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TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 6 aprile 2018
 

Nel libro, formato da tre parti (o romanzi: Il grande quaderno; La prova; La terza menzogna), l’autrice ”pronuncia l’orrore del mondo e lo fa semplicemente usando il verbo essere”, in uno stile rigoroso, che ”si spinge nel fetido del mondo” (Alessandro Baricco). Un testo certamente originale, crudele, spietato, sconvolgente che esercita un forza attrattiva sul lettore che scorre le pagine in fretta per giungere alla fine. Nessuno ama davvero l’altro in questo romanzo, perché la necessità dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti. Nella prima parte (raccontata nella prima persona plurale), i piccoli gemelli, Klaus e Lucas, sono affidati dalla madre, a causa della guerra, alla nonna contadina che potrà mantenerli e nutrirli. Essi s’ìmpongono un rigido allenamento di lavoro, sia fisico che emotivo, in vari modi, per non provare sentimenti, né gioia, né dolore. Sviluppano notevoli capacità per la loro età, imparano le lingue, leggono e scrivono, annotando sul ”Grande Quaderno“ i fatti nudi e crudi, senza provare emozioni, ma facendo solo ciò che ritengono sia giusto fare (anche vendette o punizioni). Questa parte termina con la morte di una sorellina e della madre, tornata a prenderli (contro la loro volontà), per lo scoppio di una mina. Muore poi anche il padre allo stesso modo, nel tentativo di fuggire e varcare la frontiera insieme ai gemelli. Klaus riesce a fuggire, lasciando solo Lucas. 
Ne La prova, scritta in terza persona, Lucas ormai cresciuto, si prende cura di una donna, Yasmine, e di suo figlio Mathias, soprattutto quando questi viene misteriosamente abbandonato dalla madre. Intreccia una relazione con una bibliotecaria, stringe un legame di amicizia con Peter, un dirigente del partito comunista, apre anche una libreria. Ma il piccolo Mathias, per il timore di non essere abbastanza amato, si procura una orribile morte. La guerra che sembrava lontana è ormai scoppiata con le sue devastazioni e privazioni. Nell’ultima parte Klaus ritorna alla ricerca del fratello, ma non è creduto, non esistono prove della sua infanzia. Apprende che Lucas è sparito lasciando un manoscritto al suo amico Peter.
Ne La terza menzogna la storia si ribalta sorprendendo e confondendo il lettore. È il racconto della vita di Klaus. Veniamo a conoscenza (contrariamente a quanto detto nel ”Grande quaderno”) che i gemelli vivevano con i genitori, quando la madre, saputo che il marito ha un’amante, lo uccide a colpi di pistola. Ma un colpo ferisce accidentalmente Lucas che viene trasferito in un centro per paraplegici. Rimarrà zoppo e verrà accolto da una contadina che lui chiamerà nonna. Per superare il trauma il bambino s’immagina costantemente con il fratello gemello.
Klaus cresce allevato dall’amante del padre insieme alla sua sorellastra. Accudisce la madre dimessa dal manicomio, in cui era stata rinchiusa, lavora presso un giornale e scrive poesie. A 45 anni diventa capo di una tipografia di proprietà di una casa editrice, ma si ammala di saturnismo. Quando Lucas torna per incontrarlo, finge di non riconoscerlo e lo allontana, dicendo che il suo vero fratello è morto, perché non vuole che la madre lo veda. Lucas, dopo aver lasciato una lettera all’ambasciata, in cui chiede di essere sepolto accanto ai genitori, si getta sotto un treno. Klaus durante la cerimonia funebre progetta di morire allo stesso modo del fratello, dopo la morte della madre. L’opera pone diversi quesiti al lettore. Quale è la storia vera? Lucas e Klaus sono due o uno solo? In fondo i due nomi sono l’uno l'anagramma dell’altro e inizialmente intercambiabili. Perché tanto orrore umano sia pure stemperato da momenti di amicizia e solidarietà? Per bocca di Klaus la scrittrice esclama: ”la vita è di un’inutilità totale, è non senso, sofferenza infinita, invenzione di un non Dio di una malvagità che supera l’immaginazione.” Ma in quel gioco tra verità e finzione la risposta la troviamo nelle parole di Lucas: ” …cerco di scrivere delle storie vere, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.” In verità quell’orrore umano va visto alla luce delle vicende umane di Agota Kristof nella travagliata storia ungherese. Ha trascorso l’infanzia in un paese sconvolto dalle vicende della 2^guerra mondiale e dall’invasione delle truppe sovietiche, l’adolescenza sotto il regime comunista, in un collegio. E' un convento-orfanatrofio simile a un riformatorio dove lo stato alleva l’uomo nuovo a suon di letture imposte e disciplina ferrea. Adulta lavora in una fabbrica, si sposa sotto il pesante clima politico comunista e la crisi economica, che provoca nel ’56 la rivolta degli studenti operai a Budapest. La dura reazione sovietica induce il marito e lei (malvolentieri) con il loro bimbo alla fuga dall’Ungheria. Si rifugiano dapprima in un campo profughi a Vienna e poi approdano in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro in una fabbrica di orologi. Nell’autobiografia dirà che l’altro paese è niente più che un deserto sociale e culturale, nel quale si perde ogni speranza e la nostalgia diventa una tattica, alla ricerca di una indifferenza che la protegga dal male del vivere. Allora la scrittura (già dagli anni del collegio) diventa strumento di sopravvivenza, luogo di libertà e di affermazione della propria identità. ”Ogni essere umano è nato per scrivere un libro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra, senza lasciare traccia" (Lucas nella ”Prova”). La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo sradicamento dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai alla debolezza delle forti emozioni. La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che sembra sottrarsi a quella somma di delusioni che è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l’infanzia è l’unico luogo che consente una prospettiva ottimistica, per quanto perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.



