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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ALLE CASE VENIE
post pubblicato in Petri, Romana, il 6 aprile 2014
  

Un libro bellissimo questo della Petri. A mio avviso il più bello che ho letto, senza offesa per gli altri suoi. Idealmente - dato che è la storia della stessa protagonista, Alcina - costituisce la prima parte di un racconto che poi continua nel secondo libro, anch'esso molto bello, intitolato "Tutta la vita".
La storia nasce in un piccolo borgo umbro vicino Città della Pieve, Alle Case Venie, luogo di origine e di vita della protagonista, Alcina. Lei vive in questo piccolissimo borgo assieme al fratello Aliseo e al cane Arduino, dopo aver perso entrambi i genitori, Astorre ed Amarantina. L’azione si svolge tra il 1943 e il 1945. Il borgo dev’essere uno dei tanti che sono alla periferia di molti centri dell’Umbria e della Toscana, per quanto ne so. Credo che in molte altre regioni d’Italia esistano situazioni analoghe. Spesso va a trovarli un amico, Spalterio, molto affezionato ai due fratelli.
La bellezza del libro - oltre che nel solito scorrevolissimo stile di scrittura della Petri - è proprio nella storia. Parliamo della fine del fascismo: nonostante la tranquillità della vita di campagna, le razzie dei tedeschi in cerca di cibo perseguitano anche la famiglia di Alcina. Che non fa eccezione nel suo antifascismo, sperando di poter vedere presto la fine di questo regime vessatorio che non condivide.
E la storia di Alcina, che spesso si intreccia con quella di una vicina di casale, la Jole, è tutta dedicata alla crescita del fratello Aliseo, descritto come “uno che ha la testa nel vento”, e che - proprio nel capitolo di apertura - lei cerca di responsabilizzare affidandogli un incarico delicato: quello di andare a prendere alcuni documenti che periodicamente il capo dei partigiani locali inviava a tutti gli antifascisti della zona perché conoscessero cosa occorreva fare in opposizione alle angherie dei fascisti. Aliseo all’epoca ha 17 anni. Alcina, nella sua vita solitaria di campagna, una sera vede lo spirito di suo padre nella legnaia, e intavola con lui un discorso. Il padre non ha ancora trovato pace dopo la morte.
La missione di Aliseo va a buon fine, e - probabilmente a seguito di alcune iniziative originate da quei documenti - il capo dei fascisti locali, il Minghetti, intensifica i suoi soprusi ai danni di tutti coloro che non erano d’accordo con lui. La situazione si ingarbuglia sempre più, finchè Alcina e i suoi (Aliseo e il cane), assieme alla Jole e alla sua famiglia, e a Spalterio, scappano per raggiungere i partigiani su una vicina montagna, il Pausillo.
Tutta la seconda parte del libro si svolge in montagna, e descrive le azioni dei partigiani volte a sterminare tedeschi e fascisti. E questa parte scorre ancor più in fretta della prima: la prima parte ha il ritmo della vita di campagna, di cui Alcina è completamente interprete; la seconda, invece, ha i ritmi e le ansie delle azioni di lotta che i partigiani compivano. Questa parte è stata molto eccitante per me, ricordandomi la vita che ho fatto a sette anni, quando - sfollato dalla mia città - mi ritrovai in un paesino della Toscana in mezzo alla lotta partigiana, che vedeva tra i collaboratori proprio mio padre, e che per questa attività rischiai più volte di perdere.
