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ESSERE SENZA DESTINO
post pubblicato in Kertész, Imre, il 16 febbraio 2008



Tenere giù la testa e non perdere mai la disperazione.
Accompagnato dal calembour di un amico di famiglia il giovane Gyurka va incontro al suo destino di ebreo, nell'Ungheria alleata della Germania nazista. Questo destino, come gli spiega l'autorevole zio Lajos, consiste da millenni in un'incessante persecuzione, che il Signore ha inflitto al suo popolo a causa dei peccati commessi, persecuzione da affrontare con devozione e paziente spirito di abnegazione. Restare al proprio posto, questo è ciò che il Signore si aspetta dagli ebrei, che solo da Dio possono sperare misericordia.
Quando Gyurka, che non ha ancora 15 anni, viene obbligato a lavorare come manovale in una fabbrica, lo zio Lajos osserva che dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Gyurka ha scarsa dimestichezza con le preghiere e non sa una parola d'ebraico, ma riconosce l'autorità degli adulti e affronta la vita cercando di “comportarsi bene”; quando lavora sente di rappresentare l'intera comunità ebraica e modella quindi le proprie azioni senza dar spunto a critiche che potrebbero ricadere su tutti.
E' con questo senso di acquiescenza che il ragazzo si lascia condurre nel campo di sterminio di Auschwitz, senza chiedere alcuna spiegazione e senza manifestare alcuna forma di opposizione o risentimento, non solo nei fatti, ma neanche con le parole, e neppure col pensiero. Il sentimento più forte che anima Gyurka è lo stupore. I suoi occhi sgranati scorrono su luoghi che tante volte abbiamo visto rappresentati, le sue parole descrivono fatti che già conosciamo, in una sorta di via crucis ben nota. Ma il suo sguardo attonito rende tutto diverso. C'è una sospensione di giudizio assoluta, gli eventi che si susseguono sembrano logici e razionali, a tutto il giovane Gyurca dà una ragione, ogni cosa può essere giustificata.
Dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Il racconto ha il fascino della verità, l'autore narra una storia che conosce per averla vissuta, ma non è questo il suo punto di forza. In fondo le storie dei sopravvissuti dei lager non mancano. Quello che avvince in questo libro è il punto di vista, l'occhio limpido e implacabile di un ragazzo che va incontro alla vita con baldanza e curiosità e descrive con naturalezza lo scorrere dei giorni, senza chiedersi perché. La vita che vive è il suo destino.
Molto bello è l'ultimo capitolo, con il ritorno a casa, il tempo ritrovato, la riflessione su ciò che è accaduto. Devi dimenticare gli orrori, dice il vecchio Fleischmann. Io non mi sono accorto degli orrori, risponde Gyurca. Tutto è successo un passo dopo l'altro, come la lunga fila dei prigionieri che si avvia verso la camera a gas, con i minuti che scorrono, e alla fine la decisione, entrare nella camera a gas oppure scamparla. E poi altre file, e appelli a tutte le ore, e marce, passo dopo passo. Il tempo scorre, potrebbe portare qualcosa di nuovo, nulla accade di diverso ad Auschwitz né a Buchenwald, la calamità era piombata improvvisa, giorno dopo giorno la distruzione si compie e la desolazione dilaga.
Calamità, distruzione, desolazione, questo è il significato letterale della parola Shoah.
Chi non ha vissuto il campo di sterminio vorrebbe gettarsi tutto alle spalle e ricominciare a vivere. Gyurka sa che non potrà dimenticare e questa consapevolezza lo isola dagli altri. E' il destino del sopravvissuto, che ben conosciamo perché ce l'ha raccontato Primo Levi.


(Rita Cavallari)



Imre Kértesz, Essere senza destino, Feltrinelli, 2004 [ * ]






Sul destino sacrificale degli ebrei ungheresi è da leggere il libro di Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, 2001 [ * ], sulle furibonde polemiche che ci furono a tal proposito in Israele negli anni '50 sul caso Kastner.
Poi si potrebbero ricordare i libri di Giorgio Perlasca, L'impostore, il Mulino, 2007  [ * ] e di Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, 2003 [ * ].

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