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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME IL PETROLIO SOTTO DI ME
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 24 giugno 2014

L’Arabia è un territorio immenso, da cui origina il termine “arabo”. Ma il regno saudita, famoso in passato per il re Ibn Saud (parlo di quello degli anni ’60; forse anche l’attuale ha lo stesso nome, che in arabo significa “figlio di Saud”), è noto solo agli appassionati di geografia. E’ immenso e si estende tra il Mar Rosso (ad Ovest) e il Mare arabico a nord est. Confina a nord con Giordania e Iraq, a est con il Kuwait e gli Emirati, a sud con Oman e Yemen, e ad Ovest col Mar Rosso, come detto.
Il resto è bene apprenderlo dal libro di Rita. La sua lettura è veramente appassionante – per tutti coloro che amano l’esplorazione di un paese – e soprattutto divertente. Il libro è anche corredato da fotografie locali, che consentono di visualizzare alcune delle osservazioni di una visitatrice attenta come è stata Rita.
L’indice del libro (non incluso in questa edizione) comprende sette capitoli, che parlano degli aspetti più importanti della città che Rita ha visitato (Gedda, Jeddah per gli Arabi) e tutti molto esaustivi per il lettore interessato a conoscere l’Arabia. Dopo aver descritto l’arrivo, e il luogo dove ha vissuto sul posto (un Compound, configurabile come un rione di una città, ma completamente autonomo dal resto e forse riservato ai non residenti), l’autrice si sofferma su un grande magazzino (cosiddetto Mall, all’americana), sull’immensa e sconfinata spiaggia (La Corniche, termine usato anche nel libro “Scintille” di Gad Lerner per nominare la spiaggia di Beirut), e su un grande albergo.
Negli ultimi due capitoli si parla di una tipica giornata saudita, e dell’immenso deserto.
Ho cercato di fare un breve riassunto del contenuto del libro, senza entrare in dettagli. Proprio nei dettagli sta la bellezza del libro, per chi lo legge. E’ una magica guida turistica di una altrettanto magica visitatrice. Sebbene l’Arabia non accolga i turisti, e Rita abbia potuto approfittare del permesso come parente di persona residente a Jeddah, il libro è delizioso (a cominciare dal titolo) in quanto racconta cose che – come turisti naturali – non potremo mai vedere. E proprio per questa ragione va letto ed assaporato, come ho fatto io e come può fare chiunque di voi riesca a procurarsi, con l’aiuto della nostra Biblioteca e del nostro Circolo di lettura, una copia.




(Lavinio Ricciardi)








Rita Cavallari, Il cielo stellato sopra di me il petrolio sotto di me, 2014

PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 22 ottobre 2011

 
 

Rita Cavallari

ritacavallari2007@gmail.com


 

 




PIPERITO



storia

di

un pappagallo

una bambina

e

un archetto di violino



PIPERITO

storia di un pappagallo, una bambina e un archetto di violino


Parte prima: IL VIAGGIO

 

 

1. CASA MIA

Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
- I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok!
Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
- Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
- Fermo, ora se ne vanno - sibila Chirichillo.
Gli uomini alzano gli occhi verso di noi, sento il loro sguardo, ho paura.
Sono due, uno più grande e uno più piccolo, quello grande ha la pelle chiara e il piccolo è scuro. Trasportano una cosa nera. La allargano e la stendono per terra, coprendo la distesa di felci. L'uomo piccolo trascina un sacco, ci mette dentro una zampa, la apre allargandola verso la cosa nera. Una pioggia di semi cade per terra, semi piccoli e bianchi sulla distesa scura. Gli uomini guardano verso l'alto, ma noi siamo nascosti tra le foglie e non ci vedono. Si allontanano.
- Sono buoni secondo te? - mi sussurra all'orecchio Cocorimbo.
- Buoni chi? - rispondo.
- I semi.
- Non lo so.
- Vado a beccarne uno.
- No, è pericoloso - si intromette Chirichillo.
Anch'io vorrei scendere e assaggiare un seme, ma se Chirichillo dice che è pericoloso... lui è il nostro capo.
Restiamo fermi tra i rami, nessuno di noi ha voglia di tornare al nido. I semi ci guardano, come piccoli occhi brillanti. Si sente un fruscio e da un cespuglio esce un minuscolo roditore dal pelo bruno. Si avvicina al prato nero, un passo dopo l'altro, si guarda intorno, si ferma, poi entra in mezzo ai semi, li annusa, incomincia a mangiarli. Con la testa china mangia senza fermarsi.
- Così li finisce tutti - borbotta Cocorimbo.
È un fremito di voci.
- Sono buoni, allora.
- Voglio mangiarli anch'io.
- Andiamo!
In un frullo prendiamo il volo tutti insieme, atterriamo sul prato nero, ci buttiamo sui semi. Il roditore scappa via squittendo e i semi sono tutti per noi. Do una beccata, due, tre, ne raccolgo più che posso. Siamo tutti sul prato nero, a litigarci i semi che hanno lasciato gli uomini.



2. IN GABBIA

Il prato nero ci si chiude addosso e tutto diventa buio. La notte arriva di colpo, quando il sole è ancora alto nel cielo. Ci troviamo stretti l'uno all'altro, non possiamo volare e non riusciamo neanche a muoverci. Io ho una zampa piantata nella schiena e un'ala vicino al mio becco. È tutto nero, ma non il nero trasparente della notte, che se stai in cima all'albero vedi brillare le stelle e a volte anche la luna. Il cielo ora è denso, pesante, chiude le ali, piega la testa, non riesco a sollevarla. Il cielo si muove e ci trascina via. Ci mettiamo a gridare. Non sono i pigolii della notte che arriva e scompare, gridiamo tutti insieme terrorizzati, più forte che possiamo. Le ali mi fanno male, mi sento schiacciare, soffoco. Cerco di muovere la testa ma non ci riesco. Cocorimbo è schiacciato sul mio fianco, lo sento tremare, si agita, grida.
La notte ci trascina via, sbatto su qualcosa di duro, il buio mi stringe e mi soffoca. Un rumore mi rimbomba nelle orecchie, un odore cattivo si sparge da per tutto. Poi vedo una luce rotonda, un buco nella notte. Ci spingiamo l'un l'altro per raggiungere la luce, è sempre più vicina, sono arrivato finalmente, esco nel giorno. Il cattivo odore mi chiude la gola, la luce mi ferisce gli occhi. Dove sono?
Siamo stretti in un nido di canne accostate tra loro, nere e tutte uguali. Ho i miei amici sopra di me, ma riesco a farmi largo, voglio arrivare in alto e volare via. Ecco ce l'ho fatta. Ma il nido è coperto di canne nere. Mi ci aggrappo e cerco di spezzarle con il becco, ma è impossibile, sono durissime.
- Guardalo, vuole rosicchiare il ferro - dice l'uomo piccolo. L'altro non riesco a vederlo ma lo sento muovere, i suoi passi rimbombano. Intorno non ci sono più alberi, si vede solo cielo. Il rumore non smette mai, è come il brontolio di un tuono lontano, mischiato allo sciaguettio dell'acqua.
Non so cosa fare e chiamo Chirichillo, lui è il nostro capo, ma Chirichillo non risponde.
L'uomo piccolo sta ripiegando il prato nero. Vedo dei mucchietti di piume colorate impigliate nel buio.
- Con questi che ci facciamo? - dice l'uomo piccolo.
- Buttali - risponde l'altro.
L'uomo piccolo raccoglie un pugnetto di piume verdi e lo lancia lontano.
Plof, si sente il rumore di un frutto che casca nel laghetto. Uno dopo l'altro l'uomo raccoglie tutti i mucchietti verdi, sento il rumore quando li butta nell'acqua. Poi ripiega il prato nero.
- Quanto manca?
- Tra un paio d'ore siamo a Santos.
- Abbiamo fatto un bel colpo.
- Sbrighiamoci a consegnarli, se no finiscono tutti in bocca ai pesci.
- Stasera li consegnamo, c'è l'aereo domattina.
Dove sei Chirichillo, Cocorimbo rispondi! Ci chiamiamo l'un l'altro, quando all'improvviso si fa notte di nuovo. Nel buio arrivano solo le voci dei due uomini.
- Così la smettono di far chiasso, non se ne poteva più di quel baccano.
- Metti un po' di musica.
Più forti del ruggito di un giaguaro suoni spaventosi ci aggrediscono, coprono il brontolio da temporale lontano e il movimento dell'acqua. Sono grida di belve che non conosco. Vorrei prendere il volo, tornare a casa mia. Qui non capisco più nulla. Non so più se il giorno è giorno e la notte è notte. Le mie ali sono rattrappite e doloranti. La puzza spaventosa e i ruggiti sconosciuti mi fanno impazzire. Non riesco neanche a pigolare. Poi crollo addormentato.



3. IL VIAGGIO

Clang, crash, sbeng, sdong, la gabbia sbatte e scuote. Noi siamo stretti alle sbarre di ferro, ci schiacciamo sul fondo, tutto vibra e si muove. Di nuovo rumore di tuono, di nuovo aria velenosa che fa lacrimare gli occhi e brucia il respiro, poi un tonfo terribile e il silenzio. Restano solo i nostri lamenti, sempre più fiochi.
È buio come una notte senza luna e senza stelle, senza insetti luminescenti che volano lasciando una scia luminosa, senza occhi di animali notturni che mandano lampi scintillanti. Il cattivo odore prende alla gola. Siamo ammonticchiati l'uno sull'altro, rischiamo di morire soffocati.
- Ti prego, mi stai schiacciando, non spingere!
È una vocina che mi giunge all'orecchio, sottile come un filo di ragnatela.
- Cocorimbo! - grido.
Non arriva risposta.
- Sei tu? Come stai?
Neanche una parola. Intorno a me solo gemiti, lamenti e pigolii sempre più flebili. Un rombo prima basso e cupo, poi assordante, copre ogni altro suono. Grido, ma non sento la mia voce. Il rombo esplode nella mia testa, ma è come se avessi un tappo nelle orecchie, o se fossi diventato sordo: le orecchie mi fanno male e non sento nulla, niente di ciò che accade intorno a me crea rumore, nessuno dei miei amici produce suoni, vivo in un mondo muto e il rombo di tuono è dentro di me, riempie tutto il mio spazio, non c'è più nulla, solo il frastuono dentro la testa.
Non c'è più aria. Provo a respirare forte. Sempre più forte. Non c'è aria. Mi sento soffocare. Non devo agitarmi. Sto fermo. Respiro piano e cerco di risparmiare energie. Penso a Chirichillo, il capo del nostro branco. Una volta che un falco volava sopra di noi, faceva dei giri sopra gli alberi più alti, in cerchi sempre più stretti, guardando in basso, e cercava una preda su cui piombare all'improvviso, e noi eravamo nascosti tra le foglie, tremanti per la paura, e stavamo per gridare tutti insieme, silenzio, ci ordinò Chirichillo, fermi immobili e silenzio, ripetè, perché non bisogna mai farsi prendere dal panico. Chirichillo dove sei? Perché non ci dici cosa dobbiamo fare? Io sto fermo e respiro piano. Ora il rombo è meno forte e il tappo nelle orecchie si scioglie. Sento degli squittii molto vicini. Si direbbero grida di scimmie. Strano, cosa ci fanno qui delle scimmie? Più lontano fischi e sibili. Serpenti forse? Ma dove sono finito? Hanno rubato i suoni della foresta? Che luogo è questo? Il rombo continua sempre uguale ed è ancora buio. Questa notte non finisce mai. Mi addormento. Ogni tanto mi sveglio di soprassalto, ma non è ancora giorno. Quando arriverà il sole? Il tempo passa e io ho fame, ho tanta fame, e ho anche sete. Respiro piano. Sempre più piano. Ho paura di morire.
Sbattiamo di colpo e tutto scricchiola e sembra esplodere all'improvviso. Uno, due, tre sobbalzi, il rombo di tuono si fa acuto e assordante, poi cala, si attenua, scompare. È finito. Siamo fermi. Una folata d'aria fresca mi investe, respiro a fondo, i miei polmoni si riempiono, il mio cuore batte forte. Nella notte che mi circonda filtra un filo di luce. Sta arrivando il giorno.

