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UNA SCELTA DIFFICILE TRA CULTURA E NATURA IN "SURFACING" DI MARGARET ATWOOD
post pubblicato in Atwood, Margaret, il 7 settembre 2009



La natura c’entra, eccome, nel romanzo Surfacing (1) di Margaret Atwood.
All’inizio i protagonisti della vicenda sono impegnati in un viaggio di ‘ritorno’ all’isola del Canada settentrionale dove la narratrice ha passato la sua infanzia e adolescenza con la famiglia, il cui padre, entomologo, come quello della stessa scrittrice, girava la wilderness per monitorare gli alberi e le altre piante.
Come è stato notato da alcuni critici, il viaggio assume la connotazione di un graduale inoltrarsi nel ‘cuore di tenebra’ del mondo naturale canadese. Mai come a questa narrazione aderiscono queste due parole, perché è nel cuore di tenebra della narratrice che siamo sin da subito proiettati e lo spazio in cui tutti si muovono con maggiore o minore consapevolezza è il gigante ermetico e silenzioso dei laghi, delle paludi e delle foreste di questo preistorico territorio sconfinato.
Siamo nell’ambito di alcuni dei temi più cari alla scrittrice nordamericana: la società addomesticata dalle rigide regole vetero-borghesi delle città e lo spazio profanato o ancora intoccato della wilderness. Ma in entrambi i casi nessuna idealizzazione: non i lumi di una civiltà urbana raffinata, non l’illusione di una natura rivitalizzante, alla Wordsworth, o trasmettitrice di bellezza, pur nell’orrore della sua grandiosità e pericolosità, com’è proprio del sublime. I due opposti si avvicinano nel personaggio della protagonista che, man mano che si inoltra nelle profondità del percorso, perde la misura umana della relazione con gli altri, sprofonda nel bisogno di silenzio, che soli la possono apparentemente purificare e far rinascere.
L’inautenticità con cui lei ha vissuto la sua vita si affaccia con insistenza. Joe, il suo attuale compagno, le chiede di sposarlo, ma la protagonista ha già conosciuto la delusione delle relazioni, delle parole usate senza che corrispondano a qualcosa di autentico e quindi non se ne fida, evade dalla prigione degli stereotipi sociali su cui esiste un consenso diffuso. Rammenta la sua precedente relazione fallimentare: He said he loved me, the magic word, it was supposed to make everything light up, I’ll never trust that word again (2). Rimonta la vita vissuta dai suoi genitori, specialmente quella di suo padre, scomparso senza lasciare traccia e che lei teme sia impazzito o bushed. Ha conosciuto la violenza di un aborto eseguito in un ospedale, l’innaturalità delle macchine e delle varie categorie degli addetti ai lavori che hanno liquidato la vita dentro di lei e non vuole più provare niente di simile, un altro aspetto della società civile che la annichilisce.
Ha anche conosciuto l’emarginazione perpetrata su di lei nelle scuole di città in cui, durante gli inverni, la sua famiglia soggiornava, luoghi in cui i coetanei la respingevano e deridevano:
Being socially retarded is like being mentally retarded, it arouses in others disgust and pity and the desire to torment and to reform (3).
Ora, nei paraggi dell’isola dove sorge la casa dei genitori si confronta con altre crudeltà: un airone ucciso e appeso a un albero: Why had they strung it up like a lynch victim, why didn’t they just throw it away like the trash? To prove they could do it, they had the power to kill. Otherwise it was valueless: beautiful from a distance but it couldn’t be tamed or cooked or trained to talk, the only relation they could have to a thing like that was to destroy it (4).
Capisce che anche pescare è un’inutile crudeltà:
I had no right to. We didn’t need it, our proper food was tin cans (5).
Arriva alla tragica conclusione che:
Anything we could do to the animals we could do to each other: we practised on them first (6).
Anche la coppia con cui la narratrice condivide il viaggio, David e Anna, dapprima quasi invidiata, rivela le sue profonde magagne: si tratta di due persone che non solo non sanno amarsi ma che, anzi, passano il tempo a farsi, a scambiarsi il male, come se questo fosse il solo rapporto possibile per loro, per schermarsi dal nulla.
Come in Heart of Darkness di J. Conrad, nel suo viaggio a ritroso nel tempo, la protagonista arriva a farsi questa domanda lasciata senza punto interrogativo, come problema aperto:
How did we get bad (7).
Alla fine lei getterà nel lago la pellicola del film che David sta girando, perché lui si è divertito a riprendere nuda la sua compagna davanti a tutti contro la volontà di lei, a riprendere l’airone morto per un suo gusto perverso, vorrebbe proseguire nella sua attività corruttrice anche con la narratrice e continua ad esercitare una crudeltà gratuita a cui Anna non si oppone veramente mai.
Il personaggio dell’io narrante si allontanerà sempre di più dai suoi compagni fino a nascondersi e a vederli salire sulla barca del ritorno senza di lei. Al tempo stesso diventerà sempre più ’naturale’, rifiuterà i vestiti se si eccettua una vecchia coperta per proteggersi dal freddo, mangerà bacche e quello che è sopravvissuto dell’orto di suo padre. E’ come se si stesse inabissando nel mondo naturale mai modificato dal male dell’uomo. Si allontana anche dalla sé stessa ‘civilizzata’ che ha accettato troppi compromessi con la società umana.
Non si tratta veramente di un viaggio iniziatico, culminante in una catarsi. La Atwood diffida dei miti abusati, delle parole consunte. Questo confondersi con la natura però serve a far capire quanto la protagonista stessa del racconto si era allontanata da quello che sentiva vero. E’ un processo graduale, lungo, che la estranea da tutti e anche da una sé stessa poco vigile, troppo rassegnata nei confronti di una società che spinge verso comportamenti inautentici, malati.
Ma divenire più consapevoli aiuta a porre dei limiti e la natura è il luogo di questa consapevolezza, anche se il riscatto è una strada da percorrere che spetta a ognuno di noi. Ed è evidente che la compromissione con quella società esiste sempre, è inestricabile.
Ci sono altre soluzioni?
Come al solito, la Atwood lascia al lettore la risposta, forse perché molte risposte sono possibili o sono comunque da ricercare.
Nelle ultime parole del libro c’è la sibillina risposta della scrittrice: The lake is quiet, the trees surround me, asking and giving nothing.

