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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ETNA
post pubblicato in Diario, il 22 febbraio 2016

Etna, agosto 2015

Pubblicato da Carlo Verducci su Mercoledì 27 gennaio 2016

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ONE WAY
post pubblicato in Ferlazzo Natoli, Luigi, il 22 dicembre 2013
   

One way non è l’opera prima del Prof. Luigi Ferlazzo Natoli, ma è un libro sicuramente diverso da tutti quelli pubblicati precedentemente perché si tratta di un’autobiografia. Fino ad ora il Professore, che è stato anche preside della Facoltà d’Economia a Messina, ha pubblicato saggi di economia e anche saggi di storia dell’arte, a cui si è dedicato per interesse, con passione e competenza.
Questo libro invece riunisce racconti brevi che vedono l’autore protagonista e/o coprotagonista di interessanti vicende che coinvolgono il lettore sia per i temi trattati che per la scrittura chiara e gradevole, spesso ironica e divertente.
Il carattere e la personalità dell’autore si svelano alla lettura e, anche senza conoscerlo, ci pare di capire quest’uomo a volte burbero ma sempre buono e affidabile, una persona su cui si può contare.
Nella narrazione certamente la finzione letteraria si mescola al reale, tuttavia emerge chiaramente il fatto vero da cui si dipana la storia, punto di partenza per riflessioni su temi sociali, politici, religiosi e filosofici. I racconti non si limitano a parlare solo di esperienze personali ma mostrano sempre, contemporaneamente, un quadro di vita, una colorata descrizione di un mondo con le sue tradizioni, i suoi valori e i suoi paesaggi. Ne ricaviamo un affresco di una società ben definita storicamente e geograficamente. L’autore ci racconta i suoi ricordi e, per andare ancora più indietro nel tempo, dice di aver ritrovato gli scritti del padre Natan. Al padre è attribuita la simpatica citazione che precede l’inizio dei racconti: “Perché credo che nessuno mi dedicherà una biografia provvedo io stesso”.
I luoghi che fanno da sfondo alle vicende sono dislocati fra Panicastro e Patti, in provincia di Messina. Il paesaggio non è solo quinta teatrale ma assume un ruolo ben più importante per l’efficace descrizione che ne viene data e perché è sempre a stretto contatto con gli uomini. 
Gli elementi della natura entrano a far parte a pieno titolo nel racconto. Ne è un esempio il giuggiolo (in dialetto zinzolara) che assiste alla lite fra le due cognate a pag. 23.
Nella narrazione non viene seguito un ordine di tempo e a volte anche all’interno dello stesso racconto si passa da un argomento all’altro procedendo per associazioni e collegamenti non sempre scontati, come si è soliti fare parlando fra amici. Questa incoerenza fra le parti, che a volte viene anche sottolineata dall’autore stesso, non causa nel lettore una perdita d’interesse. C’è sempre un filo rosso che collega tutto, il punto di vista di un mondo ancora attaccato alle sue tradizioni che, a causa delle veloci trasformazioni dell’era contemporanea, rischiano di essere dimenticate. Un mondo dove la famiglia, l’amicizia, l’attaccamento al lavoro, sono valori importanti che muovono i comportamenti umani. C’è rispetto per tutte le persone indipendentemente dal ceto sociale a cui appartengono e un forte senso del dovere e di giustizia. Un mondo ricco di valori con la V maiuscola, di cui molti di noi, non più giovanissimi, spesso sentono nostalgia.
I rapporti familiari sono molto importanti nonostante liti e dissidi (ben descritti quelli fra cognate e i battibecchi coniugali); i rapporti continuano anche dopo la morte (“il dialogo con i cari estinti”).
Lo stile è colloquiale e il lettore si sente a proprio agio sia per l’estemporaneità del racconto, sia perché i temi fanno riferimento ad esperienze quotidiane facilmente condivisibili. Situazioni che, pur essendo comuni, sono in grado di stimolare riflessioni filosofiche o religiose o politiche. 
L’autore parte sempre dal reale, da esperienze realmente vissute e anzi, a volte, attraverso la scrittura, riesce a rendere la realtà più reale di quella vera e l’esperienza agghindata dalla finzione letteraria risulta più interessante e più speciale di quella vera. Ci stupiamo per quanto viene descritta bene un’esperienza comune, come non trovare un accendino o il cellulare o un altro oggetto solo perché è stato lasciato in un posto diverso dal solito, per come l’autore riesce a fare anche autocritica ironizzando ( pag. 231).
Altre pagine molto ben riuscite sono quelle sull’invecchiamento (216-218) e quelle che parlano della malattia ipocondriaca di Argene Siene (pag. 175).
Le esperienze dei protagonisti dei racconti dimostrano che è un’illusione credere di poter governare il mondo, che tutto comunque si compie per destino. 
Il titolo viene spiegato chiaramente alla fine dell’ultimo racconto a pag. 234: 
“…i fatti e l’ambiente possono condizionare solo in parte il percorso della vita, ma il destino di ognuno è stabilito, e quello sarà.” One way, per dirla in lingua americana, che l’autore ama usare di tanto in tanto per i soprannomi di luoghi e persone. 
Il Prof. Luigi Ferlazzo Natoli ci ha regalato un libro che attraverso una bella scrittura ci racconta non solo le vicende più interessanti del suo vissuto, ma anche un mondo in via d’estinzione dove è presente un forte senso civico, senso del dovere e senso di famiglia; uno stretto legame col luogo natale, la sua gente e le tradizioni locali. Per questo lo ringraziamo.