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4. IN AEROPORTO

Qualcuno prende la gabbia e la sposta. Un filo di luce mi casca addosso e mi colpisce l'occhio. È un raggio di sole, mi fruga tra le piume e mi arriva alla pelle. Il mio cuore batte forte, respiro a fondo e sento la vita che ritorna. Ho fame. Ho sete. Se non trovo un po' d'acqua e qualche seme resto qui stecchito. Però il giorno non è ancora venuto, è tutto buio con un raggio di sole.
Sono su qualcosa che si muove, vibra e scricchiola. Il rumore è simile a quello della barca sul fiume e anche la puzza è uguale. Ci fermiamo. Cigolii e sbattimenti. Ci muoviamo ancora. Ci fermiamo.
- Sbrigatevi a scaricare, forza!
La voce è dura e decisa, dà comandi secchi come rami spezzati.
- Dove li mettiamo?
- In quell'angolo laggiù, dietro i container.
- Se li trovano, qualcuno passerà un guaio.
- Domani non ci saranno più.
- Il capo ha detto che bisogna dargli da mangiare e da bere.
Passi rumorosi si avvicinano, risuonano per terra. Sdang, sdang, sdang, è un uomo, solo gli uomini hanno piedi così pesanti. Chissà che orme lasciano. Apre la notte e fa scomparire il buio: è giorno! Incominciamo a pigolare, io e i miei compagni, salutiamo il nuovo giorno come quando eravamo a casa. Casa. Un groppo di pianto mi prende la gola. Casa. Dov'è la mia casa? L'uomo dal passo pesante apre uno sportellino della gabbia e infila dentro una vaschetta con l'acqua e una scatola di semi. Mi precipito a bere, poi mi lancio sulla scatola e cerco di beccare. È una lotta. Tutti si accalcano sull'acqua e sul cibo, tutti hanno sete e hanno fame. Ci becchiamo, ci azzuffiamo, ognuno vuol essere il primo e tira fuori i suoi artigli. Ma alcuni sembrano disinteressati e restano fermi sul fondo della gabbia. Anche Chirichillo. Non si muove, sta disteso, immobile, con gli occhi chiusi. Vado vicino a lui e lo chiamo.
- Chirichillo!
Grido forte, pigolo, ma lui non risponde. Gli faccio aria con le ali. È inutile, Chirichillo non si muove. Mi sento disperato. Era il nostro capo, ci guidava in cerca di semi e di frutta, conosceva le cortecce degli alberi e sapeva dove vivevano gli insetti più gustosi e le larve di coleottero più saporite. Cosa faremo senza di lui? Mi sento disperato. Vicino a lui, sul fondo della gabbia, ci sono ciuffi di piume da cui spuntano zampe rattrappite, ali spezzate, teste senza vita. Erano miei amici. Non voglio guardare. Torno verso la scatola dei semi. Sono finiti. Vado a bere. L'acqua si è versata per terra. Io ho ancora fame. Apro le ali e le muovo. Facendomi largo vado verso l'alto e mi attacco col becco e le zampe a una sbarra. L'uomo dai piedi pesanti ride.
- Questo ha voglia di scappare!
Guardo fuori. Vicino a noi ci sono altre gabbie piene di scimmie. Squittiscono e cercano di infilarsi tra le sbarre. Le conosco bene. Non sono mie amiche. Le scimmie sono ladre. Quando ero a casa mia, nella foresta, era una guerra continua con loro. A noi un albero di frutta matura sarebbe potuto bastare per un mese, ma quando arrivavano loro mangiavano tutto, non rimaneva nulla per noi. Uno scimmiotto piccolo con la coda a ricciolo, attaccato alle sbarre, guarda verso di noi. Anzi, guarda proprio me.
- Ehi tu... - strilla. Chiama me, non ci sono dubbi. Mi volto dall'altra parte e faccio finta di niente. Le scimmie non mi piacciono, c'è solo da rimetterci con loro.
Vicino alle scimmie ci sono delle cassette più piccole. Sono chiuse. Sulle pareti ci sono dei fori piccolissimi. Le scimmie guardano le cassette, ma stanno tutte ammucchiate dalla parte opposta della gabbia. Si attaccano alle sbarre, si arrampicano, si accalcano spingendosi l'un l'altra, ma non dal lato delle cassette.
Arriva l'uomo dai piedi pesanti e porta una gabbia vuota. C'è un altro uomo con lui, alto, senza capelli sulla testa. Mette la nuova gabbia vicino alla nostra, attaccata. Facendo scorrere due sportellini apre un passaggio nella parete. Con un frullo d'ali arrivo all'apertura e guardo dall'altra parte. La gabbia è pulita e non puzza come la nostra. Di fronte a me ci sono una vaschetta con l'acqua e una ciotolina di semi. Mi butto sulla vaschetta e mi rinfresco le piume, bevo, poi vado verso i semi. Sanno di vecchio, ma ho talmente fame che non ci faccio caso. I compagni mi vengono dietro, ci spingiamo e ci accalchiamo intorno alla ciotolina. Poi lo sportellino si chiude.
- Che facciamo con questi? - dice l'uomo dai passi pesanti indicando la gabbia puzzolente.
- Li buttiamo, che vuoi fare?
- Ne muoiono tanti, tutte le volte...
- La gabbia è piccola. Stanno troppo stretti. Solo i più sani sopravvivono al viaggio. Quando sul posto lavori con il personale locale è così – dice l'uomo senza capelli.
- Perché non li prendete dall'importatore?
- Quelli in regola costano molto di più. Devi pagare il veterinario, la dogana, si perde un sacco di tempo. È più comodo il mercato parallelo.
L'uomo senza capelli si avvicina. Noi stiamo ancora becchettando i semi quando all'improvviso tutto diventa buio. Mi sento scuotere, sbatacchiare, i semi cascano per terra e l'acqua si versa. Di nuovo un rombo sordo e continuo, più alto, poi basso, alla fine uno stridio e di colpo diamo un salto in avanti e finiamo sbattuti sulle sbarre. Poi ripartiamo, tra rumori assordanti e scuotimenti. Alla fine, esausti, ci fermiamo. Qualcosa sferraglia, poi silenzio. Quiete totale. Nessun suono. Solo rumori smorzati, brusii attutiti, brontolii lontani. È ancora notte.


 


5. IL NEGOZIO DI ANIMALI

Il giorno arriva all'improvviso con un fiotto di luce. Lo sportellino della gabbia è spalancato e titubanti ci avviciniamo all'apertura. Al di là c'è una voliera con un ramo secco, trespoli, travetti di legno, strani oggetti agganciati alle sbarre. Le sbarre sono lucide e sottili e in alto sono curve e si riuniscono a forma di lungo becco. Siamo accecati dalla luce troppo forte e non sappiamo cosa fare. L'uomo senza capelli dà dei colpi sulle pareti della gabbia e incominciamo a sbattere le ali. Quelli appollaiati sull'apertura perdono l'equilibrio e si mettono a svolazzare, poi si fermano sul ramo secco. Un po' per volta tutti passano nella voliera. Resto solo io in un angolo della gabbia, rincantucciato vicino alle sbarre, lontano dall'apertura. Tutti i miei compagni sono nella voliera. L'uomo senza capelli chiude di scatto gli sportellini e allontana la gabbia. Poi infila dentro la zampa.
- Cosa credi di fare tu? - dice mentre mi acchiappa.
Sono stretto tra le sue dita, sporge solo la testa. Apre lo sportellino della voliera e m'infila dentro. Fuggo via agitando freneticamente le ali, urto il ramo secco, mi scontro con le sbarre, casco sul fondo. Con uno scatto lo sportello si richiude. I miei compagni si agitano e svolazzano qua e là. Poi la luce all'improvviso scompare. È notte di nuovo.
La mattina dopo il giorno arriva di colpo. È già successo altre volte, la luce e il buio  vanno e vengono come vogliono. Io mi poso sul travetto di legno e guardo intorno. In questo posto vivono tanti animali ed ognuno ha il suo recinto o la sua gabbia. Tanti uccelli. Vicino a noi c'è una gabbia di uccellini gialli col becco rosso. Poi una gabbia di pappagallini molto piccoli che fanno una gran confusione. C'è anche un trespolo a cui è legato con una catenella dorata un pappagallo gigantesco. È bellissimo, con il petto giallo vivo e le ali azzurro intenso. Sta immobile sul trespolo e non sembra apprezzare il bicchiere di semi e la vaschetta dell'acqua che sono solo per lui. Dentro un recinto ci sono degli animali pelosi simili a cuccioli di coati, ma con la coda corta: si rotolano e si stiracchiano giocando tra loro. Poi, da una cesta, spuntano dei musini con le orecchie a punta e lunghi baffi. Rotolano fuori dei batuffoli soffici e camminano con passi leggeri. Arriva una donna con le labbra rosse, li acchiappa per la collottola e li rimette nella cesta. Gli animaletti si ribellano e gridano: miao, miao, miao! Sul fondo, in un riquadro, si vedono nuotare pesciolini di tutti i colori, che ogni tanto si fermano e guardano verso di noi. Arriva la donna con le labbra rosse e porta ciotole di cibo ai cuccioli pelosi e scodelle di latte ai batuffoli con i baffi. Poi arriva da noi, sfila il fondo della gabbia e getta via lo strato di sabbia sporca. Anche il fondo della gabbia è fatto di sbarre, come le pareti. Senza il contenitore della sabbia posso guardare di sotto. Ci sono le cassette con i forellini sulle pareti che stavano vicine alla gabbia delle scimmie. C'è dentro qualcosa di scuro, non si muove. Poi si solleva qualcosa, è una testa, ha due occhi di ghiaccio: un serpente! Apre la bocca, ha due zanne lunghe e la lingua biforcuta. Lo conosco! Viveva vicino al nostro nido. Stava immobile tra le liane, con la testa nascosta sotto un fiore rosso, e aspettava. Quando passava lì vicino un toporagno in cerca di bacche o di insetti, veloce come un fulmine si slanciava verso di lui e lo inghiottiva in un boccone. Vivo. Poi si nascondeva in mezzo alle foglie.
Torna la donna con le labbra rosse e infila di nuovo il fondo della gabbia. Ora la sabbia è pulita. Volo in basso e mi metto a scavare col becco, per cercare qualche verme. Non c'è nulla, solo sabbia. Però la donna con le labbra rosse riempie le scatole dei semi che sono fissate tra le sbarre. Sempre gli stessi semi! Avrei avuto voglia di una larva di coleottero, un formicone, una falena... pazienza! Ci azzuffiamo per arrivare primi al cibo, guardandoci in cagnesco. Cipiricchia, una femmina con una piuma rosa sul petto, dà una beccata sulla testa a Ciricò e gli strappa un ciuffo di penne, perché voleva passare per andare a bere. Ora lui si è accucciato in un angolo, con la testa spelacchiata. Se uno si sistema nella biforcazione del ramo secco, c'è sempre un altro che gli svolazza intorno, lo disturba, gli pianta le unghie nella schiena, lo scaccia e si mette al suo posto. Ma arriva subito qualcuno a infastidire lui. Eravamo amici, ci aiutavamo, dividevamo tutto. Ora ciascuno vuole il suo spazio e lo vuole tutto per sè. All'estremità del ramo secco è appesa una piccola altalena. C'è posto per uno solo di noi, che appollaiato lì può dondolarsi, come se fosse su una piccola liana o su un ramoscello flessibile, di quelli che crescono sulla corteccia dei grandi alberi. Pupurò, il più forte tra noi, si è piazzato lì e non lascia il posto a nessuno. Si difende a morsi e beccate se qualcuno cerca di mandarlo via.
Io sto su un sostegno nell'angolo, vicino alle sbarre, non troppo lontano dai semi e dall'acqua, ma non così vicino da far nascere invidie negli altri. Ho il vantaggio che posso vedere fuori. Anche lontano, al di là delle gabbie, dei recinti, delle cucce, delle vasche e dei trespoli. Dalla parte della luce del giorno c'è un grande riquadro con uomini che camminano. A volte si fermano e guardano verso di noi, come fanno i pesci di tutti i colori. Ogni tanto qualcuno viene dentro. Molti sono cuccioli. Si avvicinano alle gabbie, ci battono sopra per vedere se gli animali si voltano, vorrebbero dar loro da mangiare. Qualcuno acchiappa i piccoli animali pelosi, ma arriva subito la donna con le labbra rosse e li rimette nel recinto.
- Cani e gatti non si toccano. Se stringi troppo la mano puoi fargli del male - dice.
Passa così tutta la giornata. Si apre la porta, entra qualcuno, si apre la porta, qualcuno esce. Gli uccellini gialli - ho imparato che si chiamano canarini - non fanno altro che cinguettare. Le scimmie saltano qua e là, ma la gabbia è troppo piccola e sbattono sulle sbarre. Il pappagallo sul trespolo sta sempre fermo con gli occhi chiusi, ogni tanto qualcuno gli va vicino e gli dice: cocorito, cocorito, cocorito, e lui risponde cra-cra-cra. I cuccioli pelosi, che si chiamano cani, dormono e ogni tanto fanno bau. I batuffoli con orecchie a punta e baffi, i gatti, cercano di scappare. Uno è riuscito a infilarsi sotto un mobile e non trovavano il modo di tirarlo fuori. Il serpente non si muove, però la donna con le labbra rosse gli ha portato un topo morto e lui l'ha mangiato. La giornata passa così, poi la luce va via e arriva la notte. Ritiro la testa tra le ali e chiudo gli occhi, nel mio angolino, con le zampe rattrappite intorno all'asticella di legno. Voglio il mio nido. 




