.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL NAUFRAGIO
post pubblicato in Leogrande, Alessandro, il 1 giugno 2012

 

Sono passati quindici anni dal naufragio della Kater I Rades, la nave albanese che il venerdì santo del 28 marzo 1997 fu speronata dalla nave militare Sibilla al largo del canale di Otranto in Puglia. Alessandro Leogrande, da scrittore e giornalista, tenta di restituire alla memoria collettiva i volti delle novantuno persone a bordo di quella nave con il suo libro “Il naufragio”, presentato lo scorso 14 maggio alla biblioteca Villa Leopardi nell’ambito della rassegna Migranti del mese di maggio.
La primavera araba ha acceso, oltre al fuoco del dissenso nei paesi delle coste africane, la paura in Italia delle invasioni di migranti e provocato reazioni simili a quelle di quindici anni fa sotto il governo Prodi. “Ho notato elementi storici che ritornano tra le crisi dell’Albania di allora e di Tunisia e Libia di oggi. Come simili sono state le reazioni politiche alle migrazioni conseguenza dei conflitti civili. Lo speronamento della Kater, oltre che un evento molto grave e doloroso, ha segnato uno spartiacque nella nostra politica migratoria”.
Il 28 marzo del 1997 la Sibilla, una corvetta di 90 metri, sperona dopo un lungo inseguimento via mare la motovedetta albanese, di appena 20 metri e con a bordo 91 persone, quattro/cinque volte la sua normale capacità. “Mi interessava questo naufragio in modo particolare perché non è stato naturale, è stato cioè causato dall’interazione con la nostra marina. Manovra che è costata la vita a 57 persone, di cui trenta sotto i quindici anni. 24 corpi non verranno mai ritrovati. Si è costituita in Albania una "comunità del disastro" che ha chiesto verità, ed il recupero del relitto. Molti dei morti sono stati donne e bambini, quelli chiusi nella stiva, una vera e propria bara in fondo al mare”. Recuperare dunque le storie umane nascoste dietro i numeri di naufragi “a cui troppo spesso siamo abituati – continua l’autore – come tutte le stragi avvolte nel silenzio che avvengono nel canale di Sicilia”.
“Ho scelto di raccontare questo naufragio – commenta l’autore ad una domanda del pubblico – intanto perché nessuno ha mai raccontato questa storia. Ho avuto la percezione che fosse abbastanza complessa e non la volevo comprimere. Questo spiega il taglio letterario del libro che intende intrecciare la dimensione umana della vicenda alla zona d’ombra della distribuzione delle responsabilità. Ma più che scrivere un libro di denuncia volevo restituire dignità agli albanesi saliti su quella nave, rompendo lo schema freddo delle generalizzazioni a cui siamo assuefatti ogni volta che ascoltiamo notizie di naufragi. Dietro i numeri ci sono persone, volti, ed avevo intenzione di raccontare le loro storie, il loro rapporto con il lutto. Il tutto analizzando il funzionamento della catena di comando che ha gestito quelle manovre, il modo in cui è stato condotto il processo che ha similitudini con altre vicende giudiziarie, come Ustica, come la Diaz”. Carlo Verducci, uno degli organizzatori della rassegna della biblioteca, ricorda che “il libro colma una lacuna storica su una vicenda di cui, su internet, rimangono pochissime tracce e quelle che ci sono si riferiscono solo ad episodi commemorativi”.
I paesi del mediterraneo hanno vissuto sconvolgimenti simili a quello dell’Albania di qualche decennio fa. In alcuni, come in Tunisia, la protesta rimane confinata alla prassi di mobilitazione di massa. Ma quando scatta la molla repressiva, come in Libia ed Albania, la società civile viene sostituita nelle sommosse da gruppi armati. Con la caduta dell’Unione Sovietica i Balcani si sono sgretolati ed hanno portato un paese come l’Albania, privo di un sistema finanziario, ad un crollo verticale. All’epoca si crearono società finanziarie per investimenti, appoggiate sia dal Fondo Monetario Internazionale che dal presidente Sali Berisha, che promettevano tassi di crescita “con un modello piramidale simile a quello usato dal cosidetto Madoff dei Parioli. Il meccanismo fa guadagnare i primi che investono per attirare nuovi capitali, creando un “sogno collettivo” appoggiato da cariche istituzionali ed internazionali che, spezzandosi, ha portato i risparmi della gente a sparire da un giorno all’altro. A Valona il passo dalle prime proteste studentesche alle gang criminali è stato breve”. A quel punto scattò la molla repressiva di Berisha che tentò di bombardare Valona. “Esiste anche un rapporto tra Italia, Tunisia, Libia ed Albania. Sono tutti paesi che guardano al nostro come un modello, mentre noi temiamo da loro solo l’invasione”.