 

1 Tradotto in italiano con Tornare a Galla [ma devo dire che preferisco “Affiorare”suggerito da Daniela come traduzione in uno dei nostri primi incontri], Baldini Castaldi Dalai, 2002.
2 Diceva di amarmi, la parola magica, doveva illuminare tutto, mai più mi fiderò di quella parola. (Traduzione mia, perché non avevo a disposizione il libro in italiano).
3 Essere socialmente ritardati è come essere mentalmente ritardati, suscita negli altri disgusto e pietà e il desiderio di tormentare e riformare.
4 Perché l’avevano appeso come la vittima di un linciaggio, perché non si erano limitati a gettarlo via come la spazzatura? Per dimostrare che potevano farlo, avevano il potere di uccidere. Altrimenti non valeva niente: bello da lontano ma non si poteva addomesticare o cucinare o addestrare a parlare, l’unico rapporto che potevano avere con una cosa come quella era di distruggerla.
5 Non ne avevo il diritto. Non ne avevamo bisogno, il cibo che ci era congeniale erano barattoli.
6 Qualunque cosa abbiamo potuto fare agli animali l’abbiamo potuta fare gli uni agli altri: prima di tutto ci siamo esercitati su di loro.
7 Come siamo diventati cattivi.







(Anna Maria Robustelli)






Margaret Atwood, Tornare a galla, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [
* ]





 

 

 

 

 

L'AMICIZIA FEMMINILE NEI ROMANZI DI MARGARET ATWOOD
post pubblicato in Atwood, Margaret, il 7 settembre 2009