(Luciana Raggi)






Luigi Ferlazzo Natoli, One Way, Edizioni Progetto Cultura, 2013 [ * ]




vedi quì



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LA RIVOLUZIONE DELLA LUNA
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 12 luglio 2013


Dopo due letture, questo libro mi è piaciuto talmente da ritenerlo il migliore dei romanzi storici di Camilleri, dopo - ovviamente -  "Il re di Girgenti". Ma la vicenda raccontata qui, anche se appare minore, forse, nell'importanza che si tende a dare ai libri "non Montalbanici" di Camilleri, di quella raccontata dal più famoso Re sopra citato, è - a mio avviso - piena di fascino e molto rappresentativa della Sicilia del 1600, sotto la dominazione spagnola.
Forse vale la pena di accennare agli antefatti della storia, che Camilleri ci racconta, e dì cui ci dà poi dettagliate notizie nella nota in calce all'opera. La storia racconta di un Viceré spagnolo (l'inizio del libro parte proprio da questo fatto) che durante una riunione del suo Sacro Regio Consiglio, composto da sei consiglieri, muore improvvisamente. Naturalmente questo fatto getta inizialmente tutto il Consiglio nel panico, ma della cosa viene subito informata la consorte del Viceré. La quale, secondo il volere del marito, volere che era stato lasciato scritto anche al Sacro Regio Consiglio, viene a sedersi sul trono del defunto marito. Ed inizia qui una singolare vicenda, durata circa un "mese lunare", che, a memoria di quanto accadeva in quegli anni, appare alquanto diversa da ciò che ci si sarebbe aspettato.
II libro appare subito pieno di interesse per la cronaca di quanto vi si racconta. Cronaca che appare subito ricca di eventi abbastanza strani e controversi, come, ad esempio, il fatto che la viceregina, fatta preparare la bara del defunto, la sistema in una sala del palazzo, rifiutandosi di dare sepoltura al marito.
Le vicende raccontate ci danno uno spaccato vivo e fedele della vita dei Palermitani dell'epoca. Vita piena di piccole (e grandi) avventure; di privilegi cui il potere dei Consiglieri, le massime autorità dopo il Viceré, non rinuncia; e via discorrendo. La viceregina, Viceré a tutti gli effetti per decisione del marito, si cimenta con tutti i suoi doveri, affrontando le difficoltà del suo nuovo incarico con grande capacità. Si fa subìto benvolere dal popolo concedendo, senza che i Consiglieri potessero intervenire, un abbassamento del prezzo del pane. E interviene pesantemente nei privilegi di cui si è accennato.
Per non togliere niente al piacere di leggere il libro, non racconto oltre quello che accade. Purtroppo, proprio per l'intervento del consigliere di estrazione religiosa, la viceregina dopo appena ventotto giorni viene richiamata in patria. E il suo "vice"regno termina. Con grande dispiacere del popolo...e di qualcun altro...
Il libro è suffragato, come dicevo all'inizio, da una nota che ne cita le origini "libresche". Ma l'arte dell'autore nel descrivere tutta la vicenda è realmente degna del miglior Camilleri. E il libro è di lettura piacevole quasi quanto un Montalbano...con la differenza che qui di una vicenda reale si racconta. Vicenda unica nella storia della Sicilia e della dominazione spagnola in Sicilia: non ci fu mai un altro viceré...in gonnella. Spero che la sua lettura sia piacevole come è stata per me.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio, 2013 

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ONE WAY
post pubblicato in Ferlazzo Natoli, Luigi, il 28 giugno 2013

  