Dopo un certo periodo, e alcune azioni di rastrellamento di armi, Alcina, Aliseo, Spalterio e il cane si rifugiano in un cascinale abbandonato, la Malagronda, durante l’operazione di trasporto di una ricetrasmittente sistemata da un ferroviere di Chiusi, il Cuccagna. Dalla Malagronda si adoperano come collegamento con un aviatore inglese che, secondo le tattiche del tempo, avrebbe rifornito di ogni cosa, soprattutto di armi e munizioni, i partigiani del Pausillo. Da questo luogo la missione di collegamento con l’aviatore inglese non riesce ad essere portata a termine perché la ricetrasmittente si guasta.
La storia ha qui la sua svolta tragica: Aliseo, in una delle sue uscite, forse perché abbagliato dal sole, cade in una trappola tesagli dai fascisti. Alcina si preoccupa della scomparsa del fratello, e informa Spalterio, il quale, discretamente, viene a sapere che Aliseo è stato picchiato a sangue da Minghetti e dai suoi sgherri. Naturalmente non informa Alcina. Passato qualche giorno senza notizie, Alcina decide di tornare in paese - a Città della Pieve - da certi amici dove si recava spesso, i Balucani, e restare da loro fin quando non si saprà qualcosa di Aliseo. E - tra l’interessamento del Balucani e quello di Don Luigi, il parroco, che le promette di adoperarsi per il fratello - passa un altro po’ di tempo, fin quando, un giorno, un certo trambusto attira Alcina in paese. E vicino al centro si trova davanti una scena che ha suo fratello per protagonista incalzato dal Minghetti e dai suoi fascisti. Dopo averlo fatto urlare per un po’, il Minghetti - che, in paese si diceva, era da tempo desideroso di dare una lezione agli antifascisti - dato l’ordine di sparare ai suoi uomini, che non gli obbediscono, afferra un mitragliatore e ammazza Aliseo, sotto gli occhi della sorella Alcina.
Alcina, a quel punto, decide di tornare al Pausillo, a cercare i partigiani e Spalterio. E assieme ai compagni di armi, un giorno si ritrovano davanti proprio il Minghetti e i suoi, e Alcina lo uccide, pregando Spalterio di lasciarlo fare a lei, con un solo colpo in mezzo agli occhi.
La storia va avanti ancora un po’ e Alcina torna alle Case Venie, con il cane Arduino, che poco dopo, gli muore tra le braccia. Spalterio, tornato al paese - diciamo a guerra finita - torna da Alcina, e le chiede a tutti gli effetti di sposarlo, rubandole un bellissimo bacio, il primo della sua vita per Alcina. Ma l’avverte che sta per partire per l’Argentina. Alcina prende un po’ di tempo, e Spalterio le promette che le scriverà. E il libro si chiude qui, con le riflessioni di Alcina che si sente già anziana (quando non lo è affatto), e tra queste riflessioni una (riportata sulla quarta di copertina): Adesso lo sapeva veramente: una vita intera non era che tante vite una dopo l’altra, e la vecchiaia un distillato, un’essenza di tutte le vite vissute e abbandonate.
Ho raccontato, come non ho mai fatto nelle mie recensioni, un po’ delle cose del libro, a mio avviso le più importanti. Ma la bellezza di questo libro e della storia di Alcina sta nel modo in cui la Petri ci proietta tutti noi che abbiamo vissuto in modo abbastanza drammatico quegli anni, in quei tempi, riportandoci a quello che essi hanno significato per tutti noi Italiani. E lo fa con una semplicità e una chiarezza di linguaggio che continuano a far rivivere quei momenti in modo quasi fotografico, soprattutto visti dagli occhi di una persona - la protagonista - che ha vissuto sempre nella semplicità della campagna, ignorando persino la sua stessa vita e quello che poteva trarne, e addirittura l’amore per Spalterio, che in qualche modo traspare nelle prime pagine come sentimento di Alcina, e che si rivela solo nelle ultime, con la dichiarazione di Spalterio. Un libro che va letto, possibilmente prima di leggere il seguito nel libro successivo, di cui ho già parlato.




(Lavinio Ricciardi)








Romana Petri, Alle Case Venie, Marsilio, 1997 [ * ]

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LA DONNA DELLE AZZORRE
post pubblicato in Petri, Romana, il 4 marzo 2014
   

Un libro, questo della Petri, molto vivo e sinceramente autobiografico. Racconta in prima persona (l'io narrante sembra proprio essere quello dell'autrice), la storia di una donna che - come una normale turista - visita le isole Azzorre, arcipelago portoghese sperduto in mezzo all'oceano Atlantico, composto da nove isole. Di queste, la turista sceglie l'isola di Pico.
Il libro ha dieci capitoli: tre – il primo e i due ultimi – sono intitolati ai luoghi della storia, mentre gli altri sette sono dedicati ad otto personaggi, e hanno per titolo i loro nomi portoghesi. Spesso l’autrice usa parole portoghesi nel libro, a cominciare dalla chiosa iniziale, tratta da una orazione a Gesù, e che segue la dedica, fatta al primo dei personaggi, protagonista del secondo capitolo, ma presente anche in molti altri.
Mi accorgo di divagare, ma il libro è di quelli che prendono. E l’autrice, sicuramente giovanissima all’atto della prima stesura – l’anno successivo è stata premiata con il noto Grinzane-Cavour 2002 – mette nelle sue pagine tutto quello che i suoi sensi scoprono in questa bellissima vacanza.
Il libro, proprio per il modo in cui è scritto, sembra il video del viaggio di Romana nelle Azzorre. Un video, sì, perché in tutto quanto l’autrice descrive ci sono immagini. Nei gesti e nelle parole dei personaggi, nelle scene che inattese appaiono, nei luoghi che si scoprono in una giornata di sole o sotto un cielo nuvoloso.
E ancora, soprattutto, nel modo in cui l’autrice racconta i personaggi stessi. In Ovunque io sia, l’eco della protagonista, e prima di lei sua madre, è in ogni parte del libro, mentre in quest’opera (precedente, mi pare) i personaggi appaiono proprio come capita ad un turista che sta visitando un luogo non molto frequentato nella letteratura, anche contemporanea.
Personaggi che appaiono e scompaiono, spesso in poche pagine, quante ne comprende un capitolo di un libro breve. Personaggi la cui descrizione è il tema fondante del libro, e che caratterizzano completamente la vita, l’esistenza di borghi di un’isola abbastanza sperduta nell’immensità di un oceano. Personaggi che la natura dell’autrice genera come se li avesse visti davvero, cosa non improbabile dato che il carattere della turista “io narrante” è decisamente quello di una donna come la Petri, carattere che traspare da ogni pagina, spesso da ogni frase.
Del libro esistono, come si è detto, due edizioni: la prima, del 2001, scritta dalla Petri piuttosto giovane, e subito premiata. L’attuale edizione – 2010 – ha venduto in Portogallo oltre 50.000 copie ed è stata tradotta in Inghilterra, Stati Uniti, Olanda e Israele. Esistono qua e là varie recensioni, una delle quali (Gianfranco Franchi su “Lankelot” [ * ]) è particolarmente espressiva. La lettura di questo libro è a mio avviso fortemente raccomandata a tutti, qualunque sia il loro gusto letterario.




(Lavinio Ricciardi)








Romana Petri, La donna delle Azzorre, Cavallo di Ferro, 2010 [ * ]

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TUTTA LA VITA
post pubblicato in Petri, Romana, il 12 luglio 2013



Un romanzo bellissimo. A chi, come me, ignorava - leggendolo - che fosse il seguito di una storia raccontata molti anni fa dalla Petri, il libro è sembrato magico. Diverso da quello che questa bravissima scrittrice, un po’ romana (credo tutta) e un po’ portoghese, ci ha abituati a leggere. Una storia che inizialmente appare come una bellissima storia d’amore, e poi - come la vita insegna a tutti - viene tinta dal nero di lutti e disgrazie. Ma che alla fine, risolve i conflitti.
L’immagine di copertina, con la foto di una bambina che ricorda la protagonista, quando, presa dai suoi pensieri, richiama la sua infanzia, ci mostra una bambina che è già la donna della nostra storia. “Tutta la vita” è infatti la storia di una donna umbra, Alcina, che vive in campagna, nell’attesa di una lettera che le dovrebbe arrivare nientemeno che dall’Argentina, e che lei spera di ricevere. E’ dell’uomo di cui si è innamorata, uno del suo paese, le Case Venie, in Umbria, vicino Città della Pieve, uno che ha un nome strano come il suo, Spalterio.
La storia di Alcina, e poi di lei e Spalterio, per non dire degli altri personaggi, si apre con un cane che la donna trova, e che trattiene con se. Un cane cui dà un nome anche questo strano, Vinciguerra, e che le ricorda un cane della sua infanzia, ormai scomparso e anche lui dotato di un nome non comune. Ma - come al solito - vorrei evitare di continuare a raccontare la storia del libro, e invece parlarne da lettore. Lettore affezionato di un’autrice che ho finito davvero per amare: con la sua scrittura, la Petri trasporta i lettori in vari mondi, da quello interiore a quelli dove i suoi personaggi vivono e crescono. E questo suo narrare, passando dall’intimo all’osservabile, è stupendo: chi legge non si accorge delle differenze ed è immedesimato nella realtà dei personaggi. Credo che questo sia un dono della scrittura di Romana Petri.
Altro carattere di questo libro - ovviamente sottinteso dal titolo - è l’arco della vita della protagonista. L’inizio, ripeto, non fa capire che la storia aveva un passato “letterario”: solo nei ricordi, nei pensieri di Alcina si può intravedere che è già una donna adulta. Una donna forte, se riesce ad accollarsi i lavori che la vita in campagna le impone, e che poi ritrova quando finalmente raggiunge, con il suo cane, l’uomo della sua vita, andato così lontano e che lei spera non l’abbia abbandonata. Così, quando la lettera arriva, e fa capire che Spalterio la sta aspettando, Alcina si sobbarca, con il suo cane il viaggio in nave per una terra tanto lontana. E la vita che l’aspetta non è dissimile da quella che lascia, con la differenza che la sua vita di donna - quella di cui parla il titolo - comincia proprio in Argentina.
Ancora nella scrittura di Romana Petri è la capacità di tradurre in parole le immagini che fa vivere al lettore, capacità che consente tanto facilmente di immedesimarsi in queste immagini. Leggere questo libro diventa sempre più facile, man mano che si va avanti, e la storia dei protagonisti continua fino all’ultimo a prendere il lettore completamente. Le vicende, man mano che si prosegue, passano da quelle dei protagonisti alle vicende in cui è stata coinvolta quella nazione sudamericana, e che sono diventate famose in Italia con il termine che vi è stato legato: i “desaparecidos”. Questo libro ci porta anche dentro quella realtà, comparsa per altre vie nei romanzi della scrittrice cilena Isabel Allende, in particolare “D’amore e ombra”. Ed anche questo tratto è bellissimo, perché ci prende d’improvviso, facendoci passare da vicende più o meno belle al tragico spinto, con una sorpresa che a me lettore ha dato una scossa via via crescente e sempre più intensa, ma mai tale da dover interrompere la lettura. Anche in questo aspetto tragico, la curiosità di chi legge è stimolata a proseguire, non a chiudere il libro e rimandarne il seguito.
Insomma, la caratteristica sottintesa (e più volte citata sopra) dal titolo è perfettamente realizzata nell’intero romanzo, che ci fa vedere Alcina in molte età, fino all’ultima, che non è certo tratteggiata come tale, ma è già avanzata rispetto alle precedenti. E proprio in questa età matura, ricordi e riflessioni sul passato tornano nella mente di Alcina e il lettore può farle proprie in questa continua immedesimazione. Il ritrovarsi come trent’anni prima nella propria casa, assieme al suo compagno e a sua figlia, ce la presenta - a noi che leggiamo - come appariva nel primo capitolo, ma in una veste più adulta, appunto, più anziana. Penso proprio che questo romanzo sia forse il più completo che la Petri ha scritto, e il più bello da leggere per chi la conosce e la apprezza.



(Lavinio Ricciardi)







Romana Petri, Tutta la vita, Tea, 2013 [ * ]



vedi quì

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FIGLI DELLO STESSO PADRE
post pubblicato in Petri, Romana, il 24 maggio 2013
  

È l’ultimo romanzo della scrittrice romana (di nome e “di fatto”), in ordine di tempo, e il terzo suo libro che leggo e del quale scrivo. Esistono, su questo libro, molte interviste - in specie sul web - ed io mi sono soffermato su quella di Patrizia La Daga, raccontata sul sito di Patrizia, www.leultime20.it. In questa intervista sono molte le notizie sul libro che si possono ricavare, e pertanto la cito soltanto. 
Riporto invece qui le mie semplici impressioni di lettore, felice di dire che questo libro è candidato al Premio Strega. L’autrice è giovane, ma molto conosciuta, da me soltanto da quattro anni. Comincio subito col dire che lo stile del libro - diverso, ma non troppo dai precedenti che ho letti, e cioè Ovunque io sia e Ti spiego - è quello di raccontare la vita com’è per tutti quanti. In questo la Petri eccelle, perché il suo stile semplice e scorrevole, consente di divorare le sue pagine (300 circa, per quest’opera) in pochi giorni. Già nello stile, il romanzo si mostra più maturo.
Sulla stessa onda, quella della vita di tutti, la lettura consente di immedesimarsi nei personaggi, due fratelli nati dallo stesso padre e da madri diverse. La Petri - come dice alla La Daga - rifugge dal termine fratellastri, che appartiene ad una cultura antiquata e chiusa. Di fratelli si tratta; Germano, rimasto con la madre sempre a Roma, anche se ha viaggiato, ed Emilio, vissuto a Milano, che invece si è trasferito in America, ove si è sposato ed ha due figli. E molto, della prima parte del libro, descrive i caratteri dei due protagonisti, mentre crescono; le diverse caratterizzazioni delle loro madri, che si conoscono, e - pur rivali - non si odiano, ma si comprendono in molti loro aspetti. La vita di tutti la fa da padrona, nel racconto. Naturalmente, come nei due romanzi precedenti, i sentimenti sono un motivo dominante della Petri: anche qui il libro cammina proprio sulla descrizione di sentimenti e stati d’animo che dominano lo scorrere dei fatti e conquistano ogni lettore sensibile.
Spesso si notano caratteristiche della Petri che sono tipiche della storia: un compagno della madre di Germano è portoghese (omaggio della Petri al suo attuale compagno) e molti aspetti della vita dei due ragazzi e sottolineano il contrasto tra Roma (città di Germano) e Milano (che naturalmente, essendo la città di Emilio, è continuamente citata con antipatia da Germano, nei dialoghi con sua madre). E in alcuni dialoghi si coglie il passaggio dal particolare al generale, proprio nelle storie raccontate e nei pensieri che avvolgono i personaggi.
Ancora, oggetto di sottolineatura dell’autrice sono gli hobby dei due ragazzi: quello di Emilio è evidente fin da bambino, ed è l’interesse per le formiche. Questo interesse lo occupa quando è ancora bambino, ma non lo abbandonerà mai, tanto da costituire oggetto di studio quando è già uomo adulto. Germano, invece, si rivela poco a poco, ma il suo hobby compare soltanto verso la parte finale del romanzo, nei pensieri di Emilio. E, piano piano - nel corso dell’intero romanzo - emerge anche un’altra figura, sempre tenuta un po’ in disparte: il padre dei due fratelli, Giovanni. Emerge nei pensieri delle due madri, nei discorsi che ciascuna fa con il proprio figlio e più di tutto nel ritrovarsi finale dei due fratelli. L’incontro di Emilio, lontano dall’Italia, con suo fratello Germano avviene a Roma, dove Germano fa una mostra di pittura ed invita (non senza conflitti interiori) il fratello, il quale accetta l’invito.
Questa parte del libro, che occupa appieno gli ultimi sei o sette capitoli (quasi un terzo dell’intero romanzo), è decisamente la parte più avvincente e affascinante dell’opera. La Petri ha preparato il lettore alla sorpresa con la descrizione disgiunta dei caratteri di Germano ed Emilio, che sembrano odiarsi, quasi. Almeno così pare al lettore che si compenetri nei sentimenti di Germano, che - con un carattere ombroso ed aggressivo - non è molto accogliente verso il fratello, anzi… Eppure, già fin dall’aeroporto, l’incontro tra i due fratelli non si configura proprio come scontro. Nella mostra dei quadri di Germano emerge poi quale sia la sua specialità, che traspare dai pensieri del fratello Emilio: nei quadri aleggia sempre la morte.
E sull’intera storia, specie in questi capitoli che narrano il ritrovarsi dei fratelli, la fa da padrone la figura paterna di Giovanni, che risolve proprio il conflitto tramutandolo in un ritrovarsi dei fratelli stessi. La figura paterna mette i fratelli proprio sulla strada del loro ritrovarsi, del riconoscersi fratelli anziché nemici, figli di uno stesso padre…
Mi accordo di essere andato un po’ oltre le mie abituali ritrosie al racconto della trama dei libri di cui scrivo. Ma non potevo non farlo. Il libro è davvero splendido sotto il profilo umano: i personaggi riescono ad uscire dalle pagine del libro e a trasformarsi in figure reali, quali ciascuno di noi può ritrovare in amici, parenti, conoscenti, e via dicendo… E questa che potrebbe essere una caratteristica banale e non da sottolineare, è invece il centro stilistico dell’opera di Romana Petri. Speriamo che quelli del Premio Strega se ne accorgano come me ne sono accorto io.




(Lavinio Ricciardi)








Romana Petri, Figli dello stesso padre, Longanesi, 2013 [ * ]


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TI SPIEGO
post pubblicato in Petri, Romana, il 2 dicembre 2011

E’ il secondo libro di Romana Petri che leggo. Nel risvolto della terza di copertina è scritto che ne ha pubblicati dieci. Bene, vi assicuro che ho voglia di leggere gli altri otto.
Ho letto il libro in meno di quattro giorni, e di questo va dato merito allo stile della Petri. La sua scrittura scorre come l’acqua, forse perché si tratta di un romanzo in forma epistolare, non so. Credo piuttosto che sia proprio il  modo di scrivere che ha di suo il fatto di essere scorrevole e fluido.
Non sono molti gli scrittori che “si fanno leggere”: la Petri è senz’altro la migliore, di quelli che ho letto di recente, ed è bravissima: la sua capacità di apparire come se i sentimenti che descrive fossero i nostri è letteralmente incredibile.
Questo romanzo ha una struttura piana, con capitoli molto brevi (cinque – sei pagine in pochi casi, di norma tre) e senza titolo; i capitoli sono lettere che la protagonista scrive al suo ex marito, dal quale è divisa, e che è andato a lavorare in America; rispondono a lettere che lei riceve dal marito. Tutto il libro è un racconto della loro vita, da fidanzati, sposati e divorziati, che copre un arco di quaranta anni. Eppure, la Petri la racconta come se coprisse lo spazio di qualche settimana.  E al lettore – almeno ai lettori che, come me, leggono solo scorrendo il testo con gli occhi, e “ascoltando la voce” (si fa per dire) che le parole lette evocano nel proprio intimo – questo libro fa l’effetto di qualche telefonata: dopo che chiudi il telefono rimane appena il senso di quanto detto, mentre le parole usate svaniscono. Ma il senso di quanto dice la Petri – la crisi di un rapporto di coppia e la conseguente rottura – è fin troppo palese nell’opera.
Come al solito, come ho già potuto constatare nell’altro romanzo della stessa autrice (Ovunque io sia), i sentimenti (meglio, il sentimento) la fanno da padrone. E il libro, di circa duecento pagine, scorre via che non ci si accorge della velocità con cui si fa leggere. A mio avviso, proprio in questo la scrittura della Petri è eccelsa: credo che la sensazione che ha dato a me sia di tutti i lettori che provano a leggere questo libro. Romana Petri è stata definita dalla critica una delle migliori scrittrici italiane contemporanee: credo che la definizione sia molto pertinente.
Non voglio andare troppo oltre. Non sono né un critico, né uno scrittore, ma soltanto un umile e appassionato lettore.

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

Romana Petri, Ti spiego, Cavallo di Ferro, 2010 [ * ]


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OVUNQUE IO SIA
post pubblicato in Petri, Romana, il 22 settembre 2009



Non voglio ripetere, col mio contributo di lettore, le ottime relazioni (recensione del libro e intervista all’autrice) di Marilia Piccone [ * ], che descrivono in modo generale sia il romanzo che l’autrice. Le mie sono soltanto le impressioni di un lettore che ama leggere, e leggere libri belli.
E questo è un meraviglioso libro, che affascina subito. E che trasuda amore dappertutto.
Il libro narra le storie di due famiglie, che – per caso o per scelta dell’autrice – si intrecciano e proseguono intrecciate. La trama può definirsi comune, facile da trovare in altri autori di romanzi. Ma non è comune la scrittura, bella, semplice e affabulante. Forse per questo il libro “si fa leggere” subito, fin dalla prima pagina.
Due cose mi hanno colpito al termine della lettura (libro corposo, ma assolutamente piano e facile da leggere: l’unico fastidio della corposità è l’ingombro). La prima: il progetto della progressione del “tempo interno” del romanzo, che apparentemente scorre con continuità, ma – spesso – è interrotto da salti di vari anni, non solo tra le parti (tre, che suddividono il fondamento della storia), ma anche all’interno di ciascuna parte. E la bellezza della scrittura sposta l’attenzione da questi salti del “tempo delle storie” verso la seconda caratteristica.
La Petri (questa è la seconda caratteristica) ha la capacità di descrivere i sentimenti dei personaggi in modo che divengano “immagini”, e si fissino come tali nella mente del lettore. Questa è una caratteristica bellissima dello stile della scrittrice, che – a mio avviso – la rende unica e deliziosa. Man mano che si procede nello scorrere del romanzo, non ci si riesce a staccare dalle storie: ed è proprio questa presenza “visiva” dei sentimenti che animano i personaggi (in realtà, anziché il plurale, che riguarda i molti personaggi delle storie, occorrerebbe parlare di un unico sentimento, l’amore, in particolare l’amore materno) a far scorrere le storie come fiumi che confluiscono.
Le storie iniziano con quella di Margarida, e del suo brevissimo amore, finito prima di cominciare, ma che la porta a diventare madre. E la scoperta di “aspettare” è in lei bellissima: quando nasce la figlia, anche la scelta del nome (Maria do Ceu, Maria del Cielo diremmo noi – ma non “suona” lo stesso: io – senza essere mai stato in Portogallo, sono innamorato della musica della lingua portoghese). Assieme alla storia di Margarida segue la storia di Ofelia (si veda l’intervista e la recensione citate all’inizio per comprendere la scelta dei nomi da parte della Petri), storia che parte in modo apparentemente divertito, ma certo non bello, per il rapporto tra Ofelia e il marito don Miguel.
E il fatto che poi spinge Margarida ad affidare la sua bambina alla famiglia di Ofelia, dove lei presta servizio, è la cosa che intreccia le due storie: e già a questo punto l’amore materno comincia a fare capolino, prima in modo quasi clandestino, come se fosse soltanto nato nella mamma che partorisce la bimba senza aiuti e senza alcun conforto umano, quasi in modo brado, selvaggio (Margarida non riesce a sostentarsi economicamente e perde anche la sua casetta, lasciatale – unica cosa – dall’uomo che la ha amata una sola volta).
La vita di Maria do Ceu, che – a mio avviso – è la storia principale del libro, la storia “portante”, direi, è poi piena di altre situazioni (la nascita della prima figlia, affetta da una gravissima malformazione, che costringe i genitori ad affrontare molte operazioni all’estero per cercare di guarirla; la divisione dal marito, che si trasforma in una persona diversa da quello che era, e tante altre cose) nelle quali sempre emerge il fatto che Maria fa prevalere l’amore materno a quello per se stessa, mai preso in considerazione.
Non voglio raccontare il libro. Ho citato soltanto l’inizio delle storie, sempre più belle e più affascinanti. Credo di non aver mai letto un libro che mi sia piaciuto così: soprattutto per l’immenso contenuto di amore che lo pervade. Ma non si tratta solo di amore materno, o dell’amore che i vari personaggi femminili affrontano e nutrono. C’è un altro grandissimo amore, questo davvero dell’autrice: l’amore per Lisbona. Lisbona che – assieme a Maria do Ceu – è una protagonista onnipresente del romanzo. Lisbona che, leggendo questo libro, ha sostituito nel mio immaginario la Barcelona di Zafon e della Rogoreda.
Grazie, signora Petri, per avermi fatto desiderare di visitare Lisbona.



(Lavinio Ricciardi)




Romana Petri, Ovunque io sia, Cavallo di Ferro, 2008 [
* ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 22/9/2009 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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