6. PARROCCHETTO MONACO

La porta del negozio quando si apre fa il trillo di un uccellino. Stamattina il driiin è più squillante del solito ed entra una bambina accompagnata da una donna dai capelli color oro. La bambina ha i capelli lunghi fermati con le mollette, il naso all'insù e una fossetta sulla guancia. Una fossetta, non due come hanno tante persone, su una guancia sola, quando ride. Si avvicina ai cuccioli pelosi e allunga le mani per prenderne uno. Mani, ho imparato che si chiamano così, non zampe. Le zampe degli uomini si chiamano mani e i loro cuccioli si chiamano bambini. La donna dai capelli color oro rimprovera la bambina.
- Nicoletta, non toccare. Sono ancora piccoli, non bisogna disturbarli.
- Ma io volevo solo accarezzarli! Sono così teneri questi cagnolini...
- Non lo sanno che vuoi solo accarezzarli, rispetto a loro tu sei grande come un gigante e hanno paura di te.
Nicoletta - la bambina si chiama così - si sposta alla cuccia dei gatti. Stanno giocando con un gomitolo di lana e il filo è tutto ingarbugliato. Allunga le dita per toccarli. Sfiora appena una zampetta e spuntano unghie appuntite.
- Che pelo morbido! Mamma, non potremmo prendere questo gattino?
Nicoletta guarda la mamma con occhi imploranti, ma la risposta è decisa:
- No, non possiamo prendere un gatto. Avevamo detto un uccellino. Andiamo a vedere i canarini.
Poi trascina Nicoletta vicino alla gabbia degli uccellini gialli che cantano sempre.
- Scegline uno - dice.
Nicoletta guarda i canarini, incerta. Si volta indietro, in direzione dei gatti, poi vede la nostra gabbia e si avvicina a noi.
- Mamma, guarda, che bei colori, sono i colori che piacciono a me!
- Meglio un canarino.
- Perché?
- I canarini sono abituati a vivere in gabbia, non soffrono se gli manca la libertà.
- E i pappagalli?
La donna con le labbra rosse interviene:
- I pappagalli vengono da un allevamento, stia tranquilla signora, anche loro sono abituati a vivere in gabbia.
Bugiarda, bugiarda, come ti odio! Non è vero! Noi siamo nati liberi, nella foresta, siamo qui perché ci hanno rapito, vorrei beccarti fino a farti uscire il sangue, vorrei chiuderti in gabbia, vorrei che tu fossi morta, come Chirichillo e Cocorimbo! Mi avvento verso la parete della gabbia e cerco di mordere le sbarre, mi attacco con gli unghioli allo sportello e tento di aprire.
- Guarda questo mamma, cerca di uscire dalla gabbia! Voglio questo.
- Proprio questo qui?
- Sì, sì, questo.
La padrona del negozio apre lo sportellino e cerca di acchiapparmi. Io la becco e ritira di colpo la mano. Ha un graffio rosso sul dito. Riesce a prendere un altro pappagallo, che stava tranquillo sul ramo.
- Non quello, voglio l'altro - dice Nicoletta.
- L'altro è cattivo, hai visto che mi ha morso? Questo è buono.
- Io voglio l'altro, questo no.
- Sono uguali.
- Non sono uguali. Il mio ha una macchia viola sulla schiena. Voglio quello con la macchia viola.
Se n'è accorta! Ha notato che solo io ho la macchia viola sulla schiena! Sono esterrefatto. La padrona approfitta del mio attimo di stupore e mi acchiappa. Mi mette in una gabbia e mi porge a Nicoletta.
- Questo pappagallo è originario del Brasile, ma vive benissimo al clima di Roma. È un parrocchetto, parrocchetto monaco - dice.
Ah, qui mi chiamano così, parrocchetto monaco. Però io sono sempre Piperito, anche se loro non lo sanno. Do un ultimo sguardo ai miei compagni poi trilla il campanellino della porta che si apre e vado via insieme a Nicoletta.


 


 


7. NICOLETTA

Mi hanno messo su un ripiano davanti alla finestra. Si vede la chioma verde di un albero e quando i vetri sono aperti si sente qualche cinguettio. Vivono degli uccelli qua fuori. Vicino alla finestra c'è un letto, poi uno scaffale alto fino al soffitto pieno di scatole e oggetti colorati. Il letto è pieno di animali, ma sono finti. Sono solo pupazzi. Un pupazzo-pantera mi guarda con occhi di vetro. Un pupazzo-orso è vestito con un paio di pantaloni e una camicia, come se fosse un bambino. Un pupazzo-coniglio ha perso la coda. Arriva Nicoletta e prende in braccio un pupazzo-cane che incomincia ad abbaiare. Bau, bau, bau, sono latrati tutti uguali. Poi Nicoletta tocca la testa di un pupazzo-gatto, lo appoggia per terra e il pupazzo-gatto cammina. Nicoletta tocca di nuovo la testa e lui si ferma. Forse questa è una casa incantata e Nicoletta è una piccola strega e trasforma gli animali in pupazzi che obbediscono ai suoi ordini. Trasformerà anche me in un pupazzo? Sarò costretto a restare immobile aspettando che giochi con me? Mi prenderà in mano e farò Griok! Griok! Mi toccherà la testa e saltellerò nella gabbia? Viene verso di me e io tremo di paura.
- Ciao pappagallo, come stai? Stai bene? Ho deciso di darti un nome, ti chiamerò Violetto. Violetto perché hai una macchia viola sulla schiena. Ti piace?
Neanche per idea, non mi piace per nulla! Perché mai vuole cambiarmi nome? Io mi chiamo Piperito. Devo dirglielo. Mi avvicino alle sbarre e grido: mi chiamo Piperito, non voglio essere chiamato con un altro nome, io sono Piperito! Mi esce un suono roco, che si arrotola in gola ed esce gracchiando.
- Sei bravo, parli proprio bene, bravo, mi piace come parli. Ora ti porto da mangiare e da bere.
Non capisce. Cerco di parlare con lei ma non comprende il mio linguaggio, come posso fare per farmi capire? Non voglio cambiare nome, ho già il mio. Nicoletta torna portando in mano una scatolina piena di semi e una piccola bottiglia. Armeggia con lo sportellino e riesce a fissare la scatolina alla gabbia e a incastrare la bottiglia tra due sbarre. Bevo l'acqua fresca, ma non ho voglia di mangiare.
- Non hai fame? Vuoi qualche altra cosa? - dice Nicoletta. Poi corre via e ritorna con due spicchi di frutta. Ne infila uno tra le sbarre e morde quello che tiene in mano.
- Assaggia, è buona. È una pera del cassettone.
Del cassettone? Da me la frutta cresceva sugli alberi. Do una beccata. È buona davvero, come i frutti di casa mia. Finalmente una cosa diversa da mangiare, ero stufo di semi.
- Ora ti porto un regalo.
Arriva con una specie di biscotto bianco e lo infila tra le sbarre. Vado a beccarlo. È duro, non si può mangiare.
- No Violetto, quello è per pulirsi il becco, è un osso di seppia.
Mi strofino con forza il becco sull'osso di seppia, lo addento e lo spezzo in due. Nicoletta dice che non importa. Poi mi racconta del compito che ha fatto a scuola, del parco giochi, dell'altalena, della giostra. Alzo un'ala in cerca di insetti e mi metto a fare toeletta ben bene.




8. PARLARE

- Ti ho portato un biscotto.
- Vuoi assaggiare una fettina di pane?
- Senti com'è buona questa pesca!
Ogni giorno Nicoletta mi porta qualcosa di nuovo da mangiare, cambia la bottiglina dell'acqua e riempie la vaschetta dei semi. I primi giorni che ero qui ha anche voluto cambiare la sabbia sul fondo della gabbia, buttando quella sporca e mettendocene uno strato pulito. La mamma non voleva, diceva: stai attenta che butti tutto per terra. È andata proprio così, la sabbia è caduta sul pavimento e la mamma ha dovuto spazzare tutta la stanza, così ora la sabbia la cambia una donna che viene la mattina a fare le pulizie. È sgarbata, sbatacchia la mia gabbia e fa anche cadere i semi per terra. Dice: in questa casa ci mancava solo un pappagallo, con tutto quello che c'è da fare. La mattina c'è solo lei in casa, perché Nicoletta è a scuola, la sua mamma va a lavorare e il suo papà anche. Il pomeriggio, quando torna a casa, per prima cosa Nicoletta mi viene a salutare. Infila un dito attraverso le sbarre e io glielo mordicchio, ma piano. Un giorno c'era la sua nonna e quando ha visto Nicoletta che metteva il dito nella gabbia e io che giocavo a mangiarlo, ha incominciato a dire che con le bestie bisogna essere prudenti e che i pappagalli portano tante malattie, ma Nicoletta le ha risposto che lei da grande vuol fare il veterinario e curare gli animali.
Quando siamo soli e nessuno ci disturba io cerco di parlare e lei si avvicina alla gabbia e fischia. Vorrei dirle che mi chiamo Piperito e preferirei che mi chiamasse così e non Violetto. Però riesco solo a dire prrrr, prrrr, prrrr. Nicoletta dice che i pappagalli, se si esercitano, riescono a parlare come gli uomini. Tutti i giorni, la mattina, quando nessuno bada a me, cerco di parlare. Piperito. Piperito. Piperito. Una volta o l'altra ci riuscirò. 
 



9. VOLARE

Nicoletta è tornata da scuola e la sua mamma è andata a fare la spesa al supermercato. I pennarelli sono sparsi per terra e sul foglio bianco c'è un cuore che ride. Nicoletta disegna. Si affaccia il papà e dice: sono nello studio, se hai bisogno di qualcosa chiamami. Lei continua a disegnare cuori. Siamo soli, io e lei. Becco un seme di miglio, bevo, poi mi attacco alle sbarre con le zampe e col becco.
- Stasera non canti?
Non mi va di cantare.
- Non fai neanche le tue pernacchiette?
Non ho voglia di parlare.
Lascia il disegno e si avvicina col viso.
- Che cos'hai, sei triste?
Resto fermo, attaccato alla gabbia. I suoi occhi sono vicinissimi ai miei. Si illuminano all'improvviso.
- Ti porto qualcosa di speciale da mangiare?
Corre via e torna con una banana. Le conosco bene, le banane! A casa mia, vicino al villaggio fatto di capanne e baracche, gli uomini le coltivano. Le colgono che sono ancora verdi e dure, ma ogni tanto ne dimenticano qualcuna che resta nascosta in mezzo alle foglie. Così, col passare dei giorni, diventa tenera e dolce. Anche da lontano sentivamo il suo profumo e ci precipitavamo tutti a mangiarne qualche boccone. Nicoletta incomincia a sbucciare la banana e ne prende una metà. Cerca di infilarla tra le sbarre ma è troppo grossa, non c'entra.
- La metto dentro la gabbia - dice, e apre lo sportellino.
Il suo viso è senza sbarre, il cane di pelo è senza sbarre, il gatto che fa miao è senza sbarre. In un frullo d'ali sono fuori. Il letto di Nicoletta è senza sbarre, lo scaffale dei giochi è senza sbarre, tutta la stanza è senza sbarre. Volo verso il soffitto e mi poggio sull'armadio. Lei mi tende le braccia ma non arriva a prendermi. Io spicco un volo e vado sulla finestra. I vetri sono chiusi. Guardo fuori: vasi fioriti sulla casa di fronte, un albero verde, e sopra un pezzo di cielo. Una mano mi acchiappa e mi stringe.
- Ti ho preso! Ora ti rimetto in gabbia.
Nicoletta infila la mano nello sportellino, apre le dita, mi lascia lì. La banana ha un buon profumo, gli do un morso, ha anche un buon sapore. La mangio di gusto.
- Ti è piaciuto volare? Allora ti canto una canzoncina - dice Nicoletta.

Oggi Violetto
ha fatto un voletto
è andato sul letto
poi fino sul tetto
con un fazzoletto
di stoffa e merletto
evviva Violetto
che ha preso un carretto
mangiando un cornetto
facendo un voletto...

Canto anch'io. Mi sistemo comodo sull'asticella di legno e grido a gola spiegata. Griok! Griok! Griok!
Si apre la porta e la mamma di Nicoletta mette dentro la testa.
- Come va?
- Bene, bene, ci divertiamo un sacco - risponde lei. Poi, quando la porta si richiude, con l'indice sulle labbra mi sussurra:
- Non diciamo che hai volato fuori dalla gabbia. È un segreto. 




10. VOLARE ANCORA

La mamma è uscita, il papà è nello studio, Nicoletta mi viene vicino.
- Vuoi volare? - mi chiede.
Rispondo con un gorgoglio. Si volta e va a prendere il suo bambolotto, poi cerca qualcosa nella cesta dei giochi, non la trova, rovescia tutto per terra. Grido con tutte le mie forze per richiamare la sua attenzione, ma lei fa finta di niente. Raccoglie un biberon per far mangiare il bambolotto, poi gli cambia il pannolino e alla fine lo mette nella carrozzina. Si avvicina di nuovo e mi dice:
- Era uno scherzo.
Appoggia un dito tra le sbarre e gli do una beccata. Lo tira via.
- Guarda che io scherzo sempre - mi dice, e apre lo sportello.
Con un salto mi appoggio sull'apertura e mi slancio fuori. Volo sull'armadio, dove lei non arriva a prendermi, poi vedo che la porta è socchiusa ed esco dalla stanza. Il corridoio è buio, ma dalla porta a vetri in fondo viene un fiotto di luce. Mi dirigo lì. La porta è aperta e mi infilo nella stanza. È piena di sole. Ha due grandi finestre ed un balcone che gira tutt'intorno con tanti vasi di fiori. Anzi no, non sono solo fiori, c'è anche una pianta con i ramoscelli carichi di frutti rossi.
Nicoletta mi rincorre chiamando:
- Violetto, Violetto, torna indietro!
Nella stanza c'è una pianta che arriva fino al soffitto. Le foglie sono verdi, sfrangiate e bucate. La conosco, c'erano anche a casa mia piante come questa, crescevano attaccate alla corteccia degli alberi. Volo sulla pianta, ha un aspetto familiare e amico. Nicoletta mi chiama.
- Scendi dal filodendro, vieni giù!
Non voglio scendere, mi piace stare qui, è un po' come stare a casa.
Nicoletta ha la faccia col cipiglio.
- Torna subito giù - strilla.
Si apre la porta della stanza.
- Che succede qui? - chiede il papà di Nicoletta.
- Violetto è scappato.
- Come ha fatto a uscire dalla gabbia? Chi ha aperto lo sportello?
Nicoletta non risponde. Le sue labbra tremano e gli angoli della bocca sono all'in giù.
Mi sporgo da sotto la foglia per non perdermi la scena.
- Eccolo lì, non è scappato, voleva solo andare in giro per la casa. Non lo sapevi che i pappagalli sono uccelli curiosi? Vediamo se riusciamo a farlo tornare. Vai a prendere la gabbia.
Nicoletta corre in camera sua e ritorna con la gabbia, lui esce sul balcone e coglie dei frutti rossi dal vaso sul davanzale, poi apre lo sportello e li mette nella ciotolina dei semi. Mandano un profumino dolce che dice mangiami mangiami. Faccio un volo nella stanza per controllare meglio. È sempre più forte. Mi viene l'acquolina in bocca. Mi poso sulla gabbia. Lo sportello è aperto. Entro dentro per assaggiarli. Sono veramente saporiti e continuo a morderli e a beccarli finché non sono finiti. Mi volto per tornare fuori, ma lo sportello è chiuso.