“Il processo si è concluso con un concorso di colpa tra i capitani delle navi. Ma la ricostruzione delle responsabilità è una verità che appare e scompare. Alla fine delle perizie pare che la corvetta italiana stesse attuando delle manovre paramilitari di harassment, di disturbo intenzionale della navigazione, per bloccare le eliche del motore della nave albanese con un cavo. In quel periodo il presidente della Camera, Irene Pivetti, parlò anche e mai smentì di “buttare a mare” tutti coloro che scappavano dal conflitto”. Si è anche parlato di riunioni tra le cariche della marina coinvolta per raccontare una verità concordata. “Quello che è interessante notare è che quando si è cercato di ottenere tutte le comunicazioni del canale d’Otranto nei dieci minuti precedenti la sciagura, le bobine sono risultate vuote. Una mancanza di prove che ha impedito di coinvolgere cariche superiori. Ma in quel momento c’era una catena di comando e la corvetta era in costante comunicazione con le massime cariche dello stato della marina”.


  

 
(Davide Bonaffini)

 

 
 
 

Alessandro Leogrande, Il naufragio, Feltrinelli 2011 [ * ]



 


(apparso sul sito Piùculture il 16 maggio 2012, quì)

 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/6/2012 alle 8:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UOMINI E CAPORALI
post pubblicato in Leogrande, Alessandro, il 22 giugno 2009



Questo libro si legge molto bene dopo aver letto Meritocrazia di Abravanel [ * ] perché ne costituisce la conferma e la riprova tangibile. Uno Stato in pieno declino tecnico e culturale come l’Italia, guidato da una classe politica miope, impreparata e spesso corrotta, sopravvive soltanto sfruttando fino alla riduzione in schiavitù, e sovente fino alla morte, una forza lavoro proveniente dall’est europeo attratta, con l’inganno, dalla fallace immagine di un’Italia onesta e laboriosa.
Di questa triste realtà di sfruttamento puro noi romani abbiamo già sentore quando ci offrono lavori di ristrutturazioni edili eseguiti “in nero” con mano d’opera polacca o rumena, oppure quando vediamo ogni mattina file di maschi adulti in attesa di un pulmino di qualche caporale che li porti sul luogo del lavoro “a giornata”. Non occorre andare lontano, in periferia: basta andare a Tor di Quinto o all’incrocio fra via Casilina e Via Palmiro Togliatti (*), o decine di altri posti dentro il raccordo anulare, dove nonostante lo scorrazzare di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, è palese il “caporalato” che consuma ogni mattina e sotto gli occhi di qualsiasi giornalista, sia di destra che di sinistra, il reato di “intermediazione abusiva di forza lavoro”.
I fatti di cronaca puntualmente riportati da Leogrande ci fanno capire quanto siamo caduti in basso. Il paese che ha dato i natali a Michelangelo e a Leonardo, sfrutta sino alla morte dei poveri cristi che hanno solo la colpa di essere ingenui e di provenire da un paese reso poverissimo dall’Unione Sovietica, e poi, dopo l’inganno li riduce in schiavitù affinché non parlino, e il tutto per risparmiare il noleggio di macchine agricole adatte alla raccolta di pomodori da usare per fare la salsa.
E’ un libro che ci toglie il piacere di gustare un piatto di spaghetti al pomodoro, ci obbliga a chiedere scusa alla Polonia e alla Romania, e ci fa preoccupare per il nostro domani.
E’ scritto da Leogrande con ancora maggior dolore per il fatto che i crimini descritti avvengono nella sua cara terra natale: la Puglia.
Se si volesse attribuire un voto, sarebbe molto positivo, tenuto conto che il reato pubblicizzato continua, e continuerà, purtroppo, e per averlo denunciato Leogrande potrebbe incorrere in ritorsioni. In pratica Leogrande è un altro Saviano.



(*) Ogni volta che cito Via Palmiro Togliatti, non riesco a trattenere il mio sdegno sul fatto che il Comune di Roma continui a rendere omaggio a costui intitolandogli una via importante quasi quanto la Cristoforo Colombo, nonostante il fatto che Kruscev abbia riconosciuto e deplorato pubblicamente i crimini di Stalin, crimini di cui lo stesso Togliatti era certamente a conoscenza e, ciononostante, continuava ad adoperarsi affinché l’Italia entrasse nell’orbita dell’URSS.
E, in aggiunta, per rendere l’idea del soggetto, ricordo di aver letto, che quando i parenti degli alpini prigionieri in Russia gli chiedevano di intercedere per la loro liberazione presso Stalin, di cui era strettissimo confidente e collaboratore, Togliatti non seppe far altro che rispondere che “la prigionia stava a loro bene, per aver osato aggredire la grande madre Russia”.
Ma perché piuttosto non intestare la via a Natta, grande premio nobel italiano per la chimica, o a qualche grande italiano della letteratura (senza riferimento a Dario Fo, per favore)? Qualcuno dell’ufficio che dà i nomi alle vie di Roma non potrebbe intervenire? 


 

(Pietro Benigni)




Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Mondadori, 2008 [
* ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica premio migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 22/6/2009 alle 14:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia giugno