Una scrittrice come Margaret Atwood, che analizza lo stato d’animo della donna nel suo interagire con il mondo in cui vive, non poteva fare a meno di interessarsi al rapporto tra donne. Già nei primi romanzi, incentrati su altri argomenti, accenna all’amicizia femminile, ma è nei romanzi scritti intorno agli anni ’90, Occhio di gatto (1988) [ * ], La donna che rubava i mariti (1993) [ * ], L’altra Grace (1966) [ * ] e L’assassino cieco (2000) [ * ] che la scrittrice esplora in maniera specifica il tema dell’amicizia tra donne e questa, come lei sottolinea, è spesso più ambigua dell’amicizia tra uomini e complicata da sentimenti contrastanti.
Il tema centrale di Occhio di gatto è il rapporto amore-odio che lega due donne a partire dalla scuola elementare. Elaine Risley, che racconta la vicenda in prima persona, è figlia di un entomologo. Dopo un’infanzia passata con i genitori e il fratello, campeggiando in luoghi isolati fino a quando il padre non ha avuto una cattedra a Toronto, è andata a vivere in una casa semplice, appena costruita in mezzo ad uno spazio vuoto in periferia. Così per la prima volta, Elaine, che aveva sempre desiderato conoscere altre bambine, fa amicizia con due compagne di scuola, Carol Campbell e Grace Smeathe. Carol appartiene ad una famiglia borghese conformista e anglicana, vive in una casa perfettamente ordinata dove i genitori dormono in letti separati e la mamma viene caratterizzata dagli eleganti golfini abbinati. Grace invece viene da una famiglia piccolo borghese che tira a risparmiare il più possibile, compra i vestiti da un catalogo postale e vive in una casa che odora di cucina e lavanderia. La sua mamma è una bigotta di una setta protestante non-conformista e invita Elaine, la porta in chiesa, ma giustifica il cattivo comportamento delle amiche nei suoi confronti perchè è una piccola pagana. Grace, tuttavia, è bella e piena di idee e, dato che sono soprattutto le altre a voler giocare con lei, predomina nel gruppo fino all’ arrivo di Cordelia, una ragazza ricca, sofisticata e più smaliziata di loro.
A questa età, per fortuna, i bambini non capiscono niente di classe sociale e la differenza tra i loro tenori di vita costituiscono solo un motivo di curiosità. La descrizione dell’infanzia e della prima adolescenza delle quattro amichette occupa alcune delle pagine più belle e sensibili dell’autrice: i loro segreti, i giochi di collage con i cataloghi e le riviste femminili, i travestimenti e le recite, le domande e ipotesi sussurrate che riguardano i loro corpi che cambiano, il sesso e la nascita. Era un’era più innocente della nostra, alla fine degli anni ‘40, senza televisione, ma un epoca in cui, almeno nei paesi nordici, esisteva un certo pudore reciproco tra madre e figlia su questi argomenti e persino sui sentimenti e le sofferenze. Le bambine partecipavano, poi, insieme ai maschi, ai giochi con le biglie nel cortile della scuola. Il simbolo dell’adolescenza di Elaine rimarrà infatti la biglia azzurra, l’"Occhio di Gatto", che lei custodisce come talismano nella sua borsa di plastica rossa e che sfiora con le dita per avere protezione nei momenti difficili, momenti che presto arriveranno.
