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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA RAGAZZA CHE SOGNAVA IL CIOCCOLATO
post pubblicato in Diario, il 24 ottobre 2018
 

Ancora un libro sulla Shoah, ma questo con molte differenze rispetto ai molti altri che ne parlano. Infatti non è un libro autobiografico, poiché non è raccontato in prima persona. Ha una prefazione e una postfazione, entrambe di autori diversi da Olla. Nel seguito ci si riferisce alla seconda edizione
La prefazione è di Piero Terracina, che – assieme a Shlomo Venezia – era deportato nel campo di sterminio di Birkenau, ov’era  la  protagonista  del libro, Ida Marcheria, coniugata Di Segni. Ed è proprio questa prefazione che mi ha particolarmente colpito: proprio nella prefazione, Terracina cita un episodio che la dice lunga sul  carattere e il temperamento della protagonista.
L’autore del libro, Roberto Olla, che ce lo ha presentato in biblioteca una sera del giugno di quest’anno, ci ha detto di Ida, e della sua passione per il cioccolato. Da buon goloso, conosco il suo negozio da anni, anche perché molto vicino a casa mia. E forse – senza sapere del suo passato – avrò conosciuto anche lei, dato che in quel negozio mi servivo da quando avevo ancora i miei genitori. E il capitolo iniziale (o, meglio, le pagine iniziali, dato che il libro non ha divisioni di capitoli ma è una storia unica) racconta la sua volontà di non perdonare i suoi aguzzini.
La storia è bellissima, e va letta tutta d’un fiato. E non è affatto facile, per chi non è ebreo, dire di una storia della Shoah. Possiamo, noi “gentili”, testimoniare, leggendo queste storie e parlandone con altri, il nostro stupore, orrore, e la nostra comprensione per il popolo ebraico. Il libro non è un romanzo, ma prende le mosse da episodi della vita di Ida proprio per diventare anch’esso testimonianza. Purtroppo la protagonista non è più con noi, ma – oltre questo bellissimo libro, che la fa rivivere – restano anche altre testimonianze (come un breve articolo di Repubblica del 2005).
Il libro, nel racconto, mette a fuoco tante particolarità della questione ebraica com’era vista dai nazisti. E soprattutto pone l’accento sul problema umano che comportava: l’annientamento della personalità degli ebrei internati nei campi. Tutto naturalmente basato sulle parole di Ida, raccontate a Roberto Olla, l’autore, che in molti punti del libro la fa parlare direttamente. E’ probabile che l’autore, oltre che alle parole dirette di Ida, abbia attinto al libro di ricordi di Ida stessa, (“Non perdonerò mai”, Ed. Nuova Dimensione, 2006 [ * ]).
Il libro va letto, quindi non aggiungo nulla a quanto ho già detto sul suo contenuto. Piuttosto voglio dire due parole su due piccoli, preziosi contributi dell’autore, uno che riguarda la personalità di Ida (“Ida. Lei”), e l’altro (“Il silenzio”), formidabile strumento di testimonianza, un testo nel quale l’autore supera addirittura la bellezza del racconto appena fatto.
La postfazione di Donatella Di Cesare, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università La Sapienza di Roma, (“Testimonianza e Negazione”) conclude degnamente l’opera di Olla, e completa quanto dettoda Piero Terracina nella sua prefazione.
Un libro da leggere, sia che si condividano le tesi sulla Shoah, sia nel caso contrario. Senza se e senza ma, mi sento di aggiungere, da buon lettore di libri.




(Lavinio RicciardI)










Roberto Olla, La ragazza che sognava il cioccolato, La Compagnia del Libro, 2014 [ * ]


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LA MEMORIA RENDE LIBERI
post pubblicato in Segre, Liliana, il 8 settembre 2018
 

Un libro-documento, scritto da Liliana Segre, neo-senatrice a vita, con la prefazione di Enrico Mentana, in veste di giornalista e storico della Shoah. Un libro che ha un sottotitolo, “La vita interrotta di una bambina nella Shoah”, che ben si adatta a descrivere la vicenda narrata da Liliana Segre in prima persona nel libro. La prefazione di Mentana attualizza la storia ai nostri tempi, mentre la vicenda narrata è quella di una bambina ebrea che – a otto anni – si vede costretta, da una realtà che non comprende, a cambiare totalmente la sua vita, ed è relativa ad anni lontani dai nostri tempi.
La prefazione di Mentana pone alcune questioni di carattere essenzialmente storico sul fascismo e sui discorsi che Mussolini fece per rassicurare i cittadini ebrei italiani. Siamo ai primi anni Trenta; nel 1938 succede qualcosa che smentisce tutto quello che il Duce aveva detto: vengono promulgate le leggi razziali, il vero motivo per cui la vita di quella bambina di otto anni (e di tanti altri, di età molto diverse) cambia. E Mentana, in chiusura della sua “parentesi storica”, ringrazia la Segre per la sua sincerità e il candore con cui ha raccontato proprio a lui la sua storia. 
Scorrendo l’indice, si comprende già lo sviluppo del racconto. È la storia di una bambina ebrea, che va – come tanti altri suoi correligionari, a causa delle leggi razziali che hanno escluso gli ebrei dalle scuole – a scuola da suore cattoliche (le Marcelline), e la cui famiglia ha una casa di campagna ad Inverigo, in Brianza, dove passa qualche vacanza, mentre abitualmente vive a Milano. Il libro è arricchito da alcune fotografie che l’autrice ha riportato dall’archivio di famiglia, e che ritraggono lei, bambina, assieme ai suoi genitori, oltre a foto dei genitori, dei nonni, del suo matrimonio e dell’incontro con Giorgio Napolitano in occasione del tributo al memoriale della Shoah. 
Liliana e il papà (la mamma, Lucia, è morta quando lei aveva pochi mesi) si sono ritirati ad Inverigo e si preparano alla fuga, come vari amici loro. In breve, mentre – assieme a due cugini dei nonni paterni, i Ravenna – hanno raggiunto la Svizzera, vengono rimandati indietro per “mancanza di spazio”, e ripresi dalle guardie italiane, e sono riconsegnati ai tedeschi. Incarcerati a San Vittore, un giorno sono caricati su di un treno merci, e – dopo un lungo viaggio di sei giorni – giungono al campo di Auschwitz.  
Il libro racconta poi in tre capitoli (7, 8 e 9) la permanenza ad Auschwitz, dove – come in tutte le situazioni precedenti – le donne venivano separate dagli uomini. A Liliana manca ogni notizia del padre; viene destinata al lavoro in una fabbrica di proiettili vicina ad Auschwitz, dove la portano ogni giorno. Deve proprio a questo, dirà lei stessa, la sua sopravvivenza. Nei tre capitoli viene dato risalto alla solitudine e all’annientamento del prigioniero – cosa raccontata da tutti i sopravvissuti alla Shoah, a cominciare da Primo Levi. 
I capitoli che seguono (10 e 11) raccontano quello che accadde ad Auschwitz non appena si seppe che stavano per arrivare i russi: i tedeschi fecero abbandonare il campo a 56.000 prigionieri, avviandoli verso il nord della Germania, Ravensbrück. Durante la lunga marcia,  Liliana viene a sapere per caso della perdita dei suoi nonni Olga e Pippo Segre, che lei immaginava in salvo, in Italia, grazie ad un documento ottenuto da suo padre. La ragazza che le riferisce queste notizie, le dice che i nonni sono stati arrestati e deportati, prima a Fossoli poi ad Auschwitz, dove sono stati uccisi. Dopo Ravensbrück, il gruppo si sposta prima in un campo minore, lo Jugendlager, poi a Malchow. In questo campo minore, Liliana fa un altro incontro, Peppino Levi, un ragazzo conosciuto nel carcere di San Vittore mentre faceva piani di fuga con suo padre; saprà dopo che Peppino è morto a Mauthausen.
Liliana, a contatto con soldati francesi, e in compagnia di un’altra ragazza italiana, Graziella Coen, al termine della sua personale marcia della morte, si rifugia presso i soldati americani. Qui viene curata, lasciata libera di nutrirsi al punto da ritornare grassa (all’arrivo pesa trentacinque chili), e passa il tempo nell’attesa, assieme alla sua amica Graziella, e dormendo. Gli altri prigionieri la considerano una letterata e le chiedono continuamente di scrivere lettere a casa. E dopo quattro mesi, finalmente le dicono che dovranno partire. Al rientro, dopo un impensabile (se confrontato col passato) viaggio di ritorno, Graziella dice che vuole proseguire per Roma, ma rimane con l’amica mentre Liliana torna a Milano. Il ritorno produce incertezza: Liliana si chiede chi troverà. Sbarcata a Milano, va al suo indirizzo in corso Magenta: strada facendo, dato lo stato miserevole dei loro abbigliamenti, ricevono l’elemosina. Giunti a casa, il portiere le scaccia, ma – appena Liliana dice chi è – la accoglie con urla di gioia e – dal cortile – annuncia il suo ritorno a tutto il condominio. Tutti fanno a gara a riceverle ed ospitarle. Liliana alla fine si trasferisce dai suoi zii (Amedeo è il fratello di suo padre), ma non si sente a suo agio: i suoi zii piangono il fatto che solo lei sia riuscita a tornare, non suo padre e non i nonni Segre.
Liliana rimane dai suoi zii, ma vorrebbe vivere da sola. È spesso preda di crisi di sconforto; ha anche, spesso, la tentazione di suicidarsi, ma poi le passa. La sua amica Graziella decide – dato che presso gli zii di Liliana era ancor meno a suo agio di lei – di tornare a Roma. Qui incontra un ferroviere, con cui si fidanza e si sposa, mettendo al mondo due figli. Poi emigrano in Sudafrica, e Graziella – analfabeta - continua a scriverle, per il tramite di uno dei suoi figli. Liliana, dopo due anni, accetta l’invito dei suoi nonni materni, che avevano cambiato casa, di andare a vivere con loro, e lascia gli zii. Decide anche di continuare i suoi studi, interrotti così presto, e torna dalle suore Marcelline, che – al tempo delle sue elementari – l’avevano fatta battezzare. Le suore le offrono di frequentare un corso di lingue; terminato questo con successo, le propongono di studiare privatamente e prepararsi all’esame di licenza ginnasiale. Così fa, preparandosi con due sorelle indicate dalle stesse suore, una che insegna lettere e l’altra materie scientifiche. In un anno Liliana studia il programma di cinque anni (scuole medie e ginnasio) e supera l’esame brillantemente, iscrivendosi poi al liceo, sempre presso le Marcelline. Nel frattempo, in prossimità degli anni ’50, durante una vacanza al mare, Liliana incontra Alfredo, e se ne innamora. È un colpo di fulmine per entrambi: gli zii osteggiano – come si faceva allora – la frequentazione; Alfredo che viveva a Bologna, veniva a Milano di sabato per vederla, ed andavano al cinema. Si sposano nel 1951, e lo zio avverte lo sposo che – probabilmente – a causa dei trattamenti subiti ad Auschwitz, Liliana non potrà aver figli. Ma la vita smentisce queste previsioni, e di figli, dal matrimonio, ne sono nati tre; due maschi e una femmina (Alberto, Luciano e Federica). La vita in coppia fu un’esperienza bella e nuova per Liliana, che vide nel marito non solo il suo compagno, con cui poter parlare di tutto, ma anche un protettore.
Mi sono accorto di aver ecceduto nel racconto, ma la storia che Liliana racconta nel suo libro è davvero coinvolgente. Ora, però, lascio ai lettori la scoperta degli ultimi capitoli. Voglio solo sottolineare una frase, in chiusura del libro, che dà l’idea del valore di questa testimonianza. Eccola: «… Quella bambina ebrea che quasi non sapeva di esserlo è divenuta una donna ebrea che ha scelto di assumersi il peso e la responsabilità della memoria …» E aggiungere anche una considerazione in merito al titolo, che appare come una parafrasi del motto che c’è sul cancello di Auschwitz: che dice “Il lavoro rende liberi”, per cercare di mascherare da “campo di lavoro” il campo “di sterminio”; il titolo di questo libro è “la memoria rende liberi”, come dire che è il ricordo di quanto accaduto che libera la mente e la psiche dal fatto stesso. Consiglio di leggere questo libro a tutti: l’autrice non rende mai la sua narrazione pesante o dolorosa, ed è questo il suo principale merito.


(Lavinio Ricciardi)








Enrico Mentana, Liliana Segre, La memoria rende liberi, Rizzoli, 2015 [ * ]


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LA GUERRA E' L'UNICO PENSIERO CHE CI DOMINA TUTTI
post pubblicato in Gabrielli, Patrizia, il 20 luglio 2018
 

Questo libro è tra quelli del Premio delle Biblioteche di Roma. Nel centenario della Grande Guerra l’autrice mette al centro della narrazione i pensieri e le esperienze di chi, in quegli anni, era bambino, bambina o adolescente. Per far questo attinge al ricchissimo materiale conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e indaga la vasta letteratura destinata a bambini, ragazzi, e anche giovani donne. La dimensione del conflitto impone la partecipazione di tutti e tutte. Per giungere a questo è necessario connotare e dileggiare il nemico (lo sciocco Otto Kartoffen del Corriere dei Piccoli), indicare eroine che si sacrifichino per il nazionalismo (come Maria Albriani di Ala), costruire personaggi, soprattutto femminili, che sappiano declinare l’amor di patria all’interno della famiglia. 
È interessante la parte che riguarda la costruzione di un nuovo modello di donna, nata dal Risorgimento, che attraverso lo studio e l’istruzione sa realizzarsi come figura attiva e dinamica, capace di rispondere agli eventi drammatici della guerra. Come Fanny, che diviene crocerossina e riesce, in questo modo, a porsi in modo autonomo e indipendente dalla famiglia di origine. 
Molte ragazze, all’epoca, tenevano un diario. Il libro sottolinea l’importanza dello scrivere di sé, pratica di riflessione e autocoscienza che contribuisce a una più ricca consapevolezza del proprio valore.


(Rita Cavallari)








Patrizia Gabrielli, La guerra è l'unico pemsiero che ci domina tutti, Rubbettino, 2018 [ * ]
LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 20 dicembre 2017
 

Nel visitare la mostra “Più libri più liberi”, edizione 2017, tenutasi presso “La Nuvola” di Fuksas, ho trovato nello stand della Editrice Progetto Cultura questo pregevole libro, che – da ex alunno del liceo Giulio Cesare di Roma – mi sono affrettato a comprare e a leggere.
Voglio riportare qui delle brevi impressioni, destinate al circolo di lettura “Villa Leopardi” delle Biblioteche di Roma.
Debbo dire subito che la lettura del libro mi ha subito prodotto un “ritorno” all’età di quando ho frequentato il liceo: era l’anno 1952! Un tuffo e una conseguente emozione, che è rientrata, dopo poche pagine, per far posto ad una emozione più profonda, quella di leggere un libro di storia che parla – tra l’altro – del tempo della mia adolescenza. E questo aspetto è senz’altro evidente negli scopi che il libro si prefigge, come la presentazione della Preside prof.ssa Paola Senesi sottolinea. 
La struttura del libro che il Prof. Fulci (che è stato prima allievo e poi insegnante del Giulio Cesare) ha redatto si può evidenziare scorrendo l’indice, suddiviso in tre parti, rispettivamente Introduzione, Parte Prima: Dalle origini al sessantotto, e Parte seconda: Il sorpasso. Senza entrare nel merito delle suddivisioni di ciascuna parte, l’Introduzione è proprio una presentazione sintetica dell’opera e dei suoi scopi, che l’autore premette per togliere ogni dubbio a chi si accinge a leggere il libro, e nella quale – dopo una parte di carattere personale, in cui ho ritrovato una figura (il prof. Vegezzi) che ricordo dal ginnasio – l’autore distingue le quattro epoche in cui la storia del Giulio Cesare può suddividersi: dalle origini (1936) al dopoguerra, dal dopoguerra al ’68, dal sessantotto alla caduta del muro di Berlino, e da questa fino ai nostri giorni.
Evito di parlare approfonditamente del testo, come è mio costume, per non sciupare la sorpresa ai lettori. Il testo è molto arricchito da varie fotografie, che consentono all’autore di analizzare le “popolazioni” di alunni del liceo, e trarne paralleli circa la crescita dei liceali nel tempo. Ciò rende il libro ancora più interessante del semplice aspetto storico, e le considerazioni lo rendono un testo anche ricco di considerazioni sociologiche. 
La storia dell’autore alunno del liceo si presta a varie considerazioni. Mi accomuna a lui il fatto che – date le mie tendenze – avrei anche io preferito fare lo scientifico, e – come risulta proprio dalla fine della prima parte, quella legata al periodo post-bellico – altra “bestia nera” del prof. Fulci alunno era il greco (le stesse difficoltà così ben espresse le ebbi io, e furono aggravate anche dall’aver avuto due professori di latino e greco in tre anni, il temuto prof. Martella e il buon prof. Carta, non nominati nel libro in quanto non più presenti all’epoca in cui Fulci frequentò il liceo da studente). Ottime invece le descrizioni delle personalità dei presidi, tra cui spicca il prof. Dal Cerro, e la sua abitudine di venire al liceo in bicicletta. E ancora degna di nota la descrizione delle attività scolastiche “di laboratorio”, che consentivano di approfondire le discipline propriamente scientifiche.
Le attività propriamente “non scolastiche” (cineforum, teatro), accennate al momento in cui furono avviate, hanno larga parte nella seconda metà della seconda parte. Mi hanno incuriosito non poco perché ai miei tempi ancora non c’erano: soprattutto il cineforum mi avrebbe appassionato e coinvolto, cinefilo qual’ero proprio negli anni del liceo!
Non voglio dilungarmi ancora nel racconto: il libro è davvero pregevole e per apprezzarlo va letto (possibilmente anche più di una volta). Voglio solo citare una coincidenza che mi ha rallegrato non poco: la copertina è opera di Caterina Capalbo, ex alunna del Giulio e componente del nostro circolo di lettura. Buona lettura ad ex alunni e non!



(Lavinio Ricciardi)









Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare. Cronistoria di un Liceo romano, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]

IL GANGLIO
post pubblicato in Peronaci, Fabrizio, il 31 gennaio 2017

Uno degli elementi ricorrenti dei misteri irrisolti, che costellano la storia dell'Italia repubblicana, è certamente l'opacità dei centri di potere coinvolti, ossia la capacità di proteggere i segreti che potrebbero condurre alla verità attraverso un continuo gioco di specchi, di false rivelazioni, di sottili menzogne che compromettono l'oggettiva ricostruzione dei fatti. Montagne di informazioni, indizi, talvolta prove raccolte con pazienza dal lavoro degli inquirenti: ma poi si arriva quasi sempre a un punto in cui le indagini si bloccano, i processi si ripetono, gli atti si accumulano senza una chiave di lettura unitaria, che permetta di fare il passo successivo. I protagonisti passano ma le istituzioni - e i segreti - restano, custoditi da una rete di protezione invisibile, eppure capace di stendere un velo di ostinato e prolungato silenzio. Ed è quì che entra in gioco il lavoro insostituibile del giornalismo d'inchiesta, che non si accontenta dei comunicati ma cerca i fatti che vi stanno sotto, nella convinzione che la loro conoscenza rappresenti un diritto civile fondamentale. Il ganglio di Fabrizio Peronaci si inserisce a pieno titolo in questo filone giornalistico, fornendo nuovi particolari su un caso di cronaca nera che ha coinvolto le istituzioni laiche e religiose fino ai massimi livelli. Si tratta dei rapimenti di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, avvenuti a Roma rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983. Se in quegli anni i sequestri di persona non rappresentavano una rarità, ciò che tuttavia apparve subito strano fu il fatto che entrambe le ragazze non erano legate all'estremismo politico, nè provenivano da famiglie facoltose della capitale. Emanuela Orlandi, inoltre, era una cittadina vaticana, e il suo stato civile la collega a uno dei periodi più oscuri e drammatici della storia recente della Santa Sede: sono gli anni immediatamente successivi al fallito attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Lo stesso attentatore, il terrorista turco Alì Agca, ha fatto più volte riferimento alle sorti della ragazza; ma la sua collaborazione con la giustizia italiana è stata tutt'altro che lineare e credibile, quanto piuttosto piena di suggestioni millenaristiche, tirate megalomani e soprattutto di imbarazzanti reticenze. La svolta, raccontata da Peronaci, matura nel 2013 all'indomani dell'elezione di papa Francesco. Complice il clima di apertura, che il nuovo pontificato porta con sè, si fa avanti per la prima volta un personaggio fino ad allora mai coinvolto in nessuna inchiesta riguardante il caso Orlandi. E' il fotografo romano Marco Fassoni Accetti, di cui Peronaci ha non solo ricostruito la versione dei fatti, ma ha pure allargato il raggio delle ricerche, proponendo una serie di riscontri con altri episodi avvenuti in quegli anni lontani, fino ad oggi non messi in relazione tra loro. Fassoni Accetti, per sua stessa ammissione, avrebbe avuto un ruolo attivo nel sequestro di Emanuela, fungendo da telefonista. Ma la novità più interessante del libro risiede nella ricostruzione della lotta di potere all'interno del Vaticano, collocata nello scenario geopolitico della Guerra Fredda che nei primi anni Ottanta raggiunge uno dei livelli di massima tensione. Sono gli anni dei boicottaggi reciproci in occasione dei giochi olimpici di Mosca (1980) e Los Angeles (1984), ma soprattutto della corsa agli armamenti nucleari e del loro dispiegamento nel quadrante euro-mediterraneo. Gli anni di Solidarnosc in Polonia, e del papa polacco che sostiene il sindacato libero di Lech Walesa, promuovendo un deciso cambiamento di rotta nella politica estera della Chiesa cattolica in chiave anticomunista su scala mondiale. Il ganglio vaticano, a sua volta, era una rete di alti prelati, laici, alti funzionari dei servizi segreti italiani - nonchè alcuni esponenti della criminalità organizzata romana - che spingeva nella direzione opposta, riconoscendosi piuttosto nella Ostpolitik vaticana, ovverossia la politica prudente e realistica, volta a normalizzare i rapporti con il blocco dei Paesi dell'Est, promossa dall'allora Segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli. E anche se la recente archiviazione, disposta dal Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina, appone il sigillo definitivo al procedimento giudiziario, l'interpretazione dei fatti fornita dal Ganglio riceve piuttosto una conferma indiretta da un'altra inchiesta giornalistica, confluita nel volume Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi. Il nucleo documentario del libro di Nuzzi è costituito dal poderoso archivio di monsignor Renato Dardozzi, deceduto nel 2003, dopo aver ricoperto incarichi di grande rilievo e nel più assoluto riserbo presso la Segreteria di Stato. Proprio dall'esame delle carte - rese pubbliche per volontà testamentaria dell'alto prelato - emerge un quadro segnato dalla lotta di due cordate per il controllo finanziario del Vaticano, allora profondamente scosso dal crollo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Da una parte l'Opus Dei, disposto a sostenere generosamente l'impegno anticomunista di Karol Wojtyla e a coprire la voragine aperta nel bilancio dell'Istituto per le Opere di Religione, il più importante organo economico e finanziario Oltretevere; dall'altra, una fazione eterogenea ma comunque acerrima rivale della prima, i cui contorni possono essere sovrapposti a quella della rete delineata da Peronaci. Insomma, se il caso Orlandi per la magistratura romana è chiuso definitivamente, lo stesso non può dirsi per le inchieste giornalistiche o per le ricerche degli storici contemporanei, che non devono sottostare ai vincoli della prescrizione. Spetta a costoro il compito di chiarire i contorni di una vicenda che il tempo può sbiadire, ma non cancellare completamente. Qualche volta, infatti, succede proprio il contrario: che il trascorrere del tempo finisca per sollevare il velo su fatti, persone, reti di relazioni, che hanno perduto il loro potere deflagrante, ma che ancora possono aiutare a comprendere un frammento del nostro recente passato.


(Fabrizio Chiappetti)







Fabrizio Peronaci, Il ganglio, Fandango, 2014 [ * ]
                                                                                                                            



EVA MOZES KOR
post pubblicato in Mozes Kor, Eva, il 30 settembre 2016
 

"Oggi dopo la sessione pomeridiana della Corte, mi sono avvicinata a Oskar Groening. Voleva alzarsi. Ho detto: «ti prego non farlo, non vogliamo una ripetizione dell'ultima volta». Gli ho appena stretto la mano e ho detto: «ho apprezzato il fatto che sei stato disposto a venire qui ad affrontarci. Ma vorrei fare un appello ai vecchi nazisti che sono ancora vivi a farsi avanti e ad affrontare il problema dei neo-nazisti in Germania oggi. Perché questi giovani fuorviati tedeschi che vogliono far tornare Hitler e il fascismo non potranno ascoltare Eva Kor o qualsiasi altro sopravvissuto. Puoi dire loro che eri ad Auschwitz, eri coinvolto con il partito nazista, ed era una cosa terribile»
Mentre stavo parlando con lui, mi ha preso e mi ha dato un bacio sulla guancia. Beh, io probabilmente non mi sarei spinta a tanto, ma credo che sia meglio di quello che mi avrebbe fatto settanta anni fa. 
Di tutto ciò che è accusato - dico che è colpevole. Gli ho detto che il mio perdono non mi dispensava dall'accusarlo né che lui si prendesse la responsabilita' delle sue azioni. E ho detto ai media che lui era un piccolo ingranaggio in una grande macchina di assassinio, e che la macchina non poteva funzionare senza i piccoli ingranaggi. Ma ovviamente lui è un essere umano. La sua risposta è proprio ciò di cui parlavo quando dicevo che non si può prevedere cosa potrebbe succedere quando qualcuno dalla parte delle vittime e qualcuno dalla parte dei carnefici si incontrasse in uno spirito di umanità. 
So che molte persone mi criticheranno per queste immagini, ma va bene così. E' l'incontro di due esseri umani settant'anni dopo ciò che è successo. Per quanto mi sforzi non capirò mai perché la rabbia è preferibile a un gesto di buona volontà. Mai niente di buono viene dalla rabbia. Ogni gesto di buona volontà di cui si parla nel mio libro vincerà ogni volta la rabbia. L' energia creata dalla rabbia è un'energia violenta. 
Mi dispiace per Oskar Groening per una sola ragione: ha vissuto una vita infelice. Penso che se io fossi il giudice, gli farei una domanda: «hai vissuto una vita felice?». Quando si guarda indietro, lui probabilmente non può essere fiero di niente, e vede che ha sbagliato. Così giudica se stesso. 
Lo scopo di questo processo dal mio punto di vista non è di condividere con lui una parte della mia mente ma di insegnare ai giovani neo-nazisti che Auschwitz è esistito. Si può fingere e dire che non è così, e se io lo testimonio e dico che è avvenuto veramente, mi destituiscono di credibilità perche' sono ebrea e ho un interesse a raccontare questa storia. Ma un ex nazista non ha interesse nel dire che Auschwitz è esistito - in realtà lui ha interesse a negarlo. 
Il 99.9% dei colpevoli moriranno senza rendere testimonianza. Avrei preferito che ogni nazista, ogni colpevole, entro un termine ragionevole - non settant'anni ma molto, molto più in fretta - fosse uscito allo scoperto e avesse confessato quello che aveva fatto. Per questo semplice motivo devo riconoscere che Groening ha almeno fatto uno sforzo. Non penso che sia un eroe per questo, ma almeno lui è stato disposto ad ammettere la sua colpa in una pubblica corte. 
Mi domando: cosa vogliamo in futuro? Vogliamo continuare a puntare il dito e che l'accusato resti in un angolo e l'accusatore nell'altro, senza mai incontrarsi? Guarda il mondo: non funziona. Tutto ciò che abbiamo e' gente che senti arrabbiata, persone che vanno in giro a fare cose folli. 
Quando succedono cose tragiche, dobbiamo sederci e discutere, quali sono le opzioni per le vittime e per i carnefici? La maggior parte delle persone sono solo qui in tribunale per accusarlo di cose che lui ha già ammesso. Quindi ora cosa dobbiamo fare? Non credo che dovremmo alzare una statua in suo onore, ma può servire come un buon esempio per i giovani che cio' a cui ha partecipato è stato terribile, che era sbagliato, e che è dispiaciuto di averne fatto parte. E' un messaggio che ha una qualche utilità per la società. 
Se fosse dipeso da me, il dialogo tra i sopravvissuti e i carnefici sarebbe dovuto iniziare tanto tempo fa. E avrebbe aiutato i sopravvissuti e forse li avrebbe aiutati a guarire se stessi, ma ancor di più a non passare il dolore ai loro figli. 
Le mie idee sulla vita sono molto singolari, lo so che sono in minoranza - magari la minoranza di una sola persona. Lo so come la società ti vede, ma da come la vedo io, la società, non credo che stia andando molto bene. Quindi quello che sto dicendo è che forse dovremmo provare qualcos'altro. E la mia idea è che le persone dal lato delle vittime, e le persone dal lato dei carnefici si avvicinino, guardino in faccia la verità, provino a guarire, e lavorino insieme per evitare che accada di nuovo".