11. GIOCARE A NASCONDINO

Oggi, quando Nicoletta era appena tornata dall'asilo, la mamma ha portato via la mia gabbia dalla sua camera e l'ha sistemata nella stanza con due grandi finestre e il balcone, poggiata su uno sgabello sotto il filodendro. Nicoletta si è messa a fare i capricci. Il pappagallo è mio, gridava, voglio che stia con me, mi fa compagnia. La mamma l'ha abbracciata fino a che ha smesso di gridare, poi ha incominciato a parlarle.
- Vedi, qui c'è più luce e Violetto sta meglio, altrimenti diventa triste. E poi, se vuoi, ogni tanto, con le porte e le finestre chiuse, possiamo aprire lo sportellino della gabbia e farlo volare per la stanza.
Nicoletta ha spalancato gli occhi, il cipiglio è scomparso e la bocca si è aperta con gli angoli all'insù.
- Ma possiamo anche farlo volare in camera mia - ha detto.
La mamma ha risposto che nella camera di Nicoletta non ci sono piante e che la cosa più divertente, per un pappagallo, è nascondersi in mezzo alle foglie. Nicoletta ha sospirato e ha detto va bene. Così, quando la mamma è uscita dalla stanza, Nicoletta ha controllato che le finestre fossero chiuse, ha accostato la porta, poi si è avvicinata alla gabbia e ha spalancato lo sportellino. Io con un salto sono balzato sulla soglia, non c'erano più sbarre intorno, mi sono attaccato forte con le zampe, poi ho allargato le ali, mi sono sporto in fuori, ho aperto gli artigli e mi sono messo a volare. Nicoletta rideva e saltava, voleva volare anche lei. Poi mi sono poggiato sulla televisione. Lei si è avvicinata in punta di piedi, con la testa chiusa tra le spalle e gli occhi furbi a forma di fessura. Ha allungato una mano verso di me, con le dita spalancate. Voleva prendermi. Sono volato via. Lei è scoppiata a ridere.
- Giochiamo a nascondino - mi chiede, guardandomi con gli occhi rotondi che aspettano una risposta. Io continuo a svolazzare qua e là, mi appoggio un attimo sulla libreria, poi sulla cornice di un quadro, poi volo ancora.
- Io conto fino a venti - dice Nicoletta, poi si siede, appoggia il viso sulle braccia incrociate e incomincia. Uno, due tre, ... diciotto, diciannove, venti! Io la guardo incuriosito, dal lampadario. Lei volta gli occhi in giro e mi vede subito.
- Tana, non ti sei nascosto bene, ti ho visto subito, rifacciamo.
Poggia di nuovo il viso sulle braccia e riprende a contare. Io volo sul filodendro, sotto una foglia, e guardo Nicoletta dal buco di una larga foglia lucida. Nicoletta gira gli occhi intorno senza vedermi. Dove sei, dice. Solleva un cuscino del divano, poi alza il giornale sul tavolo, sposta un libro della libreria, si distende a terra per guardare sotto la credenza. Io mi diverto come un matto. Mi viene da ridere, Squiiiit.
- Ti ho visto, ti ho visto, hai perso, devi rientrare in gabbia! - grida puntandomi contro la mano con l'indice teso.
Neanche per idea, io in gabbia non ci turno, sto bene fuori, e volo in cima al filodendro, dove lei non arriva.
Entra la mamma. Che succede, dice. Poi mi vede sul filodendro ed esce di nuovo, chiudendo la porta. Ritorna con delle foglie verdi riccioline e alzando il braccio me ne avvicina una. Mi sporgo per beccarla e mi ritiro indietro. È buonissima. La mamma sistema le altre foglie dentro la mia gabbia, vicino alla vaschetta dei semi. Voglio mangiare le foglie riccioline. Volo verso la gabbia, entro dentro, una beccata dietro l'altra le finisco. Ho la pancia piena e sono soddisfatto. In questa casa si mangia bene e questo è importante per un pappagallo goloso come me. Ora però non posso più uscire, perché Nicoletta ha richiuso la porta della gabbia. Non importa. Domani giocheremo ancora a nascondino.


 



12. VOLARE VIA

La mattina, quando Nicoletta è a scuola e i suoi genitori vanno al lavoro, a casa c'è Fiorina, che pulisce e mette in ordine. Fiorina mi guarda aggrottando le sopracciglia e storcendo la bocca.
- Con tutto quello c'è da fare in questa casa ci mancava solo un pappagallo. Ma già, il disordine crea disordine. Tutto in giro. Niente a posto. Da qui me ne vado - dice.
Raccoglie il giornale da terra e lo mette nel cesto. Prende le tazzine del caffè e i bicchieri sporchi e li porta di là. Rivolta le sedie e le mette a gambe in alto sul tavolo. Apre le finestre. Impugna una scopa e strofina il pavimento.
- Guarda qui. Adesso ci sono cacche di pappagallo da per tutto.
Si china per terra e raccoglie un piccolo grumo grigiastro. Poi si avvicina alla mia gabbia e la fissa. Non guarda me, guarda il pavimento della gabbia, coperto dalla sabbia.
- Questa gabbia puzza, bisogna lavarla - dice. Poi apre lo sportellino e lo fissa con il gancio. Spalancato. Prende uno straccio e lo passa sulle sbarre.
- È meglio fare con lo scottex - dice, e va verso la cucina. Sono solo. Ha lasciato lo sportello spalancato. Mi affaccio sull'apertura. Sono solo. La stanza è tutta per me. Ho paura. Un frullo d'ali e sono sul lampadario. Scendo sul divano e vado a beccare le briciole negli angoli. Montagne di briciole. Buone. Fiorina vede il disordine solo dove dice lei. Il divano non lo pulisce mai. Adocchio una cosa interessante sotto il termosifone. È un pezzetto di mela. Sta lì da una settimana, è caduto dal piatto di Nicoletta e nessuno se n'è accorto. Poi mangio una scheggia marrone che profuma di buono. Si chiama cioccolata. Il pavimento è pieno di belle cose. In un angolo corre veloce un animaletto argentato. Gli sono sopra e lo mangio. Mi avvicino alla porta-finestra, è accostata e posso mettere la testa fuori. C'è un albero con i fiori rosa qui sotto, su un ramo si è posato un uccellino marrone col petto rosso. Mi guarda. Cinguetta. Vola via. Le mie ali si aprono da sole. Si muovono senza che io lo abbia deciso. Hanno deciso loro. Mi sollevo e volo verso il cielo.




13. LIBERTA'

Non ci sono sbarre intorno a me. Neanche pareti a forma di scatola. Sono sul ramo di un albero fiorito di rosa. Il ramo è quasi nero e non ci sono foglie. Intorno a me ci sono case fatte a forma di scatola, ma io sto fuori. Sopra di me c'è il cielo azzurro con tante nuvole, intorno a me altri alberi. Ce n'è uno verde, alto, con la chioma folta e la cima appuntita, poi uno basso, ricoperto di foglioline appena spuntate, gemme e germogli. Forse i germogli sono buoni da mangiare. Con un voletto mi poso sull'albero basso. Un bestione nero peloso esce da una casetta di legno e corre verso di me. Appoggia le zampe al tronco e incomincia ad abbaiare. Faccio un salto e ritorno sul mio ramo. Ansimo, e il mio cuore corre come un sasso che rotola, sempre più forte. Sento un richiamo, un fischio sommesso che viene dall'albero con la cima appuntita. Mi volto. È l'uccellino marrone con il petto rosso che, nascosto nelle fronde, mi guarda. Ha l'aria amica, volo verso di lui ed entro nel folto del verde.
- Non devi farti vedere, e soprattutto non devi andare sull'albero basso - dice l'uccellino.
- Ma il cane non è capace di salire sull'albero - rispondo.
- Il cane no, ma i gatti sì, e nel giardino di gatti ce ne sono due. Sono cattivissimi. Ieri con un salto hanno catturato un merlo.
- Un merlo?
- Sì, uno di quegli uccelli scuri col becco giallo. Lo hanno preso e lo hanno messo sullo zerbino, davanti alla porta. Quando la loro padrona è uscita si è messa a strillare e loro sono andati a rintanarsi sotto le ortensie con la coda bassa. Allora la padrona è andata a coccolarli e a fargli le feste e gli ha aperto anche una busta di croccantini.
- Cosa sono i croccantini?
- Sono piccoli biscotti, molto buoni. Qualche volta sono riuscito a rubarne uno o due dalla loro ciotola, ma è molto pericoloso.
- Ma tu cosa mangi di solito?
- Quello che capita. Insetti. Ragni. Mosche. Quando nel giardino piantano l'insalatina becco qualche foglia. Mi arrangio. A volte una donna della casa di fronte, lì alla finestra fatta ad arco, mette sul davanzale delle briciole di cibo. Non si muore di fame. E ora ciao, e sii prudente!
L'uccellino marrone scompare nella chioma dell'albero folto color verde scuro. Sono solo. Mi guardo intorno. Ho fame. Sul balcone della casa di Nicoletta c'è la cassetta con le piantine dai piccoli frutti rossi. Si chiamano fragole. Una volta il papà di Nicoletta me ne ha dati un po', ancora me ne ricordo da quanto erano buoni. Volo sul balcone, proprio sulla cassetta delle fragole, mi guardo intorno, tutto sembra tranquillo, apro il becco per addentare.
È successo il cataclisma. Un uccellaccio grigio e nero col becco scuro si precipita su di me gracchiando.
- Cra-cra, cra-cra, cosa fai qui, come ti permetti di venire a casa mia, questo balcone è mio.
Sbatte le ali, mi assale con gli artigli, mi minaccia col becco. Scappo via e mi rintano nel folto dell'albero verde. Lui riprende a gracchiare.
- Chi sei, non ti avevo mai visto qui, cosa sei venuto a fare, cra-cra, cra-cra, tornatene al tuo paese, qui non c'è posto per te.
Cerco di rispondere. Ma io volevo solo un frutto rosso, ce ne sono tanti, ho detto.
- Questo posto è mio, devi andartene, cra-cra, altrimenti sarà peggio per te.
Sono paralizzato dalla paura. Resto immobile tra le fronde, ma tremo tutto. D'improvviso sento un fischio acuto che viene dall'alto. Alzo la testa. Su un filo teso tra due palazzi un uccello blu scuro con il petto chiaro e la coda a due punte guarda proprio me.
- Da dove vieni, non ti avevo mai visto da queste parti - mi dice.
Non so cosa dire. Da dove vengo? Dalla foresta di un paese lontano? Da un negozio di animali? Da una gabbia all'ombra di un filodendro? Sono senza parole. Guardo l'uccello dalla coda a due punte che improvvisamente spicca il volo, apre il becco color grigio scuro e acchiappa un moscone che volava tranquillo verso un'aiola di fiori colorati. L'uccello volteggia elegante di fronte a me. Ha una piccola striscia bruna sulla gola e ali ricurve dalla punta aguzza. Descrive volute e spirali come un acrobata, poi si posa di nuovo sul filo.
- Sono un balestruccio, qualcuno mi chiama rondine, ma sono un balestruccio. E tu mi sembri un pappagallo - dice.
Riesco solo a spiaccicare un sì che è poco più di un sospiro.
- Perché stai tutto solo nel cipresso, qui vicino vivono altri pappagalli, sono proprio uguali a te, seguimi, ti ci porto io.
Poi si alza in volo, con un fischio si allontana velocissimo e scompare dietro lo spigolo della casa di fronte.




14. DOVE STANNO I PAPPAGALLI?

Se n'è andato. Non ce l'ho fatta a seguirlo, è troppo veloce. Sono qui nascosto nel cipresso, con il cane che gironzola e annusa, i gatti che entrano ed escono da casa e il cra-cra della cornacchia. Ha detto il balestruccio che qui vicino vivono altri pappagalli. Dove sono? Come faccio a trovarli? Un cinguettio mi fa voltare. È l'uccellino col petto rosso che mi chiama. Con un balzo salto sul suo ramo.
- Sai dove vivono gli uccelli uguali a me? Ne conosci qualcuno? - gli chiedo.
Lui arruffa le penne, becchetta la corteccia del ramo, alza un'ala e ci raspa sotto con la zampa.
- Ce ne sono tanti a Villa Torlonia - dice.
All'improvviso divento sospettoso.
- In gabbia?
Lui cinguetta di nuovo, un cinguettio allegro, lungo e modulato.
- Ma no, macché gabbia, stanno sugli alberi.
Mi rassicuro e domando dov'è Villa Torlonia.
- Vola su, te la faccio vedere - mi dice.
Frulla fuori e si posa sul cornicione del palazzo. Lo raggiungo. Intorno ci sono tetti, terrazze, trespoli di metallo. Tanti trespoli.
- Sono per i pappagalli? - chiedo.
- Ma no, sono antenne. I pappagalli stanno laggiù, a Villa Torlonia - e mi indica una macchia verde che spunta dietro i palazzi.
- Mi accompagni? - dico.
Scuote il capo.
- Non posso, devo finire il mio nido - risponde. Intanto si guarda in giro. Di colpo vola sulla terrazza di fronte, prende un bioccolo lanoso impigliato in una pianta coi fiori rosa e si immerge di nuovo tra le fronde del cipresso.
Sono solo, sul cornicione. A poca distanza da me, sotto la grondaia, ci sono dei nidi a forma di coppa, fatti di terra e paglia impastate insieme. Hanno una piccola apertura. Ne sguscia fuori un balestruccio che mi guarda in cagnesco. Forse ha paura perché sono più grande di lui. Ma a me non interessa il suo nido di fango. So dove devo andare. Volando da una casa all'altra arriverò alla macchia verde che vedo laggiù.
Mi faccio coraggio e spicco il volo, fino alla terrazza della casa rossa di fronte. È piena di vasi e di piante fiorite. C'è un alberello con piccoli frutti arancioni. Vado a beccarne uno. Buono. Ne addento un altro. Si apre di colpo una porta-finestra ed esce una donna coi capelli bianchi. Appena mi vede inizia a chiamare a voce alta.
- Esci, presto, guarda cosa c'è in terrazza - dice.
Si affaccia un uomo vecchio.
- Cosa c'è?- chiede.
Ma io sono già volato via e mi sono nascosto nella grondaia. Li osservo mentre discutono.
Era un pappagallo. Sei matta, mica siamo ai tropici. Ti ho detto che c'era, poggiato sul ramo del nespolo, ha mangiato una nespola, guarda qui, c'è ancora l'impronta della beccata. Sarà stata una cornacchia. Credi che io non sappia distinguere un pappagallo da una cornacchia?
Mi diverto un mondo a sentirli litigare. Mi sento anche orgoglioso perché mi considerano un animale fuori dal comune. Aspetto che rientrino dentro casa e prendo il volo di nuovo. Devo attraversare una grande strada. Sotto di me passeggiano delle persone. Tanti bambini. Corrono macchine e motorini sputando aria puzzolente. Gli autobus mandano fuori aria velenosa. Un bambino mi indica col dito, ma nessuno gli dà retta. Arrivo a un giardino con alberi altissimi e uno strano aggeggio che gira, scampanellando. Credo che sia una giostra. Mi riposo un po', in cima agli alberi non mi vede nessuno.
L'aggeggio sotto di me continua a girare. Ogni tanto si ferma, salgono sopra dei bambini, ne scendono altri. Dlen, dlen, dlen, il rumore non smette mai, come il cane finto di Nicoletta che quando si pigia il bottone incomincia ad abbaiare e non sta più zitto. Nicoletta. Cosa avrà detto tornando a casa dalla scuola, quando ha visto che ero scappato? Lei mi manca, ma non devo pensarci, voglio raggiungere Villa Torlonia. C'è ancora una strada da attraversare, poi una fila di case. Al di là vedo le chiome ondulate della villa. Attraversare la strada è semplice, gli alberi che la fiancheggiano si congiungono in alto a formare un tunnel di foglie, se ci volo sopra nessuno da sotto mi vede, e neanch'io vedo chi passa. Sento il brontolio delle automobili e gli squilli dei clacson, ma vedo solo un fiume verde scuro di piccole foglie coriacee dal bordo smerlato.
All'improvviso sento un tuffo al cuore. Al di là della strada, in un giardino cintato, un albero è tutto coperto di fiori blu. Anche vicino al mio nido, quando ero a casa, c'era un albero uguale a questo. Nei pressi di un ciuffo di palme. Poco più in là c'era un albero su cui crescevano gigantesche mele verdi, dalla polpa bianca dolce come lo zucchero. Come vorrei essere a casa.
Oltre il muro del giardino c'è un groviglio di verde. Piante rampicanti si avvolgono su tronchi rugosi, ciuffi di palme si spingono verso l'alto. Supero il muro e volo sulla cima di un albero. Una distesa verde mi si apre davanti. Villa Torlonia.



 


 

                                             Parte seconda: VILLA TORLONIA



 

15. LA SERRA MORESCA.

Mi si apre davanti una distesa verde, con boschetti, cespugli e sentieri, avvallamenti e colline. Lo spazio è colmo d'aria limpida. Ha un buon odore. Si vedono persone che corrono e bambini che giocano. Costruzioni bianche spuntano tra ciuffi di palme. Si sentono gridare le cornacchie. Le vedo volare da un grande albero fronzuto su un tronco disteso a fianco di un sentiero. Beccano la corteccia e gracchiano, chiassose e invadenti, come se la villa fosse di loro proprietà. Devo stare alla larga dalle cornacchie, sono uccelli prepotenti. Proprio di fronte a me c'è una torre rossa che culmina in una guglia appuntita. Vicino c'è una costruzione bassa, dipinta a colori sgargianti. Ma l'intonaco è scrostato, e lascia scoperti mattoni sbocconcellati, crepe, anfratti, cavità. Il tetto ha ceduto, le finestre sono crollate lasciando sui telai di legno schegge di vetro appuntito. La costruzione è circondata da una recinzione di plastica arancione e da reti nere su cui sono attaccati dei cartelli. All'interno non c'è nessuno. Silenzio. Volo fino a un cespuglio ricoperto di fiori bianchi e guardo dentro. È tutto tranquillo. I travetti di legno crollati dal tetto sono accatastati per terra. Sono stanco e il giorno sta per finire. Volo dentro e mi annido in una nicchia tra legno, calcinacci e tegole spezzate. Un bacarozzo scuro fugge sul pavimento e si nasconde sotto una mattonella rotta. Non ho neanche la forza di seguirlo con lo sguardo, gli occhi mi si chiudono da soli. Uno squittio proveniente dall'alto mi fa trasalire. Volatili scuri si muovono nella stanza, ma non sono uccelli. Li conosco, sono pipistrelli, dormono tutto il giorno avvolti nelle ali membranose, poi si svegliano quando gli altri animali si addormentano. Li vedo uscire dal tetto sfondato, verso il cielo che si fa scuro. Sfarfallano verso la notte, allargando e ritraendo le ali. Si riuniscono in cerchio contro il cielo stellato, poi scendono in picchiata, virano all'improvviso, scompaiono al chiarore della luna.
Squiiit... Un richiamo a pochi passi da me mi fa girare lo sguardo. Un topolino bruno si sporge guardingo da un monticello di sassi, vicino a un cespuglio coperto di bacche che allunga i rami verso l'alto. Il roditore si dirige verso una larga crepa nel pavimento e scompare.
Hu-u-ou ... Hu-u-ou ... Hu-u-ou!
Due occhi luminescenti si affacciano da una nicchia nel muro. Sento un brivido, ma so che la creatura notturna che vigila in alto non si cura di me. Finalmente mi addormento.



16. CURIOSANDO PER VILLA TORLONIA

Un trillo acuto e potente entra nello stanzone ancora semibuio, quando ho appena aperto gli occhi. Mi do una lisciata alle penne poi volo fino a raggiungere l'apertura da cui proviene il suono. Al primo trillo ne segue un altro e un altro ancora, formando un canto squillante e armonioso: tri tri terit terit. Vicino ai cespugli coperti di fiori bianchi zampetta un piccolo uccello bruno dal becco sottile, con la coda corta ed esile inclinata verso l'alto. Saltella agile e scattante, raspa sul terreno, acchiappa un verme che si divincola, spicca il volo e si nasconde in un cespuglio. In una biforcazione dei rami c'è il suo nido, un pugnetto di steli e arboscelli coperti di lanugine. Nido. Anch'io ho bisogno di un nido. Come quello che avevo a casa mia, pieno di suoni, richiami, grida, un luogo dove non ci si sente soli.
C'è in lontananza una casa dai tetti colorati, mi incuriosisce, mi alzo in volo e mi dirigo lì. È circondata da una cancellata di ferro che delimita un prato, con vialetti e bordure fiorite. Nella casa non si può entrare, perchè le finestre sono chiuse e non ci sono vetri rotti. I vetri sono colorati e rappresentano degli uccelli. Svolazzo in giro per cercare se, su qualche finestra, sono rappresentati dei pappagalli. Non ce ne sono. Il balestruccio mi aveva detto che a Villa Torlonia ci sono i pappagalli uguali a me, ma dove stanno? Li devo cercare.
Volo su un albero alto dalla folta chioma di foglie palmate e il tronco grigio. Ove i rami si allargano noto una cavità, può essere un buon ricovero per la notte e decido di andare a vedere. Mi affaccio all'apertura e... apriti cielo! Un uccello dal becco nero affilato come un pugnale mi pianta gli artigli sulla testa e manda strilli acuti: kik, kik, kik. Volo via e lui molla la presa. Continua a volare intorno al tronco. Tra le piume bianche e nere una macchia rossa scintilla minacciosa. Si posa sulla corteccia e incomincia a percuoterla con il becco, tambureggiando ritmicamente, ma ogni tanto lancia in giro occhiate sbieche. Volo via. Arrivo a una costruzione bianca, con portici e colonne e una scalinata. Mi poso su una palma e osservo, cercando di mimetizzarmi tra le foglie. In fondo c'è un muro con una recinzione e al di là si intravedono automobili che sfrecciano veloci. Un pullman si ferma vicino al cancello e scende una folla di persone. Si dirigono verso la scalinata, guardano in giro e scattano fotografie.
C'è troppa confusione qui, devo trovare un angolo più tranquillo. Di palma in palma mi allontano dal cancello d'ingresso, dall'altro lato della casa bianca, e, d'improvviso, una bellissima sorpresa: uno specchio d'acqua. Mi poso sulla riva, metto le zampe nell'acqua, mi bagno la testa, sciaguetto con le ali e mi sento felice.


 


 


17. IL CANTIERE DEL TEATRO

Lontano dalle strade e dal fumo nero degli autobus c'è un edificio bianco circondato da una rete. Intorno si allargano i prati e vicino cresce un albero altissimo, con rami che si chinano in basso avvicinandosi al terreno e si ramificano verso l'alto, stendendosi in tutte le direzioni. Ha un aspetto accogliente, peccato che una cornacchia grigia, poggiata nel verde, mi guardi con aria aggressiva, e un paio di uccelli neri svolazzino sulle fronde più in alto gracchiando. Da questa parte ci sono meno persone, solo qualcuno che corre sui sentieri e si ferma ogni tanto per chinarsi, stendere le braccia, saltellare, distendersi per terra e sollevarsi su e giù facendo forza sulle mani. Faccio un giro intorno all'edificio bianco e scopro un albero coperto di frutti arancioni. Scintillano invitanti come mele d'oro. È un giorno intero che sono digiuno. Mi avvicino per assaggiarli ma un grido mi blocca, e resto lì immobile, con il becco aperto.
Griok! Griok! Griok! Fissandomi con gli occhi curiosi un parrocchetto mi guarda, poggiato su una siepe.
- Non ti conosco, sei nuovo, quando sei arrivato? - mi chiede.
L'ho trovato finalmente! Il balestruccio aveva ragione, in questa villa vivono i parrocchetti, liberi di volare, senza gabbie. Mi si allarga il cuore, un senso di tranquillità mi distende i pensieri. C'è qualcuno come me. Non sono più solo. Il parrocchetto chiude un occhio, apre il becco, solleva una zampa, addenta una foglia verde, grida di nuovo. Griok! Griok! Griok! Dall'alto di una palma, volando a zig zag, scendono altri due parrocchetti, poi ancora un altro e un altro ancora. Si poggiano sulla siepe, saltano sui rami, mi stanno tutti intorno. Le grida e le domande si intrecciano. Griok! Da dove vieni? Griok! Come ti chiami? Griok!
- State zitti un momento, se no come fa a rispondere? - strilla il parrocchetto che mi ha visto per primo. Tacciono tutti aspettando che io parli.
- Sono scappato, stavo in gabbia in una casa al di là di quegli alberi giù in fondo, distante tre o quattro strade da qui. Sono arrivato ieri sera - dico.
I parrocchetti si agitano, sbattono le ali, strofinano il becco sul ramo. Poi uno mi chiede:
- In quale allevamento sei nato?
Allevamento? Ma no, non sono nato in un allevamento, vengo da una foresta dove l'aria è calda, le foglie stillano gocce d'acqua e tra il muschio fioriscono le orchidee. Il mio nido era in un albero che spandeva profumo, un profumo tenace che mi avvolgeva come una nuvola. Fioriva di grappoli gialli screziati di rosso, e in ogni fiore, tra i petali gialli, ce n'era uno color sangue. Vorrei continuare, parlare dei semi rotondi che scricchiolavano nel becco, della resina che usciva dal tronco in gocciole rosse e appiccicose, ma le parole mi si bloccano in gola. Mi guardano con gli occhi spalancati, silenziosi per lo stupore. Poi uno inizia a parlare.
- Mi ricordo anch'io una foresta. Gli alberi erano così fitti tra loro che non lasciavano passare i raggi del sole. I rami si intrecciavano e formavano una massa compatta, alta sul terreno, e si poteva saltellare da un albero all'altro senza trovare la fine, e non c'era bisogno di volare perché le chiome degli alberi si univano, e si incontravano fiori, e frutta, e germogli. Ma è stato tanto tanto tempo fa...
Un parrocchetto mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio:
- Lui è Corocò, il più vecchio di noi. Il guardiano della villa lo prese da piccolo in un paese lontano e lo portò con sé attraverso il mare. Gli aveva insegnato a parlare. Allora la villa era chiusa e non poteva entrare nessuno, poi i cancelli si sono aperti ed è successo un gran trambusto. Il guardiano è morto e Corocò si è rintanato su una palma. Vedi, è quella lì.
Mi indica un ciuffo di palme. Su quella più alta, nascosto dalle foglie spioventi, si intravede un gigantesco nido di sterpi. Meraviglioso. Come quello dove una volta abitavo io. Con tanti fori rotondi per entrarci dentro.
- Puoi venire anche tu, c'è posto, tutti insieme ci facciamo compagnia - dicono i miei nuovi amici.
Volo verso il nido. La struttura è di rami spinosi, su cui sono ancora appesi fiori secchi color viola sbiadito. Tra ramo e ramo i miei amici hanno riempito ogni spazio con arboscelli, muschio sfilacciato, paglia, fili d'erba.
- Ci ha insegnato Corocò a costruirlo - dicono.
Corocò mi guarda. Le sue penne della coda sono spelacchiate e le piume verdi sembrano scolorite. Mi fa cenno d'entrare.