Ho avuto il piacere di leggere tutte le opere che Luigi Ferlazzo Natoli ha scritto, almeno quelle di contenuto letterario (delle opere tecniche, professionali, so soltanto che sono molte). E voglio subito porre l'accento su una delle caratteristiche peculiari del suo scrivere, la diversificazione del suo pensiero, che spazia contemporaneamente fra molte cose. Questa caratteristica appare quì, in One Way, fin dalle prime battute. Ma attenzione, lettori: si tratta di uno stile che non altera minimamente la bontà e la precisione dei contenuti.
L'autobiografia (così l'autore la battezza, nella dedica iniziale a sè stesso) è il vero tema dell'opera: il titolo, e molto in dettaglio il Prologo, avverte il lettore che la vita è qualcosa che va per conto suo, come se qualcuno ne avesse scritta una sorta di sceneggiatura. Tutti i nostri tentativi di indirizzare le cose diversamente da questo copione non fanno che "confermare questa impressione", cioè - in sintesi - il senso unico delle nostre esistenze.
Fin dall'inizio l'autore racconta semplicemente il suo quotidiano, e certamente questo il lettore si aspetta. Ma il modo di raccontarlo è realmente originale, favorito dalla sopra citata diversificazione del pensiero e dalla trovata iniziale (Natan), svelata alla fine del Prologo.
Così, la storia raccontata si snoda attraverso episodi che si svolgono in più luoghi e hanno per protagonisti diversi ambienti. In questo racconto del quotidiano, oltre ai luoghi, sono presenti anche tempi diversi e persone diverse. E' proprio questo splendido collage di luoghi, tempi e persone che abbellisce il carattere eclettico di One Way.
L'indice mostra già, nella sua varietà di titoli, questo stile. L'autore passa da vicende del suo attuale quotidiano al suo passato. E chi volesse cercare altre caratteristiche dello stile di Lewis Job (uno pseudonimo, usato in alcune tra le opere più vecchie), può rintracciare nel suo modo di scrivere una spontaneità efficace e piacevole.
Nei vari capitoli si sviluppa questa estemporaneità, unita ad aspetti divertenti, sia per i fatti (vedi Il restyling del portone, una vera chicca), sia per il modo in cui vengono raccontati.
In sostanza, la lettura di One Way risulta particolarmente piacevole, specie se si riesce a cogliere gli aspetti specifici delle situazioni descritte e alcune ironie, presenti quà e là. 
La fa da padrone l'aspetto di dare a molti dei luoghi descritti (siamo in Sicilia, tra Messina e Patti, fino a Palermo) nomi americani, secondo l'uso tramandato all'autore dal padre.
Molte vicende - ispirate da fatti veri, noti a chi scrive e a molti tra gli amici dell'autore - sono rese in chiave un po' comica in base alla narrazione e diventano qualcosa di quasi esoterico e, a volte, addirittura straordinario. Già a scorrere i titoli, si prova subito curiosità e interesse, che diventano puro divertimento quando comincia la lettura.
Penso di avere anticipato già tanto e quindi lascio il lettore al piacere di scoprire, da solo, il fascino di questi racconti.



(Lavinio Ricciardi)







Luigi Ferlazzo Natoli, One Way, Edizioni Progetto Cultura, 2013 [ * ]



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LA CONGIURA DEI LOQUACI
post pubblicato in Savatteri, Gaetano, il 17 gennaio 2013


Il libro – ormai introvabile – costituisce l’opera prima dell’autore siciliano, di cui alcuni mesi fa (circa un anno e mezzo) scrissi a proposito di un romanzo appena uscito da Sellerio, La ferita di Vishinskij [ * ]. E’ – ancora una volta – un buon esempio di romanzo a sfondo noir, cosa immediatamente trasparente fin dalle prime battute. E dalla citazione di Sciascia che l’autore appone al libro – a mo’ di dedica.
Secondo me, che scrivo sempre in qualità di lettore, questo libro è stato l’impronta che ha fatto lievitare lo stile e la propensione letteraria dell’autore stesso per le storie “noir”. La vicenda – anticipata da una lettera, diretta dall’imputato ad un cittadino americano, all’epoca dei fatti tenente delle forze alleate che avevano occupato la Sicilia – si articola nell’arco di due notti e due giorni. Per ognuna delle parti (notte, giorno, notte, giorno) l’autore sviluppa l’azione di vari personaggi: l’appuntato e il maresciallo dei carabinieri, il pretore, il tenente americano Adano e il suo autista Sam, indicato con il diminutivo italianizzato, e molti altri, oltre – naturalmente – alla vittima (il sindaco del paese dell’area dello zolfo), e al presunto assassino, Vincenzo.  
Ho conosciuto Savatteri tramite un circolo di affezionati simpatizzanti di Andrea Camilleri, circolo che ha un sito in cui si raccolgono testimonianze e notizie stampa su tutti coloro che indirettamente o direttamente hanno a che fare con Camilleri. Proprio sul sito del circolo, in corrispondenza della voce della rubrica “Autori” che lo riguarda, compare l’elenco di tutte le opere di Savatteri, con un breve commento che ne dà un’idea rapida. Così, per il libro in questione, si citano i personaggi e si dice anche che l’opera è ispirata ad un fatto realmente accaduto, l’uccisione del sindaco di Racalmuto avvenuta nel 1944.
Questo spiega lo svolgersi del romanzo. A mio avviso, la cosa che sorprende prima di tutto un lettore attento è l’organizzazione del romanzo, temporalmente così stretta in confronto all’ampio respiro delle riflessioni dei personaggi attorno all’omicidio e alla figura del presunto assassino, incolpato da vari conoscenti del paese e dalle loro deposizioni al maresciallo dei carabinieri.
Nel libro, che ovviamente ruota attorno alla vicenda dell’ammazzatina - per dirla con termine siciliano – figura di tutto: dal don, cioè il locale capomafia, con i suoi seguaci, ad una buona descrizione della figura del tenente americano, che era alla ricerca di una zia. La storia va avanti tra caratterizzazioni dei personaggi e narrazione della storia attraverso i loro discorsi, spesso fatti in risposta alle domande del maresciallo dei carabinieri o del pretore.
Il racconto – al di là delle possibili complicazioni che quanto ho raccontato fin qui lascia intendere – è scritto in un linguaggio appassionante, e riporta abbastanza il clima dell’Italia (e – in particolare – della Sicilia) degli anni del dopoguerra, con ovvia caratterizzazione ambientale, che Savatteri riesce con pochi tratti a dare a scenari e personaggi. Si legge molto bene e la storia viene seguita agevolmente. L’impressione generale che se ne ha dopo al lettura è ottima. E’ una storia degna dei migliori Montalbano di Camilleri, scritta senz’altro con stile molto originale e personale. Non solo è l’opera prima ma – a mio personale avviso – è una delle opere migliori dello scrittore siciliano. Per coloro che riuscissero a rintracciare il libro, penso proprio che la storia sia di quelle da non perdere, e così per tutti gli appassionati di letteratura noir e anche per i lettori meno impegnati, in cerca di un buon libro da leggere. Lo consiglio di cuore a tutti.