E’ risaputo che i bambini possono essere crudeli. Qualche bambino non viene accettato dal gruppo, viene allontanato, preso in giro, isolato. Talvolta il più debole, il diverso, viene perseguitato. Elaine non è diversa se non per la sua maggiore ingenuità e inesperienza ma subisce da parte delle sue compagne, incantate dal carisma di Cordelia, un vero e proprio bullismo femminile: una persecuzione sottile e nascosta che le fa credere di non essere normale, che le provoca mali fisici (il vomito, lo svenimento) e psicopatici (il mangiarsi le dita, lo strappare la pelle dal piede), mali che si allentano solo quando passa le vacanze insieme alla famiglia, di nuovo tra boschi e laghi e lontano dalle amiche. Si tratta di un gioco di potere. Cordelia, sostenuta dalle altre due, critica ogni suo comportamento, il suo modo di vestire, il suo linguaggio, la sua stessa sottomissione (ma tutto questo solo in assenza degli adulti, che ritengono l‘aguzzina una fanciulla dalle maniere perfette). L’oppressione comincia con un gioco finito male quando Elaine si lascia chiudere per scherzo in un buco e poi viene abbandonata, si conclude infine con un abbandono molto più grave e pericoloso in fondo a una scarpata, sotto la neve e dentro un’insenatura ghiacciata. Ci si domanda perchè la ragazza si sottometta a questo trattamento, perchè non si sia ribellata prima. La risposta che ci fornisce la narratrice risiede nel bisogno dell’adolescente dell’amore dei suoi pari, nel codice di lealtà (oppure la paura) che le impedisce di fare la spia, nonché nel senso d’inferiorità e impotenza che la invade.
Del resto, forse dipende anche dal fascino che esercita Cordelia, poiché Elaine rimuoverà il tormento, ma rimarrà ossessionata da questa sua amica per tutta la vita. Le due adolescenti si ritrovano alla scuola superiore ma il rapporto di potere si inverte e Elaine, più tardi, si renderà conto di avere scambiato i ruoli con la sua amica. Diventata pittrice, farà un ritratto di Cordelia dove si riconosce la paura nei suoi occhi: una paura, però, che riflette quella della stessa artista che teme di diventare come lei. Cordelia, espulsa dalla scuola privata che aveva frequentata, diventa una studentessa disastrosa sebbene Elaine l’aiuti e insieme si compiacciono a sfogare pettegolezzi meschini nei confronti della loro ex-amica Grace e la sua famiglia. Cordelia, poi, con impulsi di cleptomania assecondati da Elaine, mostra segni premonitori della malattia che la farà rinchiudere in una clinica psichiatrica; un luogo dove l’amica le farà visita, ma da dove si rifiuterà di aiutare Cordelia a scappare. Elaine, abbandonata dal primo marito, sentirà la voce infantile di Cordelia che la sfida a suicidarsi, vedrà gli occhi dell’amica in quelli delle figlie quando esse si ribellano e persino in quelli della mendicante, incontrata per strada, che lei aiuterà ma che non ama. Solo dopo la mostra antologica a Toronto, nella città che provoca queste e altre reminiscenze, la mostra dove Elaine si aspetta di rivedere Cordelia ma dove Cordelia non c’è, arriva finalmente il momento del perdono. Cordelia è morta. Elaine rimane vincente. Tuttavia, sulla via di ritorno a casa, lei rimane triste e malinconica di non poter mai godere, dimenticate le vecchie beghe, una vacanza come quella di una coppia di vecchiette, complici e spensierate, nella quale s’imbatte sull’aereo per Vancouver.
L’influenza esercitata da una amica sull’altra rappresenta uno dei motivi del complesso intreccio che l’autrice ha costruito nel libro L’altra Grace, partendo da documenti storici riguardanti una presunta assassina ottocentesca. Grace Marks sarebbe stata complice insieme al cocchiere James Mc.Whitney dell’uccisione del loro padrone Thomas Kinnear e della sua governante Nancy. La coppia criminale fu arrestata al confine con gli Stati Uniti in una locanda dove la ragazza sedicenne aveva dato il nome di Mary Whitney, nome con il quale firma in seguito una serie di confessioni. James viene condannato a morte, Grace al carcere a vita. Tuttavia, uno strano gruppo che si riunisce attorno alla moglie del governatore del carcere la ritiene non colpevole, o perlomeno incapace di intendere e volere, e cerca di farla perdonare. Si tratta di un reverendo metodista, di un medico psicologo, di un medico ciarlatano e di una signora che fa la medium  e consola la moglie del governatore per la morte di un bambino .