 

Oskar Groening era il contabile di Auschwitz. Aveva lavorato nel campo di sterminio dal 1942, quando aveva ventuno anni: si occupava della classificazione, valutazione e registrazione dei beni sequestrati ai deportati - quasi tutti ebrei ungheresi nel suo caso - avviati verso le camere a gas. Oskar entrò nel partito nazista e nelle SS allo scoppio della guerra e - visto che era un contabile - venne prima mandato a occuparsi di un ufficio paghe delle SS e ben presto, quando cominciò l'attività del campo, ad Auschwitz: l'incarico era di gestire i beni sequestrati ai deportati. In particolare, doveva soprattutto occuparsi di banconote e monete, classificarle e inviarle a Berlino. Groening ha sempre dichiarato di non aver partecipato direttamente alle uccisioni dei prigionieri del campo. Non ha mai negato il suo lavoro ad Auschwitz, ed ha sempre riconosciuto l'enormità delle atrocità compiute nei campi di sterminio nazisti. In particolare, ha espresso il desiderio di contrastare con i suoi racconti e le sue ammissioni ogni tipo di negazionismo dell'Olocausto. Secondo la difesa di Groening, il suo lavoro non ha facilitato il genocidio. L'accusa invece ha sottolineato come la sua occupazione fosse funzionale alla macchina dello sterminio. Nel '44 venne assegnato a un'unità di combattimento delle SS e fu preso prigioniero dagli alleati. Nel 1948 tornò in Germania e come la maggior parte dei militari tedeschi sopravvissuti, ritornò alla vita "normale", da contabile, civile. Negli anni '80 però Groening sentì il bisogno di scrivere un memoriale, soprattutto per i figli, con quanto sapeva e aveva visto di Auschwitz e lo scrisse soprattutto per smentire chi negava l'Olocausto. Poi, a metà degli anni 2000 e ancora nel 2013, attraverso alcune interviste, il suo racconto divenne pubblico. Nel 2014, un tribunale tedesco lo ha incriminato con l'accusa di complicità nell'omicidio di trecentomila persone ad Auschwitz. [ * ] [ * ]
Eva Mozes e la sorella gemella Miriam sono nate nel piccolo villaggio di Portz, in Romania, il 30 gennaio 1934. La vita per la famiglia Mozes era stata buona per anni, ma nel marzo del 1944 le fu detto di raccogliere poche cose, perché stava per essere trasferita. Fu portata in un ghetto a Simleul Silvanei e poi deportata ad Auschwitz. Quì le due gemelle furono separate dalla madre e isolate in vista degli esperimenti del dottor Mengele. Eva ha poi dichiarato: "Durante gli esperimenti mi sono state fatte cinque iniezioni. Ho sviluppato una febbre altissima. Tremavo, le mie braccia e le mie gambe erano gonfie, di enormi dimensioni. Mengele e il dottor Konig e altri tre medici sono venuti la mattina successiva. Essi... hanno guardato la mia tabella di febbre, e il dottor Mengele ha detto: «Peccato, lei è così giovane. lei ha solo due settimane di vita ...»". Il fatto che Eva e Miriam siano sopravvissute ad Auschwitz è stato un miracolo in sé, in quanto solo pochi singoli gemelli erano ancora vivi al momento che il campo fu liberato. Dopo la liberazione del campo, Eva e Miriam sono state i primi due gemelli inquadrati nel famoso film preso dai sovietici - spesso mostrato in filmati sugli orrori della Shoah. In qualche modo l'immagine è fuorviante. I gemelli di Mengele non indossavano uniformi a strisce. Erano i soggetti preferiti di Mengele, e gli veniva concesso un trattamento speciale, come l'essere in grado di mantenere i propri capelli e vestiti, e ricevere razioni di cibo extra. Fino a quando rimanevano in buona salute e utili per Mengele erano tenuti in vita. [ * ]



Nel 1950 Eva e Miriam hanno ricevuto i visti per Israele e si sono trasferite. Sono diventate membre di un kibbutz, popolato per lo più da orfani. Nel 1952 sono state inquadrate nell'esercito israeliano. Eva ha studiato redazione editoriale e Miriam è diventata un' infermiera. Nel 1960 Eva ha sposato un turista americano, Michael Kors, anche lui un sopravvissuto del campo di concentramento, ed è venuta a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi a Terre Haute, Indiana. Nel 1985, quaranta anni dopo la liberazione di Auschwitz, Eva Mozes Kor, Miriam, e altri sopravvissuti sono tornati ad Auschwitz e successivamente hanno condotto un finto processo a Josef Mengele in Israele, che ha ricevuto l'interesse della stampa internazionale. Eva Mozes Kor è autrice di libri sulla sua esperienza ed ha parlato in oltre quattrocento scuole, università, conferenze, sinagoghe, e gruppi civici. E' la fondatrice del Museo dell'Olocausto e Centro di formazione a Terre Haute, Indiana, e della CANDLES, un acronimo che sta per "Bambini di esperimenti di laboratorio di Auschwitz sopravvissuti". Questa organizzazione ha localizzato e riunito molti sopravvissuti degli esperimenti e si dedica a "guarire il dolore, insegnare la verità, evitare i pregiudizi". [ * ]
Da adulte Eva e Miriam hanno sofferto di gravi problemi di salute. Eva ha avuto degli aborti ed ha sofferto di tubercolosi. Suo figlio ha avuto il cancro. I reni di Miriam non si sono mai pienamente sviluppati ed è morta nel 1993 di una rara forma di cancro, probabilmente causata dagli esperimenti medici sconosciuti e dalle iniezioni cui era stata sottoposta da Josef Mengele.
Nell’estate del 2013 Eva ha incontrato ad Auschwitz un personaggio che l'ha colpìta per l’"estrema intelligenza". Si tratta di Rainer Hoss, nipote di quel Rudolf Hoss che era comandante del lager quando lei vi si trovava, impiccato dagli alleati nel 1946 [ * ] [ * ]. Rainer ha rotto ogni rapporto con la famiglia d’origine nel 1985, dedicandosi ad educare le nuove generazioni su come "riconoscere e sconfiggere il Male del nazismo". Solo nel 2014 Rainer Hoss ha parlato in oltre settanta scuole tedesche. A un anno dall’incontro la sopravvissuta Eva ha chiesto al nipote del suo aguzzino se avrebbe accettato di essere adottato da lei, che ha superato gli ottanta anni. Rainer ha accettato e la notizia ha fatto il giro del mondo. Ma Eva Mozes Kor precisa che "non sempre andiamo d’accordo", come nel caso del “perdono per i nazisti": lei infatti non condivide la rottura di Rainer nei confronti della sua famiglia, vorrebbe che si riconciliassero "perché solo così ci possiamo davvero emancipare dal Male di Hitler". [ * ] [ * ] [ * ]



Eva Mozes Kor, Mary Wright, Echoes from Auschwitz: Dr. Mengele's Twins: The story of Eva and Miriam Mozes, Paperback, 2000 [ * ]
Eva Mozes Kor, Lisa Rojany Buccieri, Surviving the Angel of Death: The True Story of a Mengele Twin in Auschwitz, Paperback, 2012 [ * ]

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MAITI GIRTANNER
post pubblicato in Girtanner, Maiti, il 29 settembre 2016
 

Torturata da un medico della Gestapo, la resistente cattolica e pianista Maiti Girtanner, nota per aver perdonato in nome della sua fede colui che era stato il suo carnefice durante la seconda guerra mondiale, è morta il 28 marzo 2014 all'età di 92 anni.
"Io non voglio fare della mia vita una tragedia". Eppure Maiti ha pensato al suicidio per anni. Ma l'abitava una presenza. Il Dio della sua giovinezza le ha donato di attraversare l'orrore e di poter rileggere la sua vita alla luce di un'altra passione, quella di Cristo.
La immaginiamo sulla sua bicicletta, pedalando in campagna, sotto il naso dei tedeschi, portando ad alcuni delle notizie, ad altri delle armi... Il naso in aria, fiera e altera, giovane e bella, spensierata e animata da un grande desiderio di vita. I tedeschi sono lì, sul bordo della Vienne, l'altro lato è la zona franca. Siamo nel giugno del 1940, il Vieux Logis, la vecchia casa di famiglia di Maiti è stata requisita.
Maiti ha perso il padre all'età di tre anni, è cresciuta con il nonno, musicista, compositore e docente al Conservatorio di Parigi, che scopre in lei una reale disposizione verso il pianoforte. A dodici anni ha interpretato il suo primo vero concerto; una promettente carriera si apre davanti a lei. Da quel momento ha chiesto al Signore: "Se vuole che parli con lui suonando il pianoforte... mi lascerò trasportare dalla musica". La bambina ha già un rapporto di intimità e di fiducia con il Signore.
"Ho capito che la verità è una persona, Gesù Cristo. Mi ha bruciato per trasmettere e proclamare questa verità".
Ma a diciotto anni i tedeschi sono a casa, e Maiti non solo entrerà nella Resistenza, ma fonderà un proprio gruppo: "Ho creato un gruppo di piccola resistenza, quasi tutti studenti, in modo perfettamente inimmaginabile...": si traversa la Vienne in barca per aiutare i clandestini a muoversi nella zona franca, recuperare le carte di identità della regione di Dunkerque, per Londra dove si organizza lo sbarco, chilometri in bicicletta per passare informazioni, falsificando documenti... tutti rischi e sempre con la "paura nella pancia". Ama definirsi "piccola formica della Resistenza" in mezzo a tante altre.
Infine Maiti viene obbligata a suonare il pianoforte ad una festa organizzata dal capo della Gestapo a Parigi. Al termine del concerto contratta la sua remunerazione con il rilascio di due o tre suoi compagni. Sei o sette volte Maiti ha la presunzione di fare quella richiesta e ottenere il rilascio dei suoi amici "sopra ogni sospetto, arrestati per errore".
Alla fine del 1943 è arrestata anche lei. Lo stesso capo della Gestapo lo ritiene un errore, ma il velo è strappato, e scopre chi è la piccola! "Orgoglio ferito a morte di essere stato ingannato da una ragazza, quindi una punizione esemplare: trasferimento in un luogo segreto di rappresaglia (...) dove il medico-carnefice dovrà perseguire il maggior danno possibile... Fu la scoperta a ventuno anni dell'orrore della sofferenza inflitta da medici che sapevano quello che stavano facendo".
Lasciata per morta, viene salvata dalla Croce Rossa. Rimane otto anni ricoverata in ospedale, non può suonare il pianoforte, e vive in uno stato di sofferenza giorno e notte. Ma a settantacinque anni Maiti ha testimoniato con la sua vita "che il male non è il vincitore". 
"Dal primo giorno in cui ho fatto scappare dei prigionieri e fino a quando non sono stata presa io stessa, ho vissuto giorno e notte nella paura. In una paura terribile. Ma sono sempre andata avanti. E' stato il modo per me di arrivare fino alla fine. Mi sono sempre chiesta dove fosse il mio "fino alla fine"".
Come una fiamma dentro di lei, una fiamma che brucia al centro della vita nella battaglia al fine di non lasciarsi piegare dagli eventi, è la verità che cercava fino alla fine.
"Quando ho iniziato a fare la Resistenza ero consapevole di entrare in una situazione di pericolo. Ecco perché non potevo aspettarmi che mi si facesse un regalo. (...) Ma anche la coscienza, data dalla grazia, di una missione da compiere, per quanto piccola potesse essere. Anche se questo è un compito da formica rispetto all'immensità del disastro della Francia schiacciata e occupata".
Dopo tre anni di resistenza attiva ed efficace, la "formica" viene arrestata.
Maiti è la più giovane tra i diciannove prigionieri del gruppo. Si rende conto che se rimangono prostrati in un silenzio morboso diventeranno pazzi. Così parla loro e dice di Dio, della sua fede nel "Dio che ama di un amore folle, verso il quale andiamo". Parla della vita eterna dopo la morte. Rispetta le credenze di tutti ma allo stesso tempo propone di offrire una preghiera a Maria insieme. "Dopo aver iniziato un discorso che è stato molto utile".
Da suo padre Maiti ha ricevuto una fede protestante. Molto giovane è stata introdotta alla lettura della Bibbia. Ha visto questa Parola del Dio vivente, che ha ammonito la sua memoria, una memoria spirituale che fa parte di se stessa e che può parlare.
Per quanto può non si lascia confinare in una terra di nessuno, e la parola è un modo per lei di "osare e stare ferma". Anche il giovane medico ha trovato grazia ai suoi occhi; lei non capisce come un uomo di ventisei anni può diventare il carnefice del suo fratello. L'uomo non è crudele per natura, Dio non ha voluto che l'uomo sia crudele. Ha queste meravigliose parole: "Ho sempre pensato che la sfortuna era più sul lato del carnefice che su quello della vittima".
Maiti ha sempre la stessa domanda: "fino a che punto arriva il mio andare fino in fondo?" È giunto alla fine? Non riesce sempre a parlarne. Ha poi fatto un gran silenzio, ha perso l'uso della parola. Eppure, quando Maiti esce fuori da questo inferno, ha una sola idea: "perdonare l'uomo che l'ha distrutta".
Maiti osa essere forte, osa sfidare i tedeschi sotto i loro occhi, si fa carico di rischi che la mettono in pericolo e in prigionia lei osa parlare, lei osa attraversare un muro di silenzio che è davvero una prigione. E' viva. Osa, non importa cosa, per dimostrarlo. Lei osa la vita fino alla fine, per essere libera. E il desiderio di perdono per quest'uomo è un desiderio di vita, per lui e per lei. "
Posso dire di essere viva se questo non riguarda che la mia sola persona? Qual è il diametro del "mio cerchio di vita?""
La sua lucidità dopo questi eventi è sorprendente: "Due desideri si sono imposti su di me mio malgrado. Il primo era il desiderio folle di perdonare colui che mi aveva distrutta. Ma in che modo? Era anche possibile? Il secondo è stato quello di cercare ciò che mi rimaneva come opportunità di servire. Questi due desideri non mi hanno mai lasciata".
Vive anni difficili di sofferenza fisica e morale, di rinuncia, di solitudine, momenti in cui tutto si ferma.
"Il mio deserto: tutto era violento contrasto. Mi sentivo come un luogo di tentazione, con forme di negazione: fuggire, stordirmi o ammalarmi in un universo ben chiuso in se stesso; e altrettanto intensamente mi sono resa conto che il mio sradicamento era in realtà una mancanza di radicamento... L'ho sperimentato come un luogo di privazione e di vuoto; e ho percepito confusamente che vi avrei ricevuto la mia vocazione. Lungo sarebbe l'inventario... Infine, ho avuto la possibilità di scegliere tra la disperazione dei ribelli o l'immersione in una fiducia persa e sconcertata. Le situazioni-limite ci costringono a scegliere l'essenziale".
Sempre messa davanti alle scelte, Maiti è logica, umana e intelligente, conosce le regole del gioco: è una sua scelta, nessuno sceglie per qualcun altro.
Tra il desiderio e la realtà, il perdono è un processo lungo.
"Questo non è qualcosa che è così, come un miracolo durante la notte. Dobbiamo desiderare la durata, devi avere una voglia matta, un desiderio che è una grazia".
Per quaranta anni Maiti prega ogni giorno per lui fin dall'inizio della sua preghiera. "Ma possiamo mai sapere se abbiamo perdonato?" Lei non forza la sua unica preghiera. E' consapevole del fatto che "questo è un passaggio del cuore che è molto difficile. Non sapevo se ero in grado di arrivarci. Nel caso in cui non ci fossi riuscita, ho chiesto a Dio di fare per me. Il mio desiderio era lì".
Il suo secondo desiderio "è stato quello di cercare quello che mi rimaneva come opportunità di servire".
Maiti soffriva terribilmente nel suo corpo, ma la sua "testa rimaneva libera" e andava a seguire delle lezioni alla Sorbona su una barella. Lei, che all'età di dodici anni ha capito che la verità è una persona, Gesù Cristo, diventerà una professoressa di filosofia e insegnerà l'amore della verità. Data la sua disabilità, può beneficiare solo di poche ore al giorno al di fuori del suo letto. I suoi studenti saranno giovani che si preparano ad una carriera artistica di alto livello, che avrebbe potuto essere la sua.
Per il suo cammino spirituale, è terziaria dell'ordine di San Domenico, il cui motto è "Veritas", ed è diventata uno dei perni della Fraternità domenicana dei malati.
La sua ricerca, il suo "fino alla fine" non si ritrae nonostante le avversità, la sofferenza e le prove. Il suo "fino alla fine" diventa un cammino di "Resistenza" dentro di lei.
Non lasciate che il vostro "nemico" entri nel vostro cuore e prenda il posto della vita, ha detto il salmista. Il nemico non è necessariamente una persona. Ma i pensieri nefasti, negativi, senza speranza, ai confini del dolore sono spesso i nostri nemici. La resistenza al male in tutte le sue forme è necessaria, perché "Dio non vuole il male, e questo è ciò che ci contraddistingue". Aggiunge "la sofferenza è un male e rimane un pericolo permanente da non sottovalutare. Eppure, nella sua morsa che non si dimentica facilmente, nulla è perduto ... e, infine, non è il male che vince".
"Quando ho trovato questa relazione persona a persona con Gesù, ho scoperto che Dio non aveva voluto che facessi questo cammino di sofferenza e di orrore. Ho capito che al centro di questa sofferenza è entrato dentro di me quasi fisicamente con la sua presenza, la sua vicinanza. Si è unito a me in un male che gli uomini erano perfettamente in grado di creare da se stessi. Dio non ha voluto il male che solo alla fine per farmi avvicinare a Lui. Dio mi ha raggiunto in un male terribile, perpetrato da uomini, per aiutarmi a uscire e costruire me stessa prima, per poi portare con il mio consenso qualcosa agli altri".
Spinta da un forte desiderio di perdonare Leo, il suo torturatore, Maiti rimane fedele al suo desiderio. Non può essere sicura di avere veramente perdonato quest'uomo, così lei prega per lui ogni giorno. E nel 1984, "ricevo una telefonata. Ho immediatamente riconosciuto la sua voce: «Mi puoi ricevere?». Ho avuto l'impressione che la casa mi cadesse in testa. Ero allettata, in un periodo molto doloroso. Mi sono sentita che rispondevo: «Vieni»". Ha ricevuto quest'uomo venuto a parlare della morte. Era molto malato e non gli restavano che poche settimane di vita. Ha cercato quella ragazza che nel campo parlava di dopo la morte; le parole ascoltate "erano entrate dentro di lui come l'olio". 
Maiti gli parla dell'amore di Dio per tutti gli uomini. A seguito di questo, "quest'uomo, che era molto bello, abbassò la testa e disse con grande umiltà, come un bambino: «ma cosa posso fare adesso?» - «L'amore ... dona subito amore intorno a te, parla con Dio, balbetta, Dio abita tutte le creature, anche le più ottenebrate...".
Quest'uomo ha paura, paura della morte. Questa storia è davvero incredibile! Quest'uomo che torna dopo quarant'anni è nell'ordine del miracolo, della volontà di Dio. Mi fa comprendere che l'amore, il perdono, la vita sono più forti del male.
Ascoltiamo Maiti: "Alla partenza, era in piedi alla testa del mio letto, un gesto irrefrenabile mi sollevò dal mio cuscino pur facendomi molto male, e l'ho abbracciato per lasciarlo nel cuore di Dio. E lui umilmente mi ha chiesto "Perdono". Era il bacio di pace che era venuto a cercare. Da quel momento sapevo di averlo perdonato".
Quanta profondità in questo scambio!
Un lungo viaggio quello del perdono; come un'avventura, una ricerca, quella di cercare sempre la verità. La semplice verità della realtà apparente della vita: dolce e felice o tragica realtà dell'uomo lungo tutta la sua vita.
Come nella vita di Maiti, l'alternanza del tempo della parola e del silenzio. Il silenzio come un altro tono di parola. Quando tornò alla vita, la organizzò senza che nessuno intorno a lei conoscesse la sua storia. "Solo dieci persone sapevano. Ho scelto il silenzio e il buio. E' stata una scelta personale e non l'ho mai rimpianta. Ma oggi, all'alba dei miei settantacinque anni è accaduto che la mia vita uscisse allo scoperto, senza che io lo abbia cercato".
E' giunto il suo tempo, la sua testimonianza si riflette come una stella nella notte. Una storia vera che incoraggia cammini di perdono, come cammini di vita e di verità.
Alla misura della nostra vita, nel nostro presente dove cerchiamo di parlare, di vivere, di capire abbiamo questa testimonianza di una pazienza benefica, che insegna che nella vita bisogna accettare il tempo, il silenzio, riservarsi uno spazio interiore da condividere con pochissime persone, con persone scelte.
E, naturalmente, essere animati da grandi desideri, guidati da una grande fiducia in Dio: "Se io non posso, chiedo a Dio di fare Lui per me; il mio desiderio è tutto lì". [ * ]   

 

Maïti Girtanner, Guillaume Tabard, Même les bourreaux ont une âme, Editions de la Loupe, 2008 [ * ]  [ * ]



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JULIUS FUCIK
post pubblicato in Fucik, Julius, il 15 settembre 2016
 

Julius Fucik è stato un giornalista, scrittore, antifascista comunista ceco, ucciso dai nazisti. Nacque in una famiglie operaia: suo padre era un operaio metalmeccanico. Nel 1913 la sua famiglia si trasferì da Praga a Plzen. Iniziò precocemente a interessarsi di politica e di letteratura: a 12 anni cominciò a scrivere sul giornale Slovan ("Lo Slavo"). Dopo aver conseguito il diploma di maturità, nel 1920 iniziò gli studi in Filosofia all'Università Carolina e nel 1921 si iscrisse al neonato Partito Comunista di Cecoslovacchia (KSC). Nel 1926 fu redattore della rivista letteraria Kmen ("Classe"), divenne membro del movimento artistico di avanguardia Devetsil [ * ]. Tra il 1928 e il 1938 lavorò come redattore della rivista di critica letteraria Tvorbi ("Creatività"), fondata dal critico František Xaver Šalda. Dal 1929 fu giornalista del Rudé právo, l'organo del KSC e appartenne al gruppo che respingeva ogni critica all'URSS. Fu ripetutamente arrestato dalla polizia cecoslovacca e nel 1934 ricevette una condanna ad otto mesi di reclusione con la condizionale per motivi politici. Nel 1930, visitò l'Unione Sovietica per quattro mesi e ne diede un giudizio molto positivo nel suo libro V zemi, kde zítra již znamená vcera ("Nella terra dove il domani significa ieri") del 1932. Nel luglio 1934, poco prima che Hitler liquidasse le SA, visitò la Baviera e descrisse le sue impressioni nel libro Cesta do Mnichova ("In cammino verso Monaco"). Tornò in URSS nel 1934; fu corrispondente da Mosca del Rudé právo per due anni e scrisse diverse relazioni anche per il KSC. 
Nel 1938 sposò Augusta Kodericovou, più tardi nota come Gusta Fucíkov.
Dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione fra la Germania Nazista e l'Unione Sovietica, il KSC venne messo fuori legge e Fucík si rifugiò presso i suoi genitori a Chotimer ed entrò in clandestinità; ritornò segretamente a Praga nel 1940. Dopo l'attacco nazista all'URSS nel giugno 1941 aderì alla resistenza antinazista, dedicandosi alla pubblicazione illegale del Rudé právo e di altro materiale antinazista. Venne arrestato il 24 aprile 1942 a Praga, assieme ad altri sei membri del KSC dalla Gestapo, probabilmente per caso, durante una retata della polizia nazista. L'unico superstite fra i sei arrestati, Riva-Friedová Krieglová, rivelerà più tardi negli anni novanta, che Fucík aveva ricevuto l'ordine di suicidarsi per evitare la cattura; benché Fucík avesse una pistola con sé al momento dell'arresto, non ne fece uso. Dalla prigione scrisse note ispirate di Reportáž psaná na oprátce ("Reportage scritto sotto la forca" [ * ]), tradotto poi in molte lingue fra cui l'italiano. Condannato a morte nel 1943, la condanna venne eseguita nella prigione Plötzensee di Berlino. [ * ]
"Essere seduti in posizione di attenti, con il corpo teso, immobile, le mani incollate ai ginocchi, gli occhi fissi fino ad accecare sul muro giallo del Deposito nel palazzo Petschek a Praga - non è certo l'atteggiamento più favorevole per riflettere. È un po' difficile costringere un'idea a restare in quella posizione, seduta, sull'attenti.
Qualcuno in qualche posto - non riusciremo mai, forse, a stabilire chi e quando - ha soprannominato questo deposito del palazzo Petschek "il cinema", un soprannome davvero geniale. Una sala spaziosa, sei lunghe panche, in file serrate, occupate dai corpi immobili degli imputati, e dinanzi a loro il muro vuoto, come lo schermo di un cinema. Tutte le case produttrici del mondo non hanno potuto girare tanti film quanti ne hanno proiettati su quel muro gli occhi degli imputati in attesa di un nuovo interrogatorio, della tortura, della morte. I film della vita intera e non dei piccoli particolari della vita, quelli della madre, della moglie, dei figli, del focolare distrutto, di un'esistenza perduta, i film del compagno coraggioso e del tradimento, il film dell'"a chi ho dato quel volantino?", del sangue che scorrerà ancora, d'una forte stretta di mano, pegno di fedeltà. Film pieni di terrore e di risoluzione, di odio e di amore, d'angoscia e di speranza. Ognuno, con la schiena voltata alla vita, muore qui dinanzi ai propri occhi. Ma non ognuno rinasce. Ho visto cento volte il mio proprio film, mille volte i suoi particolari, e cercherò ora di raccontarlo. Se il nodo scorsoio mi si stringe al collo prima che finisca, resteranno ancora milioni di uomini per concludere questo film con un "lieto fine".
Fra cinque minuti l'orologio suonerà le dieci, è una bella sera fresca di primavera, esattamente il 24 aprile 1942. Affretto il passo, nei limiti della mia parte, quella d'un signore attempato che zoppica - affretto il passo per arrivare dagli Jelinek prima che il portone si chiuda. Mi aspetta là il mio secondo, Mirek. So che per questa volta non ha nulla di importante da dirmi, né io a lui, ma mancare a un appuntamento potrebbe provocare il panico e appunto bisogna evitare inutili preoccupazioni alle due anime buone che ci accolgono. Mi ricevono con una tazza di tè. Mirek già aspettava, in più ci sono i coniugi Fried. Un'altra imprudenza. Certo che mi fa piacere vedervi, compagni, ma non cosi insieme. È la strada migliore per la prigione e la morte. O rispettate le regole cospirative, o smetterete di lavorare, perché mettete in pericolo voi stessi e gli altri. Capite?" [ * ]

 

La cantata Fucik venne concepita come omaggio a uno dei principali esponenti della resistenza cecoslovacca, di cui Nono aveva conosciuto la testimonianza di prigionia in una recente traduzione italiana. Per quanto si può congetturare dagli abbozzi, nel suo complesso si sarebbe dovuto trattare di una vasta composizione per voci recitanti, probabilmente una o due voci soliste, coro e grande orchestra, articolata in tre episodi. L'unico che sia stato completato, il primo, è per due voci - una recitante - e orchestra. In Intolleranza 1960 viene letteralmente ripresa parte del testo impiegato nel frammento del 1951. Con la cantata Fucik basata, si noti, su un testo documentario, Nono mostra già di intendere la composizione come testimonianza di impegno antifascista e senz'altro comunista, come rivela la citazione di Liebknecht ("chissà se vivremo ancora, quando sarà raggiunto, ma vivrà il nostro programma per tutta l'umanità libera")  - dove si può leggere, tra l'altro, il segno di una certa eccentricità di Nono rispetto alla tradizione teorico-politica del movimento operaio italiano. (Veniero Rizzardi, Verso un nuovo stile rappresentativo. Il teatro mancato e la drammaturgia implicita, in Archivio Luigi Nono, La nuova ricerca sull'opera di Luigi Nono, Olschki, 1999 [ * ]).



Julius Fucik, Scritto sotto la forca, Red Star Press, 2015 [ * ]


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KORCZAK
post pubblicato in Korczak, Janus, il 1 giugno 2016

Janusz Korczak (Varsavia, luglio 1878 - ucciso in una camera a gas del campo di sterminio di  Treblinka, probabilmente il 6 agosto 1942) è lo pseudonimo di Henryk Goldszmit, pedagogo, pubblicista, scrittore, medico, militante sociale polacco di origine ebraica, noto anche come Il vecchio Dottore o Il signor Dottore. Fu un precursore delle lotta a favore di una totale uguaglianza dei diritti del bambino. Nelle istituzioni da lui fondate introdusse l’autogestione, dando agli educandi il diritto di deferire i propri educatori a un tribunale unicamente composto da ragazzi. Fondatore della prima rivista al mondo redatta da soli bambini, fu un pioniere nel campo della risocializzazione dei minori, della diagnosi in età pediatrica e della tutela del bambino difficile.
Nacque a Varsavia, da Cecylia Gebickae e Józef Goldszmidt (1844-1896), in una famiglia ebraica assimilata. Il padre era un avvocato, il nonno, Hersz Goldszmit, era stato medico a Hrubieszów, il bisnonno un vetraio. Non venne registrato all’anagrafe alla nascita: per questo è difficile stabilire con precisione l’anno della sua nascita. La famiglia Goldszmit cambiò ripetutamente di indirizzo a Varsavia; abitarono prima in via Bielanska 18 (suo probabile luogo di nascita), poi in Krakowskie Przedmiescie 77, in via Miodowa 19, in piazza Krasinskich 3 e in via Nowosenatorska 6 (oggi via Moliera). Tra il 1886 e il 1897 Henryk frequentò la scuola primaria di Augustyn Szmura in via Freta, e successivamente le otto classi del ginnasio del quartiere di Praga (oggi il VIII Liceo Ogólnoksztalcace Wladyslaw IV). A 15 anni annotava nel diario: «caddi allora un uno stato di follia: il furore della lettura. Ai miei occhi il mondo era scomparso, esistevano solo i libri». Dopo la tragica morte del padre nel 1896, la sua adolescenza e la prima giovinezza trascorsero in difficili condizioni materiali, e fu costretto a dare ripetizioni per aiutare la famiglia a mantenersi.
Nel 1898 iniziò gli studi universitari presso la facoltà di Medicina dell’Università Imperiale di Varsavia. Nell’estate del 1899 si recò in Svizzera per poter conoscere più da vicino l’opera e l’attività pedagogica di Pestalozzi. Durante quel soggiorno si interessò in particolare alle scuole, agli ospedali pediatrici e ai gabinetti di lettura gratuita dei periodici per bambini e giovani. Il 17 marzo 1905, dopo cinque anni di studi universitari e l’esame di Stato, ottenne il titolo di Dottore in Medicina. Come medico militare prese parte alla guerra russo-giapponese del 1905, avanzando fino al grado di maggiore. Tra il 1903 e il 1912 lavorò come pediatra presso l’Ospedale pediatrico ebraico Berson e Bauman in via Sliska 51 e in via Sienna 60 (nella Casa d’accoglienza transitoria). Come medico aveva diritto a risiedere in un appartamento interno all’ospedale e riceveva uno stipendio annuo di 200 rubli ripartito in quattro rate. Eseguiva i suoi compiti in maniera esemplare, lavorando anche nei quartieri proletari della città. Curava gratis i pazienti poveri, ma non esitava a richiedere ai ricchi onorari elevati. Collaborò con il neurologo e filantropo Samuel Goldflam, con cui intraprese una ramificata attività a carattere sociale.
Nel 1907, grazie a un periodo di studio a Berlino (autofinanziato), completò la sua formazione e qualificazione, seguendo corsi e tirocini presso varie cliniche pediatriche e studiando i principii degli istituti pedagogici specialistici. Al 1911 risale la sua rinuncia a formarsi una famiglia: sempre più propenso all’idea di non possedere quelli che chiamava i bambini privati, considerava suo ogni bambino che curava o educava. L’attività successiva lo avrebbe confermato in questo atteggiamento: analoghe convinzioni altruistiche lo spinsero anche a non privilegiare alcun gruppo di ragazzi a lui affidati. Non riteneva la famiglia tradizionale il principale anello della catena sociale, anzi rifiutava il ruolo a essa attribuito sia dai settori conservatori cristiani, sia da quelli tradizionalisti ebraici. Del resto poteva ben essere considerato, da se stesso come dagli altri, come il padre dei circa duecento orfani della Casa che dirigeva e di altre varie centinaia, che nei decenni di sua attività pedagogica e sociale sarebbero passati per i suoi orfanotrofi.
Riteneva che il bambino dovesse stare in compagnia dei coetanei e non ritirato in casa. Desiderava che i bambini “scontrassero” tra loro pareri e idee al loro primo germogliare. Si sarebbero così sottoposti a un processo di socializzazione che attraverso un’ accettazione reciproca li avrebbe preparati alla vita adulta, ben lontana dall’idillio o dal “quieto cantuccio domestico”. Cercò al tempo stesso di garantire ai bambini un’infanzia spensierata, ma non priva di obblighi, che li conducesse per una strada diritta, senza imporre loro limiti soverchi. Malgrado la grande differenza di età, prendeva molto sul serio i ragazzi, con cui conduceva un dibattito aperto. Credeva che il bambino dovesse arrivare da solo a comprendere e sperimentare emotivamente le varie situazioni, traendone conclusioni e eventualmente trovandovi rimedio, invece di venir semplicemente informato dall’educatore sui fatti e le loro conseguenze.
Si servì invece dello pseudonimo Hen-Ryk quando, nel febbraio del 1900, iniziò a collaborare con il settimanale satirico “Kolce”, come coautore di un romanzo giallo, Il servitore. Si avverava così il vaticinio di un suo insegnante di ginnasio che, dopo averlo scoperto a leggere durante una lezione, aveva profetizzato che sarebbe presto finito a collaborare a testate di poco valore, a 3 grosze la riga. Il vaticinio però si avverò solo a metà, visto che la tariffa per uno scrittore ai suoi inizi poteva essere ancora più bassa. Dal 1901 Korczak iniziò a scrivere editoriali, nello stesso anno comparve il romanzo I figli della strada, prima a puntate, in “Czytelnia dla wszystkich” (nn. 1-18), e poi in volume. Tra il 1903 e il 1905 fu editorialista del settimanale “Glos” con una sua rubrica, All’orizzonte. Proprio su “Glos”, nel gennaio 1904, comparve a puntate il romanzo Il bambino da salotto, pubblicato poi in volume nel 1906, che gli avrebbe procurato fama internazionale. Nel 1939 apparvero Una pedagogia scherzosa, Le mie vacanze e Le chiacchierate alla radio del Vecchio Dottore
Nel 1926 fondò “Maly Przeglad” (1926-1939), supplemento settimanale del quotidiano ebraico-polacco “Nasz Przeglad”, che avrebbe redatto per quattro anni (1926-1930). Era un giornale senza precedenti, scritto esclusivamente da bambini e giovani. Dopo il 1930 la redazione passò al suo assistente Igor Newerly, socialista, e futuro apprezzato scrittore. La rivista conobbe una serie di ostacoli nella Polonia degli anni Trenta, guidata dalle formazioni antisemite della Sanacja, a causa dell’origine ebraica del suo direttore e della crescente tendenza alla discriminazione razziale.
Korczak condusse una vasta attività di divulgazione radiofonica a difesa dei diritti del bambino. Nonostante il loro successo in vasti segmenti della società polacca, le trasmissioni radiofoniche del Vecchio Dottore vennero interrotte per le proteste di alcuni radioascoltatori, irritati dall’identità etnica del loro autore. Korczak tornò a parlare alla Radio Polacca nel settembre 1939, all’alba dell’inizio della guerra.
A partire dal 1896 Korczak aveva iniziato a collaborare a molti periodici con testi umoristici, articoli a sfondo sociale, civile e pedagogico. Scrisse anche una quindicina di romanzi per bambini e sui bambini, tradotti in molte lingue e popolari anche all’estero. Il suo Diario dal ghetto è ritenuta una delle più importanti testimonianze del periodo dell'occupazione nazista della Polonia.
Nel 1937 fu insignito dell’onorificenza dell'"Alloro d’Oro" dall’Accademia Polacca della Letteratura.
Il 23 dicembre 1899, insieme a decine di altre persone appartenenti all’intelligenzia progressista, venne arrestato dalla polizia zarista. L’accusa era probabilmente partita dalle autorità cattoliche e dal principe Michal Radziwill, presidente della Società Filantropica di Varsavia. Loro intento era contrastare il progetto, sostenuto anche da Korczak, di introdurre nuovi testi letterari (tra cui Hugo, Balzac, Dumas e Sienkiewicz) e opuscoli di ispirazione socialista, nelle sale di lettura gratuite aperte alla popolazione, nelle quali i partiti cattolici avrebbero voluto l’esclusiva presenza di testi liturgici o morali.
Korczak entrò a far parte della massoneria prima della fine del 1925. Era affiliato alla loggia "La stella del mare", creata dalla Federazione Internazionale Le Droit Humain, il cui scopo era “conciliare tutti gli uomini divisi da barriere religiose, ricercare la verità nel rispetto per gli altri uomini”.
A metà degli anni Trenta visitò la Palestina. Fu seriamente tentato di lasciare la Polonia: tra i vari motivi che lo spingevano c’erano il nazionalismo e la segregazione razziale in alcuni ambiti della vita sociale polacca (ad esempio nelle Università), sull’esempio della Germania nazista. Per un vero socialista come Korczak la situazione era difficilmente sopportabile, sia dal punto di vista personale che da quello del suo lavoro sociale e pedagogico.
Durante tutta la guerra Korczak indossò la divisa da ufficiale polacco. Se ne era fatta cucire una sperando di poter partecipare alla difesa di Varsavia nel settembre 1939. Non venne accettato nell’esercito perché aveva superato i limiti di età. Portò però con orgoglio, forse unico ebreo, quella divisa anche nel ghetto. Fino all’ultimo si rifiutò di indossare la fascia con la stella azzurra, imposta dai nazisti agli ebrei di Varsavia, che considerava non solo un segno di umiliazione ma anche la profanazione di un simbolo.
Korczak trascorse gli ultimi tre mesi di vita all’interno del ghetto di Varsavia. È qui che redasse il suo Diario, pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1958. Aveva iniziato a scriverlo nel 1939, ma aveva poi interrotto le annotazioni per circa due anni e mezzo, quando tutta la sua energia veniva impiegata dalla tutela sui bambini della "Casa degli Orfani". Nel ghetto Korczak rifletté più volte sul suicidio e sulla possibilità di una morte più umana per i bambini piccoli e gli anziani che morivano di fame nelle strade del ghetto, su una morte meno infamante di quella nelle camere a gas. Forse l’eutanasia dei neonati ne avrebbe abbreviato la lenta agonia per fame.
Igor Newerly che, non ebreo, si trovava “dalla parte ariana”, tentò più volte di procurargli falsi documenti ariani, ma Korczak non volle abbandonare i suoi protetti, anche se la sua fama internazionale gli avrebbe probabilmente consentito di trovare riparo in uno qualsiasi dei paesi neutrali.
La sua ultima annotazione nel Diario è probabilmente del 5 o 6 agosto 1942.
Korczak morì insieme ai suoi bambini. Fu portato via dal getto in un carro bestiame i primi giorni dell’agosto 1942. La mattina del 5 o del 6 agosto l’area del cosiddetto Piccolo Ghetto venne attorniata da reparti delle SS e dagli ascari, soldati ucraini e lituani. Il Diario di Abraham Lewin [ * ] situa gli avvenimenti il 7 di agosto. "Venerdì 7 agosto, il diciassettesimo giorno del massacro. Ieri è stata una giornata orribile con un gran numero di morti. Dal ghetto piccolo la gente è stata prelevata in massa. Il numero delle vittime è valutato intorno alle 15.000. Hanno svuotato l’orfanotrofio del dottor Korczak a cominciare dal dottore stesso. Duecento orfani".
Korczak era alla testa del corteo. Senza cappello, con gli stivali militari, si racconta portasse in braccio due bambini. Alla marcia presero parte 192 bambini e dieci educatori, fra cui la pedagoga braccio destro di Korczak, Stefania Wilczynska.
Il giorno stesso 4000 bambini con i loro educatori vennero presi dagli orfanotrofi e deportati a Treblinka.
L’ultima marcia di Korczak è raccontata con toni diversi in numerose testimonianze. Qui citiamo quella di Marek Rudnicki, noto grafico e pittore, bambino nel ghetto, e la poesia Un foglio dal diario di una Aktion di Wladyslaw Szlengel (1914-1943), il cantore del ghetto di Varsavia. "Non voglio passare per iconoclasta, per sovversivo, ma oggi devo raccontare quello che ho visto allora. L’atmosfera era intrisa di una sorta di enorme scompiglio, automatismo, apatia. Non ci fu alcuna emozione al passaggio di Korczak. Nessuno fece il saluto militare, descritto da alcuni, di sicuro non ci fu nessun intervento da parte dello Judenrat, nessuno si avvicinò a Korczak. Non ci furoro grandi gesti, canti, teste orgogliosamente erette, non ricordo che qualcuno portasse la bandiera della "Casa degli Orfani", eppure dicono che ci fosse. C’era un silenzio terribile, sfiancato. Korczak trascinava un piede dietro l’altro, camminava come ingobbito, bofonchiava qualcosa fra sé e sé […]. Gli adulti della "Casa degli Orfani", come Stefania Wilczynska, gli camminavano accanto, e così facevo io stesso. Nelle prime file i bambini andavano a righe di quattro, poi così come capitava, in ordine sparso, in fila indiana. Qualche bambino teneva Korczak per la giacca, o forse gli stringeva la mano. Camminavano come in trance".

Janusz Korczak oggi ho veduto,
Nell’ultima marcia andare coi bambini,
E i bambini avevano vestiti puliti,
Come andassero di domenica al giardino.

Avevano grembiulini puliti, da festa,
Che ora potranno sporcare,
A file di cinque va l’Orfanotrofio,
Per la città-giungla di gente braccata.

La città aveva il viso atterrito,
Un gigante bizzarro, nudo e stracciato,
Finestre vuote guardavano la strada,
Come orbite di sguardo private.

A volte un urlo, come un uccello smarrito,
Suonava a martello per la morte insensata,
Trainati sui risciò giravano apatici
Del nostro ghetto i signori e padroni.

Scalpiccio a volte, calpestio, poi silenzio,
Qualcuno parlava camminando di fretta,
Atterrita e silenziosa, in preghiera
In via Leszno si innalzava la chiesa.

In fila per cinque marciavano calmi i bambini,
Erano orfani: nessuno accorreva per riportarli a casa,
Nessuno infilava una mancia
in mano ai colleghi dalle divise blu scuro.

Sulla Umschlagplatz nessuno interveniva,
Nell’orecchio di Szmerling nessuno alitava,
Nessuno gli orologi di famiglia raccoglieva
Come compenso al lèttone ubriaco.

Janusz Korczak guidava la marcia
A testa nuda, gli occhi senza paura,
A una sua tasca si aggrappava un bambino,
In braccio portava lui due piccolini.

Giunse un tale di corsa, con un foglio in mano,
Parlava e gridava nervoso:
-- Venga via! -- Ho una lettera da Brandt!
Korczak scuoteva la testa, silenzioso.

Cosa doveva stare ancora a spiegare
A chi arrivava con la grazia tedesca,
come far capire a teste senz’anima
cosa significa lasciar solo un bambino.

Tutti quegli anni… una vita ostinata,
Per dare in mano a un bimbo un piccolo sole.
Potrebbe forse lasciarli ora, soli, spaventati?
Andrà con loro… avanti… senza timore.

Al re Matteuccio anche pensava
Cui la sorte risparmiò quel destino,
Re Matteuccio nell’isola selvaggia
Avrebbe scelto lo stesso cammino.

E i bambini andavano ai vagoni
come partissero in gita a Lag Ba’Omer,
Quel piccolino dal viso spavaldo
Si sentiva come un piccolo Shomer.

E io pensai in quel momento banale
Per l’Europa privo d’ogni valore
Che lui per noi, in quel momento,
Scriveva della storia la pagina migliore.

Che in quella guerra ebraica, vergognosa,
nell’onta illimitata, nel fragore insensato,
nella lotta ad ogni costo per la vita,
nell’abisso del tradimento, del degrado,

Sul fronte, dove la morte non da’ onore
In quella danza notturna, infernale,
C’era un solo soldato valoroso:
Janusz Korczak, dei bambini il protettore.

Vicini al di là del muro, che dal reticolato
Ci osservate ogni giorno morire per niente,
ascoltate: Janusz Korczak quel giorno ha mostrato
la Westerplatte della nostra gente.


* ]



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SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 19 maggio 2016

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SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 13 maggio 2016
 

Questo libro non è soltanto un saggio: è un vero gioiello, sia per chi ama i libri, come me, sia per coloro che nei libri cercano chiarezza e verità. E oltretutto è scritto in modo molto semplice, pur essendo ricchissimo di riferimenti storici, sia al periodo citato (dal 1938 al 1943), sia ai problemi inerenti le persecuzioni razziali originate dalle leggi emesse dal regime fascista.
Prima di entrare nel merito del testo, debbo fare una doppia premessa. All’epoca di cui parliamo io avevo un anno di età (sono del 1937) e solo nel 1944, al ritorno a Roma da un lungo periodo passato nel Casentino (mio padre era dovuto fuggire l’8 settembre da Roma, e ci aveva fatti partire prima di lui), quando avevo sette anni, ho cominciato a sentir parlare di tedeschi e fascisti. Ricordo che nel giugno del 1944, appena tornati a Roma, mio padre ripuliva un cassetto, strappando molte cose. Tra queste, la tessera di “Figlio della lupa” intestata a me. Chiesi a mio padre il motivo delle distruzioni di quelle carte e lui mi rispose: “…capirai quando sarai più grande”. Anche a scuola (elementare e media, e poi al liceo) non trovai molti riferimenti storici sul periodo fascista e sui fatti che lo caratterizzarono. Solo molto più tardi, diciamo negli anni ’80, attratto da alcuni fatti che necessitavano di chiarimenti storici, appresi la verità storica sul fascismo, sui suoi misfatti, e sulle persecuzioni degli ebrei.
La seconda premessa riguarda il mio pensiero sugli ebrei. Credo che – nel modo di pensare comune - la maggior parte di noi considera la parola “ebreo” come attinente alle credenze religiose (e non a fatti ”razziali” o etnici, come si dice ora). Per me – educato in maniera cattolica, ma con notevole libertà, dai miei genitori – il termine ebreo è solo un connotato religioso. Ho conosciuto molti ebrei nella mia vita: il relatore della mia tesi di laurea era Sergio Segre, figlio di un famoso matematico, Beniamino; un collega di lavoro del mio periodo romano (ho iniziato a lavorare a Milano) si chiamava Fabio Piperno e mi invitò spontaneamente al suo matrimonio nella sinagoga di Roma; infine, uno dei miei maestri di informatica era Roberto Vacca, anche lui figlio di un grande matematico. E queste tre citazioni sono soltanto quelle che ricordo con maggiore stima e ammirazione. Ho però chiaro, anche se non condivido minimamente questo aspetto, il fatto che la maggior parte delle persone comuni hanno ancora pregiudizi circa gli ebrei, simili a quelli che c'erano nell’”apartheid” sudafricana o nella questione delle persone di colore negli Stati Uniti e – immagino – del tipo ascrivibile ai fondamentalismi religiosi. Nel mio profondo non esiste alcun pensiero o atteggiamento simile a questi che ho citato: per me, nel novero delle libertà cui l’essere umano ha diritto, c’è la libertà di religione. Non esiste una questione razziale: l’unica razza cui l’uomo appartiene è quella umana.
Forse queste premesse sono un po’ lunghe e non del tutto chiare. Ma ho ritenuto importante farle.
Veniamo al libro. E’ un saggio storico, ed è corredato da quattro interventi di altri studiosi oltre le autrici, rispettivamente due presentazioni (di Giorgia Calò, assessore alla cultura della Comunità ebraica, e di Claudio Procaccia, direttore del dipartimento Beni ed Attività Culturali della stessa Comunità), una prefazione di Giacomo Saban, professore di geometria alla Sapienza, e l’introduzione di Mario Toscano, professore di storia contemporanea alla Sapienza. In tutte queste premesse si parla di aspetti delle Comunità ebraiche e dell’ebraismo, proprio – penso – con un occhio rivolto a chi non è ebreo.
Il saggio vero e proprio è diviso in due parti: la prima, “L’istruzione nella Roma ebraica (1938 – 1943)” è di Giuliana Piperno Beer; la seconda, “La conquista del sapere: gli ebrei all’università. Testimonianze” è di Silvia Haia Antonucci. L’ho letto in due tempi, prendendomi una pausa tra la prima e la seconda parte. Inoltre, alla fine ci sono una cronologia essenziale divisa in due tabelle, una consistente bibliografia e l’indice dei nomi.
Debbo dire subito che la prima parte è la più corposa e contemporaneamente la più bella. Il lettore si immerge progressivamente in questo bellissimo mondo, quello delle scuole ebraiche. Giuliana Piperno ci racconta come hanno fatto i cittadini ebrei romani a superare i divieti delle leggi razziali, costruendo scuole di tutti i livelli (elementari, medie inferiori e superiori, università – per quest’ultima, un istituto svizzero, a Friburgo, autorizzava corsi per corrispondenza, che in realtà furono tenuti a Roma dal prof. Guido Castelnuovo). Dopo l’introduzione sulle leggi razziali, di cui se ne traccia l’iter con il succedersi delle azioni che hanno seguito la loro promulgazione, nei capitoli e paragrafi che seguono vengono descritte le maniere in cui la comunità ebraica seppe far fronte al divieto di istruzione (quest'ultima cosa fondamentale per un ebreo), logica conseguenza dell’entrata in vigore di tali leggi. Una delle cose più toccanti che mi sono venute in mente mentre leggevo è stata immaginare un cittadino ebreo che – dalla sera alla mattina – non può più andare a scuola, lì dove andava sino al giorno prima.
Eppure, la tenacia di questo notevole gruppo di nostri concittadini si è data ragione di quello che accadeva, ed ha reagito nel modo che la Piperno ci descrive nei suoi tre capitoli (La scuola elementare, Le Scuole Medie Israelitiche, Gli studi universitari). Proprio in questa accurata descrizione sta il valore del libro, ricchissimo di fotografie (nella prima di quelle a pagina 42, nel capitolo Le scuole elementari, ho trovato come maestra di una prima la stessa maestra elementare di mio padre, che – ricordo bene – in quel periodo si era trasferita dalla Sicilia a Roma, proprio per lavoro, e ci venne a trovare a casa. Ricordo che abitava in un collegio sulla via Nomentana  “Stella Viae” , sito tra via XXI Aprile e viale Gorizia, dove anche noi andammo più volte a trovarla).
Questa parte è ricchissima di notizie sui modi in cui le difficoltà di quel periodo, che andarono crescendo fino alle deportazioni del 1943-44, sono state affrontate e risolte, almeno in parte: Giuliana Piperno ha fatto ricerche approfondite, ricavandone notizie e fotografie che rendono la trattazione dell’argomento molto piana e scorrevole. Le fotografie consentono ai lettori di immedesimarsi nelle situazioni di quel tempo. Va detto, inoltre, che la Piperno ha insegnato Italiano nelle scuole statali, ed è quindi consapevole dei problemi che l’organizzazione di una scuola porta con sé: possono immaginare bene, quelli che – come me – hanno passato alcuni anni nel mondo della scuola, cosa avrà significato in quel periodo per gli ebrei dover supplire al divieto di istruirsi. Molto interessante risulta la parte sulle università, che riporta un bellissimo ricordo di una Università clandestina, organizzata principalmente dal prof. Guido Castelnuovo, insigne matematico, cui è intitolato l’Istituto Matematico della Sapienza di Roma, in collaborazione con il Politecnico di Friburgo, e nascosta sotto l’appellativo di “Corsi Integrativi di Cultura Matematica”. Ci furono anche altre due scelte, favorite dall’assenza di restrizioni per gli ebrei da parte vaticana: la Pontificia Università Lateranense e il Pontificio Istituto Biblico. 
La seconda parte, di Silvia Haia Antonucci, ha una premessa abbastanza breve, che si riallaccia alla prima parte della Piperno. La Antonucci, oltre a premettere che solo il ricorso alle fonti orali consente di ricostruire l’iter curriculare di alcuni studenti universitari, ci racconta come in generale la tradizione orale – e di conseguenza la storia orale – sia stata un'ottima fonte per testimoniare come molti ebrei del periodo in esame siano riusciti nell’intento di conseguire una laurea, al pari dei loro colleghi non ebrei. Sviluppato tale tema, e approfondito il tentativo ben riuscito del prof. Guido Castelnuovo, coadiuvato dal collega Federigo Enriques, che organizzarono i Corsi Integrativi di Cultura Matematica, già citati dalla Piperno nel terzo capitolo della sua trattazione, la Antonucci ci consente di attingere direttamente alle fonti orali ancora in vita, riportando otto interviste, di cui cinque con studenti dell’Università clandestina e della Pontificia Università Lateranense, e tre con le figlie di personaggi già nominati nel testo, testimoni di queste scuole organizzate direttamente dalla comunità ebraica. Prima di riportare le interviste, la Antonucci fa una premessa metodologica per Emma Castelnuovo, prima delle intervistate, figlia di Guido Castelnuovo, insegnante nella scuola ebraica di via Celimontana, scuola ampiamente descritta dalla Piperno nella prima parte, per la quale si parla non di una intervista ma solo di ricordi, riportati alla Antonucci in un colloquio, sintetizzati poi nel testo.
Sono andato fuori dai miei limiti abituali, dato l’entusiasmo e l’ammirazione che ho provato leggendo questo libro. Per completezza riporto i nomi degli intervistati: le interviste sono ampie testimonianze ricche di particolari. Gli intervistati sono:
Gino Fiorentino: la sua è l’intervista più corposa, e vi si descrivono corsi e docenti dei Corsi Integrativi di Cultura Matematica, oltre a ricordi della scuola di via Celimontana e dell’Università clandestina;
Ferruccio Sonnino (anche per lui si tratta del corso di Matematica), che dà un’idea di cosa venisse offerto a un ebreo che usciva delle Scuole Medie Superiori;
Fabio Padovani (corso di Matematica), con un ricordo molto ricco di spunti diversi dai precedenti;
Alessandra Cimmino (figlia del preside delle Scuole Medie Israelitiche di Roma dal ’39 al ’43, Nicola Cimmino), con una testimonianza originale e ricca di spunti esistenziali femminili sulla scuola diretta dal padre; 
Fabio Della Seta (studente della Pontificia Università Lateranense), anche questa testimonianza ricca di spunti esistenziali sul periodo;
Mario Padovani (anche lui studente della Pontificia Università Lateranense), che racconta come l’Università lo aiutò a salvarsi durante le persecuzioni razziali dell’epoca;
Anna Padovani (figlia di Paolo e nipote di Massimo Padovani, tutti studenti della Pontificia Università Lateranense), testimonianza anch’essa ricca di spunti esistenziali.
Molti degli intervistati non hanno vissuto solo a Roma, ma provenivano da città diverse.
La vera bellezza di questo libro sta nell’unicità delle esperienze raccontate. È – a mio vedere – il più bel saggio che ho mai letto sulle difficoltà che gli ebrei romani ebbero durante il periodo indicato; è molto interessante per tutti, in particolare per coloro che non conoscono le vicende degli ebrei romani, ma anche per chi – come me – le ha approfondite attraverso fonti diverse e sceneggiati trasmessi dalla Rai (non molto tempo fa ce ne fu uno, “Sotto il sole di Roma”, particolarmente efficace nel descrivere una storia svoltasi proprio nello stesso periodo).
È un libro che tutti dovrebbero leggere, e che permette di rispettare ed ammirare chi, a differenza di molti di noi, non ha avuto la vita facile ed è riuscito lo stesso a superare grosse difficoltà e ad affermarsi nel campo del “sapere”.



(Lavinio Ricciardi)








Silvia Haia Antonucci, Giuliana Piperno Beer, Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nelle università (1938-1943), Gangemi, 2015 [ * ]


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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 29 aprile 2016
 

Il libro è un saggio storico, che racconta, con dovizia di particolari, come nacque e si sviluppò l’idea di erigere un monumento al filosofo di Nola, proprio nel luogo ove egli fu messo al rogo come eretico dal Sant’Uffizio.
Un saggio molto ben documentato (consta di 46 pagine di note, più che altro citazioni di documenti, e 15 pagine di riferimenti bibliografici), in cui la storia è riportata in forma di cronaca, da un autore estremamente attento a tutti gli sviluppi che la vicenda ha avuto negli anni. Si parte dal 1865, a Napoli, per arrivare ai nostri giorni. Per chi volesse studiare le vicende di fine Ottocento, il libro è – a mio avviso – un ottimo punto di partenza.
La storia di questo monumento si lega a filo triplo con la storia del movimento anticlericale, preesistente ai fatti che portarono alla costruzione del monumento, in riconoscimento del valore di filosofo attribuito al frate di Nola. Movimento fortemente contrastato dalla curia romana e dal papato dell’epoca, ma che nulla poté opporre al fatto che – nella seconda e decisiva fase – il movimento pro-Bruno potesse avere un potente sostenitore in Crispi, all’epoca capo del governo.
Chi scrive non è un grande amante della storia, ma – un po’ per la novità della vicenda, che dubito sia presente in molti libri di storia per i licei, un po’ per la semplicità e la chiarezza con cui l’autore racconta queste vicende – ha trovato interessante e per nulla faticosa la lettura di questo saggio. Al netto delle premesse (ventiquattro pagine), il testo è di 313 pagine, piuttosto fitte: alcuni capitoli sono alleggeriti dalle illustrazioni (35 in totale).
Il tentativo di erigere questo monumento ebbe una prima tornata con una raccolta di fondi promossa da un gruppo di studenti della Università La Sapienza: questo primo tentativo, pur con il successo della raccolta, non andò a buon fine. Questo primo movimento fu quello dei cosiddetti “ragazzi del ‘76”, ed era capeggiato da due studenti, Adriano Colocci e Alfredo Comandini. Entrambi erano ferventi ammiratori del loro professore, Antonio Labriola. Durante questa fase furono eretti al Pincio 30 busti di italiani illustri, tra i quali figurò anche Giordano Bruno. Dopo questa iniziativa, Labriola e altri, tra i quali Pietro Cossa, Luigi Castellazzo e Raffaello Giovagnoli, scrittori abbastanza noti a quei tempi, portarono avanti il tentativo. Ad essi dette man forte un ebreo francese, Armand Levy. E l’iniziativa cominciò ad essere appoggiata dalla loggia massonica.
Purtroppo per i “Bruniani”, l’iniziativa ventilata del monumento ebbe tra gli oppositori proprio il Comune di Roma. Per ragioni di brevità, non entro nel merito di come l’iniziativa, che aveva prodotto una sottoscrizione internazionale pro-monumento, la si dovette abbandonare. Così, dopo questa prima vicenda che occupò circa quindici anni, si giunse alla costituzione di un secondo comitato, che – con alterne vicende – cominciò ad operare nel 1884. La ripresa delle iniziative fu promossa da uno studente bolognese, Giuseppe Vernazzi, che promosse assemblee studentesche e riaprì la sottoscrizione per il monumento. Ci vollero quattro anni di intensa attività e raccolta di nuovi fondi per raggiungere l’obbiettivo di affidare la costruzione della statua bronzea allo scultore Ettore Ferrari.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa, sia la sottoscrizione che le adesioni formali fecero in modo che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi, in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
Mi fermo qui: se quanto ho accennato interessa chi legge, lo invito a leggere il saggio. Sicuramente concorderà con me circa l’interesse che queste vicende suscitano in chi – non immedesimato nella vita dell’epoca – difficilmente potrà trovare traccia di questa vicenda nei documenti ufficiali. Il rispetto delle autorità politiche – comunali e nazionali – per l’istituzione ecclesiastica non poteva incoraggiare una iniziativa che comunque era diretta contro il clero e il clericalismo allora imperante.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa – sia la sottoscrizione che le adesioni formali permisero che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
La storia della costruzione del monumento è ricca di particolari: nel basamento figurano otto medaglioni, con personaggi di spicco come Galilei, Campanella e altri “eretici”, tra cui Huss, altro filosofo che finì sul rogo. Anche qui, smetto di sottolineare particolari, perché solo la lettura del libro consente di avere una visione di assieme delle vicende.
Vicende che l’autore continua a descrivere anche dopo l’erezione del monumento. La curia e il Papato non restarono indifferenti al monumento e cercarono in ogni modo di farlo abbattere. Per fortuna senza riuscirvi. L’autore arriva così a raccontare tutte le storie, fino al papato di Karol Wojtyla, primo papa che ammise la possibilità che la Chiesa avesse sbagliato nei confronti di Galileo e non solo.
L’opera di Bacciantini – che insegna storia della scienza all’Università di Siena – costituisce a mio parere un ottimo esempio di come narrare la storia di un episodio consenta di immaginare e addirittura osservare i costumi esistenziali di un’epoca.



(Lavinio Ricciardi)








Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]
ARNA'S CHILDREN
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2016

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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 14 dicembre 2015
  

E’ un saggio storico originale, totalmente disancorato dalle problematiche del nostro tempo, e quindi di lettura apparentemente poco coinvolgente, tuttavia l’ampia documentazione contenuta, che per il suo dettaglio arriva quasi ad un livello di cronaca giornalistica, obbliga l’attenzione del lettore a tornare a valutare l’importanza di Giordano Bruno che si rivela non solo precursore di Voltaire (che però non ha pagato con il rogo le sue idee) ma anche, sorprendentemente, prosecutore dell’opera boccaccesca con la esilarante e irriverente commedia “Il Candelaio”. Lo stimolo a leggere tutte le altre opere di Giordano Bruno risulta fortemente rafforzato dalla lettura di questo saggio e ciò ne accresce il valore. 
Il testo è consigliabilissimo per tutti gli appassionati della storia di Roma e dei suoi siti più famosi. 


(Pietro Benigni)





Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]

L'ASSEDIO DI VUKOVAR
post pubblicato in Diario, il 10 dicembre 2015

Il 18 novembre del 1991 finiva l'assedio di Vukovar con una resa accordata tra assedianti e assediati. Veniva promessa l'evacuazione dei civili e il trattamento dei prigionieri secondo la Convenzione di Ginevra. Nulla verrà mantenuto.

Giovedì 14 novembre 1991, Giovanni Minoli mi chiede di andare a Belgrado. Vorrebbe un pezzo sul conflitto serbo-croato visto dalla parte dei serbi. "Vanno tutti a Zagabria", mi dice "perché non tentiamo di vedere cosa succede sull'altro fronte?". Faccio un rapido conto di tutti i cronisti che in pochi mesi sono stati direttamente rimpatriati per degna sepoltura e mi chiedo "ma perché proprio io?", poi la risposta che mi do è quella che più mi conviene, cioè quella di avergli dimostrato di sapermi destreggiare rapidamente in Paesi a regime comunista e in situazioni piuttosto complesse, come la Cina, il Vietnam e la Cambogia. Mi invita ad essere cauta e a non espormi troppo, "raccogli materiale alla TV di Belgrado e se valuti di avere sufficienti garanzie di protezione, raccogli qualche testimonianza dal fronte". La partenza è prevista per sabato 16. Verso l'est europeo non ho mai nutrito particolare curiosità e le faccende della Jugoslavia non erano il mio punto di interesse. Semplicemente non le capivo. Tutto quello che sapevo proveniva dalla cronaca dei giornali o dai servizi televisivi: pochi, confusi, con un dato chiaro — la Comunità europea permette la frammentazione della Federazione jugoslava, la Croazia vuole l'indipendenza, e la Serbia ha attaccato. Con la riluttanza di chi deve bussare alla porta dell'aggressore, mi leggo 240 pagine di rassegna stampa. Cronache e analisi troppo ravvicinate per capire l'insieme. Passo un pomeriggio a conversare con un professore di origine polacca dell'Università di Udine, esperto di storia dei popoli slavi, Richard Lewanski. Lui è filo-niente, semplicemente uno storico puro e ne ricavo una grande lezione sulla composizione etnica di quello strano Paese, con origini, conseguenze, fatti e dati.
Quando sbarco a Belgrado mi intoppo nella burocrazia comunista: niente permessi, tempi lunghissimi per accedere agli archivi della TV, problemi per avere una troupe. Aggiro l'ostacolo facendo un salto nel bar dove vengono reclutati i volontari. Belgrado è una città tranquilla che non dà segni di tensione, e i ragazzotti in tuta mimetica, che si aggirano fra le coppiette sedute ai tavolini del famoso bar, con mitragliatore e corredo di pistole infilati nel cinturone, mi sembrano francamente degli esaltati che giocano alla guerra. In mezzo a loro c'è il comandante Arkan, un tipo con la faccia più da barista che da guerriero, nonostante il suo torbido passato. Gli chiedo notizie su Vukovar (secondo la stampa italiana del giorno era caduta in mano ai serbi), lui mi dice che ci sono 2000 civili in ostaggio degli "ustascia" dentro una fabbrica di scarpe e che la situazione laggiù andrebbe vista per essere capita. Mi offrono un passaggio per il campo base di Erdut (20 km da Vukovar). E' mezzanotte e parto così come sono, con una video8 male equipaggiata (solo un paio di batterie e cassette) e una giacca a vento bianca (!), ma è meglio di niente. Mentre la jeep con il suo carico di soldati e un prete ortodosso viaggia verso Vukovar, mi compiaccio della mia rapida scelta: all'indomani girerò qualcosa mentre partono per il fronte, un paio di interviste ai soldati, altre due in un campo profughi, in serata di ritorno a Belgrado e la faccenda è chiusa. Quando imbocchiamo la statale in direzione di Vukovar, nei villaggi non c'è più luce e cominciano i posti di blocco; i federali vogliono vedere il mio permesso, ma la parola di Arkan sembra valere come un timbro ufficiale. Alle 3 mi dà un cuscino e una coperta. I tonfi sordi dei cannoni, a poca distanza dal campo base, non hanno su di me un effetto rilassante e quando alle 5 Arkan mi sveglia, l'occhio era ancora sbarrato. "Si va al fronte, se non hai paura puoi venire, a patto che tu stia dove c'è il centro di raccolta profughi e non ti metta a girare da sola come un'idiota". Tira un'aria decisamente diversa da quella di Belgrado e non mi entusiasma l'idea di muovermi di lì, ma l'orgoglio professionale supera la ragionevolezza. La strada taglia in due la pianura infinita della Krajina, ora seminata a cannoni e carri armati.
"Lo sai che da 10 anni è in corso una trattativa con la Germania per la costruzione di una centrale nucleare tedesca proprio qui" mi dice Arkan. "No, non lo so". "Allora informati!". Quando compaiono le prime case mi sembra di entrare nella memoria dei racconti di mia madre dei bombardamenti a Milano. "Voi avete fatto tutto questo?" chiedo ad Arkan. E lui mi risponde "Chi ha distrutto Anzio? Categoria infame, pensate sempre che la guerra si combatta su un fronte solo?". Mi scarica alle 6 del mattino in un quartiere di Vukovar (Borovo) e lì passo tutta la giornata su una strada fangosa, al freddo, insieme a una quarantina di soldati. Ogni tanto un camion scarica vecchi, 20, 30 per volta. Sono serbi e croati. Si ammassano in una delle tante case sulla quale si è abbattuta una punizione troppo grande per essere umana. Quando ci piombano addosso i colpi di mortaio, i soldati mi trascinano in un scantinato che normalmente usano come latrina. Ci rimaniamo quattro  
ore. Nel pomeriggio arriva l'autobus della stampa, scendono i cronisti, si mescolano ai profughi, registrano il loro "stand-up" e 10 minuti dopo se ne vanno. Vorrei andarmene anche io, ma senza il famoso permesso non si sale; così non posso fare altro che aspettare la sera, quando Arkan mi riporterà al campo base. Non ho mangiato, non ho bevuto, ho contato 25 camion che caricavano e scaricavano un'umanità trovata nascosta in qualche scantinato chissà da quanto tempo. Gente che non aveva nessuna voglia di schierarsi da una parte o dall'altra. Qualcuno mi mostra la sua vita: tutta dentro un sacchetto di plastica, un maglione, un cappotto, una mela. Come un indumento delicato passato attraverso l'alta temperatura di una centrifuga. Attorno alla fabbrica di scarpe si continua a sparare ferocemente, mentre dentro ci sono ostaggi sia serbi che croati. Quella sera nessuno torna a Belgrado, e il giorno dopo, replica. Un uomo viene accompagnato dentro un'ambulanza militare. Bisogna identificare un corpo decapitato e mutilato. E' suo figlio. Penso che mi infilerò a tutti i costi nell'autobus della stampa, che corromperò qualcuno, che me ne voglio andare. Ma quel giorno l'autobus non arriva. E di nuovo nessuna jeep va a Belgrado. Il 19 non è giornata di fronte. Seguo Arkan in un giro di routine: visite in ospedale ai suoi soldati feriti, torturati e a civili senza più famiglia che mi raccontano di essere sopravvissuti ai più efferati massacri. In un paese fra Novi Sad e Vukovar, Arkan si ferma ad una stazione radio; è considerato un idolo, ed ha un collegamento diretto con gli ascoltatori. Non mi pare che quel genere di "fan" meriti particolare attenzione, e vado a farmi un giro per le strade. Entro in uno stanzone dove una lunga coda di persone attende qualcosa, l'assistente sociale mostra un elenco: "Solo nomi, niente cognomi; non vogliamo sapere se siano serbi o croati, ma solo trovargli una sistemazione, perché non hanno più nulla!". Verso le 4 del pomeriggio si ritorna ad Erdut, e da lì finalmente a Belgrado. Ad un posto di blocco Arkan viene informato di un massacro di bambini a Borovo Naselje. Mi chiede se me la sento di filmarli. Durante il tragitto gli dico che preferirei parlare con qualche prigioniero, poiché scene di massacri ne abbiamo viste già troppe. In realtà vorrei evitare di vedere. Chissà quanti cronisti durante la giornata saranno già passati di là e le immagini saranno comunque reperibili. Durante il tragitto, interrotto da controlli di prigionieri, posti di blocco, cambi di jeep il mio pensiero è paralizzato. Non sto guardando la guerra da una prospettiva ampia, ci sono dentro e non posso allontanarmi. Un gruppo di volontari non ha cambiato la fascia di riconoscimento sulla divisa e si sono sparati addosso con i soldati federali. Arkan urla come un pazzo. Troppi profughi nelle strade, troppi arresti. Bisogna uscire rapidamente dalla jeep perché ci stanno sparando addosso dalle case. I soldati si riparano correndo da un muro all'altro, da un camion a un carro armato, loro mi spingono e io li seguo di corsa con la faccia a terra; dalle finestre delle case sventrate sparano in tutte le direzioni e noi stiamo in mezzo. Loro hanno il giubbotto antiproiettile e io una giacca a vento bianca che con il buio sembra un bersaglio. Do una cassetta ad un militare con la telecamera a tracolla e gli chiedo di girare qualcosa per me. Non sono un cameraman di guerra io, e la sola cosa che mi interessa è di riportarmi a casa la pelle e ho paura di doverla lasciare li per terra, dove i tre che tentano di farmi scudo mi buttano. Faccia contro il muro. Uno di loro mi indica di seguirlo strisciando lungo la parete. Qualche metro e un piccolo volto mi balza negli occhi. Accanto a lui altri, buttati lì come cose senza significato. I piccoli senza vita sembrano ancora più piccoli. Lo stomaco si ribella e le gambe si piegano sotto al terrore dei proiettili che bucano il muro sopra la mia testa. Devo filmare. Tre operazioni: togliere il tappo, camera, standby, pulsante rosso. Impiego troppo tempo e delle braccia mi trascinano via, dentro un trasporto truppe pieno di prigionieri. Vedo Arkan, che mi dice: "Devi andare con loro, perché poi li consegnamo ai federali " ma non c'è posto e i soldati mi spingono fuori. Lui mi pigia dentro e il portellone si chiude.
Il trasporto blindato parte velocemente, sbandando sul fango e io non ho appoggi e sbatto la testa e le ginocchia contro il ferro. Un tragitto di un'ora senza un pensiero, solamente l'attesa di un'esplosione improvvisa e una vampata di fuoco. Al campo base dei soldati mi dicono che ogni notte pregano Dio perché non li risvegli più. lo penso a mia figlia di sette anni e a quelle madri a cui la pietà divina ha forse risparmiato l'orrore portandosele via prima. Non ho avuto il tempo di mettere nessuna protezione su quella parte fragile che vive candidamente in tutti gli uomini e così l'insopportabile è penetrato senza ostacoli. Piango come solo una madre può fare. Vorrei parlare con mio marito, ma mi sembra una crudeltà inutile. Telefono a Minoli, gli racconto la giornata e mi scuso per non essere stata in grado di fare il mio Iavoro, per aver scelto male stavolta il suo inviato. Al contrario di quel che si pensa di lui, mi ha pregato di non tornare più a Vukovar, che non gliene importava nulla e che un altro forse si sarebbe fermato a Belgrado. All'alba del giorno 20 chiedo se mi danno una scorta per ritornare sul luogo della sera prima. Arriva una jeep con una prigioniera, mi dicono che ha ammazzato una decina di persone con l'aiuto del fidanzato. Le chiedo perché, e lei mi risponde che il prete della sua parrocchia, durante la messa diceva sempre che appena la guerra sarebbe esplosa bisognava fare fuori i serbi. Sul luogo della sera prima non c'è più traccia dei bambini, l'esercito federale li ha portati via durante la notte. La storia di Vukovar è finita e quello che ha lasciato nei cortili, dentro ai forni delle cucine o attaccato ai pali della luce non è altro che l'impronta della guerra: una condizione nella quale nessuno si fa del bene. Anche se i nostri focolari si spaventano e ci persuadono della barbarie dell'Altro. Il 19/20/21 novembre l'Ufficio Informazione del Ministero della Difesa di Belgrado aveva bloccato i permessi di accesso a Vukovar e Borovo a tutti i cronisti. Il 21 novembre leggo in aeroporto la notizia del massacro. La fonte è l'agenzia Reuters. Qualche ora dopo, quando arrivo a Roma, è già stata diramata la smentita. Quale comportamento occorre adottare quando hai visto qualcosa che le fonti ufficiali smentiscono? Quando non hai prove e neppure autorevolezza? Io ho seguito, con convinzione, le indicazioni del Direttore della testata per cui stavo lavorando. Minoli non ha appreso la notizia dai giornali, ma due giorni prima da me, e il mio rapporto di collaborazione con Mixer non è mai sconfinato in eccessi. Ho fatto la cronaca del mio viaggio "casuale" (Mixer 2/12/91) e montato le interviste raccolte senza l'asetticità dell'inviato che morde e fugge, poiché la mia condizione era diversa. Il mio compito era chiaro e dichiarato in apertura di trasmissione "dalla parte dei serbi". Ero con i volontari serbi perché era il solo modo di arrivare in quei luoghi in quei giorni. Ho vissuto il loro odio, le loro paure, ho visto lo strazio di civili che hanno subito scelte senza condividerle, e ho cercato di esprimere tutto questo. In guerra anche i bambini muoiono, ma su quei corpi si era accanita una volontà precisa. Con quale coscienza avrei potuto ignorarlo? Ho avuto la percezione, solo la percezione, mai la certezza, che si trattasse di bambini serbi e ho lasciato che si intuisse. Non ho sposato nessuna causa, e credo che sia onestamente azzardato farlo in una guerra civile; ho solo seguito la linea editoriale che, in quel caso, proponeva il racconto di un'esperienza personale.
Da allora, e per lungo tempo, sconosciuti hanno subdolamente minacciato me e Minoli al telefono, mentre in forma ufficiale le Associazioni, e il Comitato Pro-Croazia, hanno iniziato una campagna di protesta indirizzata al Direttore e al Presidente della Rai e presentato un esposto alla Commissione Parlamentare di vigilanza sottolineando quanto segue: 
"...mai una volta la Vostra "inviata" ha evidenziato la verità dei fatti e cioè che Vukovar è stata attaccata e distrutta e le popolazioni uccise e deportate dall'esercito serbo e dai sanguinari cetnici, violando la Convenzione di Ginevra. Neanche il sig. Goebbels avrebbe effettuato una così sfacciata manipolazione delle notizie come invece avete inteso fare Voi utilizzando una TV di Stato".
"...Dal punto di vista dell'etica giornalistica la Gabanelli ha fatto un pessimo servizio alla verità e alla sua rete Tv. La giornalista afferma di aver visto molti bambini sgozzati, ma non li ha filmati, non li ha contati e soprattutto non ha potuto verificare se si tratta di bambini croati o serbi. Tuttavia ha lasciato l'impressione che si tratti di bambini serbi. Non si è premurata di verificare chi sia in realtà il comandante "Arkan", un criminale. I bambini di Borovo Naselje erano tutti croati...Disgustoso poi l'interrogatorio della povera ragazza, dai cui occhi traspariva il terrore di una prigioniera che attende dì essere scannata e che recita una parte che le è stata imposta. Dalla diocesi di Djakovo ci giunge la conferma che non esiste alcun sacerdote cattolico che risponde al nome detto dalla prigioniera. Chiediamo rettifica a nome dell'obiettività e dell'imparzialità".
"...Per oltre 20 minuti mai una volta la Signora Milena Gabanelli ha riferito il vero, Vukovar è una città croata, attaccata e distrutta dai guerriglieri serbi, e la popolazione uccisa e deportata è di nazionalità croata".
Le suddette contestazioni, il cui obbiettivo era quello di ottenere una rettifica da pare del garante per l'editoria, hanno certamente una legittimità. Le persone che, in Italia, sostengono la causa croata, difficilmente accettano che venga messa in discussione l'innocenza del popolo croato, cioè di tutti i croati, nessuno escluso. Mi sembra inevitabile però fare un paio di precisazioni: Vukovar è una città a popolazione mista (secondo i croati a maggioranza croata e per i serbi a maggioranza serba), e tutto quello che ne consegue (distruzioni, omicidi e deportazioni) ha toccato entrambe le etnie. Io ero da parte serba e quindi parlavo di loro, né più né meno come i miei colleghi fanno quando si trovano da parte croata (cosa che succede molto più spesso). Non ho filmato il massacro. E a questo punto è legittimo il dubbio, ma la certezza mi sembra un po' azzardata, poiché io ero là, mentre chi mi accusa si trovava in Italia. Non li ho contati e non ho controllato i documenti per verificarne la nazionalità, è vero. Vorrei solo un altro esempio di collega diligente che in una situazione analoga abbia agito diversamente. Mi sembra opportuno ricordare che la paternità degli eccidi viene addebitata solamente al fronte opposto rispetto a quello in cui l'inviato si trova. Trattandosi di un terreno sul quale non è facile muoversi da soli, è evidente che in qualche modo la verità è sempre deformata. Io ho parlato di "percezione" e non di certezza. In altri casi (dal fronte croato) si parla sempre di certezze. Non esistendo in Italia un Comitato pro-Serbia, queste certezze non vengono mai contestate. Per quel che riguarda la prigioniera, io mi sono limitata a fare "un'intervista", avvenuta senza essere concordata con nessuno. La traduzione si è rivelata fedele alle mie domande, quindi non ho ragione di pensare che siano state fatte delle pressioni in quella circostanza. Comunque durante la trasmissione, dopo la testimonianza della prigioniera, il filmato è stato interrotto dalla seguente precisazione di Minoli: "La signora fa affermazioni molto pesanti, ma ricordiamoci di Moro, Cocciolone ecc. Si tratta di una prigioniera e quindi potrebbe sentirsi costretta a fare queste affermazioni per tentare di salvarsi". E a questo intervento io ho ribadito dicendo "la sola cosa che si può dire è che in una condizione di non libertà la prigioniera sostiene che il prete Borislav Petrovic incitava all'omicidio. Non possiamo dire che questa sia in assoluto la verità".
La cronaca ci ha mostrato in seguito e in varie occasioni un serbo prigioniero dei musulmani, che dichiarava di essersi a lungo allenato a sgozzare maiali, prima di eseguire la pratica su qualche decina di "nemici". Si è gridato all'orrore, senza valutare la sua condizione dì prigioniero.
Il 13 gennaio 1991, il garante per l'Editoria, Giuseppe Santaniello, con una pronuncia di 13 pagine, ordina alla Concessionaria per il servizio radiotelevisivo la rettifica adducendo le seguenti motivazioni: 
"Appare accoglibile la richiesta a che venga rettificata l'affermazione che nell'ambito delle ostilità del conflitto jugoslavo vi sarebbe stata una strage di bambini, lasciando intendere, dal contesto della trasmissione, che i bambini fossero serbi e gli autori dell'eccidio croati. La verità appare smentita dalle deduzioni del Comitato Pro-Croazia e dalle risultanze documentali, ivi comprese notizie di cronaca di testate giornalistiche".
Però nell'ordinanza del garante c'è un riscontro interessante: 
"Con riferimento alla notizia secondo cui tal sacerdote Borislav Petrovic avrebbe incitato dal pulpito eccetera...la Sacra Congregazione per il Clero ha evidenziato le seguenti circostanze: nello schematismo della chiesa cattolica esiste un sacerdote di nome Borislav Petrovic [1], ma a giudizio dei suoi diretti superiori, si tratta di un sacerdote assai pio e assolutamente alieno da ogni forma di fanatismo e nazionalismo. La notizia quindi riportata dalla rubrica Mixer va rettificata nel senso che non sussistono elementi oggettivi, idonei a dimostrare le circostanze dell'incitamento al massacro di serbi da parte di tal sacerdote Borislav Petrovic".
Sul piatto della bilancia pesano di più le deduzioni del Comitato Pro-Croazia della mia testimonianza, peraltro non supportata da alcunché. E' evidente. Per quel che riguarda le notizie di cronaca di testate giornalistiche, si basano essenzialmente sulla notizia diffusa dalla Reuters secondo la quale un fotografo jugoslavo ha prima denunciato il massacro e in seguito ha precisato: "Ho visto solo qualche corpo di bambino che veniva messo nei sacchi di plastica".
Nessuno si è preoccupato di andare a verificare sul posto, tranne l'inviato del settimanale "Oggi", Andrea Biavardi. Ma il suo pezzo, nel quale venivano riportate testimonianze di sopravvissuti che dichiaravano di essere a conoscenza dell'eccidio, non è stato tenuto in considerazione. Invece Andrea Biavardi mi ha in seguito riferito di essere stato oggetto di pesanti diffamazioni.
Per quel che riguarda la testimonianza della prigioniera, ho già detto che è stata fatta una precisazione durante la trasmissione. Che altro si pretendeva? Che l'intervista venisse censurata perché alcuni argomenti infastidiscono? E' sufficiente l'opinione dei diretti superiori del sacerdote per ordinare una rettifica? Evidentemente sì. I colleghi, ad esclusione del Corriere della Sera e di Repubblica non hanno perso l'opportunità di spargere un po' di facile veleno (poteva essere un'ottima occasione per smentirmi coi fatti, ma era un tantino rischioso e forse anche un po' complicato). Sul fronte dei quotidiani mi limito a citare l'Avvenire del 4 dicembre 1991: "Milena Gabanelli, serba, regista di professione, coniugata con un italiano, inviata a Vukovar da "Mixer'' come giornalista (sic!)...è stata condotta in tarda serata in uno scantinato buio per farle intravedere cadaverini inesistenti di bimbi massacrati dai croati...Quanto è stata disgustosa quell'intervista che la nostra "giornalista" ha effettuato a una povera donna croata prigioniera, con evidenti segni di violenza sul volto, torturata e costretta ad accusarsi di crimini non commessi. Quella di Milena Gabanelli è stata una sporca propaganda serba ...". L'articolo è firmato da Giovanna Sopianac e Maja Snajder. Io non ho pregiudizi verso i loro cognomi, ma sembrano indicare una origine diversa dalla mia, italiana da sempre, e che metteva piede in Jugoslavia per la prima volta nella sua vita [2]. Ma non è questo il punto, pare invece che essere serbi significhi "non diritto alla parola". Può darsi che le due signore abbiano ragione, ma forse non è il pulpito più adatto per calare una simile sentenza. Per quel che riguarda la mia professione, sempre messa in dubbio con virgolette (sic!), sarebbe stato più corretto verificarla presso l'Ordine dei Giornalisti, visto che nello stesso articolo si accusa me di non aver verificato cose inverificabili. Il resto non merita commento.
Purtroppo la storia non si ferma qui. Continuo a fare il mio mestiere e oltre alla striscia di Gaza, il Nagorno Karabah, c'è anche un ritorno a Vukovar. In quell'occasione pubblico un pezzo su un settimanale nel quale non cito mai serbi o croati, ma descrivo semplicemente quello che rimane dopo una guerra. Al direttore di quel settimanale viene inviato il seguente telegramma: "...Protestiamo vivamente che sia consentito a questa signora, sotto accusa presso ordine professionale su nostra iniziativa per clamorose falsità...di poter aprire la bocca sui tragici avvenimenti di Vukovar, obliando proprie gravissime responsabilità e sottacendo quanto compiuto in vile collaborazione con la politica di inganno disinformativo promossa dai servizi segreti serbi. Ove trattasi di una Maddalena pentita bene sarebbe stato prima di tutto come la Maddalena evangelica confessare le colpe trascorse. Sicuri che non pubblicherete ma tanto per mettervi di fronte alle Vostre responsabilità e alla Vostra coscienza inviamo non cordiali saluti. Comitato Pro-Croazia. Professor Vittorio Menesini". In tutte le guerre ci sono sempre stati gli schieramenti, durante la guerra del Vietnam nessun inviato è stato processato per aver raccontato le atrocità che compivano i vietnamiti ai danni degli americani. Sappiamo che è successo, e sappiamo anche che gli americani avevano torto. Nel caso della guerra in Jugoslavia la verità "deve" stare da una sola parte, altrimenti sei un "collaboratore dei servizi segreti serbi".
E la storia continua, e si ridiscute di fronte al Consiglio del mio Ordine Regionale. C'è l'esposto dell'Avvocato Menesini e quindi si avvia la procedura. "Signora Gabanelli, ci racconti cosa è successo quel giorno a Vukovar" mi chiede il presidente della Commissione, Luca Goldoni. La sottoscritta racconta, ancora una volta. E' umiliante, ma è la procedura. "Era mai stata precedentemente inviata su un fronte di guerra?".
"Ero stata in zone di guerriglia. La mia esperienza riguarda pezzi di approfondimento di politica estera. Doveva essere così anche stavolta, poi le cose sono andate diversamente. Con l'esperienza dell'inviato di guerra sarei stata più cauta e certamente testimone di nulla". "Signora Gabanelli, io non ho ragione di non credere a una sola parola di quello che ci ha raccontato. Purtroppo non possiamo sottovalutare l'esistenza di una pronuncia del Garante" mi dice Luca Goldoni.
Il mese dopo una raccomandata mi informa sulla decisione dell'Ordine. Nessuna sanzione disciplinare (come chiedeva l'esposto del Comitato Pro-Croazia facendo appello al codice di deontologia professionale), ma un innocuo "avvertimento". Dopo avermi concesso il beneficio della buona fede e l'oggettiva difficoltà del lavoro, il Consiglio dell'ordine concludeva così la propria sentenza "...inquadrando il caso nel clima di quanto sta accadendo nel vicino territorio, e dunque in un contesto stravolto da rivalse etniche, politiche, religiose, Mixer, forse con eccessiva precipitazione, ha calato Milena Gabanelli, giornalista senza una specifica scorza da inviato, in una realtà bellica 'anomala e confusa' che pertanto ha avuto come relatrice televisiva una cronista altrettanto anomala e sicuramente occasionale''.
Avrebbero potuto darmi una sospensione (e poi saremmo finiti in tribunale) e invece mi hanno detto "attenta, non lo fare più". Infinitamente ringrazio. "Anomala e occasionale"? Considerando la piattezza che mi circonda non posso nemmeno offendermi. Come non mi offendono Riva e Ventura quando nel loro pregiatissimo libro "Jugoslavia, il Nuovo Medio Evo", scrivono: "...Mixer rilancia il massacro, ospitando la testimonianza ambigua di una collaboratrice da Belgrado" [3]. La grande accusa che in tutta questa faccenda mi è stata rivolta, è quella di non aver "verificato"; eppure coloro che hanno riempito pagine non si sono neppure degnati di controllare la mia nazionalità. Non mi risulta che un'informazione del genere rischi di essere sulle traiettorie delle pallottole. Per il resto, vorrei solo sottolineare che non ho speculato sulle disgrazie altrui affinché il mio nome emergesse. Era un'ottima occasione, eppure ho rifiutato il bombardamento della stampa e della televisione che è seguito alla trasmissione. Soprattutto ho voluto evitare di cadere nella facile trappola dalla quale si sarebbe a tutti i costi voluto far emergere una persona filo-serba. Avevo un compito, ho cercato di svolgerlo nel migliore dei modi. Poi, sono passata ad altro. [ * ]

[1] Una posizione parecchio divergente da quella del Comitato Pro-Croazia, che, come abbiamo visto, dichiarava: “non esiste alcun sacerdote cattolico che risponde al nome...”.
[2] Che Milena fosse serba, o moglie di un serbo, o comunque legata a Belgrado, mi fu detto più volte da molti giornalisti croati (Marco Guidi).
[3] Riva-Ventura, Jugoslavia, cit., [Gigi Riva e Marco Ventura, Jugoslavia. Il nuovo Medioevo, Milano, Mursia 1992] p. 112.


(Milena Gabanelli)




1943 LA SICILIA SI ARRENDE
post pubblicato in Appolloni, Corrado, il 4 dicembre 2015

A livello di macrostoria, non per nulla l’avventura dell’uomo sulla terra è segnata dall’incarnazione di Gesù Cristo, di colui che è il senso della storia, per cui, da due millenni, l’evoluzione del genere umano viene classificata secondo che i fatti che ad essa si riferiscono siano avvenuti prima o dopo l’Evento per eccellenza, cioè Avanti Cristo o Dopo Cristo, ante Christum natum e post Christum natum. A livello locale, isolano, la microstoria concernente in particolare la Sicilia sud-orientale è stata duramente segnata anch’essa da un ante e un post. Mi richiamo, in questo caso, a prima e dopo il devastante sisma del 9, 11 gennaio 1693, il sisma sinistro e terrificante che ci ha costretti ad adottare la suddivisione cronologica locale, distinguendo ciò che è avvenuto ante terrae motum e post terrae motum. Drammaticamente interessate da questa tragica data furono le comunità di Noto e Avola. I netini, dopo ampio dibattito tra i superstiti, decisero di abbandonare la terra degli avi, il monte Alveria, per iniziare la grande avventura di Noto barocca sul piano delle Meti e sul declivio sottostante; gli avolesi diedero l’addio alle balze degli Iblei, da cui, disponendo di una vista sul mare a 180°, potevano agevolmente controllare le incursioni nemiche, soprattutto saracene, e coraggiosamente, fidando su un avvenire meno precario, cioè libero da invasioni piratesche, scesero in pianura, a due passi dal mare, per tracciare l'Esagono, edificare una città moderna e iniziare un nuovo processo storico ampliando e diversificando le loro attività. Da contadini e cacciatori, quali erano, legati a un’economia di mera sussistenza, molti di loro si aprirono a una agricoltura più razionalizzata, all’artigianato, al commercio e alla pesca. Ai nostri giorni, sempre più, di fronte a una terza divaricazione che la prospettiva storica sempre più impone, si avverte la necessità di sottolineare e interpretare il senso del grande evento, nel bene e nel male, rappresentato dallo sbarco degli Alleati sulle nostre coste del 10 luglio 1943.
Lo sfondo storico, che consente di valutare adeguatamente la portata degli eventi, a 70 anni da quei drammatici giorni dell’invasione anglo-americana, ci rappresenta il quadro di una grande svolta che giustifica una ulteriore, ampia suddivisione della microstoria locale. Sappiamo oggi con la certezza testimoniata dall’evidenza dei fatti storici che quel temuto sbarco, che fu giustamente denominato invasione, si tradusse, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in qualcosa di profondamente innovativo per la nostra vita, prendendo, tra l’altro, l’aspetto della liberazione dal totalitarismo, senza con ciò voler negare, sottovalutare o, peggio, banalizzare – sia ben chiaro – la drammaticità degli eventi che seguirono al più grande dispiegamento di navi e forze militari mai concepito e portato a esecuzione dall’inizio della storia umana sul teatro del mare Ionio, con particolare riferimento al tratto di costa che da Avola porta a Capo Passero. Mi domando quindi se, per ben inquadrare quel momento storico che tracciò una frattura, una netta discontinuità rispetto al passato, non sia necessaria un’altra suddivisione della nostra storia locale, anche in questo caso tra un prima e un dopo, cioè tra prima dello sbarco e dopo lo sbarco. Mi chiedo insomma se non sia necessario solennizzare, anche in questo caso con la lingua dei padri, gli eventi del Novecento del sud-est siciliano secondo che siano avvenuti ante Anglorum irruptionem e post Anglorum irruptionem, proprio per sottolinearne la dirompente novità e gli effetti travolgenti sulla nostra realtà umana. Credo di trovare d’accordo con questa mia interpretazione gli Autori di “1943, la Sicilia si arrende”, se è vero che, come prima testimonianza, essi riportano un’espressione di Sebastiano Bono che afferma, da quella persona di buonsenso qual era, che la data del 10 luglio 1943 rappresenta per noi una sorta di prima e dopo Cristo. Non si tratta di una rincorsa a frasi ad effetto, ma di far propria la lezione della storia e giudicare tutta una serie di fatti concreti, confermati ai nostri giorni da una sempre più corposa moltiplicazione di memorie, di notizie, di ricerche intorno a quanto è avvenuto in Sicilia dopo quel fatidico 10 luglio 1943, di cui quest’anno si commemora il 70° anniversario. Non per nulla, al riguardo, sono annunciati incontri e convegni di studio. 70 anni costituiscono, infatti, un sufficiente background per prendere atto della straordinarietà per noi siciliani di quell’imponente dispiegamento di forze e di quello sbarco, che, pur tra lutti, distruzioni, disperazione, desolazione, ha significato per la nostra terra una grande svolta con l’aggancio e la presa duratura di contatto con la modernità e la post-modernità, anche in questo caso nel bene e nel male. L’invasione anglo-americana ha portato, nella nostra società statica d’anteguerra, il vento del progresso che ha facilitato un benefico salto culturale e ci ha consentito di aprirci all’Europa e al mondo intero, ma ha determinato, purtroppo, anche il tragico abbandono della nostra identità siciliana, della nostra sicilianità, della dimensione sublime della sicilitudine, per esempio tutte le volte che ci ha indotti ad accettare acriticamente qualunque innovazione senza sottoporla al vaglio della ragione, rischiando, come è avvenuto, di buttare con l’acqua sporca anche il bambino. Occorre considerare che l’analisi obiettiva di tutte le questioni riguardanti l’uomo e la sua avventura sulla terra insegna che qualunque situazione umana è caratterizzata dall’ambivalenza. È, cioè, a doppio taglio nella misura in cui può favorire il bene se si recepisce il suo significato profondo ai fini della crescita complessiva di una persona e/o di una comunità. Può invece introdurre elementi di disgregazione, se si accetta tutto supinamente finendo per rinnegare la saggezza indotta da una esperienza di vita millenaria.
Tenendo presenti queste brevi note introduttive, possiamo ora tornare all’argomento centrale del nostro incontro. Credo, per mettere in situazione tutti i gentili presenti all’incontro, di potere tranquillamente affermare che, tra le ricerche storiche scritte e pubblicate in occasione del 70° dello sbarco degli Alleati in Sicilia, sia per perpetuarne la memoria storica, sia per capire i dati fondamentali della strutturazione umana e comportamentale di noi siciliani del terzo millennio alla luce dell’evoluzione e degli sviluppi determinati dai fatti iniziati il 10 luglio 1943, rivela una sua peculiarità inconfondibile il lavoro di Corrado Appolloni e di Michele Favaccio, “1943, la Sicilia si arrende”, pubblicato per i tipi dell’editore Morrone poche settimane fa. L’opera si configura come un affresco con molteplici scene che, partendo dalla sventurata entrata nel secondo conflitto mondiale dell’Italia mussoliniana, il 10 giugno 1940, passa rapidamente a focalizzare il doloroso e traumatico evento dello sbarco del 10 luglio 1943, che fu ufficialmente denominato “Operazione Husky”, che si può considerare come il primo atto dell’inconditional surrender, della resa senza condizioni, imposta dagli Alleati, come afferma il presentatore dell’opera, gen. Giuseppe Valotto, quella resa che poi si materializzò l’8 settembre 1943 con l’armistizio di Cassibile (diciamo 8 settembre anche se sappiamo che, in realtà, l’armistizio fu firmato il 3 e reso pubblico l’8). La documentazione, di tutto rispetto, si avvale soprattutto di fonti italiane e inglesi, queste ultime nella traduzione di Michele Favaccio, senza trascurare una molteplicità di testimonianze personali che arricchiscono soprattutto la parte finale del volume e che, anche se non sempre accedono a dignità storica, inficiate come talvolta sono da partecipazione emotiva personale, contribuiscono tuttavia a rendere palpitante la dimensione del dramma che, in quei giorni del 1943, si consumò sulle nostre spiagge, sulle nostre città e soprattutto sulla pelle della nostra gente. L’obiettivo dichiarato da Corrado Appolloni e Michele Favaccio è di offrire una fedele ricostruzione degli avvenimenti senza “lasciarsi coinvolgere dalle accattivanti mitizzazioni che la fantasia popolare ha creato nel tempo”. La quale fantasia, mi permetto di aggiungere, serve tuttavia come testimonianza evidente del coinvolgimento totale della comunità sociale che quegli eventi produssero nel vissuto popolare. L’opera inizia comunque con un giudizio complessivo, finalizzato, a mio parere, a farci capire il senso complessivo e gli effetti della carneficina a cui diamo il nome di Seconda Guerra Mondiale. Secondo gli Autori, e per quanto mi riguarda condivido questa valutazione, la tragedia rappresentò il suicidio dell’Europa, “i cui Stati più forti, incapaci da secoli di trovare un pacifico modus vivendi, finiranno col distruggersi vicendevolmente a vantaggio di altri Stati quali l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America”. Volutamente sommaria, ma puntuale, è l’analisi degli eventi, che portarono alla Seconda Guerra Mondiale, i quali vanno ricercati in buona misura nell’insoddisfazione generale di vincitori e vinti, soprattutto dei secondi, della Prima Guerra Mondiale, dopo il trattato di pace firmato a Versailles il 28 giugno 1919. Rapida è la successione dei fatti, perché l’obiettivo degli Autori è di arrivare al 10 luglio 1943, allorché “gli alleati sbarcano in Sicilia e la conquistano in 38 giorni”. Ciò stabilito e ribadito, il capitolo su “L’Italia in guerra”, in linee essenziali, focalizza lo stato di impreparazione dell’Italia, in stridente contrasto con l’inguaribile e paradossale ottimismo, indotto dalla retorica mussoliniana, ma ben conosciuto da tutti coloro che, disponendo di un minimo di realismo, temevano a ragione il disastro che puntualmente si verificò. Opportuno dunque il riferimento al Diario del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, genero del duce, nel quale funzionavano i positivi condizionamenti della ragione e del buonsenso. Ben consapevole della “totale impreparazione dell’Esercito, assoluta mancanza di mezzi offensivi, inefficienza completa nei comandi”, così sentenziava: “L’avvenire ci riserba molte amarezze”. Profeta Galeazzo Ciano? Direi piuttosto semplice osservatore della realtà, ribadita, sotto certi aspetti, da quel grande stratega che fu il generale tedesco Rommel – soprannominato “la volpe del deserto” – che, il 2 marzo 1941, così annotò nel suo Diario: “Gli Italiani, qui in Africa, sono degli ottimi camerati, e dei bravi soldati. Se avessero i nostri mezzi e la nostra disciplina, potrebbero gareggiare con le nostre migliori truppe… I soldati italiani sono ottimi, pazienti, resistenti, coraggiosi, ma mal comandati e peggio armati”. Seguendo il progetto di coerenza logica, il volume di Appolloni e Favaccio enuncia, a questo punto, in rapida successione, gli avvenimenti bellici e politici principali fino alla conclusione disastrosa della guerra e al Referendum istituzionale, in seguito al quale, il 18 giugno 1946, viene proclamata la Repubblica, per poi entrare in medias res con il denso capitolo dedicato alla Sicilia in guerra. Opportunamente, gli Autori si soffermano anzitutto su un significativo antefatto, risalente all’estate del 1937, dunque a tre anni prima dell’inizio delle operazioni belliche, allorché ebbero luogo in Sicilia, alla presenza del principe ereditario Umberto e dello stesso Mussolini, grandi manovre militari in cui furono impegnati due schieramenti, indicati convenzionalmente come Azzurri e Rossi. Le manovre si conclusero con la netta affermazione degli Azzurri. Per l’occasione, la propaganda di regime, dopo avere sproloquiato su una presunta perfetta efficienza dell’apparato bellico, diffuse la convinzione dell’inattaccabilità della Sicilia. Se qualche esercito nemico avesse ipoteticamente tentato di sbarcare nell’isola, la potenza militare italiana lo avrebbe inesorabilmente bloccato e sbaragliato prima di arrivare al bagnasciuga. La grossa balla, spacciata per inoppugnabile realtà di fatto, aveva lo scopo di rassicurare i Siciliani circa un ipotetico futuro tentativo di invasione e di persuaderli sulla superiorità bellica dell’esercito italiano. Una tragica frottola che, però, non poche persone presero per buona. Non si diceva forse che il duce aveva sempre ragione? Poco dopo lo scoppio della guerra, si sperimentava intanto, con i primi attacchi aerei degli Alleati, il netto peggioramento delle già molto precarie condizioni di vita. Con il razionamento dello zucchero, del sapone e successivamente perfino del pane, si favoriva lo sviluppo del mercato nero, dell’intrallazzo, come si diceva allora.
C’è altresì da rilevare anche che la presenza in Sicilia degli alleati tedeschi, i quali non riuscivano a camuffare il loro senso di superiorità sia nei confronti dei Siciliani che dei nostri soldati, aumentava il malumore e cominciava a insinuare nei nostri padri il dubbio e poi i primi segni di sfiducia verso il regime fascista. Si aggiunga a ciò che i tedeschi erano convinti che gli Alleati avrebbero tentato sì lo sbarco, non in Sicilia però, ma semmai in Sardegna o nei Balcani. Il che contrastava con la percezione di insicurezza che, già all’inizio del 1943, era diffusa in tutti i Siciliani che, senza bisogno di fruire delle informazioni dei servizi di intelligence, intuitivamente percepivano che il tentativo di sbarco era alle porte. Il che coincideva peraltro con la convinzione degli Alti Comandi italiani, in contrasto, non solo in questa occasione, con gli Alti Comandi tedeschi. Solo che, pur avendo capito che l’invasione stava per sopraggiungere, il governo italiano, invece di elaborare efficaci strategie di difesa, si esercitava nel passatempo della sostituzione dei Comandanti delle Forze Armate nell’isola, con il risultato, ne deducono gli Autori, che gli ultimi arrivati si trovarono a fronteggiare una situazione che conoscevano solo superficialmente. C’erano poi da affrontare le disastrose condizioni igienico-sanitarie e alimentari della Sicilia, per descrivere le quali Appolloni e Favaccio si avvalgono della preziosa testimonianza del col. Francesco Ronco, imperniata sulla grave carenza di acqua potabile, sulle epidemie sempre in agguato anche a causa dei contagi dei morti di guerra insepolti, sulla fame dilagante, sulle infezioni malariche endemiche, sulla quasi totale mancanza di medicinali e dunque sull’alta mortalità tra la popolazione civile, “che trova riscontro soltanto nelle epidemie”. E dire che, in quel periodo, noi Italiani eravamo sulla carta titolari di un vasto impero e aspiravamo a essere riconosciuti tra le più grandi potenze militari ed economiche del mondo… Si trattava di imperialismo straccione? Interrogativo retorico. Ma lasciamo la risposta agli Autori del libro i quali affermano che, “quando gli Alleati metteranno piede nell’isola, tranne qualche sparuta eccezione, non troveranno né fascisti né antifascisti… ma semplicemente uomini e donne provati da lutti, fame, privazioni e sofferenze, desiderosi solo che tutto finisca al più presto”. E gli Alleati, come è noto, misero effettivamente piede in Sicilia in seguito all’Operazione Husky, laddove Husky designa proprio il famoso cane da slitta siberiano che tutti oggi conosciamo per il fatto che si sta tentando di farlo acclimatare in Sicilia, con alterne fortune, come cane da compagnia o da difesa personale. Appolloni e Favaccio chiariscono che il piano dell’invasione, approvato dal gen. Alexander, prevedeva due ampie zone di sbarco: la prima riservata alla 7° Armata americana, comandata dal focoso gen. Patton, che andava da Licata a Scoglitti; la seconda, riservata all’8° Armata britannica, comandata dal gen. Montgomery, che si sviluppava lungo tutta la zona sud-orientale sicula. Arrivò così il giorno dello sbarco (giorno D), quando, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, misero piede nel sud-est siciliano quasi in tranquillità 66.000 americani e 115.000 britannici, che poi salirono a complessivi 478.000 uomini. Le forze dell’Asse dislocate in Sicilia contavano invece circa 200.000 uomini, di cui 28.000 tedeschi. Superiorità degli Alleati in uomini, ma soprattutto e in forma schiacciante nell’armamento, molto più moderno e distruttivo e infinitamente superiore al nostro nel numero di strumenti di morte. A questo punto, si farebbe strada la tentazione di seguire gli Autori nella precisa ed ampia descrizione delle fasi belliche post irruptionem, dopo lo sbarco, che conducono con la tecnica calcistica domenicale del minuto per minuto. Resistiamo, per evidenti ragioni di sintesi, a tale tentazione per sottolineare alcuni punti chiave. Assicura la vulgata dello sbarco che l’Operazione Husky fu una passeggiata per gli Alleati. Detta vulgata è, almeno parzialmente, smentita dai fatti. Basti precisare, in riferimento alle forze terrestri, che gli Italiani caduti nell’arco dell’Operazione Husky furono 4.678, i Tedeschi 4.325, gli Americani 2811, i Britannici 2.900. Quello che impressiona in questa funerea contabilità è anche l’altissimo numero di Italiani prigionieri, ben 116.681, di fronte a 5.523 tedeschi e a qualche centinaio di soldati anglo-americani che, tra l’altro, furono liberati durante la stessa campagna di Sicilia perché non si sapeva dove e come tenerli prigionieri. Come mai tanti Italiani prigionieri che furono poi tradotti in vari campi di prigionia perfino in America? Credo che la risposta sia da ricercare in buona parte proprio nella evidenza della schiacciante superiorità in uomini e mezzi degli Alleati. Se mi è permessa una breve autocitazione, nel mio libro “Sotto il cielo della Perla Ionica”, a proposito delle fughe di militari italiani e di troppo rapida resa agli invasori, mi sono permesso di considerare quanto segue: “E’ difficile considerare tradimento o viltà la fuga – e, nel nostro caso, la resa – quando l’unica alternativa è la morte sicura per l’impossibilità di respingere l’invasione di un avversario mille volte più forte, numeroso e perfettamente equipaggiato”. Il che, lo affermo fin d’ora, a scanso di equivoci, rende ancora più eroico e ammirevole il sacrificio di uomini come il raddusano Giuseppe Borbone e il netino Luigi Ignazio Adorno.
La mia opinione coincide con il giudizio di Appolloni e Favaccio, i quali, dopo avere premesso che non tutti i comandanti italiani furono all’altezza della situazione, in riferimento all’eroismo di tanti soldati, dichiarano: “Questi uomini, che scelsero di battersi malgrado tutto, meritano tutti gli onori e i massimi riconoscimenti; per contro, a quanti non vollero o non poterono compiere il proprio dovere, crediamo che vadano riconosciute tutte le attenuanti possibili e, di conseguenza, una larga e umana comprensione”. Personalmente, non mi sento di condannare molti italiani che, vista l’impossibilità di contrastare il nemico, si sbandarono e furono salvati dalla popolazione avolese, netina ecc. che li rifornì di abiti civili e, quando possibile, di viveri, salvandoli dalla prigionia e dalla morte. Io, allora bambino di quattro anni e qualche mese, ricordo il cioccolato, le gallette e le scatolette di carne che i soldati alleati mi offrivano sorridendo. Pur tuttavia, la descrizione dei soldati alleati come campioni di correttezza, di civiltà, di rispetto verso la popolazione e verso i vinti, sostanzialmente veritiera, conobbe tuttavia più di un’eccezione. È purtroppo vero che essi, in qualche caso, si abbandonarono a stragi gratuite, come quella raccontata dal giornalista inglese Alexander Clifford, il quale riferì che a Comiso, il giorno dopo lo sbarco, furono catturati e massacrati a freddo a colpi di mitra 60 soldati italiani e 50 tedeschi. La guerra, come ci insegna la tragica esperienza plurimillenaria, può essere più o meno disumana, ma sempre disumana e crudele resta, anche perché le condizioni in cui si svolge eccitano gli istinti più bestiali. Ditemi se non c’è da rabbrividire leggendo, a pagina 189, la testimonianza di Paolo Di Mauro che, trovandosi in contrada Palma, tra Avola e Calabernardo, descrive la scena di un gruppo di americani che, incontrando un ragazzo tedesco, che tentò di darsi alla fuga, “gli spararono e lo ferirono: dopo averlo raggiunto, gli strapparono la piastrina che teneva al collo e lo finirono selvaggiamente a pugnalate”. Agghiacciante! Ma quanti di questi episodi crudeli hanno caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale? Veramente la guerra, tutte le guerre meritano condanna inequivocabile in quanto ferita non rimarginabile inferta alla dignità dell’uomo. Descrivendo le condizioni dell’esercito italiano, fornito di armamento desueto, tecnologicamente arretrato e al limite della inefficienza, di servizio sanitario inconsistente, di vestiario che lasciava molto a desiderare, gli Autori non infieriscono sulle innumerevoli carenze che, ancor oggi, ci fanno gridare di indignazione contro Mussolini, il quale, pur consapevole dell’impreparazione bellica, mandò allo sbaraglio “8 milioni di baionette”, come la sua retorica qualificava i ragazzi che spedì al macello e con loro l’Italia intera. Appolloni e Favaccio non esitano a definire il nostro apparato bellico, come una “organizzazione perfettamente disorganizzata”, insomma una riedizione dell’esercito di Franceschiello. La loro dolorosa ironia si estende a quella che veniva definita la piazzaforte di Siracusa-Augusta, che sarebbe stato molto più realistico definire, più che piazzaforte, “piazzadebole”. Ammesso e non concesso che potesse sostenere un attacco dal mare, era totalmente impreparata a controllare un attacco avvolgente mare-aria, che era tuttavia prevedibilissimo. Nella rappresentazione, come si è detto, minuto per minuto, delle operazioni di sbarco, impressiona anche il pressappochismo anglo-americano sia nel raggiungere le zone di sbarco, sia soprattutto nei lanci dei paracadutisti che conobbero macroscopici errori, andando spesso a finire lontanissimi dagli obiettivi prefissati, al punto che molti paracadutisti americani che dovevano prendere terra nei pressi di Gela, andarono a finire a poca distanza da Avola e Noto. L’impressionante superiorità bellica degli Alleati, tuttavia, non solo non subì alcun effetto negativo dai gravi errori dell’aviosbarco, ma addirittura questi ultimi si trasformarono in un vantaggio perché i nostri comandi, ricevendo notizie di atterraggi di paracadutisti quasi ovunque, ne ricevettero l’impressione di essere assediati senza rimedio e, magari senza volerlo, seminarono il panico e la confusione tra le nostre forze di difesa. Pregevole e perfettamente documentata è in particolare la puntuale narrazione dello sbarco con l’utilizzazione dei mezzi anfibi ad Avola a partire dalle 00,20 del 10 luglio 1943. In poche ore, i britannici risalirono il viale Lido e la strada che da Mare Vecchio arriva al centro della città; indi raggiunsero e occuparono prima le scuole elementari “De Amicis” e poi, una volta abbattuto l’eroico Giuseppe Borbone, tutta Avola. Superati, subito dopo, alcuni ostacoli, tra cui quello rappresentato dalla resistenza opposta dal reparto comandato dall’eroico sottotenente Luigi Ignazio Adorno, due colonne britanniche avanzarono rapidamente verso Noto, che raggiunsero intorno a mezzogiorno. Nel pomeriggio, alle 18,30, venne attaccato il caposaldo di Villa Petrosa, sì che, dopo alcuni aspri scontri, la via risultò libera per entrare a Noto l’11 mattina. A nulla valsero le strategie del col. Felice Bartimmo Cancellara che non poté opporsi all’avanzata nemica e dovette registrare gravi perdite. Alle 9,00 dell’11 luglio, il comando inglese era già insediato a Palazzo Ducezio. C’è una annotazione interessante, riguardante Noto, nel Diario del col. Bartimmo che, avendo deciso di ripiegare sulla zona collinare iblea, su Palazzolo, afferma: “Rimanere in Noto voleva dire anche far distruggere la città e farci catturare tutti senza beneficio per l’azione generale”. Ora, noi sappiamo che il 28 febbraio 1943, in seguito all’intensificarsi delle incursioni aeree nemiche sulle città siciliane che poi sarebbero state interessate dallo sbarco, il Commissario Prefettizio al Comune di Noto pronunciò il solenne voto di recare ogni anno, in perpetuo, nella festa di S. Corrado Confalonieri, il 19 febbraio, all’altare maggiore della Cattedrale, un cero votivo per ottenere, tramite la sua intercessione, la liberazione di Noto dalle incursioni aeree e dalle devastazioni della guerra. La tradizione si perpetua fino ad oggi, tanto è vero che, il 19 febbraio scorso, il Sindaco Bonfanti, come tutti i suoi predecessori dopo il 1943, ha rinnovato il rito dell’offerta del cero votivo che ha recato all’altare maggiore della Cattedrale. Alla luce di quanto ha dichiarato il col. Bartimmo, preoccupato che una resistenza ad oltranza avrebbe comportato tra l’altro la distruzione di Noto, ci chiediamo se S. Corrado, salvando Noto dalle distruzioni subite ad esempio da Avola, non abbia illuminato il buonsenso del comandante del 146° rgt per salvare la città barocca e la sua popolazione. Tralascio tra atti di eroismo, diserzioni, fughe nelle campagne, abbandoni di divise in grigioverde ecc. la questione riguardante il contrammiraglio Priamo Leonardi, operante ad Augusta, condannato a morte dai fascisti per tradimento e poi, dopo la caduta del Fascismo, premiato dalla Marina con la medaglia d’argento al valor militare. Fu eroe o traditore? Quello che interessa è che, cambiando il punto di osservazione, cambiando il metro di giudizio o il pregiudizio, tutto diviene possibile, come si vede. Pertanto un eroe può essere considerato disertore e viceversa. È questo solo uno degli argomenti che ci fanno diffidare delle ideologie. Mi interessa però a questo punto sottolineare il “clou” del volume che, a mio avviso, va ricercato nell’ampio spazio giustamente dato dagli autori, entrambi avolesi, ad “Avola in guerra”: oltre 60 pagine su un totale di poco più di 200. Questo capitolo si ricollega poi direttamente all’elenco, che considero virtuoso e benemerito, delle vittime civili e dei soldati avolesi caduti nell’immane conflitto. Questo elenco rende parziale giustizia ai caduti avolesi della Seconda Guerra Mondiale che, purtroppo, sono stati spesso considerati come morti ingombranti di una guerra perduta, e non hanno ricevuto gli onori dei caduti della Prima Guerra Mondiale, i cui nomi giustamente sono incisi sulle stele dei monumenti ai caduti che ogni città elevò dopo la fine della guerra, in genere negli anni Venti del Novecento. Mentre, per quanto mi riguarda personalmente, vedo onorati due miei prozii, due Angelo Fortuna, entrambi appunto con il mio stesso nome, caduti ventenni nel corso della Prima Guerra Mondiale, ho dovuto attendere la pubblicazione di questo libro per vedere onorata la memoria di mio zio Vincenzo Passarello, uno dei ragazzi dell’ARMIR mandati allo sbaraglio nella steppa russa, caduto nei pressi del Don. Il capitolo su “Avola in guerra” dà man mano notizia di vari caduti, a partire da coloro che perirono nella battaglia di Capo Matapan (28 – 29 marzo 1941), frutto di uno studio di Michele Favaccio. Mi sembra particolarmente meritevole il ricordo di una delle grandi tragedie dimenticate, avvenuta a due passi dalla spiaggia avolese. Mi riferisco al tragico affondamento del transatlantico Conte Rosso, avvenuto il 24 maggio 1941 nel tratto di mare antistante il Capo Murro di Porco, in pratica a sinistra del Lido di Avola. Il transatlantico, silurato dal sommergibile inglese HMS Upholder, comandato da David Wanklyn, era stato requisito dalla Marina italiana per essere adibito a trasporto truppe in Libia. Ebbene, il suo affondamento provocò la morte di 1.297 uomini su 2.729 imbarcati. È stata una delle più grandi tragedie marittime della Seconda Guerra Mondiale. Il relitto del transatlantico Conte Rosso giace ancora al largo del mare di Avola, dove furono affondate durante il conflitto molte altre navi. Per molto tempo dopo la guerra, i più aitanti dei ragazzi avolesi esperti di nuoto si tuffavano con una meta fissa: la nave inabissatasi al largo del lido di Avola. Corrado Appolloni riporta opportunamente alcune cronache che i maestri elementari erano obbligati dal regime a redigere, prima e dopo la guerra, assieme ai normali registri. Attraverso tali cronache è possibile constatare come, all’inizio della guerra, gli sproloqui inneggianti all’immancabile vittoria finale, secondo le direttive del regime, a poco a poco, cedessero il posto al dubbio, all’incredulità e infine allo scoraggiamento per la sconfitta e per le condizioni di miseria in cui si trovava la popolazione avolese. A pag. 105 viene riportato un volantino diffuso dall’allora parroco Antonio Frasca della Chiesa Madre di Avola per invitare gli intellettuali avolesi a partecipare a una tre sere (29 – 30 aprile e 1° maggio 1943) per cercare “da saggi di veder chiaro in noi e intorno a noi”. Segue questo commento: “L’iniziativa si inquadra nella politica svolta all’epoca dal Vaticano, il quale si prepara a fronteggiare l’ormai prossima caduta del Regime”. Mi consentirà il mio caro amico Silvano di dire che questa affermazione odora di ideologia. Quella iniziativa del sacerdote Frasca, battagliero sacerdote, lottatore instancabile contro tutti i totalitarismi ma anche sensibile poeta, come avemmo modo di verificare dopo la sua scomparsa, era solo una benemerita attività culturale ed ecclesiale, che voleva incoraggiare gli intellettuali locali alla ripresa dallo choc bellico. Quanto alla “politica” del Vaticano, se così vogliamo impropriamente continuare a chiamarla, sappiamo che essa aveva come impegno primario la pace e, in quel periodo, era diretta a salvare migliaia di fratelli ebrei dalla deportazione, nascondendoli nei conventi e a tenere alto l’onore di Roma, abbandonata a sé stessa dal re, dal governo e dagli alti burocrati. Solo Pio XII rimase al suo posto, pur sapendo che Hitler aveva studiato un piano per un suo rapimento con relativa deportazione in Germania. Ciò detto, va solo aggiunto che la descrizione puntigliosa dei vari momenti dello sbarco costituisce una documentazione di cui non potrà fare a meno chiunque intende accingersi a una propria ricerca su quello che avvenne in quei tragici giorni. Le testimonianze congiunte di singole persone, di combattenti italiani, di militari inglesi (nella traduzione delle loro memorie e scritti che, come abbiamo già considerato, ne ha fatto Michele Favaccio) accedono spesso alla soglia della dignità storica. È perfettamente descritta la confusione, i pressappochismi, il terrore della gente. Agghiacciante è il ricordo dell’uccisione di Salvatore Piccione che, in buona fede e senza accorgersi del pericolo che correva, la mattina del 10 luglio, si trovava nei pressi del cimitero e portava un fucile da caccia a tracolla. All’intimazione dei militari inglesi di buttar via l’arma, rimase perplesso senza capire che cosa volessero. Quella perplessità gli fu fatale. Una scarica di mitra si incaricò di abbatterlo; egli rimase qualche istante aggrappato a un cancello di ferro prima di crollare per terra. Epica è la strenua resistenza opposta al nemico dal già citato fante mitragliere Giuseppe Borbone da Raddusa, medaglia d’argento alla memoria, rimasto ucciso nel suo fortino sistemato tra via Nizza e via Siracusa. Commovente la cronaca dell’uccisione del sottotenente Luigi Ignazio Adorno che combatté strenuamente con la pistola in pugno prima di cadere mortalmente colpito. Toccante il fatto che gli Inglesi gli concessero l’onore delle armi, ammirati per il suo coraggio. Credo che vada a merito degli Autori non essersi lasciati coinvolgere completamente nel tumulto bellico, l’aver mantenuto cioè una certa distanza prospettica per dare risalto alle testimonianze, invece che alle proprie opinioni e sensazioni. Dopo il capitolo su “Avola in guerra”, non poteva mancare il successivo dedicato al “Dopoguerra ad Avola”, periodo anch’esso segnato da precarietà, lutti, fame, ma anche da segnali di speranza. Intanto, le forze di occupazione mettevano a disposizione medicinali, soprattutto per fronteggiare l’emergenza della malaria, mentre poco o nulla si poteva fare per salvare la popolazione da tifo, paratifo, meningite e altre malattie per cui sarebbe stato necessario disporre di antibiotici, merce rarissima all’epoca, il più delle volte ancora in fase di sperimentazione. I vincitori procurarono anche viveri alla popolazione affamata, beninteso in misura largamente insufficiente. Malgrado le rassicurazioni delle truppe occupanti, molti avolesi restarono per parecchio tempo, molti fino alla fine di settembre e parte di ottobre, rifugiati nelle grotte della Montagna. Naturalmente, come purtroppo avviene in simili casi, essendo le abitazioni cittadine abbandonate dai proprietari, furono facile preda di sciacalli che non esitavano a saccheggiare e scavare perfino tra le macerie, sotto le quali si trovavano ancora i cadaveri in avanzato stato di decomposizione delle persone morte sotto i bombardamenti del 9 e del 10 luglio e della seconda e terza decade di quel tragico mese. Per gli sciacalli le disgrazie altrui sono una manna del cielo; le scelleratezze dei farabutti non si fermarono dinanzi a nulla. Altro che umana pietas! Malgrado tutte le cautele delle famiglie e, bisogna dirlo, degli ordini dei comandi militari alleati, si registrarono stupri, ma anche rappresaglie e ritorsioni da parte dei familiari delle vittime, che fecero sparire in fondo ai pozzi alcuni stupratori o aspiranti tali. Anche dopo il rientro in città, si viveva in stato di estrema precarietà. Giustamente, gli Autori, parlando dei caduti avolesi dopo l’8 settembre, che causò lo stato di confusione che sappiamo, danno ampio spazio all’infame strage perpetrata dai nazisti a Cefalonia, dove, tra gli altri, fu trucidato il giovane sottotenente di vascello Salvatore Denaro, per dar spazio dopo al sorgere della Repubblica Sociale Italiana, alla guerra partigiana fratricida, alla confusione postbellica. Interessante la parte in cui si chiarisce come la maggior parte della popolazione continuava a vivere di espedienti per carenza di generi di prima necessità, mentre si può considerare una nota di colore, che per lo meno apre a un sorriso di bonaria ironia, il fatto che i fumatori incalliti, non potendo comprare sigarette, se le preparavano artigianalmente utilizzando pezzetti carta di giornale o di quaderno e foglie essiccate della vite. È il famoso “tabaccu i preula”, poi utilizzato anche dagli adolescenti che, essendo al verde, negli anni Cinquanta non si facevano scrupolo di scimmiottare gli adulti forgiando questo tipo di sigaretta da economia di guerra. Con grave ritardo rispetto agli anni precedenti e seguenti, a fine novembre 1943, si riaprirono le scuole. Ebbene, riprendendo in mano le relazioni dei maestri, stilate dopo lo sbarco e la sconfitta bellica, Corrado Appolloni rileva come la retorica sfrenata dell’immancabile vittoria italiana, unitamente alla baldanza acritica e alla mitizzazione del duce, aveva ceduto il posto alla cruda realtà della sconfitta, della fame endemica, della mancanza di igiene e della desolazione. La maggior parte dei bambini andava a scuola coperta di cenci, stracci e a piedi nudi, oltre che morta di fame. Capelli lunghi, spettinati e pidocchi erano la regola, così come l’aspetto pallido e macilento dei fanciulli, molti dei quali, come affermava il maestro Vincenzo Alia, si nutrivano come i popoli primitivi, cioè cercando erbe nelle campagne e rubacchiando qualche frutto. Se gli Autori si soffermano a esaminare la situazione avolese, ciò non significa che altrove, a Noto, a Pachino, a Rosolini, la situazione fosse diversa. Quasi ovunque avvenivano le stesse cose, perfino nel campo sociale. Se ad Avola la lotta politica per il potere era tra il podestà Corrado Santuccio e “u cavaleri” Antonio D’Agata, altrove cambiano i nomi, ma emergevano personalità come, appunto, “u putistà e u cavaleri” ad Avola. A Noto, ad esempio, si ricordano ancora oggi i “genovisiani” e i “sallichiniani” Siamo già pervenuti, dunque, alla grande svolta, cioè, al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e alla conseguente proclamazione della Repubblica Italiana (12 giugno 1946). Cominciava un nuovo capitolo che, pur registrando ancora contraddizioni e ingiustizie, avviava l’Italia a uno sviluppo certamente disordinato, ma incredibilmente veloce che preludeva al “miracolo economico”. Un’altra storia, insomma, ma effetto diretto delle conseguenze dello sbarco. 70 anni sono passati dall’invasione anglo-americana e 73 dall’inizio di quella carneficina che fece oltre 50 milioni di morti e inaudite distruzioni nel nostro travagliato globo terrestre. Basti pensare a Pearl Harbour, alle atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, al bombardamento di Dresda, alle vittime dell’Olocausto, ai nostri tanti ragazzi che videro spezzata la loro esistenza, oltre che in patria, in Africa, in Russia, in Grecia e in cento altri teatri di morte. Si sperava che il sacrificio di tante persone umane potesse almeno scongiurare conflitti futuri. Sappiamo che non è stato così; Corea, Vietnam, Cambogia, Iraq, Siria e molti altri conflitti regionali hanno continuato a mietere vittime e a provocare sofferenze inaudite. Il sentiero dell’amore, della pace e della comprensione dei popoli affascina le anime nobili, ma è purtroppo molto meno praticato dei sentieri di morte. Eppure resta l’unica via percorribile per isolare i seminatori di odio, di violenza, di ideologie disumane e per edificare una società a misura d’uomo. Questo bel volume di Corrado Appolloni e Michele Favaccio focalizza efficacemente con obiettività, grazie anche al supporto della vasta documentazione, quello che è realmente successo ad Avola, a Noto e in tutta la Sicilia sud-orientale dallo sbarco anglo-americano in poi, dal 10 luglio 1943 alla fine del conflitto. Pur con tutte le tragedie umane che provocò, indubbiamente contribuì a cambiare il senso della storia della nostra isola che, paradossalmente e, aggiungiamo, fortunatamente, da invasa dal nemico, si ritrovò liberata dal totalitarismo e da ataviche chiusure verso il mondo esterno. Da allora, la Sicilia ha inseguito il sogno della modernità, del progresso, che avrebbe dovuto cancellare secoli di emarginazione e di sottosviluppo. Apparve all’inizio come una sorta di Eldorado il miraggio delle ciminiere della SINCAT, del complesso petrolchimico di Priolo Gargallo, delle raffinerie di Augusta. Oggi conosciamo anche il lato disumano e talvolta criminale di questo pseudo sviluppo che ha inquinato tutta la zona nord della nostra provincia e liquidato i valori comunitari della tradizione, della nostra profonda identità umana. A 70 anni da quei fatti possediamo dunque il retroterra storico per prendere atto dei benefici e anche dei guasti della pseudo emancipazione indotta da una forma di industrializzazione in eclatante disarmonia con la vocazione specifica isolana che non può essere attualmente mossa che da due imperativi: privilegiare la dimensione mediterranea della Sicilia e prendere atto della sua forte appartenenza alla cultura europea. Il tutto nella fedeltà alla propria identità umana, sedimentata da millenni di esperienza e fondata sulla fratellanza e sulla solidarietà. Per tutti questi motivi credo proprio che la suddivisione che ho proposto all’inizio tra prima dello sbarco e dopo lo sbarco, tra ante Anglorum irruptionem e post Anglorum irruptionem non sia affatto campata in aria e ci accompagnerà ancora a lungo. Ben oltre la nostra generazione. Anche grazie a questo benemerito lavoro storico-letterario di Corrado Appolloni e Michele Favaccio. [ * ]



(Angelo Fortuna)








Corrado Appolloni, Michele Favaccio, 1943. La Sicilia si arrende, Morrone, 2013 [ * ]

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IL SEGRETO DELL'ISOLA NUDA
post pubblicato in Colussi Corte, Claudia Sonia, il 28 ottobre 2015
  

Presentato sabato 19 settembre nell'ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, con la partecipazione di Luisa Chiodi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso e di Mario Boccia, veterano del fotogiornalismo nei Balcani, questo libro, che ha partecipato al Premio nel 2002, è il deposito scritto del travaso successivo di due memorie orali, quella del padre Cherubino Colussi alla moglie sulla sua esperienza all'"isola nuda" e quella della madre alla figlia, Claudia Sonia Colussi Corte, autrice del libro, scritto in un italiano non del tutto sicuro da parte di chi arrivata bambina era rimasta a vivere in Croazia, per trasferirsi poi col marito a Belgrado, dove la raggiungerà durante la guerra degli anni '90, nell'ultimo periodo della sua vita, la madre.  
Cherubino Colussi è uno dei duemila operai dei cantieri navali di Monfalcone, di cui ha parlato Andrea Berrini in un suo libro, che scelsero nel 1947 di trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Per Cherubino la scelta era resa più facile dal fatto che era nato nell'isola di Lussino nel 1909, quando regnava ancora l'impero austroungarico. Si trattava perciò di portare la sposa e la figlioletta anche nella casa del padre. La madre dell'autrice, più concreta, di questo viaggio nell'utopia vedeva però soprattutto la precarietà e ne presentiva la sciagura. Della partenza dall'Italia, da Isola Vicentina, l'autrice, che aveva allora due anni, non ha alcun ricordo. Si basa sui successivi racconti orali della madre, che contestualizzano la vicenda con vivide immagini.
C'è un nucleo narrativo minaccioso che aleggia sulle vite delle due protagoniste femminili, corrispondente ad un luogo fisico, l'"isola nuda", che crea un teso climax ascendente che trova risoluzione solo nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "La crudeltà umana", in cui il padre rivela, una volta liberato, cos'è Goli Otok, l'isola dove ha trascorso quattro anni di detenzione. 
Di questo luogo, a nord della più famosa isola di Raab, non si potè sapere nulla fino agli anni '80, dopo la morte di Tito, quando uscì qualche saggio che passò inosservato ma fu negli anni '2000, dopo le guerre jugoslave, che il tema è tornato d'interesse (in italiano è uscito nel 2008 un altro libro di carattere memorialistico sull'argomento, L'isola nuda di Dunja Badnjevic).
Il campo di Goli Otok fu aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito e serviva a concentrare in prigionia migliaia di comunisti filosovietici jugoslavi. Non erano i diritti umani e le libertà politiche il motivo della divaricazione tra i due regimi, ma il nazionalismo. Tito, a differenza di ciò che accadeva negli altri paesi dell'Europa orientale, dove il comunismo era stato importato dai carri armati sovietici, godeva di un largo appoggio popolare, come capo del movimento partigiano rivoluzionario che era risultato vincitore. Sulla base di questo consenso non era disposto a prendere ordini da Stalin, all'interno di un movimento comunista internazionale dove le economie nazionali e le decisioni politiche erano in funzione della strategia dell'URSS. Anche in politica estera Tito non voleva sacrificare la sua indipendenza, e guardava ai Balcani, prefigurando una comunità dei paesi di quest'area. Non bisogna nemmeno escludere che sia intervenuta una rivalità tra i due dittatori in termini psicologici, quasi una forma di gelosia reciproca. La risposta da parte sovietica fu virulenta, fino all'esclusione della Jugoslavia dal Cominform e all'accusa di titofascismo. 
Il padre dell'autrice era sempre rimasto fedele all'URSS. Nell'isola di Lussino lavorava nei cantieri navali e si era distinto come attivista politico, frequentando la locale sezione del partito comunista. La comunità italiana sull'isola doveva essere numerosa se la famiglia Colussi, almeno in questa prima fase, non aveva imparato il croato. Che la componente etnica non debba essere stata del tutto estranea nella condanna di Cherubino lo rivela involontariamente un episodio raccontato nel libro. La mattina dell'arresto il padre era andato a lavorare come tutti i giorni e l'autrice, bambina di sette anni, era rimasta a casa da sola. "Ad un tratto sentii un brusco battere alla porta. Mia madre era appena uscita per andare al mercato a fare delle compere. Pensai che nessuno dei nostri vicini di casa o dei nostri amici e conoscenti avrebbe cercato di entrare in casa con tanta insistenza e brutalità. Buttai i piedi giù dal letto, mi gettai addosso la vestaglia, mi infilai le pantofole e con il cuore in gola corsi ad aprire la porta. Davanti a me si presentarono due uomini in uniforme, due druzi come li chiamavamo noi, cioè due poliziotti. Mi dissero qualche cosa in lingua croata che io non capii. In quel momento entrò mia madre, mi prese subito la mano e me la strinse forte, forte, come per dirmi di non avere paura. Ma lei non era coraggiosa e attraverso la sua mano sentivo che tremava. I poliziotti le chiesero qualcosa, ma lei non conosceva il croato e non rispose nulla. Allora il tono della loro voce divenne più alto, più rozzo. Mia madre, facendosi un po' di coraggio disse con una voce tremante: "Magari sapessi la lingua croata...!". In quell'istante, senza lasciarle che finisse la frase, uno dei due poliziotti le diede uno spintone, tanto forte da farla cadere a terra. Con una voce che a noi sembrava non più umana il poliziotto ripetè più volte la parola magari, magari. Noi allora non capimmo cosa volesse dire". E in croato magarac significa "asino". 
La detenzione di Cherubino dura quattro anni. Viene liberato nel 1954 per un'amnistia, l'anno dopo la morte di Stalin. Tornato a casa si chiude in un desolato mutismo. L'inquietudine ansiosa che provoca in moglie e figlia lo decide alla fine ad aprirsi, a liberarsi. "Anche mia madre era pronta ad ascoltare tutto quello che mio padre ci avrebbe confidato, anche se era terrorizzata dal pensiero che qualcuno potesse sentire i racconti di mio padre. Tuttavia, allo stesso tempo era consapevole che il suo segreto era un peso che dovevamo condividere con lui. Così, tutte le sere, prima che mio padre iniziasse a raccontarci la sua storia, mia madre si assicurava che le finestre e le porte fossero chiuse bene. Allora ci sedevamo tutti e tre in cucina sul divano e lui cercava ogni volta di dare un ordine cronologico a tutto quello che gli era successo".  
Era stato arrestato davanti a tutto il personale del cantiere. Relegato in cella d'isolamento con le mani legate dietro la schiena in un carcere della polizia segreta per tre mesi, venne picchiato perchè confessasse di aver condotto delle azioni sovversive contro il regime politico jugoslavo e di essere in contatto con agenti di Stalin. Non aveva diritto ad alcuna difesa giuridica. Furono presentati dei testimoni falsi. Fu anche falsificata la sua firma in calce ad un verbale in cui dichiarava la sua colpevolezza. In base a questo il tribunale militare di Spalato lo condannò a quattro anni di carcere e ad un anno di libertà condizionata. Trasferito nel carcere di Bilece fu sottoposto ad un lavoro che in quella prigione era ritenuto quasi privilegiato, poichè escludeva i maltrattamenti fisici giornalieri. Faceva parte della brigata che aveva il compito di pulire le fogne delle carceri, naturalmente senza abiti o altri mezzi di protezione. Li facevano entrare nelle fogne, dove il livello delle feci arrivava a volte anche quasi alle spalle. Dopo alcuni mesi venne fatto salire su un treno blindato che fece un lungo giro nella regione raccogliendo altri prigionieri, finchè non arrivò a Fiume dove vennero tutti imbarcati nella stiva di una nave. La destinazione era l'isola di Goli Otok. Arrivarono all'alba. Sbarcati sul molo i prigionieri dovevano passare tra due ali di un centinaio di condannati ciascuna che li riempivano di botte. Cherubino non riuscì ad arrivare fino alla fine di questo tunnel e svenne a metà. "Rimase per terra, con le ossa schiantate, calpestato da quelli che gli erano dietro e percosso a sangue dai carcerati circostanti, fino a che tutti i prigionieri non furono usciti dalla nave. Lo portarono in un ambulatorio assieme agli altri sventurati". Appena potè camminare Cherubino ebbe il suo posto in una delle baracche della prigione, uno spazio di due metri quadrati, quello che praticamente prendeva il pancaccio su cui dormiva. Nuovi prigionieri continuavano ad arrivare nell'isola ma alla prima occasione Cherubino si rifiutò di riservare loro lo stesso trattamento che aveva subito all'arrivo. Per questo dovette partecipare ad una riunione di "rieducazione". "Mio padre fu indicato da un prigioniero del suo gruppo come individuo degno di assoluto disprezzo, perchè quel mattino non volle bastonare i nuovi venuti. Ciò dimostrava che lui non aveva assolutamente intenzione di pentirsi dei "suoi peccati" e che condivideva le idee della "banda" di prigionieri appena arrivati. Appena finite le critiche, lui e gli altri accusati furono riempiti di botte ed insulti, e lasciati per terra feriti nell'anima e nel corpo". Il lavoro giornaliero che svolgevano i carcerati era il trasporto di pesanti pezzi di pietra sulla schiena da una parte dell'isola all'altra. Era un lavoro inutile o che serviva alle esigenze della detenzione, come nel caso della costruzione di un muro di cinta alto tre metri, con torrette e sentinelle, che circondava nel punto più alto dell'isola, all'interno di una cava di bauxite, la baracca dove alloggiavano le "personalità" detenute, ex generali che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, ex parlamentari, funzionari, il presidente dell'Assemblea popolare del Montenegro, che nessun contatto dovevano avere con gli altri prigionieri. Finanche il corpo dei detenuti di questa baracca che morivano veniva gettato in mare di notte. Frequenti erano i condannati che si suicidavano, ed esserne stato in alcuni casi testimone personalmente fece riportare al padre dell'autrice profondi traumi. Per aver inutilmente tentato di salvare uno di questi che si era tagliato le vene fu punito e deportato in un'altra isola, a tirar fuori d'inverno, tutto il giorno in acqua, sabbia dal fondo del mare, dormendo di notte con le catene alle caviglie nella stiva di una nave. Tornò a Goli Otok tra la vita e la morte. Successivamente avvenne che per aver diviso una sigaretta con un altro detenuto fu pestato in una sorta di processo collettivo. Fu ricoverato in ospedale "dove suo malgrado dovette assistere al soccorso lento e precario che veniva dato a quegli infelici che cercavano di togliersi la vita. Di notte doveva ascoltare le grida inumane di ricoverati in preda alla follia, sentire i gemiti e le implorazioni dei prigionieri che, come lui tempo addietro, venivano portati dall'inquirente per l'inchiesta, e venivano bastonati a morte se si dichiaravano innocenti. Uscito dall'ospedale pesava 35 chilogrammi". Alla fine Cherubino cede. Comincia regolarmente ad andare dall'inquirente, "alle riunioni serali accusava se stesso con parole di disprezzo, riconosceva di essere stato un traditore e apprezzava tutte le efferatezze che venivano applicate in carcere per redimere i carcerati dalle loro colpe".    
Ciò che colpisce nella ricostruzione di questa vicenda è la fedeltà assoluta del protagonista alla sua idea. Per essa lascia l'Italia, trascinando nel suo destino moglie e figlia. Per essa affronta il girone dantesco di un'inspiegabile prigionia. Dopo la quale, fisso nella sua ortodossia, si fatica a capire se sia riuscito a elaborarne un'interpretazione. "Cominciò a fare lunghe passeggiate nella bellissima baia di Cigale. Leggeva moltissimo e scriveva poesie, che anche se non avevano un vero valore letterario, erano colme di sincera fede nel comunismo. [...] Fino ai suoi ultimi giorni di vita, nel suo cuore nobile e giusto, rimase quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia leggendo i libri dei suoi grandi scrittori. Era affascinato dalla sua rivoluzione e dalle sue immense vittorie. Era certo che i suoi atti grandiosi avevano dato ai popoli oppressi di tutto il mondo la speranza di redenzione delle loro sofferenze e portato nel modo più giusto l'eguaglianza tra gli uomini e il loro benessere". 
Enigmatico è anche quel cedimento finale, quell'autoaccusa che sembra una rivelazione, come quando si rivolge agli altri detenuti: "Compagni, soltanto i metodi che vengono adottati quì faranno di noi uomini nuovi. Dobbiamo essere grati al regime comunista jugoslavo di averci aperto gli occhi e fatto capire questo...". 
Il segreto di Goli Otok è racchiuso nell'animo di Cherubino, quello di un ideale che condivide con l'efferatezza di ciò che accade l'imparlabilità, la solitudine, la sottrazione allo sguardo e alla memoria. Cherubino ha poi cercato in qualche modo di squarciarne il velo con i suoi famigliari e il risultato a posteriori è questo libro. Che non fa che ribadire il destino trascurabile e ingiustificabile del suo protagonista.



(Carlo Verducci)








Claudia Sonia Colussi Corte, Il segreto dell'isola nuda, Forum, 2015 [ * ]


LA FAIDA DI MEDJUGORJE
post pubblicato in Diario, il 22 ottobre 2015
 

E' un episodio che non è ricordato in nessuno dei libri agiografici su Medjugorje, nè nei pochi libri dei detrattori. Praticamente lo si ritrova solo in "Balcani. Un storia di violenza?" di Stefano Petrungaro (Carocci, 2014), il quale si basa su tre testi non in italiano: Mart Bax, Medjugorje: Religion, Politics, and Violence in Rural Bosnia, Amsterdam, 1995; Elisabeth Claverie, Les guerres de la Vierge: une anthropologie des apparitions, Paris, 2003; un articolo di Ivo Zanic, War and Peace in Herzegovina, apparso in "Budapest Review of Books", 1998. In sostanza si tratta di questo: due clan rivali, entrambi croati, per la gestione del flusso dei pellegrini e degli introiti che ne conseguono, uno facente capo alla contrada di Bijakovici e l'altro a Medjugorje, si scontrano negli anni della guerra, 1991-1992. La faida, che si confonde con gli eventi bellici, provoca circa ottanta vittime, fino alla sua risoluzione con la definitiva sconfitta della fazione di Bijakovici, nel maggio 1992 quando "alcune unità dell'esercito croato e alcune truppe irregolari croate, che si trovano a passare da quelle parti, stabiliscono di fermarsi nei pressi di Medjugorje per una notte. Venute a conoscenza di quel che era in corso lì vicino, decidono di dare una mano ai propri compatrioti. Li raggiungono e completano la "pulizia" contro i "piccoli serbi", ossia la croata fazione rivale dei clan di Medjugorje. Un centinaio di uomini è catturato e ucciso. Una faida locale si mette la maschera del conflitto interetnico e ancor di più: una "piccola guerra" si appoggia a quella "più grande" che le passa accanto. Alla fine del giugno 1992, Medjugorje è di nuovo disponibile per i suoi pellegrini".
Andando a Medjugorje vent'anni dopo, di questi eventi non se ne ritrova alcuna traccia mnemonica (come pure solitamente accade in queste situazioni - basta recarsi nella vicina Mostar). Lascia delle perplessità anche il numero delle vittime. Se si vedono le foto di Medjugorje nel 1981, all'inizio della vicenda delle apparizioni, si rileva come a quell'epoca non ci fosse alcun paese ma letteralmente solo quattro case lungo la strada e Bijakovici a circa un chilometro non fosse altro che una borgata di un pugno di case ai piedi della collina del Podbordo. Non so nel 1991 ma se dieci anni dopo la situazione non era totalmente cambiata, cento vittime voleva dire aver praticamente forse dimezzato gli abitanti di Bijakovici.



(Carlo Verducci)
RATA NECE BITI
post pubblicato in Langer, Alexander, il 24 luglio 2015
 

Alexander Langer nacque nel 1946 a Vipiteno, Alto Adige, che sono i nomi italiani di Sterzing, Sud Tirolo. Sua madre era erede di una dinastia di farmacisti del paese. Suo padre un medico viennese di origine ebraica. Negli anni della persecuzione si erano rifugiati in Toscana: scamparono a un'irruzione di fascisti, e riuscirono fortunosamente a riparare in Svizzera. Alexander fu il primo di tre fratelli. Negli anni di scuola, studente brillante, si fece cattolico "autodidatta". La sua era una famiglia prestigiosa, e Alex scelse di rendersene indipendente, rinunciando alla sua eredità, ma il legame fu sempre fortissimo. Quando Alex introdusse me e Randi, la mia compagna, a sua madre, nella casa avita di Sterzing, era emozionato come per una cerimonia. Prima, nelle cartoline spedite da Vipiteno (Alex era un leggendario scrittore di cartoline illustrate) i saluti materni erano firmati "Elisabeth"; dopo, "Lilli".
Negli anni rivoluzionisti avevo avuto con lui una confidenza forte ma frettolosa. Non sapevo molto: la traversata a nuoto del Garda per festeggiare la maturità, eternata dal quotidiano locale. E la conoscenza con don Milani. A Barbiana, il curato gli aveva intimato, se davvero gli interessavano gli ultimi, di lasciare l'università. Alex si persuase che don Lorenzo fosse un santo, a suo modo, e però pensò che si è santi solo a proprio modo. Prese la sua seconda laurea, però fu lui poi a tradurre in tedesco la Lettera a una professoressa.
Insomma, i nostri rapporti si fecero più stretti dopo. Per me, lo scioglimento di Lotta Continua (1976) aveva significato una dimissione brusca da un'esistenza e una responsabilità collettiva. Per lui era diverso: l'avrebbe sentita come una diserzione, era deciso a proteggere un impegno collettivo ora rianimato della rivelazione ecologista. Rifiutavamo ambedue la "riconversione" ecologica, che era come un fare finta di niente, un aggiungere al classismo un po' di femminismo e un po' di attenzione verde: il cambiamento doveva essere una metanoia, una vera "conversione". Io ci arrivavo rivendicando la nobiltà del pentimento, riscattata all'abuso che si faceva del nome di "pentiti": la sconfessione del maschilismo, la scoperta di una storia naturale dirottata dalla storia umana, il disincanto dalle sorti progressive per un disarmo ragionato - "quel che non siamo più, quel che non vogliamo più". Alex, della "conversione ecologica" - quella invocata dall'enciclica di Francesco - fu il portabandiera, anche grazie al legame con i Gruenen, una delle sue prove di traduttore e traghettatore. Da allora, la differenza - lui impegnato a tessere le fila di un movimento, io distante dall'impegno collettivo - avrebbe segnato altre esperienze comuni.
Veniva a tirarmi fuori dalla mia campagna - a pochi minuti dalla casa fiorentina di Valeria e sua - sostenendo di aver bisogno di aiuto. Fu così nel 1987, quando una sua approvazione dell'allora cardinale Ratzinger contro le manipolazioni genetiche intitolata "Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?" sollevò uno scandalo. Ci fu un acceso dibattito a Roma, Alex volle smorzare la polemica, io gli feci da avvocato. Ricordo con nostalgia la serata e gli interlocutori: Giovanni Berlinguer, Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, e noi due. Qualcosa di simile, su una scala avventurosa, successe nel 1982. Gheddafi aveva visitato Vienna e incontrato un gruppo di esponenti verdi. Aveva monologato di essere il vero profeta ecologista, tant'è vero che il suo manuale si intitolava "Libro verde" - il colore dell'islam, ma Gheddafi sapeva essere duttile. Li invitò a Tripoli, qualcuno mostrò un vero entusiasmo, Alex ne fu preoccupato. Mi chiese di unirmi alla comitiva e di aiutarlo a limitare i danni. Che potevano traboccare: alcuni dei nostri arrivarono a proporsi come scudi umani contro una portaerei americana. I giorni passavano, gli agenti libici venivano a dirci: "No program today", io e Alex li avevamo ribattezzati "No pogrom today". I membri realisti della delegazione, come Otto Schily, poi ministro dell'interno con Schroeder, disperavano di esser mai più dissequestrati. Ci furono due nottate surreali di udienze con Gheddafi - l'ho raccontato a suo tempo. Alex mi invidiava la libertà con la quale trattavo i compagni di viaggio; lui, come sempre, si sentiva più responsabile e dunque addolorato di rompere con loro.
Questa differenza continuò drammaticamente lungo la guerra ex-jugoslava. Ne fummo assidui, io non dovendo render conto a nessuno se non a me stesso, e invocando strenuamente un intervento che mettesse fine alla strage e all'infamia della comunità internazionale, a partire dall'Europa. Alex aveva percorso la Jugoslavia che andava in pezzi, prodigandosi per la conciliazione, e poi, una volta che il peggio si compì, per figurare una convivenza all'indomani del massacro. Che intanto continuava, e Alex si persuase che il rifiuto di distinguere fra aggressori e aggrediti e di rivendicare un'azione di polizia internazionale rendesse i pacifisti complici della strage. Aveva già detto che l'inerzia internazionale era colpevole, ma con parole smussate per non dare scandalo alla comunità cui voleva appartenere. La misura fu colma nel maggio 1995, quando una bomba fece strage di 71 liceali che festeggiavano il diploma in un bar di Tuzla. Tuzla era la città prediletta di Alex, la più attaccata alla convivenza, e il suo sindaco, Selim Beslagic, era diventato suo amico. Beslagic gli scrisse: "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici". Alex incontrò a Cannes Chirac, che presiedeva un vertice europeo, e gli chiese il soccorso di una forza internazionale. Chirac, dal momento che alla vita piace scherzare, gli spiegò che la pace era il bene supremo.
Pochi giorni dopo, Alex si impiccò in un frutteto sopra Firenze. Non ha senso dire che Alex si sia suicidato "per la Bosnia", o per alcuna altra ragione. Però si può dire per che cosa è vissuto. Ancora pochi giorni, e avvenne lo sterminio di Srebrenica. Alex non ha saputo. Ma pochi giorni fa mi hanno presentato ai ragazzi di Srebrenica impegnati per la convivenza come "prijatel", l'amico, di Alex. Mi hanno guardato con invidia.
Alex era molto serio, molto rigoroso. Troppo, se volete. Ma era anche spiritoso, allegro, ironico e generoso. D'estate io e Randi andavamo in Norvegia, eravamo poveri, avevamo un maggiolino Volkswagen, per risparmiare facevamo tappa a Bolzano, da Alex, e poi cercavamo di fare una sola tirata - io non ho mai guidato. Un anno Alex decise sui due piedi di accompagnarci per alleviare la fatica. Attraversammo l'intera Germania: guidava, e mi dava lezione di tedesco. Quando arrivammo, esausti, al nostro fiordo, Alex, che aveva come sempre un impegno urgente, proseguì per Oslo, prese un traghetto e ritornò in Germania. Prima di imbarcarsi, spedì un certo numero di cartoline illustrate dalla Norvegia.


(Adriano Sofri)






(Apparso su "La Repubblica" del 22 luglio 2015)
IL PAESE DEI MUSSOLINI
post pubblicato in Emiliani, Vittorio, il 30 giugno 2015
 

Si può riportare la figura del duce al suo coacervo famigliare e regionale di origine, come se fosse un inguaribile provinciale, allacciato irrimediabilmente alle radici della sua heimat romagnola? E' quello che ha provato di fare in questo libro un suo parente, Vittorio Emiliani, nipote di Lucrezia Vasumi, cugina prima di Alessandro Mussolini, padre di Benito. Il duce dal punto di vista di Dovia/Predappio, dei suoi compaesani, del parentado, dei suoi antichi compagni di gioventù ha tutti i titoli per rientrare nella galleria di personaggi stralunati di un filone della letteratura romagnola, da Cavazzoni a Celati ad Amarcord, e senza trascurare la non lontana Marradi.
Per nonna Lucrezia, Benito è fin da ragazzo "'e màt", giudizio rimasto immutato per cinquant'anni tutte le volte che il duce tornava a Predappio, fino in piena guerra. "Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire...". Impressione che non era la sola ad avere. "Veniva su a Predappio Alta a trovare suo zio Alcide, sempre tutto spartito, con un cappello mai stirato e pieno di tigne. Si sedeva là in piazza su una panchina e stava lì delle ore col cappello fra le mani, con quegli occhi spiritati che facevano un po' paura...", raccontava la zia Candida.
Si può ridurre Mussolini ad una macchietta? E' la stessa moglie Rachele a chiamarlo cla màcia. "Un'espressione colorita che ripetè quando seppe che Benito era stato nominato dal re primo ministro: «Ma chi? Cla màcia?», disse con divertito stupore".
I ritorni successivi da trionfatore a Predappio non lo sottraggono ai commenti ironici dei paesani. "Mussolini sale le scale del vecchio Comune e si affaccia ad una delle finestre principali. Dal basso si leva un urlo festoso. Lui guarda compiaciuto la piazza dove tante volte ha sostato in cupa solitudine [...], fa un gesto solenne con la mano destra, un gesto poi consueto che reclama silenzio. Dal negozio dei Bartoletti lo guarda il fornaio Tugnàz, il quale si rivolge ridendo alla figlia della Lucrezia che adesso lavora nell'esercizio: «Iv vest, Candida? L'à fat acsè cun la man par di': 'Bon, bon, ch'adess av dòm tott...»". Non è andata meglio nella visita a Forlì, dove "'E zòpp 'd Vitòri", riesce a rompere il cordone ordinato della folla e, reggendosi sulle stampelle, ostentando una giacchetta indossata a rovescio, si para quasi davanti alla macchina scoperta del duce e gli urla: «Ohi, Benito, a j ò vultè gabàna anca me».
Mussolini non riesce a difendersi dalle pressanti richieste della torma dei parenti famelici. E' costretto a commissionare due indagini riservate per appurare quanti sono i "parenti veri, quelli prossimi e meno prossimi, quelli addirittura inventati". Costituisce dei fondi particolari destinati ad accontentare le loro richieste. Dalle schede conservate presso l'Archivio centrale dello Stato è risultato che i parenti beneficiati durante il ventennio furono ben 334. E quando torna a Predappio "la gente si accalca reclamando favori, il duce allora prega l'agente della banca locale di distribuire lui alla folla qualche biglietto di banca. «Fasi vo»". 
Ma nel libro non sono riportati solo episodi divertenti. Sono ventuno nella provincia di Forlì gli uccisi antifascisti nel periodo dello squadrismo. 
Alla domanda d'apertura De Felice ha risposto negativamente nel primo volume della sua biografia di Mussolini: "I biografi di Mussolini, quelli che scrissero di lui dopo che egli era ormai divenuto il "duce" dell'Italia fascista, i Beltramelli, le Sarfatti, i De Begnac, lo stesso Megaro - l'unico che per molti anni si sia posto di fronte alla figura di Mussolini non con l'animus dell'apologeta, ma neppure con quello del pamphletaire, bensì con quello dello storico - hanno dato una grande importanza al fatto che egli sia nato e cresciuto in Romagna, alla sua "romagnolità". Nei loro scritti pagine e pagine sono dedicate alla Romagna e al carattere dei romagnoli, forti e coraggiosi, passionali, fedeli all'amicizia e all'ospitalità, gentili e al tempo stesso proiettati verso una visione dinamica della vita, aperti alle più ardite novità politiche e sociali. Ora, non vi è dubbio che per più di un aspetto in Mussolini si può scorgere il romagnolo; bisogna però intendersi sul significato del termine "romagnolità"; se esso è assunto nel significato, in gran parte frutto di un luogo comune di origine letteraria e pseudo folcloristica, attribuitogli da certa pubblicistica di terz'ordine, è ovviamente escluso che si possa applicare a Mussolini; se, invece, con "romagnolità" si intende riferirsi al particolare interesse che, sin dalla più giovane età, i romagnoli - specie quelli del secolo scorso e dei primi del nostro - mostrano per tutte le forme della vita nazionale e locale, non vi è dubbio che in questo senso Mussolini fu un tipico romagnolo. Ma anche ciò premesso, se anche si vogliono assolutamente trovare delle "radici" alla quanto mai complessa e contraddittoria personalità di Mussolini, queste vanno cercate altrove. Al di là di alcuni motivi di carattere - del resto secondari e che non sono certo quelli che determinano una personalità - se proprio si volesse individuare in Mussolini una componente psicologica locale più che un romagnolo lo si dovrebbe dire piuttosto un milanese. Non vi è dubbio infatti che i dieci anni passati a Milano, nel momento decisivo della sua formazione morale e politica, ebbero ben più importanza dei circa venticinque trascorsi nella natia Romagna. Come notò a suo tempo Prezzolini, Mussolini "non ha mentalità agraria", non è un prodotto, cioè, della società agricola romagnola, ma "nasce dal ferro di una fucina di fabbro e cresce fra le armature e i camini delle grandi industrie milanesi": è il prodotto delle contraddizioni di una società industriale capitalistica in espansione. Tra i suoi biografi - se mai - è più nel giusto il Monelli, il quale - invece che sulla "romagnolità" - mette l'accento, come alcuni marxisti, sulla particolare condizione "piccolo borghese" della sua famiglia; una famiglia, dal lato paterno, di piccoli proprietari agricoli andati in rovina ai tempi del nonno Luigi, cioè proletarizzatisi, e, dal lato materno, di infima borghesia "benpensante" e un po' "codina" -, con qualche pretesa intellettuale. Non a caso, infatti, nella personalità e nell'opera di Mussolini è possibile rintracciare - anche se non va sopravvalutata - tutta una serie di motivi d'origine piccolo borghesi. A nostro avviso, premesso che - come si vedrà - la personalità politica di Mussolini venne definendosi soprattutto negli anni tra il 1909 e il 1919, se di "radici" si vuole parlare, l'unica "radice" un po' importante ci sembra quella paterna; l'unica, oltretutto, alla quale lo stesso Mussolini abbia fatto esplicito riferimento, con affermazioni che non ci pare possano essere considerate nè di maniera nè dettate da mero affetto filiale. Sotto questo profilo, chi tra i biografi di Mussolini ha visto meglio è stato il Megaro, che ha opportunamente richiamato l'attenzione degli studiosi sulla figura di Alessandro Mussolini e sull'influenza che sul giovane Mussolini ebbe il padre".
Mi sembra che il "come eravamo" predappiese, con la sua aggiunta di fatalità, non renda un buon servizio alla comprensione storica. La presupposizione che altri libri certo si occupino della formazione culturale e del progetto politico del futuro duce non elimina la sensazione che "'e màt" sia dilagato nuclearmente su una provincia, una regione, una nazione, il mondo intero. E che non si può sfuggire ai tentacoli familistici che si protendono nel tempo e nello spazio, facendo velo all'intelligenza delle cose ("Il suono delle orchestrine scandisce le ultime estati di pace e le ultime vacanze di Mussolini e dei suoi fra Riccione e la Rocca delle Caminate. E' andata bene in Abissinia, perchè non dovrebbe andar bene anche stavolta?"). 
L'assunto che l'autore propone in maniera disinvolta, quello del luogo natale come destino infinito (e nel caso in questione postumo), si infrange poi sull'unica figura guarda caso sfuggente, ribadita anche in questo libro, quella della madre, Rosa Maltoni, morta nel 1905 a quarantasette anni [ * ].




(Carlo Verducci)









Vittorio Emiliani, Il paese dei Mussolini, Einaudi, 1983
1968
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2015
 

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DAL PARADISO ALL'INFERNO
post pubblicato in Fallaci, Oriana, il 18 aprile 2015
 

Siamo in un tempo a dir poco “strano”. Un tempo in cui si uccide per niente, un tempo in cui tutto sembra voler cancellare le orme del nostro passato, delle nostre aspirazioni, dei nostri desideri, dei nostri sogni, fatti magari nella giovinezza, nell’adolescenza, nell’infanzia. E – spesso – non occorre che ci sia la guerra per tutto ciò.
Io ho mantenuto, di quel passato, una sola vera passione, che oggi è la sola occupazione della mia età stramatura: ormai sono alle soglie degli 80, e continuo imperterrito a leggere libri. Leggere, nonostante le critiche, i pensieri, le esperienze che si possono fare alla mia età. Un’età statica, purtroppo, in cui spesso si viaggia sulle parole degli altri anziché sui mezzi di trasporto. 
Da quel tempo e da alcuni ricordi ho deciso di leggere ancora un’autrice di cui ho alcuni libri 
(i due ultimi, La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, oltre a Un uomo, Insciallah, Oriana intervista Oriana, Lettera a un bambino mai nato), tra l’altro non tutti letti. Ho riletto adesso Un uomo, che mi piacque molto a suo tempo, negli anni '70 e Oriana intervista Oriana, credo uscito dopo i due ultimi libri dell'autrice citati sopra. E mi è tornata in generale la voglia di leggere "l’Oriana". 
Dopo Un uomo, un’amica mi ha nominato Se il sole muore. L’ho preso in biblioteca e l’ho divorato. Come sto già facendo ora per Niente e cosi sia. E proprio di questi due libri voglio parlare qui.
Il primo, Se il sole muore – che ho paragonato al "Paradiso" – è un diario del primo viaggio che Oriana fa in America, a caccia di quanto la fatidica “terra dell’oro” offre in quegli anni a chi la visita: l’ultima frontiera della scienza, l’astronautica, l’esplorazione di mondi e territori mai conosciuti, il superamento dell’ignoto. Mi preme subito riportare un tratto della dedica che Oriana ne fa: “…Ai miei amici astronauti che vogliono andar sulla Luna perché il Sole potrebbe morire”. Come si può capire è in questa dedica la ragione del titolo. 
Il libro è diviso in due parti: la prima consiste di 15 capitoli, la seconda di 19, per un totale di 34. La prima parte si chiude con il rientro di Oriana in Italia a causa di una grave malattia di sua madre. 
Ma la cosa interessante sta nell’apertura del primo capitolo: Oriana, poco dopo il suo arrivo a Los Angeles, cade per colpa di un sasso nascosto nell’erba. Erba? Terra? Oriana cerca la traccia dell’odore dell’erba, poi della terra: tutto appare come se fosse reale, ma l’erba e la terra sono “di plastica”! E questa è la prima scoperta della “terra dell’oro”. Scoperta che sorprende ed affascina la scrittrice, che – rammentando una sorpresa analoga – si ritrova a ricordare a suo padre un particolare di qualche anno prima.
La California dà l'occasione ad Oriana di parlare con uno dei più famosi scrittori di fantascienza, Ray Bradbury. E anche questa è stata una sorpresa per me, che in gioventù, più o meno all’epoca della stesura del libro, leggevo molto volentieri di fantascienza e ricordo bene Ray Bradbury, autore di Fahrenheit 451
Subito dopo iniziano le interviste agli astronauti. I primi vengono intervistati nella sede della North American, azienda che fabbrica le capsule per i progetti Apollo e Gemini, a San Antonio, Texas. Non voglio entrare nei dettagli delle interviste, che iniziano dal personale aziendale e poi arrivano agli astronauti. L’idea che mi ha spinto a scrivere questo resoconto è l’entusiasmo che muove l’autrice verso la vita di questi cosiddetti “nuovi eroi”. Entusiasmo che però viene subito smorzato dalle persone che la ricevono alla North American, prima di incontrare gli astronauti. 
Il racconto procede con la visita alla capsula Apollo: il tutto narrato con riferimento a quanto visto in Italia, a casa, con i genitori, alla televisione. Spesso l’autrice racconta in dialogo con suo padre. Finché arriva il momento di incontrare i primi astronauti. Cominciando con Slayton, poi Glenn, poi Shepard. E inframezzando gli incontri con un tentativo di provare le stesse esperienze cui vengono sottoposti gli astronauti nel loro addestramento. Come – dopo la capsula Apollo – la centrifuga, che – al momento di provare – l’autrice non accetta, spaventata da quanto ha visto esperire da uno degli astronauti. 
Perché il "Paradiso", si chiederà qualche lettore? Essenzialmente è stato il tono del racconto a farmene venire l’idea. Specie dopo la rilettura di Un uomo, dove la Fallaci è più concentrata sulla figura di Alexis Panagoulis, piuttosto che su di sè. Nel raccontare le imprese e la vita quotidiana degli astronauti invece, l’autrice è sempre molto entusiasta e partecipe del fatto che loro – contrariamente a quanto le dicono gli stessi protagonisti – costituiscono per lei dei nuovi eroi, che danno un senso all’idea di un mondo bellissimo di cui vuole sentirsi parte.
La prima parte si conclude, negli ultimi quattro capitoli, con l'intervista a Shepard (astronauta tolto dal giro da un banale incidente domestico), la prova della centrifuga – di cui ho già accennato – effettuata su di un astronauta che fu fatto smettere dopo aver raggiunto 16 g di accelerazione, e il trasferimento alla base della Florida – Cape Canaveral, poi Cape Kennedy – ove viene raggiunta da un telegramma di rientrare, a causa della malattia di sua madre.
La seconda parte inizia con un discorso con la madre, a proposito del fatto che la Luna doveva essere come una forma di formaggio da portare a terra pezzo per pezzo. Ma Oriana non resta per molto in Italia, presa com’è dalla visita alla nuova base di Cape Canaveral. E in questa introduzione della seconda parte che è il sedicesimo capitolo, accade una serie di cose tra cui l’assegnazione di una borsa di studio concessa proprio a Oriana per occuparsi e scrivere di astronauti e delle loro imprese. Questa borsa, che era stata concessa prima soltanto al primo ministro polacco e a quello del Tanganica, sarebbe dovuta toccare a lei, ma – proprio poco prima di partire – Oriana riceve un telegramma che la annulla.
Segue una serie di vicissitudini, come l’uomo volante con un piccolo motore a razzo sulle spalle, descritto dall’autrice ancora per ribadire la sua appartenenza al mondo delle cose futuribili, e già esistenti, e rigettare le cose appartenenti al passato. Ancora nella descrizione di una serie ulteriore di peripezie è presente nello scrivere della Fallaci questa proiezione nella realtà “prossima ventura”. Come, dopo un’esperienza di visita a Manhattan, accompagnata dal sig. Turner, direttore dell’ufficio pubblicità della General Motors, che ha casualmente conosciuto alla Fiera di New York, quando finalmente raggiunge una piccola cittadina dell’Alabama, Huntsville, che – da città nota per la produzione di latte – si è trasformata in RocketVille, la città dei razzi, e del loro progettista supremo, il dott. Werner Von Braun. 
Dopo aver raccontato le origini di Von Braun, legate alle cosidette “bombe volanti” V2, con le quali la Germania cercò di distruggere Londra, e il suo successivo trasferimento in USA come esperto di razzi, i motori che dovevano alimentare i missili e quindi anche le “astronavi”, per circa due capitoli la Fallaci si dedica ad un'intervista con Von Braun. Una cosa molto interessante nell’ambito dello sviluppo dell’astronautica americana: Von Braun, dopo essere stato il padre della missilistica militare americana, diviene il progettista dei razzi multi-stadio, il più grande e potente dei quali è il Saturno 5. 
Finalmente – esaurite le premesse e l’intervista con Von Braun – Oriana riesce ad incontrare gli astronauti del cosiddetto secondo gruppo, tra i quali si sarebbe dovuto trovare il primo astronauta che sbarcherà sulla Luna (quelli del primo gruppo furono solo protagonisti del progetti Apollo e Gemini, destinati a lanci cosiddetti “suborbitali”). E tra questi, approfondì la sua conoscenza con Grissom. Successivamente con Slayton e Freeman. 
Le cose vanno molto per le lunghe: a questo punto taglio il racconto, rimandando chi si è interessato, alla lettura del libro. Posso assicurarvi che gli ultimi capitoli (a parte quello che racconta la fine di Freeman, morto durante un volo di addestramento per colpa di un’oca selvatica che ha fatto esplodere il suo aereo) sono una serie di trovate, tutte volte a far vivere l’esperienza della realtà futura ai lettori. E questo, per tutti coloro che vivono l’avventura della tecnologia e delle vittorie che l’uomo ha ottenuto grazie al suo perfezionarsi, è realmente una conquista per l’umanità intera. Anche nel finale, con Bradbury, Oriana non si smentisce.
Il secondo, Niente e così sia, è un libro contro la guerra in genere. Narra di tre soggiorni in Vietnam, fatti in tre tempi diversi dalla Fallaci, ma sempre durante la guerra degli Americani combattuta in difesa dei Sud-vietnamiti. In una prefazione di nove pagine, Oriana racconta alcuni dettagli sulla guerra, in particolare la strage di My Lai, raccontati da alcuni soldati scampati e tornati in USA: ai racconti seguono alcune considerazioni personali. 
Il libro è fatto di undici capitoli, e appare un po’ più breve del "Paradiso" (Se il sole muore): il fatto che l’ho ribattezzato "Inferno" è proprio per le cose che Oriana descrive, una delle guerre più brutte che ci siano mai state. Una guerra iniziata ben prima di quando gli americani decisero di parteciparvi: prima di loro i francesi avevano combattuto in questo paese per molti anni. Nel primo dei tre soggiorni, la Fallaci conosce un giornalista di France Press, un certo François Pelou, mentre si trova presso la sede in cui lui lavora. 
Già, perché Oriana parte per il Vietnam dopo un breve discorso con la sua sorellina minore, Elisabetta, che le chiede “La vita cos’è?”, e non è soddisfatta della risposta che le dà Oriana. Così, tutto il libro sembra dedicato a rispondere meglio alla domanda di Elisabetta, e spesso, mentre scrive – in forma di diario – quel che le succede, Oriana continua il dialogo con Elisabetta. È come una lunga dedica: più che altro – a conclusione di alcuni episodi – ne scaturisce una parziale replica al fatto che la prima risposta non fu accettata dalla sorellina.
Anche per questo libro, non desidero fare la cronaca dei fatti. Sarebbe molto difficile, dato che esso si sviluppa (quasi come l’altro) in forma di diario, ma – a differenza del "Paradiso" – le tappe sono molto più sintetiche e raccontano molte più vicende. Se ne trae, durante la lettura e anche a conclusione di essa, l’idea dell’orrore della guerra. Orrore che Oriana fa apparire in tutti gli episodi che racconta. Orrore che – come giornalista – è chiamata a raccontare a tutti: è il suo lavoro. 
L’origine del titolo è particolare: Oriana è in America, reduce dal secondo viaggio in Vietnam, quando viene ucciso Martin Luther King. A seguito di una lettera di un commilitone di uno dei soldati che Oriana intervista in tutto il libro, decide di tornare in Vietnam. Va in India per un reportage, e poi rientra per la terza volta in zona, e ritrova Pelou, il giornalista che le è stato fratello e forse anche padre, in quei luoghi (a Saigon in particolare) così martoriati. Pelou racconta ad Oriana di un generale sud-vietnamita, Loan, particolarmente spietato, ora ferito e che è in ospedale. Durante il racconto, le dà un diario, trovato addosso ad un caduto vietnamita. A sera, stanno in albergo a fare considerazioni, mentre i caccia americani bombardano un quartiere e gli elicotteri mitragliano quà e là. E le loro considerazioni sfociano nella frase: “Tanto sono sempre i poveri che ci rimettono...”.  E Oriana immagina di essere alla messa domenicale e tra le preghiere inserisce un requiem che recita: “Padre nostro che sei nei Cieli dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dalla pietà, dall’amore, dalla fiducia nell’uomo, dall’insegnamento che ci dette tuo Figlio. Tanto non è servito a niente, non serve a niente. Niente e così sia”.
Il libro, in tutti e tre i viaggi in Vietnam, è un lungo diario di orrori, che descrivono benissimo la guerra attraverso testimonianze, azioni dirette cui la Fallaci partecipa (tra l’altro, si è imbarcata su un aereo biposto americano A37 per partecipare direttamente ad una missione di bombardamento). E chiunque abbia la pazienza di leggerlo, si trova perfettamente in un’atmosfera che solo la parola "Inferno" – in tutti i significati che ha nella nostra lingua – riesce a descrivere. Proprio in questo sta l’abilità della Fallaci. Anche nella descrizione dell’incontro col generale Loan ferito (conosciuto durante la prima missione come uno spietato aguzzino, che non ricorda – o fa finta di non ricordare – le atrocità commesse), Oriana riesce, se pur con la pateticità del dialogo con un ferito rassegnato, a darci ancora la stessa sensazione di inferno: “Niente e così sia”. Inferno che – fin dall’inizio – appare anche nel libro in una frase ricamata sul dorso di una giacca americana, frase che dice “Quando morirò andrò in Paradiso, perché su questa terra ho vissuto all’Inferno”.
Ed è proprio questa presenza continua, anche se non sempre nominata, a dominare l’intero diario. Fino alla fine, alla fine del terzo viaggio in Vietnam, dove la Fallaci riprende, nell’ultimo capitolo, il discorso che ha iniziato il libro, la domanda di sua sorella Elisabetta: “La vita cos’è?”. Oriana deve rientrare in America (vi arriverà poco dopo l’assassinio di Robert Kennedy, due mesi dopo Martin Luther King). Pelou lascia anche lui il Vietnam, destinazione Brasile. E così, la Fallaci racconta l’ultimo dialogo con François, in cui parla di un altro massacro, cui ha assistito: la strage degli studenti di Città del Messico ad opera delle forze di polizia, strage nella quale è stata ferita. E Oriana confessa a François da dove è partita per scrivere il suo diario: la domanda di sua sorella Elisabetta. E François prova a risponderle: "...un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo…Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto". 
Oriana conclude il libro cercando di rispondere lei alla sorellina:
"Un giorno mi chiedesti cos’è la vita. Vuoi ancora saperlo?"
"Sì, la vita cos’è?"
"È una cosa da riempire bene…Anche se a riempirla bene, si rompe"
"E quando si è rotta?"
"Non serve più a niente. Niente e così sia".
Proprio in questa frase, e in questo titolo, si adombra il superamento dell’"Inferno". La scrittrice è ancora splendidamente positiva, anche se sta parlando di quell’inferno che è la guerra, Anche io che scrivo ho visto una guerra e i suoi orrori: li ho visti a sette anni, sulle persone che più amavo, e che li hanno condivisi con me. Per questo ho condiviso del tutto l’esperienza che questo secondo libro tratteggia: l’inferno della guerra.
A conclusione, lascio l lettori a giudicare se le mie parole su questi due libri, che ho divorato in pochissimi giorni ed ho trovato entrambi splendidi, siano corrette. O del tutto campate in aria. Buona lettura.


(Lavinio Ricciardi)








Oriana Fallaci, Se il sole muore, Rizzoli, 2014 [ * ]
Oriana Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 2010 [ * ]


UNA VOCE IN CAPITOLO
post pubblicato in Mohades, Esmail, il 5 marzo 2015
  

"Ciò che è peggio è che quello che l’ISIS desidera essere l’Iran lo è già da trent’anni”. Tra il 1978 e il 1979 Esmail Mohades era in piazza con milioni di iraniani che si ribellavano alla dittatura dello scià. Dopo l’instaurazione del regime islamico di Khomenini ha dovuto abbandonare il paese e oggi vive in Italia e continua a lottare per la democrazia. Nel volume Una voce in capitolo, presentato mercoledì 26 febbraio alla biblioteca Villa Leopardi di Roma, racconta le battaglie che hanno attraversato l’Iran dall’Ottocento ai giorni nostri.
“L’Iran è un paese particolare: nel Novecento ha vissuto ben tre rivoluzioni legate non a questioni materiali ma alla conquista della libertà”. Una storia che si ripete in modo tristemente uguale quella raccontata da Mohades: la spinta verso la democrazia con milioni di persone che scendono in piazza, puntualmente arrestata dall’intervento di potenze straniere che favoriscono l’instaurazione di regimi autoritari: “In passato in chiave anti-russa, oggi per tenere a freno l’avanzata della Cina”. Al centro gli eterni protagonisti di ogni guerra: il petrolio, il potere. Nel mezzo migliaia di persone ammazzate o finite in carcere, a diluire il tutto l’ottima scusa: la religione.
“Se il regime dello scià non garantiva libertà politica, quello di Khomeini ha eliminato anche lo spazio sociale: né le donne né gli uomini iraniani possono vestire come vogliono. Gli iraniani chiedono la laicità, che è cosa diversa dall’ateismo, ma sanno bene che questo regime non ha nulla a che vedere con il loro credo”. Per Mohades non c’è nessuna differenza tra l’Iran e l’ISIS: “ISIS vuol dire governo islamico, la costituzione iraniana applica in modo integrale la sharia e tutte le leggi devono ottenere l’approvazione della guida islamica che non è eletta. L’uno taglia le gole, l’altro in passato ha fucilato milioni di persone, per non parlare delle ragazze recentemente sfregiate con l’acido perché poco velate”.
La sua tesi è che l’instabilità dell’area mediorientale sia legata alle mire di potere del regime iraniano: “Dal Libano alla Striscia di Gaza, dall’Iraq alla Siria, l’Iran ha finanziato i conflitti che hanno incendiato il Medio Oriente e le schegge sono arrivate fin qui, come dimostrano i fatti di Parigi”. E l’occidente? “Non reagisce, anche di fronte all’ISIS: come è possibile che 3.000 persone riescano a conquistare una città di 3.000.000 di abitanti come Mosul?”.
Il filo rosso per cui gli iraniani si battono per la democrazia però continua: “Tant’è che il regime è in grandissima difficoltà”. In prima fila ci sono proprio quelle donne che dal 1979 sono obbligate a indossare il velo, che non possono accedere a ruoli chiave nello stato, che vengono date in spose anche prima dei 13 anni a uomini molto più vecchi di loro, devono accettare la poligamia e non hanno diritto di divorziare: “La leader dei Mojahedin è una donna, la vera forza della resistenza è femminile”.
L’unica via per la democrazia in Iran e in medio oriente è per Mohades l’abbattimento del regime monarchico e del regime islamico: “Quando la riforma non basta serve la rivoluzione”.



(Sandra Fratticci)







Esmail Mohades, Una voce in capitolo, Menabò, 2013 [ * ]









(apparso su Piùculture  del 5 marzo 2015)




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LA "REPUBBLICA DEI MATTI"
post pubblicato in Foot, Jan, il 4 marzo 2015
 
  
"La repubblica dei matti" di John Foot racconta l'impresa di Franco Basaglia e di tutte le persone con cui ha combattuto, interagito, litigato, collaborato nelle fasi della sua formazione. Una formazione che sembra un romanzo, cominciata prima della nascita e non terminata dopo la morte. Come il Napoleone a cavallo di Hegel – cavallo che, in questo caso, sarebbe matto e si chiamerebbe Marco – Basaglia è stato lo spirito del mondo psichiatrico, la sua antitesi, che ha subito prodotto sintesi: Gorizia. Il testo di Foot torna sulla questione “antipsichiatria”, in particolare sull'idea “la malattia mentale non esiste”. Penso che la questione “malattia mentale” sia, in primo luogo, linguistica. Chi pone la questione “malattia mentale”, a cinquant’anni di distanza da quel dibattito, si trova stritolato nella dimensione neo pubblicitaria e neo liberale. Non riesce a distinguere più il significato. Chi dice “la malattia mentale non esiste” è il DSM-5 – l'ultima versione internazionale del manuale psichiatrico, su cui siamo più volte intervenuti a doppiozero. Infatti, secondo le categorie previste dal DSM-5, ciascuno può rientrare nel sistema di cura.
Si dovrebbe parlare allora di “malattia morale”, come segnalato da un libro di Mario Galzigna, uscito oltre vent'anni fa, ma qui siamo su piani culturali tra loro incommensurabili. Basaglia conosceva bene Sartre e la letteratura esistenzialista, era parte dello Zeitgeist dell'epoca, sapeva cosa intendevano Kafka, Svevo o Thomas Mann quando parlavano di malattia, aveva una formazione fenomenologica, aveva letto Foucault, Fanon e corrispondeva con gli psichiatri che, in tutto il mondo, pensavano di cambiare l'immagine della follia. Basaglia non è riducibile in alcun modo a gruppi di fanatici che hanno stravolto le sue idee rendendole prodotti mediali: fanatici favorevoli, fanatici contrari. L'opera di Foot era necessaria, viene da uno storico inglese, testimone esterno, persona che non è alla prima ricerca sull'Italia contemporanea. Quando si legge si ricava l'impressione che ami e ammiri il nostro paese, fenomeno del tutto anti-italiano. Nello stesso tempo il suo sguardo si rivolge ai legami, alle storie tessute insieme in quella formazione continua che furono Gorizia e Trieste. L'impresa di Gorizia fu eroica: una piccola comunità terapeutica si trova riunita, in gran parte per scelta, nella città maledetta – come recita il canto che ricorda la terribile impresa della grande guerra. La rinuncia di Basaglia alla carriera universitaria, l'unità e la solidarietà della relazione con Franca Ongaro, l'eroico trasferimento di Giovanni Jervis e Letizia Comba, che avevano lavorato con Ernesto De Martino, e l'impresa di tutti gli altri.
Era il periodo dei viaggi per incontrare esperienze all’estero: Laing, Cooper, l’esperienza di Kingsley Hall a Londra, l'influenza dell’etnopsichiatria, Fanon, oppure, nel paese, Michele Risso. Ecco, questo è un punto ancora troppo poco studiato: forse per Basaglia i folli potevano somigliare alle tarantolate, alle indemoniate di Verzegnis, ai viandanti solitari à la Dino Campana; andavano inquadrati in un sistema culturale specifico, esprimevano desideri inaccessibili ai più. In questo sguardo non c'era nulla di spiritualistico, il suo orizzonte era antropologico, storico-sociale, clinico, ma di una clinica orientata alle culture, alle nature molteplici. Poi venne il tempo delle Istituzioni, quando si trattava di fare dell’esperienza una pratica stabilita, riconosciuta, legale, costituzionale. Gli psichiatri cominciano a dipendere, come gli altri medici, dal ministero della sanità, non sono più Agenti di custodia; il trattamento sanitario psichiatrico è volontario, la contenzione è abolita. Arriviamo al 1978 e di strada se n’è fatta. Nasce, in fretta e furia, la legge 180, relatore alla Camera Bruno Orsini, democristiano. In fretta e furia perché il Partito Radicale aveva promosso un referendum che, se fosse stato approvato, avrebbe cancellato per sempre le conquiste raggiunte. L’illusione radicale che masse illuminate avrebbero abolito i manicomi era troppo ingenua, la questione psichiatrica è, e sempre sarà, una questione di minoranza.
Siamo nell'epoca di Trieste, e Trieste conferma la stabilizzazione di una prassi consolidata. Con Basaglia e dopo la sua scomparsa, si formano équipe che si trasmettono saperi sociali importanti, cooperative sartoriali, lavori artistici, teatrali, interventi terapeutici territoriali. Il film L'orizzonte del mare di Fabrizio Zanotti, grazie a una lunga intervista con Peppe Dell'Acqua, aiuta a inquadrare il sistema della psichiatria triestina che, dopo quarant'anni, riesce ancora a funzionare con un servizio ospedaliero di pochi letti, spesso vuoti. Come si è giunti a questi risultati? Si trattò di una grande impresa educativa dei normali, Foot racconta nei dettagli la preparazione dell'evento che presentò Marco Cavallo alla popolazione. Da queste pagine abbiamo ricordato Vittorio Basaglia, cugino di Franco, e Giuliano Scabia, che animarono il gruppo del progetto artistico e crearono Marco Cavallosimbolo di libertà e ricordo della presenza di un cavallo col carretto; unico, ai vecchi tempi, ad avere il permesso a entrare e uscire dal manicomio. Marco Cavallo è, inoltre, un meraviglioso volume curato da Scabia di cui scrive Umberto Eco.
Era necessario che i triestini fossero resi sensibili all'esperienza quotidiana della follia e le rare vicende drammatiche rischiavano di favorire azioni che fomentavano l'opinione pubblica in senso autoritario. Sul versante locale la Trieste di Basaglia non era certo più quella di Joyce e Svevo, era la città martoriata uscita dalla seconda guerra mondiale, con una popolazione spaventata dal comunismo e da quanto era accaduto prima, durante e dopo la guerra. Sul versante internazionale invece avveniva il contrario, l'esperienza di Trieste era stata diffusa e da tutto il mondo andavano là medici, psichiatri, psicologi, a osservare, a imparare, a mettersi a disposizione. Le esperienze triestine furono esportate nel mondo, dalla Svizzera al Brasile. Deve essere però chiaro che la stragrande maggioranza della popolazione, a Trieste e ovunque, era contraria al trattamento psichiatrico senza contenzione. Le masse – contro cui lanciavano strali Nietzsche, Ortega y Gasset, Pasolini – pensano che i matti siano pericolosi, con la certificazione silenziosa di quelle élite psichiatriche che da qualche tempo, in altre regioni d'Italia, hanno restaurato i servizi moltiplicando letti e fasce per polsi e caviglie. Foot però, da storico, assume posizioni descrittive. Mostra che, nelle circostanze più difficili, quando Trieste rasentava il 20% di voti fascisti, chi urlava per il ritorno alla contenzione erano proprio loro, i capi fascisti, come a ricordare che quello è il segno di ogni contenzione, il totalitarismo. La cura psichiatrica non avviene mai nel vuoto, è sempre politicamente orientata.
L'impressione ricevuta, cui avevo già pensato, ma che mi è apparsa chiara dopo questa lettura, è la straordinaria sincronicità tra l'opera di Franco Basaglia e quella di Michel Foucault. Nati negli stessi anni (1924 Basaglia, 1926 Foucault), scomparsi in giovane età (1980 Basaglia, 1984 Foucault), hanno vissuto esperienze manicomiali durante le prima metà degli anni Cinquanta, Basaglia come medico, Foucault come filosofo e psicologo. Foucault, non medico, non avendo alcun potere di incidere sull’universo concentrazionario manicomiale, intraprende un’opera intellettuale di enorme portata intorno alla storia della follia, della clinica e delle forme di reclusione nell'epoca moderna. Basaglia, medico psichiatra, trasforma questo sapere in pratica sociale, cambiando l'immagine della psichiatria. Entrambi furono criticati – a volte giustamente – spesso denigrati, non solo da politicanti da strapazzo, anche da intellettuali come lo storico inglese Lawrence Stone. Stone, che forse non conosceva direttamente Basaglia, parlò di psichiatri sconsiderati à la Laing, che, seguendo le idee di Foucault, avevano avuto la sciagurata idea di aprire i manicomi e di far circolare i matti per strada.



(Pietro Barbetta)


 





Jan Foot, La "Repubblica dei matti", Feltrinelli, 2014 [ * ]







(apparso su Doppiozero del 5 febbraio 2015)

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ROMA NEGATA
post pubblicato in Scego, Igiaba, il 23 gennaio 2015

Igiaba Scego va alla ricerca delle ultime testimonianze del colonialismo italiano presenti a Roma, sotto specie di monumenti, edifici, istituti culturali. C'è da dire che quel poco che rimane è ormai completamente dimenticato, sopraffatto dall'incuria, dalla sporcizia, dal disinteresse, dal fatto che non "parli" più a nessuno. Non proprio così doveva essere ad es. quarant'anni fa, quando ancora erano in vita coloro che all'avventura africana avevano partecipato fisicamente o idealmente. In realtà le testimonianze di quel passato si contano sulle dita di una mano. Il monumento ai caduti di Dogali vicino alla stazione Termini, in un giardinetto che è un concentrato di sporcizia e  degrado, è costituto da un piccolo obelisco egizio di epoca romana su un basamento moderno, ai cui piedi giaceva in epoca fascista il Leone di Giuda. Nessuno ricorda anche che i "Cinquecento" della vicina piazza sono i 500 (impropriamente, erano 440) caduti a Dogali, in Eritrea, in un'imboscata durante i primi tentativi di colonialismo italiano in epoca liberale. L'ex cinema Impero, oggi chiuso e murato, su via dell'Acqua Bullicante, è rimasto attivo fino al 1983, centro del ricordo di tante famiglie romane in epoca fascista e successiva. L'obelisco di Axum, in piazza di Porta Capena, è semplicemente un punto vuoto, a sostituire una stele religiosa che era divenuta uno spartitraffico di cui nessuno comprendeva le origini e che al limite fungeva da segnaletica per gli appuntamenti o per la partenza della processione al Divino Amore. Il vicino Ministero delle Colonie è divenuto per una sorta di legge del contrappasso Palazzo della FAO. Il ponte Duca Amedeo d'Aosta è percorso avanti e indietro da motorini, bus e macchine, senza che ci si degni di dare uno sguardo alle incisioni ai lati del ponte che magnificano la figura del duca D'Aosta e le sue gesta in Africa Orientale. Le targhe delle strade del Quartiere Africano, iniziato ad edificare durante il fascismo, non ricordano più a nessuno le tappe dell'epopea coloniale, come nel caso di via Makallè (cittadina etiope dell'omonimo assedio da parte degli italiani nel 1895-96), indirizzo attuale della biblioteca Villa Leopardi. Il Museo Coloniale in via Aldrovandi non esiste più e i suoi giacimenti sono conservati parte al Pigorini, parte in magazzino in attesa di un ricostituendo museo postcoloniale. Per finire un monumento dei giorni nostri, il mausoleo a Graziani ad Affile.
Igiaba Scego è figlia del ministro degli esteri somalo nel governo prima dell'avvento a seguito di un colpo di stato di Siad Barre. Il padre di Igiaba fuggì in Italia con tutta la famiglia in esilio. E a Roma nacque Igiaba, che è sempre vissuta ed ha studiato in Italia. Questo spiega la sua lacerazione, di cui sono piene le pagine di questo libro. L'Italia è la sua patria, non si sente una straniera, quì è cresciuta e si è formata, l'italiano è la sua lingua e tuttavia questa sua nazione è quella che ha costituito il suo impero coloniale nel Corno d'Africa, stuprando territori e popolazioni, lasciando cicatrici nelle generazioni a venire. La storia della conquista coloniale italiana in Africa orientale, soprattutto in Etiopia, è una storia spaventosa di massacri indiscriminati, uso vietato dei gas, sanguinose repressioni. Però le tracce di quel colonialismo sono penetrate in profondità, se Asmara era una città architettonicamente italiana, come in larga parte anche Mogadiscio se non fosse stata distrutta dalla guerra civile somala, se si continuava nel dopoguerra a studiare l'italiano, se la cultura europea di riferimento era quella italiana. Ma tutto ciò è stato vero per il passato, oggi, complice il totale disinteresse dell'Italia, i giovani non parlano più l'italiano ma altre lingue straniere. 
La tragedia del 3 ottobre 2013 nel mare Mediterraneo dove morirono trecentosessantanove migranti, al di là del commiato di circostanza, non ha fatto riflettere sulla loro provenienza. Moltissimi venivano dall'Eritrea ma questo non ha fatto sentire alcun tipo particolare di responsabilità nei loro confronti. Essi scappavano dalla dittatura di Isaias Afewerki, una delle più feroci esistenti in territorio africano. Il legame sentimentale tra Italia ed Eritrea non esiste più, un po' come testimoniano gli sporchi ed incustoditi reperti di un'epoca destinata all'oblio incontrati da Igiaba nella sua camminata per Roma.
Se così è, se ormai le imposture della globalizzazione si sono mangiate tutti gli atroci ricordi del passato, tutta la loro ambivalenza, l'unico appunto che si può fare a questo libretto, del resto bellissimo, è di indulgere troppo al sentimento, alle lacerazioni d'animo dell'autrice, rendendo anche lei confusa ed incapace a capire quanto sta oggi avvenendo, quanto ci circonda, a scapito di una chiave interpretativa, che dovrebbe essere soprattutto economica, degli spostamenti di popolazione. La Roma postcoloniale non può essere solo un confronto dell'oggi con la memoria di ieri, un esercizio di identità, ma deve spostare lo sguardo su quale futuro ci aspetta, oltre la celebrazione del meticciato.



(Carlo Verducci)  







Rino Bianchi, Igiaba Scego, Roma negata, Ediesse, 2014 [ * ]







vedi quì e quì
L'ULTIMO MISTERO
post pubblicato in Prosperi, Adriano, il 30 dicembre 2014
  

La pallottola sparata da Ali Agca contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 è da tempo incastonata nella corona della Madonna di Fatima in Portogallo. Chi l'ha sparata si è presentato ieri in piazza San Pietro con un mazzo di fiori in mano. È l'ultimo episodio di una vicenda piena di misteri, una di quelle che sembrano fatte apposta per solleticare le stanche fantasie di un'opinione pubblica depressa. Storie che mescolano sacro e profano, fantasie gialliste e compunzioni devote, dietrologie politiche e inviti a guardare in alto, là dove una misteriosa volontà divina semina di segni misteriosi la cronaca del mondo.
Ma che cosa si può dire a chi è troppo giovane per ricordare l'evento di allora e si chiede chi sia e cosa voglia questo strano "lupo grigio" dai capelli bianchi? Qualcuno dirà certamente che è una storia esemplare di qualcosa di cui avremmo molto bisogno, stanchi come siamo di sangue e di odio e di guerre al terrore: come non accogliere a braccia aperte l'uomo che un dì venne da lontano per uccidere e oggi ritorna in quella piazza al solo scopo — dice lui — di portare quei fiori sulla tomba del Papa che aveva scelto come bersaglio? Un lupo fatto agnello, come nei fioretti di San Francesco. Ma si dovrà tener conto dei dati di fatto. Dell'uomo abbiamo saputo negli anni alcune cose: per esempio, che ha cambiato religione, è diventato cristiano. Ma di quell'attentato abbiamo appurato ben poco di concreto, forse ancor meno di quello di Kennedy.
Quanto all'atto di ieri, si penserà forse che voglia esibire il suo pentimento, chiedere perdono. Questo sarebbe il linguaggio antico e profondo del cristianesimo: peccato, pentimento, perdono. Atto umano il peccato, atto divino il perdono, come ben avvertirono i farisei scandalizzati dalla parola di Gesù. Ma non è per questo che Ali Agca è venuto a Roma. E lo stile del suo annunzio non è stato quello del penitente. Ha proclamato di avere scelto il giorno (27 dicembre) del suo incontro con papa Wojtyla per venire lì: perché quello è il luogo dove è accaduto il miracolo, dove si è compiuto il terzo segreto di Fatima. E quel miracolo l'ha compiuto lui, con l'attentato al Papa. Chi si era mosso per compiere un assassinio ha scoperto di non essere un assassino ma un uomo scelto da Dio, uno strumento di Dio. Altro che pentimento: quello che si è presentato in piazza San Pietro sembra un profeta, l'annunciatore dell'Apocalisse. È tornato lì «dopo 34 anni per gridare che siamo alla fine del mondo».
Quel terzo miracolo, scritto nel 1940 in un mondo che sembrava davvero ben oltre l'orlo dell'abisso, fu rivelato da papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Francisco e Jacinta, i pastorelli di Fatima. E nessuno è stato convinto del significato profetico dell'attentato più di papa Wojtyla: fino al punto di non curarsi più di tanto di ciò che molti avrebbero voluto sapere. Per esempio chi c'era dietro Ali Agca e che cosa si attendeva dall'eliminazione del papa polacco. Con l'attuale pontificato il messaggio che arriva da Piazza San Pietro e che attira di nuovo tanti ascoltatori è molto cambiato. Non è più quello delle profezie e delle apocalissi antiche, tanto care ai fondamentalisti d'ogni risma. Per questo, tutto sommato, Ali Agca rischia di apparire un sopravvissuto ancora non sazio di una fama che ha già avuto in abbondanza.



(Adriano Prosperi)






(Apparso su "La Repubblica" del 28 dicembre 2014)









Ja'faral-Sadiq disse che "la nostra causa è un segreto dentro un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può spiegare; è un segreto di un segreto che si appaga di un segreto". L'articolo di Adriano Prosperi è dirimente della questione sul perchè non possa essere fatta luce fino in fondo sul comunismo, sulla sua fine ed anche sull'attentato a Giovanni Paolo II e sul caso di Emanuela Orlandi. Ci può anche essere un sigillo religioso sulla fine del comunismo ma è passato anch'esso nel magazzino di ferrivecchi della storia. Chiunque per qualunque motivo abbia modo di frequentare le giovani generazioni nate dopo quegli eventi sa che quella è una vicenda mai esistita nella loro coscienza. Ci si potrà in futuro occupare del comunismo come di qualsiasi altro periodo storico, e l'intervento divino più che di testimonianza di eternità lo è di storicità. Oggi sono in agenda nuovi problemi, affrontati con punti di vista diversi. Destino delle vittime non è di essere ricordate e celebrate ma di essere dimenticate.


L'ASSEDIO DELLA MECCA
post pubblicato in Trofimov, Yaroslav, il 12 luglio 2014
  

Alì Agca, nel clima arroventato di accuse agli Stati Uniti e all'Occidente di essere dietro l'occupazione della Mecca del 20 novembre 1979, sulla scia di analoghe intimazioni rivolte da Khomeini, nella libertà riacquistata dopo essere evaso dal carcere di massima sicurezza il 24 novembre, in una lettera di alcuni giorni dopo al giornale Milliyet, coinvolse nel complotto Giovanni Paolo II, atteso in Turchia in visita dal 28 al 30 novembre, preannunciandone l'assassinio. E un 20 luglio del 1983 era la data in cui scadeva l'ultimatum per la sua liberazione (cfr. [ * ]).
All'opposto non mancò chi successivamente ai massimi livelli in ambito saudita accusò Mosca di essere dietro la rivolta. Erano gli anni in cui l'Etiopia e lo Yemen del Sud erano marxisti e dal dicembre 1979 le truppe sovietiche entravano in Afghanistan portando una minaccia al Golfo Persico. Ed è da notare la coincidenza che i diplomatici americani prigionieri nell'ambasciata di Teheran venissero liberati il 20 gennaio 1981, alcuni minuti dopo l'insediamento di Ronald Reagan alla presidenza.
Il movimento eversivo di Juhayman aveva forse non casuali analogie con altri movimenti rivoluzionari in Occidente: "stranamente simili agli hippies ocidentali, si facevano crescere barba e capelli, e imbrattavano con inchiostro nero l'effigie del re sulle banconote che passavano tra le loro mani. Considerando illegittimo lo stato saudita, distrussero anche le loro carte d'identità emesse dal governo, che nel regno è obbligatorio portare con sè. [...] Anche se molti adepti avevano una casa propria, Juhayman istituì dei quartieri con le caratteristiche della comune in città come Riyad, Medina e La Mecca". Anche le accuse rivolte al regime saudita, seppure in veste religiosa, avevano qualcosa di familiare nell'attacco alla televisione, al consumismo, all'americanizzazione dei costumi dovuti alla rapidissima crescita economica grazie alle entrate del petrolio. E il principe Fahd non mancò di fare un accostamento con il massacro della Guyana
Così sembra che dall' assedio della Mecca parta il Jihad contemporaneo secondo una linea che porta all'Afghanistan e ad Al Qaeda. Nelle parole di Bin Laden "gli uomini che avevano preso La Mecca erano veri musulmani che erano innocenti di ogni crimine e che erano stati uccisi spietatamente" (cfr. [ * ], pag. 73).



(Carlo Verducci)







Yaroslav Trofimov, L'assedio della Mecca, Newton Compton, 2008 [ * ]


QUANDO C'ERA BERLINGUER
post pubblicato in Diario, il 24 aprile 2014

Il film, un po' oleografico e dolciastro, sacrifica a questo il rigore storiografico, per cui sembra essere un'evasiva replica all'impressionante carrellata di risposte-flop iniziale alla domanda "chi era Berlinguer?".
Su Nazione Indiana c'è la solita recensione sul mancato approccio rivoluzionario, sull'ambiguità, sul mancato rigore morale.
Berlinguer coincide con gli anni della nostra giovinezza, per cui in questa riconquista del tempo perduto dobbiamo misurarci con una serie di cose desuete: l'eterodossia rispetto al monolitismo del movimento comunista internazionale, l'appello ai giovani alle donne ai lavoratori, la questione morale indissolubilmente connessa all'austerità.
Sapiente è la regia, che non calca mai la mano e con grande finezza accosta il dato materiale a quello autobiografico. La nostalgia affiora senza essere rivelata esplicitamente e questo sacrifica un po' la coerenza e la complessità del quadro storiografico, su cui del resto esistono ottimi libri (Giuseppe Fiori, Vita di Berlinguer, Laterza; Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci; Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi; Antonio Rubbi, Il mondo di Berlinguer, Napoleone).
Infine una nota malinconica: Berlinguer era di quelli, molti di quella generazione, che faceva del sacrificio personale (inscritto nel proprio corpo, si veda la sequenza del comizio finale a Padova) una missione e ragione di vita, l'unica possibile.



(Carlo Verducci)

 

 


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WLADYSLAW SZLENGEL
post pubblicato in Szlengel, Wladislaw, il 27 gennaio 2014

"Il caffè Pszczolka serviva da punto di contatto tra la nostra resistenza e quella della parte ariana. In quel caffè recitava il famoso poeta Wladyslaw Szlengel.  Szlengel conduceva un cabaret dai forti risvolti politici.  Leggeva le sue poesie. noi andavamo ad ascoltarlo. Era legato ai socialisti polacchi.  Dopo il gennaio '43 leggeva le sue poesie in via Swietojerska al quinto piano. Noi abitavamo al piano di sotto. Non so, ancora oggi, perchè non sia uscito dal ghetto. Perchè vi sia rimasto fino alla fine. Chissà, forse non aveva dove andare. Forse, semplicemente, voleva restarci". (Marek Edelman in Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn, Il guardiano. Marek Edelman racconta, Sellerio, 1999 [ * ])


Il 1 febbraio 2012 alla biblioteca Villa Leopardi l'attore Oleg Mincer lesse prose e poesie da "Cosa leggevo ai morti" di Wladyslav Szengel edito da Sipintegrazioni [ * ]. La lettura fu preceduta da una introduzione storica di Leone Paserman, presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma [ * ]. A seguire fu proiettato il documentario "Cronaca dell'insurrezione del ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman" di Joanna Dylewska. 

A Varsavia prima della seconda guerra mondiale esisteva un quartiere ebraico. Con l'arrivo dei nazisti, secondo una loro prassi consolidata (cfr. Gustavo Corni, I ghetti di Hitler, il Mulino [ * ]), fu costituito un ghetto con la costruzione di un muro di cinta nel novembre 1940. Il quartiere ebraico, distrutto nell'insurrezione dell'aprile-maggio 1943 oggi non esiste più, sostituito da un quartiere moderno (vedi quì). Il ghetto era una società chiusa con delle porte di accesso nella cinta muraria, una polizia interna, un consiglio amministrativo (Judenrat). Gli ebrei di altri quartieri di Varsavia e dei sobborghi e di località vicine erano stati tutti radunati nel ghetto, tanto che esso era così arrivato a contenere 450.000 abitanti. Gli ebrei potevano andare a lavorare nella parte ariana della città attraverso i punti di accesso esibendo un lasciapassare. Una prima svolta si ebbe nel luglio 1942 quando circa 350000 ebrei furono deportati nel campo di concentramento di Treblinka. Lunghe colonne di ebrei s'incamminavano sorvegliate da guardie armate fino all'Umschlagplatz (piazza di smistamento), dove c'erano i vagoni ferroviari su cui venivano caricati. La nuova politica di svuotamento del ghetto era la conseguenza delle decisioni prese alla conferenza di Wannsee del gennaio 1942 sulla soluzione finale della questione ebraica [ * ] (cfr di Kurt Patzold e Erika Schwarz "Ordine del giorno: sterminio degli ebrei. La Conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942" [ * ]). Treblinka, a 100 km da Varsavia, era un campo unicamente di sterminio, non c'erano alloggiamenti per i deportati, che come arrivavano con i trasporti venivano subito avviati verso le camere a gas. E' così che è stato distrutto l'ebraismo polacco, che contava prima della guerra tre milioni e mezzo di persone, ed è scomparsa la lingua e la cultura yiddish, quella degli ebrei dell'Europa orientale. L'insurrezione del ghetto scoppiò nell'aprile 1943, al momento in cui i nazisti volevano deportare gli ultimi cinquantamila ebrei. Fu una rivolta di giovani e giovanissimi, politicizzati e aderenti ai partiti in cui si divideva la comunità ebraica. Si è calcolato che non fossero più di 220, poco e male armati che però seppero opporre una resistenza che tenne in scacco le truppe naziste per più di un mese. Era un fronte variegato cui aderivano i resistenti: si andava dal partito comunista, ai sionisti di sinistra, al Bund - il tradizionale partito laburista degli ebrei dell'Europa orientale non sionista -, ai sionisti di destra revisionisti di Jabotinski. Gli abitanti del ghetto furono stanati dalle truppe di Stroop con il fuoco, i gas e le cannonate. Alla fine tra uccisi durante l'insurrezione e deportati solo pochi sopravvissero. Il ghetto era completamente distrutto, gli ebrei di Varsavia non esistevano più. Stroop era così in grado di scrivere una relazione ai suoi superiori dal titolo "Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia", corredata da un album fotografico (cfr. "Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia" di Frederic Rousseau [ * ] e le confessioni di Stropp nel carcere di Varsavia finita la guerra raccolte in "Conversazioni con il boia " di Kazimierz Moczarski [ * ]).

Marek Edelman, uno dei pochi resistenti durante la rivolta ad essere sopravvissuto, esponente del Bund alla cui linea politica rimase fedele nel voler rimanere in Polonia dopo la guerra, rilasciò la sua testimonianza a molti anni dagli avvenimenti in alcuni libri pubblicati anche in italiano. Si possono ricordare Marek Edelman, Hanna Krall, Il ghetto di Varsavia: memoria e storia dell'insurrezione, Città Nuova, 1985 [ * ];  Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn, Il guardiano. Marek Edelman racconta, Sellerio, 1998 [ * ]; Marek Edelman, C'era l'amore nel ghetto, Sellerio, 2009 [ * ]; Hanna Krall, Arrivare prima del Signore Dio. Conversazione con Marek Edelman, Giuntina, 2010 [ * ]; Marek Edelman, Il ghetto di Varsavia lotta, Giuntina, 2012 [ * ].

Altri libri di interesse sull'argomento sono di Israel Gutman, Storia del ghetto di Varsavia, Giuntina, 1996 [ * ] e di Samuel Kassow, Chi scriverà la nostra storia?, Mondadori, 2009 [ * ], sull'archivio Ringelblum. Di Emmanuel Ringelblum è stato recentemente riproposto il diario "Sepolti a Varsavia", Castelvecchi, 2013 [ * ] [ * ].    



 

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