(Anna Velia Violati)









Agota Krisztof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014 [ * ]

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TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 12 gennaio 2010



Trilogia della città di K. è un libro forte e duro, che ho letto tutto d’un fiato. La storia è avvincente e i fatti essenziali scorrono e si rincorrono con velocità.
L’autrice, Agota Kristof, utilizza uno stile che ben s’adatta alle tragedie e alle violenze a cui assistiamo, a cui partecipiamo nostro malgrado, leggendo. E’ uno stile secco, dove solo ciò che conta viene detto, senza abbellimenti. Ci sono molte proposizioni principali e sono quasi assenti le secondarie. I punti frequenti rendono il ritmo del discorso spezzato, semplice e aspro. Ci sono parole, soprattutto quelle che stanno alla fine dei capitoli, che sono frecce pungenti che si conficcano nella piaga e la aprono per bene prima che abbia tempo di richiudersi. E’ comunque una scrittura scorrevole, sconvolgente e avvincente, che porta il lettore ad aspettarsi di tutto e lo tiene dentro una storia cruda e violenta dove non c’è via d’uscita al dolore e alla disperazione, tanto che è il suicidio l’unico lieto fine possibile, la conclusione più giusta e più in sintonia con il contesto.
Sulla copertina, oltre ai tre sottotitoli, leggiamo questa frase: “una favola nera dove tutto può essere il contrario di tutto…”. In realtà, nel dipanarsi della storia, ci vengono date versioni leggermente diverse dei fatti e ci sono frequenti flash back che spesso confondono invece di chiarire.
All’inizio ci sono solo nomi comuni (Madre, Nonna, Grande Città, Piccola Città) e, solo dopo che abbiamo seguito già molte vicende dei due gemelli che sono i protagonisti principali, veniamo a conoscenza dei loro nomi propri. Nella prima parte, intitolata “Il grande quaderno”, serve non sapere i loro nomi per immaginarli un’unica entità indifferenziata che trae forza dal fatto di essere costituita da due elementi. Sentiamo che sono in perfetta sintonia e perciò non ha importanza individuarli come diversi, poiché in realtà sono uguali, stesse intenzioni, stessa mancanza di paura, stesso atteggiamento stoico nell’affrontare la situazione terribile in cui si trovano. Siamo in un paese dell’Est, anche questo non ben definito e sullo sfondo c’è la guerra che ha sicuramente la responsabilità storica dell’estrema povertà e della morte che campeggiano in molte pagine del libro. Tuttavia, pur avendo la guerra un ruolo determinante, non può essere comunque l’unica causa della situazione terribile che viene descritta, perché è terribile non solo a livello sociale e politico, ma anche a livello morale e fisico: per raggiungere certi livelli di violenza e di degrado si deve per forza pensare alla cattiveria umana che non ha giustificazioni pur essendo sollecitata da fattori esterni angoscianti e da situazioni oggettivamente drammatiche. I personaggi non sono solo vittime ma anche carnefici. I due bambini gemelli, privati di ogni tipo di affetto e di protezione, all’inizio sembrano buoni e forti: non piangono mai e forzano i propri comportamenti in modo disumano per adattarsi e sopravvivere al peggio che sembra loro destinato, in alcune situazioni sembrano addirittura altruisti e si può ipotizzare che possiedano un certo senso di giustizia, seppure molto personale e particolare. Nel corso della storia si mostrano capaci a loro volta di violenze e malvagità anche peggiori di quelle che hanno ricevuto, a loro volta si mostrano incapaci di dare quell’amore che non hanno mai ricevuto e vivono un disagio da cui non possono allontanarsi. I nomi dei due gemelli sono Lucas e Claus, sono uno l’anagramma dell’altro: anche i loro nomi come le loro persone si confondono. Finché stanno insieme sono un tutt’uno, ma poiché solo per uno dei due c’è la possibilità dell’evasione, ci sarà un distacco doloroso. Non ricordo chi dei due se ne è andato, forse non l’ho capito bene e dovrei rileggere più attentamente il libro per saperlo e anche per poter stabilire differenze fra loro, ammesso che sia un’operazione possibile. Dalla prima all’ultima pagina siamo coinvolti in situazioni agghiaccianti ma all’inizio, quando i gemelli si preparano insieme ad attraversare la vita, pur non essendoci spiragli di speranza, la loro unione e la forza nel sopportare i guai possono far immaginare un evolversi positivo della situazione, invece c’è un crescendo di violenza e di tragedia, dovuto soprattutto al fatto che dopo aver attraversato la vita, né l’uno né l’altro hanno trovato niente di buono. La morte è la cosa migliore che possiamo augurare a questi personaggi che a volte ci sembrano uomini mostruosi e a volte mostri umani. Sicuramente non sono persone che vorremmo incontrare.


(Luciana Raggi)




Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2005 [ * ]





vedi quì e quì


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/1/2010 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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