 

 

 

 
(Lavinio Ricciardi)

 

 






Gaetano Savatteri, La congiura dei loquaci, Sellerio, 2000 [ * ]



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I SICILIANI
post pubblicato in Caruso, Alfio, il 17 novembre 2012
 

 

Questo libro, devo confessarlo fin dall’inizio, non mi ha entusiasmato gran che. E’ di facile lettura, dato che il linguaggio usato dall’autore è scorrevole, pur trattandosi di un libro di storia contemporanea. 
Le ragioni di questo poco entusiasmo sono molteplici. Prima di  tutto  non  conoscevo   affatto l’autore, mentre – essendo di famiglia siciliana – conosco anche troppo tanti luoghi e persone di quella regione, e anche modi di pensare e di sentire. E – da un autore catanese – mi aspettavo di più.
Il libro è articolato in dieci sezioni, ciascuna divisa in tanti capitoli quanti sono gli autori cui si fa riferimento. Queste sezioni portano strani titoli, poco omogenei tra loro, secondo un criterio conosciuto solo dall’autore. Per la verità, all’inizio di ogni sezione è un brevissimo capoverso che descrive l’intento e alcuni motivi delle scelte fatte all’interno della sezione circa gli autori descritti. Fa eccezione la sezione dedicata alle donne, che non contiene alcun autore. La cosa non depone a favore di un buon giudizio.
Sulle scelte dei componenti non mi pronuncio: l’autore, nella sua prefazione, ha detto chiaramente che chiede scuse a tutti i siciliani per le persone che si è dimenticato di narrare…e meno male, dato che così come ha fatto, il libro assomma ad oltre 650 pagine. 
Gli autori (o personaggi) raccontati appartengono ad un arco di sette-otto secoli (a partire da Federico II fino ai contemporanei), e per conto mio, i personaggi più “riusciti” nella descrizione dell’autore sono i più antichi, primo fra tutti il primo, cioè Federico II. Ma emerge subito, fin dall’indice e dai titoli delle sezioni, che le scelte dell’autore sembra siano tutte riferite a contesti poco…positivi, se così posso dire (basta citare: I figliastri della Storia (2), C’eravamo tanto odiati (4)…e così via). E questo è un altro dei motivi per cui l’entusiasmo certo non poteva aumentare (oltre alla massa immensa del libro, che – a mio avviso – andrebbe diviso in due volumi, se si mantiene il formato e il carattere con cui è stampato). 
Un aspetto che, tra i tanti, non condivido affatto è quello del rilievo dato – specie nella terza sezione Sperti e malandrini, ma non solo in questa – a personaggi che hanno fatto la storia del potere mafioso. Mi rifiuto di accettare che questi “signori” siano (sia pure con la connotazione che l’autore ne dà a inizio sezione) dei siciliani notevoli, a fianco di coloro che li hanno combattuti, spesso a prezzo della vita (vedi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sezione nove, I devoti a un Dio minore).
Non sono né esperto, né simpatizzante di Storia, in particolare contemporanea: ma non trovo affatto corretto che in un libro con quel titolo non vi siano personaggi femminili – di cui la storia siciliana è piena. A meno che questa scelta non sia di natura politica o di tradizione. Se posso, consiglierei all’autore la lettura di “Sorelle d’Italia” (di Marina Cepeda Fuentes, ed. Blu, maggio 2011). Ma non sta a me dare consigli.
Insomma, per un libro di quella mole e con quel titolo, ci sarebbe stato da scrivere molto, e molto di più.



(Lavinio Ricciardi)





Alfio Caruso, I siciliani, Neri Pozza, 2012 [ * ]

 


vedi quì e quì

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LA SETTA DEGLI ANGELI
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 13 marzo 2012

  

Questo splendido affresco di una Sicilia primo Novecento è l’ennesimo romanzo storico scritto da Andrea Camilleri, che sta diventando una vera gloria della nostra letteratura contemporanea.
Unica pecca, per chi non conosce il dialetto, è l’uso potente ed efficacissimo del dialetto siciliano, che lo rende di lettura davvero piacevole, oltre che dare colore alle trovate che accompagnano il racconto delle vicende.
Si svolge in un paese dell’entroterra siciliano, Palizzolo (luogo di fantasia) ed inizia dal locale circolo dei nobili, presente  –  a quel tempo – quasi in ogni borgo dell’isola, ove è in corso una votazione per l’ammissione di un nuovo socio
La vicenda si ispira ad un fatto realmente accaduto ed ha – come elemento fondante – il rifiuto della conoscenza della verità da parte delle persone. Almeno questo recita la recensione presente nel sito dell’editore. Io non ho visto solo questo, nel romanzo: sicuramente questo sarà il fine che l’autore si è proposto ma nel libro c’è molto altro...
La cosa più divertente, a mio avviso, è la dinamica della vita di paese. Sicuramente di questa vita fa parte anche la storia dell’avvocato Teresi, che si vede rifiutare – anche dopo aver rivelato la storia delle chiese (sette su otto) in cui i parroci abusavano delle fedeli – l’iscrizione al circolo proprio per le mene che nello stesso avvenivano, protagonisti alcuni notabili che sono, di fatto, i protagonisti del romanzo stesso.
Camilleri avvince il lettore, con la sua affabulazione fatta sì di spunti e vicende letterarie, ma soprattutto di carattere “locale”, “paesano”, per dirla con vocaboli attuali. Carattere che la scrittura dialettale evidenzia in modo superlativo. Abbiamo tantissimi romanzi di Camilleri scritti in Italiano e non in dialetto: ma in questo, come in molti altri, non soltanto in quelli che riguardano il personaggio del “commissario Montalbano”, è proprio la presenza del dialetto a dare carattere al libro e all’intera vicenda, anche nell’accezione presente sul sito dell’editore. Intorno al dialetto camilleriano e – in particolare – a quello di un romanzo storico tra i più famosi, “Il birraio di Preston”, è stata fatta una tesi di laurea in dialettologia (*). In altri romanzi il dialetto sottolinea le espressioni più felici e le trovate più tipiche della vita di paese di cui sto dicendo.
Come sempre, non scrivo una recensione per parlare delle vicende narrate dal libro. A me interessano altri pareri sull’opera stessa, e credo di aver detto la mia, qui, su quello che è il pregio dell’opera stessa: buon divertimento a chi vuole leggerla.


(*) – Per coloro che fossero interessati, ecco il titolo della tesi: Margherita Di Rienzo, La lingua del "Birraio di Preston" di Andrea Camilleri, Università La Sapienza, Facoltà di Lettere, Roma, Anno accademico 2006-2007 [ * ]

 


 

(Lavinio Ricciardi)




 

 

Andrea Camilleri, La setta degli angeli, Sellerio, 2011 [ * ]

 

 

 


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LA FERITA DI VISCHINSKIJ
post pubblicato in Savatteri, Gaetano, il 9 giugno 2011


Questo libro, uno dei primi romanzi (il secondo) scritti da Gaetano Savatteri, scrittore siciliano, milanese di nascita, rivela il grosso istinto noir dell’autore, che davvero sorprende positivamente.
Lo stile dell’autore è sobrio, e anche un po’ schivo. denotando un carattere molto riservato e poco propenso all’esteriorizzazione. Ma gli intenti dell’autore sono chiari fin dall’inizio: far luce su una scomparsa, quella di una giovane donna, Maddalena, avvenuta in circostanze misteriose, come si comprenderà  dettagliatamente più avanti. L’annuncio viene dato riportando notizie apparse su giornali. La scomparsa somiglia molto (anche se questo non viene detto) a quella del fisico Ettore Majorana, di cui Leonardo Sciascia scrisse una storia [ * ] [ * ]. Un fisico noto a tutti i cultori della materia perché scriveva le dimostrazioni dei suoi teoremi sulle scatole di fiammiferi.
Il romanzo, dopo un breve ambientamento con lo stile di Savatteri, cattura subito e intriga non poco, anche se – come ho detto – l’autore non lo da a vedere. Il romanzo è ambientato a Palermo, anzi tra Palermo e Giallonardo, piccolo paese della provincia, di dove sono originari i familiari di Maddalena. Il protagonista, che è anche l’investigatore,  suo malgrado, è un professore che lavora in un istituto palermitano, in particolare presso la biblioteca (non so se i miei ricordi sono precisi, ma tant’è).
Il romanzo racconta di tante vicende connesse più o meno con i fatti, e in particolare con la scomparsa di Maddalena. Tra queste vicende è quella che da il titolo al romanzo stesso: il ministro russo Vishinskij, credo ministro degli esteri del governo Kruscev, in visita a Palermo, viene ferito casualmente mentre esce dal suo albergo. La cosa, ovviamente, data la posizione del ferito, viene messa a tacere dagli agenti del KGB al seguito.
La vicenda si snoda tra il racconto di fatti e le elucubrazioni del neo indagatore, il prof. Lo Nardo, in costante dialogo con il bibliotecario Pellegrino. E questo alternarsi, che ricorda un po’ alcuni romanzi non “Montalbanesi” di Camilleri, come i bellissimi “La concessione del telefono”, “Il birraio di Preston”, e il più recente “Il nipote del Negus”, è comune a molti scrittori di genere noir. Il romanzo, non soltanto per la sua capacità di intrigare il lettore, è bello anche per i dialoghi, alcuni dei quali in dialetto, e piacevolissimo da leggere.
Dell’autore, che ho avuto la fortuna di conoscere a Roma, durante un convegno all’Auditorium, debbo dire che ho ritrovato nello stile di scrittura molto del suo carattere: tanto la riservatezza, quasi ritrosia a volte, quanto l’allegria e la spensieratezza che il suo volto tramanda abbondantemente. Una completa bibliografia di Savatteri è nel suo profilo riportato dal sito del Camilleri Fan Club, www.vigata.org.