 



18. LIBERTA' PER FORZA

Ora vivo nel nido sulla palma, con i miei amici parrocchetti. Tranne Corocò sono nati tutti in un allevamento. La prima cosa che hanno visto sono state le sbarre della gabbia. Quando sono cresciuti sono andati in un negozio di animali, come quello dove sono stato io, poi qualcuno li ha comprati, come Nicoletta ha comprato me, ed è diventato il loro padrone. Dava loro da mangiare e sceglieva il loro nome. Il parrocchetto che ho incontrato per primo si chiama Verdone. Apparteneva a una vecchietta che gli voleva molto bene, poi quando è diventata troppo malata e non riusciva più a riempire la vaschetta dei semi e a cambiare l'acqua del beverino il figlio ha detto guarda qui, questa povera bestia, tra un po' muore di fame, ma non si è sognato di mettergli da mangiare, ha detto che era meglio dargli la libertà, poi ha aperto lo sportello per farlo volare via.
Libertà, dice Verdone, che ne sapevo io della libertà? Ha portato la gabbia in terrazza, mi ha preso con la mano e io strillavo Griok! Griok! Griok! Faceva un freddo terribile. Quando mi ha lasciato mi sono poggiato sulla ringhiera e volevo rientrare dentro casa, al calduccio, ma lui mi ha ripreso a mi ha lanciato verso l'alto. Cadevo, senza riuscire a fermarmi, poi ho allargato le ali e ho volato. Era la prima volta. Sono andato a nascondermi nell'albero che vedevo dalla finestra. Senza sbarre davanti agli occhi mi sembrava diverso, non lo riconoscevo. Poi sono arrivato qui. Ci sono semi e germogli teneri. Frutta. Insetti. Ci sono le fontane per bere e farsi il bagno. Sto bene.
Povero Verdone! Ora è libero di volare dentro Villa Torlonia, ma non sa nulla delle foreste popolate di uccellini verdi e blu che succhiano il nettare dei fiori, non ha mai visto le farfalle multicolori che volano sui ciuffi di orchidee, non ha mai sentito il profumo degli alberi che gocciano lacrime rosse.


 



19. IL PARCO GIOCHI

Si vive bene a Villa Torlonia. La mattina chi fa più confusione sono le cornacchie grigie e le taccole, insieme ai piccioni. Da un po' di tempo c'è anche una coppia di gabbiani. Non hanno il nido qui, ma tutti i giorni, non appena spunta il sole, si presentano alla grande vasca. Tengono d'occhio il pelo dell'acqua e si tuffano per pescare qualche pesce rosso. A quell'ora passeri e scriccioli zampettano sui prati in cerca di insetti e i balestrucci volano alti nel cielo lanciando i loro gridi. Non si posano sugli alberi e preferiscono i fili elettrici, quelli tesi nei cantieri, su cui si allineano accostati l'uno all'altro. Il cantiere vicino al nostro nido sta rimettendo in ordine una grande costruzione bianca con le pareti a riquadri vetrati. Ho sentito gli operai che parlavano mentre facevano lo scavo. Dobbiamo sbrigarci, diceva uno, perché tra un paio di mesi c'è l'inaugurazione. Inaugurazione di che? diceva l'altro. Boh, che ne so, questo è un teatro, ci faranno qualcosa, rispondeva il primo.
Siccome c'è il cantiere qui ci passa poca gente, solo qualcuno che corre. Se qualche bambino si avvicina la mamma lo chiama. È pericoloso lì, non ti avvicinare alla rete, andiamo al parco giochi, gli dice.
Il parco giochi è in un angolo della villa, si intravede tra gli alberi e i cespugli. È sempre pieno di bambini che vanno sulle altalene e sugli scivoli, si arrampicano sul castello di legno, salgono sulle scalette, strillano, piangono, si fanno i dispetti. Ho un po' paura dei bambini, ma il chiasso dei loro giochi mi mette allegria. A volte volo di ramo in ramo fino a un albero alto con il fogliame fitto. Mimetizzato nel verde li osservo.
Un giorno guardavo un bambino che andava avanti e indietro sull'altalena e la sua mamma lo spingeva. Dietro c'era una fila di bambini che aspettava il turno, ma il bambino non voleva scendere e ogni volta che la mamma lo prendeva in braccio strillava più forte di un gabbiano e si divincolava. Stava buono solo se lo rimettevano sul seggiolino dell'altalena. Gli altri bambini si lamentavano e dicevano non è giusto, non ci può stare sempre lui, non è mica sua, l'altalena è di tutti. Poi si fa avanti una bambina con una maglietta stampata a musi di gatto e i capelli a coda di cavallo. Nicoletta! È lei! Con le mani appoggiate sui fianchi e un piglio deciso si avvicina al bambino e gli dice ma chi ti credi d'essere, è un'ora che stai sull'altalena, ora tocca a noi, non fare tante storie. Lo fissa con gli occhi aggrottati da cipiglio e lui, zitto zitto, le lascia il posto. Non riesco a trattenermi, mi sfugge un grido di contentezza. Griok! Lei si volta di scatto, scruta il fogliame con i suoi occhietti neri, mi vede.
- Violetto, sei tu, ti ho visto - grida Nicoletta.
Tutti i bambini smettono di giocare e si voltano verso l'albero, corrono verso di me, si assiepano vicino al tronco e guardano verso l'alto. Ma non riescono a vedermi, in mezzo alle foglie verdi come le mie piume. Chiedono a Nicoletta cosa c'è, perché si è messa a gridare, chi è Violetto. Lei alza le spalle e fa finta di niente, si dirige allo scivolo e si mette in coda dietro ai bambini che aspettano di salire. Tutti tornano ai loro giochi e nessuno fa caso a me. Ne approfitto per prendere il volo e mi dirigo verso il mio nido. Mentre mi allontano sbircio verso il parco giochi. Nicoletta, con gli occhi da lince e un sorrisetto sornione, segue il mio volo.
Qualche giorno dopo sta sotto la palma, con la faccia all'insù a guardare tra le foglie e le sterpaglie secche dei datteri. Mi affaccio dal nido. Griok! dico. Lei allunga la mano verso di me e stringe tra le dita un frutto rosso, di quelli che crescono sulla terrazza di casa sua. Mi viene l'acquolina in bocca, qui di frutti così non ce ne sono. Non so che fare. Scendo a mangiarlo? O no? Vicino a me sporge la testa Verdone, anche lui guarda con interesse il frutto rosso che Nicoletta, immobile, tende verso l'alto. Do una beccata a Verdone e lo spingo dentro. Nicoletta è venuta per me, non per lui. Spicco il volo e mi poggio sulla sua spalla. Lei avvicina le dita. Addento il frutto rosso. Ride e mi accarezza piano piano.


 



20. INAUGURAZIONE

Il cantiere non c'è più. Hanno tolto la recinzione di plastica arancione, le reti con i cartelli di lamiera, le scale, i ponteggi, i cavi elettrici su cui si posavano i balestrucci. Intorno alla costruzione bianca c'è un prato di fili d'erba cortissimi e tutti uguali, così fitti che non si vede neanche un granello di terra. Il topolino che vive sotto la palma aveva scavato una galleria che, dalla tana, giungeva fino al cespuglio di lillà. L'uscita era coperta di sassi e foglie secche e nessuno ci faceva caso. Ora gliel'hanno coperta col prato e quando scavando ha riaperto il foro, subito un giardiniere l'ha riempito di terriccio e ci ha messo sopra di nuovo una zolla di prato. Il topolino ha dovuto scavare un'altra galleria verso il canneto, dove i giardinieri non mettono piede.
Gli operai sono andati via, ma ora dentro l'edificio si aggirano tante persone. Mettono tappeti per terra, attaccano lampadari di cristallo, montano tendaggi alle finestre. Nicoletta mi ha detto che questo è un teatro e ci verranno dei musicisti a suonare. Mi viene sempre a trovare, Nicoletta, stando attenta che non la segua nessun bambino, perché, dice, io sono il suo segreto. Mi porta sempre qualcosa, uno spicchio di mela, un pezzo di banana, qualche seme. Mi ha detto che faranno un concerto di inaugurazione. Vuol dire che suoneranno delle musiche perché il cantiere è andato via e qui, d'ora in poi, ci verranno a fare spettacoli. Una sera, dormivamo tutti, d'improvviso tutto l'edificio si è riempito di luce, la luce usciva dalle finestre e gli alberi vicini sono diventati verdi come quando è giorno. I pipistrelli che svolazzavano nel buio sono fuggiti squittendo. Un tempo avevano il nido sotto la grondaia, ma durante i lavori si son dovuti trasferire dall'altra parte della villa, nella zona dei ruderi. Speravano di tornare, ma ormai qui c'è troppa confusione. Forse anche noi dovremo andar via e costruirci il nido in una zona più tranquilla.
Da quando hanno tolto la recinzione vengono tante persone. Girano intorno al teatro, guardano dentro appoggiando il naso alle finestre, cercano di entrare. Una signorina con il vestito rosso li manda via. Ha detto Nicoletta che l'inaugurazione sarà domani.




21. PROFUMO DI CASA

Hanno portato dei vasi con grandi piante ricoperte di fiori rosa. Li hanno messi ai lati dell'ingresso e sotto le vetrate. All'interno del teatro tutti si muovono freneticamente. Stamattina presto una squadra di persone ha passato lo straccio sui pavimenti, ha lucidato le maniglie, ha tolto le impronte dalle vetrate. Sono arrivati uomini in divisa che hanno controllato da per tutto, hanno frugato dentro le siepi e hanno svegliato il barbone che dormiva su una panchina al sole e gli hanno detto di spostarsi. Lui non se ne voleva andare e diceva che le panchine ci stanno apposta per riposarsi, ma gli uomini in divisa l'hanno fatto andar via per forza. Poi sono arrivate le signorine vestite di rosso che hanno acceso i computer e hanno sistemato pile di libretti sui tavoli e stavano vicino all'ingresso e dicevano alla gente ancora non si può entrare, aspettate dietro le transenne. Invece i signori vestiti di nero che avevano in mano valigette ricurve e tondeggianti li hanno fatti entrare. Anche uno che portava un valigione nero gigantesco di forma strana. Poi è arrivata una macchina scura, ed è una cosa insolita perché qui di macchine non ne entrano, solo i furgoni dei giardinieri e i camioncini dei cantieri. Dalla macchina sono usciti dei signori, altri sono venuti fuori dal teatro, si sono fatti grandi inchini e sono entrati tutti insieme, seguiti dalle persone che aspettavano dietro alle transenne.
Mi avvicino e mi nascondo in un cespuglio. Dopo un po' sento suoni bellissimi che si spandono intorno, trilli di passeri, gorgheggi di pettirossi, fischi di merli, e anche vento che ulula, pioggia che batte, acqua che gocciola. Tutto insieme. Meraviglioso. Mi avvicino alla finestra per guardare dentro, nascosto tra i fiori rosa. Intravedo la sala, tante persone sedute che guardano, e gli uomini vestiti di nero che soffiano dentro strumenti lucidissimi che scintillano, oppure strusciano bastoncini su scatole di legno sagomate come le valigette di forma strana. Resto incantato a sentire. Poi i suoni finiscono e le persone che erano in silenzio si alzano in piedi e battono le mani facendo un gran frastuono. Grido anch'io. Griok! Griok! Griok! Ma c'è una tale confusione che non mi sente nessuno. Le persone escono e si disperdono nei prati, ma gli uomini vestiti di nero restano nel teatro perché, ho capito, c'è una festa per i musicisti, che sono loro. Escono dal palco e vanno in una sala vicina, tutta rivestita di specchi.
Sto anch'io per volare via, ma arriva una ragazza vestita di rosso e apre la finestra davanti alla pianta in cui sono nascosto. Cerco di confondermi con le foglie per non farmi scorgere e aspetto che non ci sia nessuno. Sto lì, fermo come un uccello disegnato sul vetro, quando mi succede qualcosa di strano. È una sensazione, il cuore batte più forte, mi si chiudono gli occhi, è un odore che viene da lontano, anzi no, è un profumo che avvolge come una nuvola, non so cos'è, anzi sì, lo ricordo, è il mio nido, quello di casa mia, è lo stesso odore di casa mia. Da dove viene? Non dai fiori rosa, e neanche dal cespuglio dietro di me, e neanche dal prato. Che strano, viene dalla finestra aperta, l'odore buono viene da dentro il teatro. Salto sul davanzale e mi affaccio. È ancora più forte. La sala è vuota, volo sul palco dei musicisti. Mi poggio su un mobile nero lucidissimo col coperchio alzato. È pieno di corde tese, piacerebbero ai balestrucci, ma non è da lì che viene l'odore di buono. Sul palco c'è un gran disordine, il profumo mi annebbia e mi sento vacillare. Le valigette nere sono per terra, sulle sedie ci sono gli strumenti lucenti come l'oro, le scatole di legno e i bastoncini sottili. Svolazzo e annuso. Alla fine lo trovo: il profumo di casa viene dai bastoncini.


 


 


 

22. UN NIDO DI ARCHETTI

Cosa ci fanno qui questi bastoncini? Sono fatti di legno del mio albero, qui non ci sono alberi così. L'hanno rubato, come hanno rubato me. Ladri. Questi bastoncini sono miei. Li rivoglio. Sono strani però. Ci sono dei capelli lunghi e sottili tesi da un capo all'altro del bastoncino. Provo a prenderne uno da una punta e lo alzo. È leggero. Pesava di più il ramo spinoso che abbiamo usato un po' di tempo fa per rinforzare il nido. Lo prendo al centro e provo a volare. Mi fa da bilanciere. Esco fuori, arrivo al nido e lo nascondo tra le foglie di palma, in mezzo alle sterpaglie dei datteri. Poi torno e ne prendo un altro e un altro ancora. Li prendo tutti, quelli che posso sollevare, perché alcuni, i più corti, sono troppo pesanti e devo lasciarli lì.
Quando torno al nido trovo tutti in agitazione. Cocorò è eccitatissimo, si è messo vicino ai bastoncini e dice che si sente come quando era piccolo e nella foresta in cui viveva crescevano tanti alberi con un profumo così. È vecchio Cocorò, perde le penne della coda e non si muove mai dal nido. Ora ha gli occhi brillanti e gonfia le piume del petto come un parrocchetto che vuol farsi bello. Dice che è felice e che ora che ha sentito di nuovo il profumo della sua foresta può volare via per sempre, nel nido dove vanno i parrocchetti quando i loro occhi faticano a stare aperti. Il nido sta nel Grande Albero dei pappagalli, e lì i parrocchetti vivono in armonia con le amazzoni testa gialla, i lorichetti e gli ara. Tutti insieme senza beccarsi, dice Cocorò.
Ci addormentiamo col profumo che ci avvolge. Siamo stanchi e non facciamo neanche caso alle automobili con una lampada blu che lampeggia e agli uomini che scrutano il prato con fasci di luce. Il giorno dopo non troviamo più Cocorò. È volato via. Ora ha un nido sul Grande Albero dei pappagalli.


 


 


23. ARRIVA LA TV

- Violetto, Violetto, hai visto che è successo, hanno rubato tutti gli archetti dei violini - grida la voce di Nicoletta, eccitatissima.
Archetti? Quali archetti? Violini? Cosa sono i violini? Forse sono pappagalli. Scendo verso Nicoletta che mi ha portato uno spicchio di pera. Lei continua a raccontare di questi archetti rubati, che sul giornale c'è scritto che forse sono stati gli zingari, quelli che suonano nella metropolitana e agli incroci delle strade, dove ci sono i semafori.
Suonano? Gli zingari suonano? Come i musicisti dell'inaugurazione?
Il giornale dice che hanno preso solo gli archetti dei violini e hanno lasciato lì quelli delle viole, dei violoncelli e dei contrabbassi perché gli zingari suonano solo i violini, gli altri strumenti no.
- Sai Violetto, gli archetti dei violini sono molto costosi perché sono fatti con un legno speciale che viene da lontano. I violinisti sono abituati al loro archetto e sanno suonare solo con quello - dice lei.
Man mano che Nicoletta parla divento nervoso, non so perché. Finisco la pera e volo verso la mia palma. Lei mi segue con lo sguardo, fa per andarsene, si volta, punta gli occhi sul nido, gira intorno alla palma, guarda fisso verso l'alto con gli occhi a fessura.
- Gli archetti rubati sono lassù - grida Nicoletta. Poi mi fulmina con lo sguardo.
- Violetto, li hai presi tu? Ma lo sai che se ti scoprono ti mettono in prigione?
Scendo dal nido e mi poggio sulla sua spalla. Griok! Griok! Cerco di parlare, vorrei dirle che quegli archetti mi fanno compagnia, mi ricordano casa mia, ho fatto tanta fatica a portarli sul nido, non li ho neanche presi tutti... Griok! Griok! Piperì, Piperì, Piperito... Ecco, l'ho detto, ci sono riuscito. Lei piega leggermente il capo, il suo viso si addolcisce, mi sorride.
- Non ti preoccupare, ne parlo con mamma e papà, risolveremo tutto - mi dice.
Il giorno dopo sotto la palma c'è un sacco di gente. Nicoletta e i suoi genitori discutono con un uomo col binocolo che ha una casacca con tante tasche e la scritta LIPU. Lui continua a guardare in su col binocolo e la mamma di Nicoletta gesticola e fa cenno di no col dito. Poi arrivano due uomini con una scala, ma l'uomo col binocolo si mette a strillare, prende il telefonino e parla in modo concitato. Arrivano due uomini che piantano dei paletti di ferro intorno alla palma e stendono una rete di plastica arancione coi buchi, come quella che c'era intorno al cantiere, poi ci attaccano sopra dei cartelli. Fanno uscire tutti, ma Nicoletta riesce a sgattaiolare sotto il mio nido e mi grida di non aver paura, è tutto a posto, nessuno mi metterà in prigione per aver rubato gli archetti di violino.
Il giorno dopo stiamo tranquilli sulla palma cercando di non dare nell'occhio. Tante persone si affollano intorno alla recinzione, indicano il nostro nido, guardano col binocolo, scattano fotografie. Per fortuna ci sono gli uomini vestiti di blu che fanno la guardia e non lasciano entrare nessuno. Si chiamano guardie zoofile e mandano via le persone che vorrebbero avvicinarsi. Ma due le lasciano entrare, e insieme a loro c'è Nicoletta.
- C'è la televisione, vogliono fare una ripresa al nido, vieni giù, ci sono io - mi dice.
Che devo fare? Ci penso un attimo e poi decido: scendo.
Mi poggio sulla spalla di Nicoletta e uno dei due incomincia a fare domande, mentre l'altro ci punta in faccia una enorme macchina fotografica. E Nicoletta racconta, il negozio di animali, la mia gabbia nella sua stanza, il filodendro, e quando giocavamo a nascondino, e quando cercavo di parlare. Ma questo pappagallo parla? chiedono, e mi avvicinano un aggeggio nero al becco.
Griok! Griok! Voglio dire come mi chiamo. Piperì, Piperì, Piperito, ecco, ci sono riuscito di nuovo. Griok! Griok!
- Come si chiama questo parrocchetto? - chiedono a Nicoletta.
- L'ho chiamato Violetto, perché ha una macchia viola sulla schiena. Si chiama Violetto.
Poi incrocia le braccia e mi guarda, con l'aria di dire: è così e basta.
Dispettosa. Quando si comporta in questo modo vorrei beccarla sul naso. Volo via e mi rintano nel nido, senza mettere più una penna fuori.


 


 


24. L'ORNITOLOGO

Oggi c'è nervosismo nell'aria. Succedono cose strane. È arrivato un camion con un cestello che si alza e si abbassa. Sta sotto la palma e intorno tante persone discutono. Alcune le conosco, sono le guardie zoofile che tengono lontani i curiosi dal nostro nido, altre hanno una giacca con la scritta LIPU, e sono quelli che sono amici degli uccelli, poi ci sono fotografi e uomini della televisione. Arriva un uomo coi capelli bianchi e tutti gli vanno incontro per salutarlo. È lui che sale sul cestello che si alza, insieme a un altro uomo. Si avvicinano fin quasi a toccare le foglie di palma, poi l'uomo coi capelli bianchi dice all'altro cominciamo da qui, stai attento, non dobbiamo rovinare il nido, e l'altro prende per la punta un archetto che avevamo sistemato sopra i rami spinosi e lo tira via.
Eh no, non voglio, gli archetti devono restare qui! Griok! Griok! Dobbiamo ribellarci, dico ai miei compagni di nido. Loro mi guardano attoniti. Siamo stati fino ad ora senza questi bastoncini, se ce li portano via non è la fine del mondo, mi rispondono. Hanno il profumo della foresta, ci ricordano casa nostra, grido. Loro mi guardano con gli occhi rotondi. Foresta? Che vuol dire foresta? Casa? Questa è la nostra casa. Così dicono i miei amici. Sento la rabbia crescere e mi slancio fuori, contro l'uomo che sta rubando i miei archetti, gli vado sul viso gridando con tutta la voce che ho, vorrei cavargli gli occhi. Ma lui mi acchiappa. Il cestello scende a terra e mi mettono in una gabbia. L'uomo coi capelli bianchi mi fotografa, poi si mette dei guanti pesanti e mi prende, mi apre il becco, mi allarga le ali, mi alza la coda. Alla fine mi lascia andare. Volo sul mio nido. Gli archetti non ci sono più.


 


25. L'ALBERO DI PERNAMBUCO

Arriva Nicoletta sventolando un foglio di giornale.
- Violetto, Violetto, hanno scritto un articolo su di te. C'è spiegato tutto. Un ornitologo, che sarebbe uno studioso di uccelli, dice che tu non sei un parrocchetto da allevamento, sei un parrocchetto selvatico, per questo hai rubato gli archetti, perché hai riconosciuto il legno delle foreste dove sei nato, che viene da un albero che si chiama pernambuco, che cresce in Brasile e per questo lo chiamano Pau Brazil. Dice l'ornitologo che si vede che sei selvatico, e non allevato, si riconosce dal becco e dalle penne della coda. Il giornale parla anche del traffico di animali esotici, che è proibito, e quando si scopre qualcuno che fa commercio illegale lo mettono in prigione.
Penso alle scimmie che stavano in gabbia vicino a me, vorrei sapere dove sono finite adesso. E i serpenti? Chissà! Nicoletta continua a raccontare. Dice che anche il pernambuco è un albero protetto, gli uomini dei villaggi lo chiamano ibira pitanga. Se ne taglia uno ogni tanto proprio per fare gli archetti dei violini, delle viole, dei violoncelli e dei contrabbassi. Con un tronco si fanno centinaia di archetti! Poi ride con aria furba.
- Che ti credi, ho capito perché hai preso solo gli archetti dei violini, gli altri sono troppo pesanti. E pensare che hanno dato la colpa agli zingari!
Quando fa così è proprio simpatica. Scendo sulla sua spalla.
- Ma non ti ho detto la cosa più importante, abbiamo fatto un comitato per riportarti a casa. Sei contento?
A casa. Mi manca il respiro. Mi riportano a casa. Piante che fioriscono all'improvviso e mandano un profumo che stordisce. Alberi con frutti che sembrano zucche. Fiumi che diventano cascate. L'aria calda e densa che avvolge come un grande nido. Casa.



                                                         CONCLUSIONE


 


 

È andata così, aveva ragione lei, mi hanno riportato a casa. Ho attraversato il mare. Non in aereo, ho viaggiato su una nave. Grande, da crociera, piena di signori eleganti che facevano baldoria tutte le sere. Avevano messo una voliera nel salone delle feste e io ero lì. Tutti mi guardavano e mi facevano i complimenti, mi fotografavano, si passavano un articolo di giornale intitolato Il pappagallo ladro di archetti. C'era anche un librettino colorato che raccontava la mia storia, intitolato La compagnia Maxicrociere in difesa della natura. Nicoletta mi ha accompagnato fino alla nave. Si metteva in posa per i fotografi, rispondeva ai giornalisti, si pavoneggiava come se fosse stata lei a ritornare a casa. È proprio vanitosa. Mi ha salutato sulla banchina, agitando la mano per dire ciao, poi mi detto piano:
- Arrivederci ... Piperito!
Mi ha sorriso, con una fossetta sola, come fa lei. Avrei voluto volarle sulla spalla e farmi accarezzare sul collo, ma stavo già entrando nella nave. Griok! Griok! Griok! Ho potuto mandarle solo un grido di saluto.
Ora sono di nuovo a casa, nella Mata Atlântica, che è la foresta che si affaccia sull'oceano, in Brasile. Vivo nel parco nazionale Serra do Mar, in un grande nido con tanti parrocchetti come me, vicino al centro di ripopolamento delle piante di pernambuco. Ogni tanto sento sulla testa il rombo di un aereo che solca il cielo e si lascia dietro una scia di fumo. Se salgo in cima agli alberi più alti, vedo in fondo il mare che scintilla e le navi che passano all'orizzonte. Arrivano dalle terre al di là dell'oceano. Penso agli uomini che volano nei paesi lontani e a quelli che vengono qui. Penso a Nicoletta. Chissà se arriverà, prima o poi...




 

                                                       Ringraziamenti

Non avrei saputo scrivere questo libro se non avessi partecipato al gruppo di ecocritica presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma. Ringrazio Rezarta Cuko, Marco De Bernardo, Pasquale Grella, Adriana de Nichilo, Anna Maria Robustelli e Carlo Verducci, che mi hanno aiutato a guardare con occhi nuovi luoghi, piante e animali, e mi hanno portato a riconsiderare in termini etici le interazioni tra esseri umani e mondo non umano. Il sito internet del gruppo di ecocritica è:

http://circololeopardi.ilcannocchiale.it/?tag=ecocritica

Debbo a Paola Donadoni, Francesco Cardia e Maurizio Centili le notizie sulla presenza di pappagalli a Villa Torlonia e nei parchi di Roma. Duccio Centili mi ha dato informazioni preziose sugli uccelli che vivono in città.
Un ringraziamento particolare al Maestro Carlo Rizzari per ciò che mi ha spiegato sugli archetti dei violini.
Molte informazioni sulla vita del parrocchetto monaco sono state prese da internet, sui siti:

www.parrots.org, ricco di informazioni generali.

www.brooklynparrots.com, che contiene filmati di grande suggestione sui pappagalli che vivono a New York;

www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=49262, che pubblica bellissime foto di nidi.







 


 


 

PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 6 agosto 2011



Il nuovo romanzo di Rita Cavallari abbandona il terreno della memoria di matrice autobiografica per narrare la storia di un pappagallo, Piperito, strappato al suo habitat, la lussureggiante foresta brasiliana, e costretto ad adattarsi alla vita in una gabbia dorata nella nostra caotica capitale, Roma, dove è oggetto delle cure di una bambina che gli dà un nuovo nome: Violetto.
Lo sradicamento, la perdita di identità è già in questo apparentemente insignificante dettaglio, perché il parrocchetto continuerà a “gridare”: “ Io sono Piperito. Mi chiamo Piperito. Piperito. Piperito.”.
A questo destino il pappagallo non si rassegna e preferisce la libertà piena di insidie, la compagnia dei suoi simili, al cibo assicurato, fino a conseguire un inimmaginabile esito positivo dei suoi sforzi tenaci.
Come nelle favole di Fedro il mondo animale appare saggio e dignitoso, degno di rispetto, di quel rispetto che spesso neghiamo ai nostri più prossimi coinquilini del pianeta.
Con questo suo piacevole, scorrevole, accattivante romanzo breve Rita Cavallari conferma con creatività il suo impegno nell’ambito dell’ecocritica, ed induce con levità a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sul modo distratto con cui ci muoviamo nei luoghi, anche quelli più familiari, perché impariamo a guardarli con occhi nuovi e vigili, attenti a scoprire in essi una palpitante vita segreta.
Rita Cavallari ci sollecita anche a meditare sui nostri comportamenti nei riguardi dell’ambiente che ci circonda, spesso non percepiti come forme di egoismo e di prepotenza.
Al termine del racconto di certo nessuno sarà più lo stesso di prima.
 
 
(Adriana de Nichilo)

 

 

Rita Cavallari, Piperito, ilmiolibro.it, 2011 [ * ]

 

 

vedi quì 

"Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
 Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
 - I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok! Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
 - Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
[...]"





Per la lettura integrale del testo di Piperito vedi quì
 
 
 
IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEI LIBRI DI RITA CAVALLARI
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 19 dicembre 2008

 Il video della presentazione dei libri di Rita in biblioteca si può vedere quì 


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ALLA RICERCA DI PAROLE PERDUTE
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 2 dicembre 2008



Mi è piaciuto per la bella scrittura e per l'interesse filologico per la parola, per l'attenzione al significante mai disgiunto dal significato, per la capacità di riconoscere e ricordare il mondo nascosto rimasto intrappolato nei modi di dire e nelle parole ormai desuete.
Il significante è sempre collegato a un preciso contesto storico e culturale. L'ambiente del paese toscano dove viveva la famiglia di Rita è connotato da caratteristiche che ho trovato identiche a quelle del paese in Romagna dove sono vissuta da piccola e dove vivono ancora i miei genitori. Ho ritrovato atmosfere e situazioni tipiche del passato. Ad es. alle pag 44, 68, 69.
Pag. 44: "Passavano del tempo alla finestra per sapere cosa succedeva nel mondo. quel che a loro interessava era l'ambiente del vicolo, della strada e della piazza, la gente che passava [...] il tempo che scorre uniforme nelle piccole differenze delle ore e dei giorni. riuscivano a leggere il ritmo delle settimane, dei mesi e degli anni come una variazione sul tema della vita quotidiana e a costruire la loro storia in armonia con i giorni che passano, sempre uguali e sempre diversi."
Pag. 68: "Non c'è mai stato nella sua famiglia il gusto di vedere luoghi lontani e conoscere ambienti nuovi: vivevano rinchioccioliti nel proprio guscio, al di fuori del quale c'erano solo seccature, fastidi e pericoli, 'Io sto bene a casa' diceva".
Pag. 69: "Erano abituati a fare sfuriate anche per futili motivi [...] scenate dovute alle intemperanze della zia che sfogava il suo carattere impetuoso in arrabbiature col genero, cognati, nipoti e nipotini [...] e venivano bollate con lo stigma dell'isteria"
I modi di dire rappresentano un modo d'intendere la vita, pag. 111: "il particolare più vivo di mia madre è rappresentato dalle parole che usava. Dalle sue parole vengono fuori i legami con l'ambiente agricolo e contadino, le credenze religiose, le predilezioni, i timori. M
i sembrano l'indicazione di un percorso che sfugge all'omologazione e tende a una specificità fuori dagli stereotipi".
La memoria storica del nostro passato passa anche attraverso il ricordo delle parole e dei modi di dire particolari, che sono sempre strettamente collegati ad una visione del mondo e ad una filosofia di vita. Rita ricorda le paroleinsieme alle persone che le dicevano e al loro contesto storico e tutto viene salvato e valorizzato.  


(Luciana Raggi)




E' una lettura molto piacevole. Le parole perdute sono solo un pretesto, solo un titolo, ma in realtà Rita Cavallari parla dei genitori tributando loro il dovuto debito di affetto rendendoli immortali. E' proprio quello che ognuno di noi dovrebbe fare, scrivere dei genitori o dei nonni, perché solo così chi verrà dopo di noi, i nostri figli e i nostri nipoti sapranno cosa hanno fatto, come sono vissute le persone dalle quali discendono.
Se non si fa questo, di chi ci ha preceduto, a distanza di sole tre generazioni resta solo una insignificante foto, se resta.
E' questo che ognuno di noi dovrebbe fare e l'ho pensato spesso: mio figlio sa poco di mio padre perché lo ha conosciuto ma non sa nulla di mio nonno: se io non scrivo nulla, i miei nipoti non sapranno nulla di mia madre e di mio padre. Non serve disegnare alberi genealogici, occorre buttare giù i ricordi. E Rita Cavallari lo ha fatto molto bene; al di là delle parole perdute, ogni pagina é ricca di affetto per il padre e la madre e questo commuove chi legge.
Il mio giudizio é molto positivo.



(Pietro Benigni)
 





Rita Cavallari, Alla ricerca di parole perdute, [
* ]

TOPI, FORMICHE E ALTRE STORIE
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 2 dicembre 2008

 

Ho trovato i due libri di Rita Cavallari piacevoli da leggere per la bella scrittura e interessanti per il contenuto. Sono autobiografici e, oltre alle qualità intrinseche, hanno entrambi un'importante funzione sociale: uno, "Topi, formiche e altre storie" fa conoscere le problematiche inerenti alla disabilità, di cui davvero la nostra civile società si occupa troppo poco; l'altro, "Alla ricerca di parole perdute" favorisce la salvaguardia e la valorizzazione di un patrimonio lessicale in disuso, significativa testimonianza del passato.
I principi che muovono la ricerca letteraria di Rita sono gli stessi di Manzoni: l'utile, il vero e l'interessante. L'utile è lo scopo dello scrivere, da intendere in senso morale, per un'ideale comunque tutto terreno di giustizia; il vero è il soggetto, fedele alla realtà e l'ineterssante è il mezzo per catturare l'attenzione.
"Topi, formiche e altre storie" è un libro che coinvolge ed è interessante senza pause.
All'inizio ci sono i topi e i ricordi legati all'infanzia, alla fine ci sono le formiche e l'importante presenza del nipotino, in un momento molto vicino al presente. Nella parte centrale è racchiusa una storia forte che comincia con la caduta della protagonista e segue con il racconto agghiacciante del periodo del ricovero ospedaliero e dell'immobilità forzata. Il contenuto ha tutti gli ingredienti per risultare drammatico ma in realtà, pur essendo intessuto di dolore, visto che è stato preceduto ed è seguito da quelle bellissime favole, viene alleggerito e noi pensiamo ad un superamento avvenuto dei momenti più difficili. Tale considerazione è importante perchè ci fa sperare che gli esser umani, donne o uomini, possano superare le peggiori situazioni se hanno la forza di affrontarle e non si perdono d'animo. La forza della protagonista viene da sè stessa. La risoluzione dei problemi non viene demandata ad un essere superiore e infatti non viene richiesto alcun intervento miracolistico, nè viene affidata all'aiuto dei familiari e degli amici, che pure sono stati vicini nei momenti in cui le ansie, le preocupazioni e le complicazioni sembravano insormontabili.
Si tratta di un vissuto raccontato con un'intensità che non può non coinvolgere, anche se viene descritto senza mai indulgere a facili sentimentalismi.
La protagonista è uscita da quella storia di sofferenza, tanto da poterla raccontare. Se il coinvolgimento è troppo non si racconta. O se si racconta si soffre moltissimo. (Philip Roth a pag. 122 del libro "Il fantasma esce di scena" ci dice riguardo al suicidio di Primi Levi: "[...] non è successo perchè è stato ad Auschwitz, ma perchè scriveva di Auschwitz [...], per la fatica dell'ultimo libro, che contemplava con tanta chiarezza quell'orrore. Alzarsi ogni mattina per scrivere quel libro avrebbe ucciso chiunque".
Durante la presentazione del libro chiederemo all'autrice quanto le è costato, in termini di sofferenza, scrivere questo libro, e se le è servito in qualche modo a prendere le distanze da sè stessa.
La mia interpretazione riguardo alla scelta del titolo è questa: sono stati citati topi e formiche, che rispettivamente compaiono all'inizio e alla fine, quando si parla di momenti lontani nel tempo da quel periodo cruciale che ha seguito la caduta, il fatto che ha segnato una netta cesura fra il prima e il dopo nella vita della protagonista, per mettere in risalto il superamento di quel momento terribile, per rassicurarci che comunque è stato trovato un modo e un tempo per eleborare, comprendere, accettare. Per questo nel titolo non c'è traccia del cuore del racconto, della parte centrale.   

(Luciana Raggi)



Rita Cavallari guarda sè stessa da lontano con compostezza, ma ci tende la mano per un  graduale percorso di avvicinamento verso di lei.
Ci pone accanto a momenti diversi della sua vita e lascia a noi lettori il compito di ricucirli, come fa lei con i punti fitti dati alla camicia lacerata che le porge il figlio.
Il libro comincia con dei ricordi della vecchia casa di famiglia in Toscana e passa poi a parlare della casa al mare, da cui è iniziato il suo scritto.
Bambini e animali sono presenti nei ricordi e nei racconti e sono importanti insieme ai compagni dei gruppi che lei incontrerà e di cui farà parte nel difficile cammino di ripresa che le sta di fronte, forse perchè appaiono spontanei, disponibili, vitali e quindi paritari nei confronti della scrivente. Sono, di fatto, quelli con cui è più facile comunicare. Dal topino morto per essere stato incautamente lasciato troppo nella gabbia si passa alla narrazione dell'incidente che è il fulcro del racconto, fino alla ricostituzione di un nuovo posto per sè nella vita e nei propri pensieri.
I ricordi dell'infanzia e alcune parole della parlata toscana continuano a sbalzare vivaci dalla storia che segue l'incidente come la luce di fuoco che riverbera dalla zucca intagliata da Carolina, un personaggio della fanciullezza della scrittrice.
il testo si richiude con l'infanzia, così come era cominciato, con i briosi racconti delle esperienze dell'autrice con il nipotino Giovanni.
Implicita mi sembra la riconquista di un tempo più vasto di quello precedente ai fatti narrati, che abbraccia la propria infanzia e si ricongiunge all'infanzia del proprio discendente, laddove di solito la vita separa dal passato che ci appare sovente alquanto remoto e comunque scalzato dai cambiamenti di un presente troppo sommario e inevitabilmente distruttivo.
Interessanti sono anche le osservazioni che riguardano l'atteggiamento del  professore che rassicura l'autrice che "con una buona riabilitazione" avrebbe "raggiunto un elevato grado di autonomia" e sarebbe "stata perfettamente in grado di tenere una casa", senza tenere minimamente conto del fatto che lei prima dell'incidente "lavorava" come architetta.
Lo sguardo dell'autrice, vasto e profondo, potremmo dire anche lungimirante nella gioia con cui si affaccia al futuro, è il regalo fatto al lettore, è una scelta che potremmo fare anche noi, per non essere separati da una fetta importante della nostra vita che ci sorregge, e per recuperare qualche speranza su cui indugiare.


(Anna Maria Robustelli)  



E' una lettura gradevole, fa capire quanto forte possa essere la voglia di vivere, anche in condizioni gravemente compromesse e anche quanto sia importante stare sempre molto accorti  perché un banale attimo di disattenzione o una corsa  in motorino possono costare molto cari.
Lettura piacevole che merita un voto positivo.

(Pietro Benigni)







Rita Cavallari, Topi, formiche e altre storie, CISU (di prossima pubblicazione) 

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