In quasi tutti i suoi romanzi Margaret Atwood introduce un elemento paranormale, lasciando i suoi lettori nel dubbio che si tratti di un gioco dell’immaginazione, un’allucinazione, una forma di telepatia o semplicemente un’imbroglio. In questo caso, sembra che ci sia una specie di simbiosi tra Grace Marks e la sua ex-amica Mary Whitney. Grace, piccola immigrante irlandese, orfana di madre con quattro fratellini e un padre squattrinato e ubriaco, era stata messa a servizio all’età di 12 anni nella casa signorile di un consigliere comunale. Mary, un’altra cameriera più grande di 3 o 4 anni con la quale condivideva il letto, è stata per lei la prima amica e protettrice, una mamma, una compagna di lavoro e di giochi, un’insegnante di vita. La storia di questo periodo viene riferita da Grace allo psicologo: traboccano di felicità i suoi racconti delle risate e degli scherzi tra il bucato steso e i copriletti patchwork, dei regalini fatti a mano che si facevano a Natale, dei sogni di sposare un agricoltore pioniere, fino a quando Mary non viene sedotta e abbandonata dal figlio dei padroni e muore dopo un aborto clandestino. La fine della vicenda è tragica nella sua quasi-banalità – dato il periodo - ma dimostra com’era fragile la gioia di queste ragazzine e precaria la loro esistenza.
La gente superstiziosa usava aprire la finestra della camera di un morto per fare uscire l’anima e c’era chi pensava di sentirlo chiedere dal morto stesso. Grace racconta di aver sentito dire “fammi entrare” e non “fammi uscire”, di essere svenuta per ore come se fosse in trance, di essersi svegliata convinta di essere la sua amica morta e di essere poi tornata in se solo dopo una lungo sonno e senza ricordare niente. Sostiene di avere un’amnesia totale per quanto riguarda l’assassinio di Thomas Kinnear (l’ultimo dei suoi successivi padroni) e Nancy, la sua favorita. Vere o false che siano queste sue dichiarazioni, illusioni oppure invenzioni, esse conducono i suoi benefattori a sospettare che Grace possa essere una medium e che l’anima di Mary Whitney abbia potuto a volte impossessarsi di lei. A parte qualche attacco di isteria che Grace avrebbe potuto fingere allo scopo, del resto riuscito, di farsi ricoverare in manicomio, il suo carattere sembra docile, disponibile, con una certa raffinatezza. Mary Whitney, al contrario, pur senza compromettersi con i padroni, era più ribelle, si arrabbiava per i privilegi dei ricchi e usava in privato un linguaggio volgare. Grace pensa continuamente a che cosa avrebbe detto, fatto o pensato Mary in ogni situazione e si mostra sdegnata di una sorte che ha punito la sua amica ma che avrebbe premiato Nancy per lo stesso peccato. Quest’ultima era incinta di Kinnear, che l’amava e forse l’avrebbe sposata. Non sembra impossibile, perciò, per chi crede a questi fenomeni che l’amica morta possa averla spinta su una cattiva strada, anche per vendicarsi. Bisogna ammettere che l’atteggiamento moralistico della stessa Grace riguardo a questa relazione ispira qualche dubbio sulla sua sincerità. Lei dice quello che gli altri vogliono sentirsi dire da lei. C’è anche chi la ritiene subdola, bugiarda, una bravissima attrice. Comunque viene salvata dal suo vecchio amico, Jeremiah, lui, sì, un attore prodigio: già venditore ambulante, poi saltimbanco ventriloquo da fiera, ora si presenta come il Dottor Jerome Dupont, neuro-ipnotista. Nel corso di un esperimento detto ‘scientifico’ organizzato in casa della spiritista, la voce rozza di Mary Whitney s’introduce nel sonno ipnotico di Grace per confessare di averla spinta al crimine. 