(Lavinio Ricciardi)







Gaetano Savatteri, La ferita di Vishinskij, Sellerio, 2003 [ * ]






vedi  quì e quì






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LEONARDO SCIASCIA
post pubblicato in Sciascia, Leonardo, il 23 novembre 2010



Su sollecitazione di Valerio stiamo rileggendo Leonardo Sciascia. L'anno scorso è stato il ventennale della morte. A Racalmuto si è tenuto un incontro in cui sono intervenuti politici, scrittori e studiosi a confronto [ * ] [ * ]. Del recente libro di Emanuele Macaluso sul rapporto tra Sciascia e i comunisti ne abbiamo parlato [ * ] [ * ] [ * ]. La settimana scorsa si è svolto a Palermo un convegno dal titolo "L'etica del potere per Leonardo Sciascia" [ * ] [ * ]. Concludiamo con un articolo di Matteo Di Gesù di qualche anno fa sui cattivi allievi di Sciascia [ * ].


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CANDIDO
post pubblicato in Sciascia, Leonardo, il 4 novembre 2010

Approfittando di un rinascere dell’interesse per Sciascia, da parte di molti autori – tra i quali il mio amato Camilleri, che ha pubblicato di recente Un Onorevole Siciliano, ove è presente l’ironia anche nel doppio senso del titolo (*), ho letto un libro che, pur amando questo scrittore, non conoscevo.
Anche l’autore, come Camilleri, ironizza – in questo libro – cominciando dall’analogia con l’omonimo romanzo di Voltaire [ * ]. Non avendo letto questo libro, mi limiterò a parlare del testo di Sciascia, che ha un carattere eminentemente polemico nei confronti del Partito che egli – nelle cui liste fu eletto nel 1975 – abbandonò dopo un po’ di tempo. Non mi interessa approfondire date e fatti: ricordo benissimo il dissenso del quale Sciascia si rese interprete a suo tempo, ben prima dell’affaire Moro, sul quale scrisse un ottimo saggio, con quel titolo, appunto [ * ].
Mi preme invece far riferimento al sottotitolo e a come il protagonista – venuto al mondo in circostanze non proprio felici, e resosi causa. per una chiacchiera, del suicidio di suo padre – comincia a sognare e realizza, dopo molte peripezie, il suo sogno, fuggendo con la moglie a Parigi.
Prima che il sogno, l’aspetto che lega questo romanzo a quello di Voltaire è l’ottimismo del protagonista, che l’autore non si stanca di mettere in evidenza in ogni episodio di Candido. Man mano che Candido cresce, e acquisisce esperienza delle cose della vita, la descrizione di Sciascia non abbandona mai questo tratto di Candido, anche quando non ne parla in modo esplicito. In effetti, proprio la sua caratteristica di carattere, la sincerità, rende Candido sempre pronto all’aspetto buono della vita, al “bicchiere mezzo pieno”, come si direbbe oggi. E lo Sciascia di Candido riecheggia, se non erro, alcuni tratti de “Gli zii di Sicilia” [ * ] e di “Cronachette” [ * ], mentre la vena dell’intrigo politico – contro il quale Sciascia lasciò il Partito Comunista per diventare onorevole del Partito Radicale, è caratteristico di romanzi come  “Il contesto” [ * ], “Il giorno della civetta” [ * ], “Todo Modo” [ * ], “I pugnalatori” (centrato sul rapporto della famiglia con i figli) [ * ], ecc. ecc.
La lettura di Candido mette a fuoco un problema che Sciascia ha molto sentito e che accomuna tutti i siciliani: la nostalgia per l’isola natìa, e il doversene – per molti – allontanare per le difficoltà esistenziali come il difficile reperimento di attività lavorative.  Ed è – nel fatto dell’emigrazione di Candido a Parigi, dove si stabilirà definitivamente – un riecheggiare del verghiano “l’ideale dell’ostrica” a venir fuori. Il libro è stato per me una piacevolissima riscoperta. E penso che proseguirò, come è opinione dell’intero nostro Circolo, nella lettura – rilettura del nostro magnifico autore.
  

(*) Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia, Bompiani, 2009 [ * ]




(Lavinio Ricciardi)






Leonardo Sciasca, Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia, Adelphi, 2005 [
* ]

 


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IL NIPOTE DEL NEGUS
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 15 aprile 2010



Questa nuova opera di Andrea Camilleri, che esce per i tipi di Sellerio, in due edizioni, una destinata ai lettori e l’altra corredata di audiolibro (5 CD) in cui l’opera è letta dall’autore, è davvero una chicca.
La forma, come scrive l’autore in una nota, ripete la soluzione adottata per quel capolavoro che è stato per tutti noi stimatori dell’”Empedoclese”, “La concessione del Telefono” (Sellerio, La Memoria, 1998)  [
* ].
L’opera (Il nipote del Negus, ed. Sellerio, La memoria, 2010), rappresenta - come ho già detto, una chicca per gli appassionati. Simile al precedente solo nella forma, è invece – a detta dell’autore, ispirata ad una vicenda reale, come sono tutte le opere di Camilleri. Si suddivide in parti (macrocapitoli), alcune composte da insiemi di fascicoli – detti, con termine tipico, carpette – in cui sono raccolte corrispondenze tra autorità, che chiamerei documenti burocratici, alternate da altre parti, dette Frammenti di parlate, che invece contengono ipotetici discorsi tra i paesani, in dialetto. La storia è ambientata nella zona prediletta da Camilleri per le storie del Commissario Montalbano, cioè nei paesi di Vigata e Montelusa (che in realtà corrispondono a Scicli – località del ragusano – e Ragusa). Siamo negli anni ’30.
Mentre nelle Carpette, Camilleri è abile saggista delle tipiche maniere in uso nella burocrazia del tempo, non molto diverse da quelle in uso oggi, a parte lo stile linguistico, nei Frammenti di parlate le cose sono condotte diversamente: salta subito agli occhi del lettore la saggezza popolare e l’aspetto caratteristico del giudicare del popolino, poco avvezzo al rispetto di forme o di tradizioni classiche della cultura.
Il libro è delizioso, sotto entrambi gli aspetti – linguaggio dei burocrati e folklore popolare del luogo. In questo, dopo aver sorriso notevolmente alle vicende descritte nell’analogo romanzo predecessore, il lettore si trova immerso in una vicenda estremamente variopinta, intessuta delle opinioni del tempo riguardo le persone di colore e le loro prerogative. La vicenda del fidanzamento del protagonista ne è il coronamento: c’è tutta la società dell’epoca nella sua conduzione e sembra quasi di ricordare alcuni passaggi de “Il gattopardo” di Tomasi. Spero di non aver esagerato, da buon amante delle tradizioni siciliane…
L’alternarsi di Carpette e Frammenti di parlate consente al lettore una discreta ginnastica mentale tra le vicende del nipote famoso e le preoccupazioni dei vari “burocrati” (prefetto, questore, vescovo, ecc.), per cui si segue la vicenda facendo continui passaggi da un ambiente all’altro. Trovo che proprio questa “scenografia” del romanzo denota quella formidabile caratteristica di Camilleri che fa tornare lo “scrittore” alla sceneggiatura e regia teatrale, rendendolo unico. Pirandello, suo compaesano, ne sarebbe orgoglioso… ma, fatti i necessari passaggi, penso che lo sarebbe anche Scarpetta, di altra tradizione, regionalmente parlando…
Come al solito, non voglio raccontare il romanzo: me ne vorrebbero tutti i lettori che l’hanno già letto e – soprattutto – quelli che debbono ancora leggerlo. Mi piace dire invece che trovo questo romanzo più divertente e movimentato de “La Concessione del telefono”, e che fa gustare, ancor più di quello, l’aspetto folkloristico della tradizione popolare e del modo di pensare siciliani.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, Il nipote del Negus, Sellerio, 2010 [ * ]






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ANDREA CAMILLERI SCRITTORE. STORIE DI UN COMMISSARIO A MISURA D'UOMO E... DI SICILIANO!
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 6 aprile 2010



Per me, grande appassionato di lettura, scegliere nella rosa degli scrittori proposti al nostro circolo dalla organizzazione della manifestazione “Libri come” [ * ], è stato alquanto facile. Debbo, però, fare una breve premessa.
Da circa un anno o poco più sto aiutando una mia amica di infanzia ad accettare un malanno che la sta privando (al momento, purtroppo, l’ha quasi completamente privata) del senso più importante per chi ha piacere nella lettura: la vista. E la nostra amicizia – tema centrale di un piccolo libro di ricordi che sto scrivendo – mi fa soffrire quasi quanto soffre lei. Nelle mie visite di aiuto, la mia amica ha espresso il desiderio che le leggessi qualcosa, ed io, un po’ per la mia passione e un po’ per le mie origini siciliane, ho scelto di leggerle qualcuna delle storie di Andrea Camilleri sul commissario Montalbano. Sono stato agevolato dal recente acquisto del volume “Racconti di Montalbano”, apparso negli Oscar Mondadori, che contiene alcuni racconti già presenti in precedenti raccolte ( “La prima indagine di Montalbano”, ”Gli arancini di Montalbano” e “La paura di Montalbano”, quelle nelle quali ho trovato alcuni dei racconti riprodotti anche qui). Così, ho iniziato a leggerle le storie di questa raccolta, e la cosa la diverte ancora molto, alleviandole la pena di non vedere, e le permette quindi di servirsi di un lettore-amico per provare ancora il piacere dei racconti.
Ciò premesso, torno a quanto mi è stato chiesto dal coordinatore del nostro circolo di lettura: scegliere, in una vasta rosa di autori presenti alla rassegna, uno scrittore e scrivere qualcosa su una sua opera. La mia scelta è stata ovvia: lo scrittore di cui ho più letto – tra coloro che saranno a “Libri come” – è senz’altro Andrea Camilleri. E nell’opera di Camilleri, questi “Racconti di Montalbano” che sto tuttora leggendo (e rileggendo) mi appassionano particolarmente. Non voglio citarli tutti, ma soltanto scrivere sia delle doti del Commissario Montalbano, sia di uno dei racconti particolarmente affascinante e ricco: il suo titolo è “Sette lunedì”.
Voglio parlare ora dell’immagine che mi sono fatta del Camilleri scrittore, di cui conosco ed ho tra il 60 % e il 70 % delle opere. Camilleri è uno scrittore di cui ho sempre apprezzato il talento e la capacità di svolgere non solo il lavoro di scrittore, ma il “mestiere” per cui è più famoso: il regista di opere teatrali. E mi duole conoscere solo alcune delle opere da lui dirette per la televisione italiana: la più famosa è stata la serie delle storie del commissario Maigret, presa dai racconti di Georges Simenòn, e magistralmente interpretata da Gino Cervi nei panni del protagonista, e da Andreina Pagnani in quelli della “signora Maigret”. Ricordo che gli attori erano senz’altro grandissimi, ma la regia di Camilleri è ancora oggi un mito di cui all’epoca non mi resi del tutto conto, e che – forse – ho apprezzato di più ora che conosco il Camilleri scrittore. Ho citato questo “mestiere” – del quale penso che lo stesso Andrea andrà orgoglioso – perché, secondo me, la sua bravura nello scrivere ha origine da quel mestiere.
A questa immagine ha contribuito un libro-intervista di Marcello Sorgi, all’epoca (1999-2000) direttore del quotidiano “LA STAMPA”. Il libro, redatto in forma di una divertente intervista, pubblicata dall’editrice Elvira Sellerio nella stessa collana (Memoria) in cui si pubblicano i libri di Camilleri, è intitolato “La testa ci fa dire”. In questo libro Sorgi pone a Camilleri domande su tutta la sua vita. L’ho riletto proprio a proposito di questo mio piccolo intervento ed ho trovato tutto quello che si può cercare sull’autore di Montalbano (e non solo), cioè su Camilleri prima uomo di teatro, poi scrittore. Mi si perdoni il dire di Camilleri  “l’autore di Montalbano”: so che non è vero, ma desideravo dirlo.
Voglio quindi parlare un po’ del Camilleri autore di questo splendido Commissario di Polizia nostrano, che lo ha reso così famoso: il Commissario Montalbano, figura particolare che tutti – lettori e telespettatori – conoscono bene almeno per tre ragioni:
- è italiano e sicilianissimo (nome di battesimo Salvo, diminutivo di Salvatore);
- l’interpretazione televisiva del personaggio che ne ha dato e continua a dare Luca Zingaretti è sicuramente parte del mito di questo Commissario;
- ha le caratteristiche di un Commissario della Polizia Italiana: inoltre è, nel suo mestiere, estremamente umano, sempre pieno dei dubbi che tutti noi avremmo al suo posto, di fronte a casi di delitti inspiegabili e pieni di ombre.
Ma c’è secondo me un carattere, di questo commissario, che neppure la bravura di Luca Zingaretti ha saputo portare sullo schermo televisivo, e che emerge soltanto dalla lettura delle storie così come le racconta Camilleri. Qualcosa che rende le storie stesse divertenti, e ne fa uscire la figura di un Salvo Montalbano capace di scavalcare con semplicità le difficoltà che la soluzione dei casi via via gli presenta, per evitare “… il nirbùsu” (“il nervoso”, cioè l’inevitabile frustrazione che viene a tutti quando si brancola nel buio). Certo, nella trasposizione televisiva delle storie c’è un contorno che viene dai luoghi e dalla loro scelta, e questo dà colore alla storia stessa, distraendo da questo qualcosa. Ma – a coloro che amano leggere – continua a risultare migliore l’immagine che dei personaggi emerge nella nostra mente, ad opera della fantasia che ciascuno di noi possiede, ma soprattutto prodotta dalla bravura e dalla fantasia di chi scrive. Questo carattere – per quanto ho potuto individuarlo io – discende dal linguaggio che Camilleri usa nei suoi libri, in quelli di Montalbano in particolare, ma non solo. Di questo linguaggio è stato scritto tutto e il contrario di tutto. C’è chi ha detto che il dialetto non andava usato; c’è chi voleva le storie scritte unicamente in dialetto siciliano. Camilleri ha scelto di fondere dialetto siciliano e lingua italiana, e – sempre soggettivamente, secondo me – questa miscela produce molto bene l’immagine, netta e chiara, che la mente di chi legge si forma del personaggio.
Dopo aver riletto “La testa ci fa dire” (libro che mi sento di raccomandare a tutti coloro che amano leggere le storie del Commissario Montalbano, per conoscere molto più a fondo il pensiero dell’autore, da lui medesimo raccontato), ho compreso il perché di questo linguaggio ibrido. Camilleri dice chiaramente che – quando ha lasciato la Sicilia per lavorare a Roma – lui continuava a pensare in siciliano e solo dopo aver tradotto questi pensieri in italiano usava la lingua patria. Penso che questo sia fondamentale per capire la genesi del linguaggio delle storie di Montalbano: molto del dialetto viene fuori nei pensieri del Commissario, o nelle tirate di un personaggio come Catarella. Io vado un mese all’anno in Sicilia, essendo i miei originari di Patti (provincia di Messina), e mi succede, seguendo proprio lo stesso filo di cui parla Camilleri, dopo qualche giorno di ambientamento, di tradurre i miei pensieri italiani in siciliano, per riuscire a dialogare con i Pattesi. Facevo questo, inconsciamente, già a 10 – 12 anni, con grande timore di mia madre, che pensava che – al ritorno a Roma – avrei continuato a parlare in dialetto.
E va soprattutto sottolineata la caratterizzazione dei personaggi, nella quale Camilleri si dimostra davvero un maestro. Montalbano stesso, Fazio, Augello, