ di verità sul pane quotidiano, per poter sopravvivere.



(Bruno Bartoletti)








Luciana Raggi, Sorsi di sole, 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/9/2010 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 4 marzo 2010



Luciana ha anche scritto un libro di poesie, Sorsi di sole.

Un cristallo sfaccettato, una microscopica batteria solare, dei piccoli ingranaggi. Sono i componenti di un gioco appeso al vetro della mia finestra, vicino al tavolo dove scrivo. Quando un raggio di sole cade sulla batteria, l'energia mette in moto gli ingranaggi e il cristallo ruota, rifrangendo la luce in mille colori. Basta un solo raggio di sole.
Le poesie di Luciana Raggi sono come un cristallo, che l'autrice fa ruotare davanti ai nostri occhi dando vita a un caleidoscopio di luci.
Sono immagini suggestive, come nel vecchio borgo ove orologi e calendari sono inutili, e non serve misurare non serve programmare, o nell'incontro sul molo buio e inanimato ove il cerchio della solitudine si stringe intorno al protagonista abbandonato.
Sono riflessioni sul tempo che passa, come nella poesia Davanti allo specchio, ove le immagini della natura riportano al ritmo della vita che scorre.
Sono schizzi veloci colti nella quotidianità della vita, come in Una briciola camminava, con la donna forte dal viso appassito che non si arrende di fronte alle difficoltà.
Nella poesia Sul bordo l'autrice vuole attraversare il tempo... in cerca di una parola ferma che brillasse fra riflessi iridescenti e sfuggenti. La ricerca delle parole crea ritmi eleganti, armoniosi, musicali, anche nei frammenti di pochi versi, che in un lampo nitido e deciso riescono a creare energie che colpiscono. Come in Sorrisi acidi, dove la verità si spalma sul pane, e in Magiche stelle, ove gli astri del cielo sono trasformati in vitamine per parole malate o in viagra per pensieri sterili.
Un mondo attillato evoca con ironia un sarto che lavora con i ricordi, aggiusta la vita, spinge via realtà spiacevoli, plasma un'immagine nuova.
La vena di ironia pervade tutte le poesie ed è uno dei motivi del loro fascino. Anche nelle situazioni che appaiono disperate compare un raggio di luce, come nella poesia Un raggio lungo, ove la lama di sole che squarcia il buio di una stanza oscura è viva, reale, capace di dare sollievo. Limpide come gocce di luce, terse e brillanti, queste poesie riescono davvero a rasserenare i pensieri e a indicare un percorso di scintille geniali, esplosioni, espansioni. Un percorso di apertura in grado di guardare al futuro.


(Rita Cavallari)




Luciana Raggi, Sorsi di sole [ * ]



UN BASTIMENTO CARICO DI...
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 11 febbraio 2010



La nostra amica Luciana Raggi ha scritto questo delizioso libretto di ricordi, poesie e immagini. Questo è il primo sentito commento, altri ne seguiranno. Dopo Pasqua prevediamo la presentazione a Villa Leopardi.

Il primo dei libri che leggo, scritto da una “collega” (collega di scuola; volevo dire “compagna”, ma sa d’altro…), è stata una lettura deliziosa.
La prima impressione è stata di un libro fresco, molto giovane nello stile e nei contenuti, e davvero ben realizzato. Si fa leggere immediatamente ed è altamente coinvolgente. Ci sono molte cose che condivido in pieno con l’autrice, sia come lettore che come scrittore. Ma la Raggi è molto più realistica di me, il che è ovvio, visto che è donna e le donne, com’è noto, sono più concrete degli uomini…
La lettura del libro mi ha fatto tornare la voglia di scrivere, che – spesso – mi passa. E’ che io non scrivo bene come la Raggi… ma voglio andare con ordine e riportare passo passo alcune delle mie impressioni di lettore… però tengo subito a dire che vorrei avere questo libro nella mia libreria privata. E’ fresco, dicevo; questa è la prima sensazione che mi ha dato. Dolce, affascinante e intrigante, e soprattutto pieno di lei e della sua magica e deliziosa Romagna, che vorrei conoscere di più, e che è tra le regioni che ho sempre amato, per il carattere della sua gente.
Ottima la trovata di nominare i capitoli con le lettere dell’alfabeto, copiata non ricordo da chi (Luciana ne parla sia all’inizio, sia in uno dei racconti). Ed anche il titolo, che ricorda un gioco che tutti abbiamo fatto nella nostra infanzia. Comincio subito dal primo racconto.
A di Abbandono mi ha fatto piangere, mi ha commosso; spero di leggere il libro di Elena Ferrante che la Raggi cita, e – soprattutto – di vedere il film con Margherita Buy. E la storia della Raggi madre e di suo figlio Luca ha scatenato la mia commozione e le mie lacrime, soprattutto per il suo essere madre piena di premure, che la decisione successiva di Luca fa tornare indietro… immagino cosa sarà stato quel momento, per lei. Spero anche di non essere invadente, con i miei pensieri; ma già alla A, mi ha insegnato due o tre cose che la dicono lunga su quanto chiude la sua introduzione… quel racconto insegna come leggere dentro se stessi, e credo non soltanto a me…
Tralascio le lettere dalla B alla E, perché sciuperei la lettura del libro, che consiglio a tutti i lettori sensibili ed attenti alla vita di acquistare (il libro – come tutti quelli pubblicati autonomamente – è in vendita sul sito www.ilmiolibro.it ), per passare alla F di filosofia e di Fogazza, che è uno dei racconti più belli… mi ha commosso ancora e riportato agli stessi tempi ivi descritti, quelli del mio liceo, un po’ prima di quello della Raggi, tempi dei quali sto cominciando a scrivere (ancora sono all’infanzia, con i miei ricordi)… peccato che su Internet non ci sia più il sito di Fogazza ‘ suo prof di filosofia, che la Raggi cita nel racconto, e che dev’essere stato molto importante per lei, da come ne parla…
I di Incontro è un piccolo affresco di come siamo dentro, noi tutti… non so se è ispirata o inventata… questo dualismo tra realtà raccontata e storie inventate è un altro dei leit-motif del libro. Insomma non riesco a trovare (finora, ma credo che non cambierò idea…) niente che mi dispiaccia in questo libro… certo, calarsi – per l’autrice – nei panni maschili dev’essere stato difficile, per la sua sensibilità femminile, ma trovo che ci sia riuscita bene…
E poi, M di Maestro… che bel ritratto di suo padre, ha fatto la bravissima Luciana… spero di farne uno anche io, del mio, che è stato per me non soltanto un padre ma un amico e un consigliere eccezionale, come ora non se ne trovano! A me manca tanto del suo stile, per scrivere bene come vorrei, e della sua capacità di trasmettere a chi legge quello che sente dentro… e poi vorrei avere (sono troppo giovane come scrittore e troppo vecchio come essere umano) la sua capacità di inventare quello che mi esce di getto… questa è davvero la storia che preferisco, che racconta di sé e di come è cresciuta, in che famiglia…
Per finire: … Q di Quiete mi ha fatto tornare alla mente una città sepolta nel verde vicino al bivio tra la Cassia e la Via Braccianese… mi pare si chiami Galeria o S. Maria di Galeria. È abbandonata dal 1400 – mi pare – anno in cui una pestilenza sterminò la popolazione… non so se i miei ricordi siano corretti perché risalgono a prima che mi sposassi, addirittura ai miei anni universitari – circa 45 anni fa – ma consiglio tutti di visitarla; se vi interessa, rintraccio la strada e ve la indico in uno dei nostri prossimi incontri. Chi la visita, proverà le stesse sensazioni che la Raggi descrive a proposito della Liguria occidentale.
Ho trovato tante altre ragioni, che – per il motivo detto prima – non descrivo. Penso che tutti coloro che seguono le cose scritte debbano leggere questo splendido e ricchissimo tesoro, che manca nella realtà quotidiana che appare in molti libri moderni.



(Lavinio Ricciardi)






Luciana Raggi, Un bastimento carico di... [
* ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 11/2/2010 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia maggio