L’amicizia vera, sincera e paritaria, fatta di reciproca solidarietà, si trova nel romanzo La donna che rubava i mariti. Le tre protagoniste Toni, Ros e Charis, si sono conosciute nel collegio universitario e rimangono amiche negli anni seguenti sebbene la loro provenienza, i loro mestieri e tipi di vita siano molto diversi. Il racconto retrospettivo delle loro vicende familiari e delle loro infanzie getta uno sguardo trasversale sugli abitanti dell' Ontario nel periodo dell’immediato dopoguerra. Tony diventa professoressa di storia militare e sposa West (che già amava da studentessa), o perlomeno sposa quello che rimane di lui dopo che una loro compagna, Xenia, l’aveva sedotto e abbandonato, lasciandolo emotivamente distrutto, senza casa e indebitato fino al collo. Non hanno figli ma, alla fine, Tony è l’unica che riesce a tenersi il marito. Roz, direttrice di un’importante rivista femminile, sopporta un marito che la tradisce continuamente ma che ritorna sempre a farsi proteggere dalle amanti. Per soddisfare il suo orgoglio maschile, lei lo mette addirittura nel suo consiglio di amministrazione ma cede alle pressioni della sua ex-compagna di studi, ora giornalista, di farci entrare anche lei. Di conseguenza perde il marito, il quale, sedotto e abbandonato dalla stessa Xenia, muore suicida. Charis, la terza amica, abbandona gli studi e si compra una casetta su un isola, dove alleva polli e prende il traghetto giornaliero per lavorare in un negozio di oggetti orientali. Charis è una persona sensitiva, insegna yoga e frequenta un gruppo pacifista che aiuta giovani statunitensi, durante la guerra del Vietnam, a fuggire dalla leva militare attraverso la frontiera canadese. Charis porta a casa uno di questi, un certo Billy, di cui lei s’innamora, nonostante la pigrizia e la rozzezza che lo distinguono. Tutte queste donne, del resto, ben consapevoli dei difetti dei loro uomini, li amano lo stesso, se non proprio con passione, in maniera protettiva, quasi materna. Ma anche Chris fa entrare Xenia in casa e, così, involontariamente consegna Billy non solo alla sua falsa amica ma anche nelle mani della polizia federale. Quando poi Charis partorisce sola e disperata, le amiche accorrono; quando il figlio di Tony si trova in pericolo dalla nemica comune, le altre sono là per pedinare la predatrice ed affrontarla insieme; pranzano insieme ogni tanto e, senza interferire nella vita l’una dell’altra, sono sempre disponibili nel momento del bisogno.
Ci saranno indubbiamente, in questo libro, degli aspetti comici e delle situazioni che fanno ridere, ma è anche una storia tragica. Il fatto è che questi avvenimenti, questi personaggi, sono certamente esagerati ma non sono del tutto irrealistici. Le debolezze di queste tre donne intelligenti ma imprudenti, troppo generose e tolleranti, sono in fondo le debolezze di molte giovani donne. Come dice la narratrice, Xenia entra solo su invito. I vizi di Xenia fanno paura: saranno pure tutti i vizi femminili concentrati in una sola donna - ma chi non li riconosce?
Xenia è malvagia in maniera grandiosa, eroica, quasi epica. Xenia ha bisogno di convincersi, a più riprese, che tutti gli uomini sono cera nelle sue mani, soprattutto gli uomini delle sue amiche. Ha bisogno di far credere anche alle amiche, per poterle sfruttare, che lei si trova sempre nei guai. Xenia è bella, ma non è con la bellezza che seduce gli uomini – e anche le donne - ma con il suo bisogno di aiuto: è, o dice di essere, una donna sfollata, maltrattata e sprovveduta, che combatte coraggiosamente contro la malasorte facendo ogni sorta di mestiere, all’occorrenza anche con successo ma più spesso con la paura. Sembra, ad un certo punto, che rimanga coinvolta, suo malgrado, in chissà quali beghe internazionali – forse con i servizi segreti, forse con i terroristi, più probabilmente (sempre che ci sia un barlume di verità nelle balle che racconta) con il narcotraffico. Xenia sa mentire meglio di Satana, le manca solo il suo orgoglio: questo non le serve, perchè è femmina! L’estrosità delle sue bugie non può fare a meno di suscitare l’ammirazione del lettore, talvolta anche la sua ilarità per la lestezza con la quale le storie cambiano, ma raggiungono sempre lo scopo. Quando poi, matura, malata, forse ricercata da non si capisce bene chi, la donna si trova finalmente vinta e capisce che le amiche non ci cascano più, spara le ultime frecciate per rovinare persino la memoria degli uomini che lei aveva già distrutto. Xenia viene paragonata a Jezabel, la principessa biblica che muore spinta da una torre e divorata dai cani che ne lasciarono solo le ossa: la donna passata nella cultura europea come incarnazione femminile del male. Anche Xenia cade, sia pure da un balcone – spinta o suicida. Era già ‘morta’ una volta – poi risorta! All’inizio della storia, le tre amiche si erano trovate al suo funerale, organizzato da un avvocato in presenza di un gruppo di uomini sconosciuti. Alla fine, poi, rimangono le stesse tre, sole, pietose, ma anche con un sospiro di sollievo, a spargere nel mare le sue ceneri.
Il tema dell’amicizia tra donne sembra esaurirsi con L’assassino cieco (2000). Si tratta di una saga familiare ambientata negli anni ’30 sullo sfondo della Grande Depressione. Le protagoniste sono due sorelle, figlie di un industriale e orfane di madre: Iris, la maggiore, narratrice in prima persona, è sensata e protettiva nei confronti della sorellina Laura, impulsiva, religiosa e portata al sacrificio. Appena ventenne, Iris fa un matrimonio d’interesse per aiutare il padre sull’orlo del fallimento e per assicurare un futuro alla sorella, la quale viene a vivere con la coppia. Entrambe le sorelle, tuttavia, s’innamorano dello stesso uomo, uno scrittore comunista, agitatore politico ma ricercato dalla polizia per un delitto che non ha commesso. Ed è qui che il discorso diventa ingarbugliato. In primo luogo, si inserisce nella narrativa una cronaca in terza persona della relazione passionale tra lo scrittore ed una della sorelle, mai nominata; infatti, solo in modo graduale si arriva a capire qual’è. In secondo luogo, all’interno di questo stesso discorso, si integrano anche le puntate fantascientifiche che lo scrittore ricercato pubblica su una rivista popolare (dietro uno pseudonimo e con suggerimenti dell’amante). Si tratta dell’"Assassino cieco". Lo stesso romanzo verrà pubblicato in seguito dopo il suicidio di Laura, insieme alla sua relazione passionale, come frutto della sua penna, e la renderà famosa. Però la storia viene pubblicata da Iris, la vera amante. Il reale sentimento di Laura nei confronti dello scrittore era stato invece l’amore ideale di un’adolescente, un amore fatto di amicizia, abnegazione e soprattutto speranza: una speranza involontariamente distrutta dall’amata sorella quando, sperando di farle dimenticare l’uomo, le rivela indelicatamente il fatto che egli è morto in guerra.
E’ raro che Margaret Atwood descriva l’amore-passione. In questo romanzo si trova una combinazione di stili, intrecci, sentimenti e passioni; inoltre c’è una certa suspence e una specie di parallelo tra la crudeltà fantastica della narrativa ‘pulp’ e la tragedia degli avvenimenti reali. E’ difficile dire che questa sia l’opera migliore dell’autrice, ma è forse proprio il suo virtuosismo che le ha meritato il premio Man Booker, uno dei premi più ambiti dagli scrittori di lingua inglese.



(Joan Felicity Yorke)





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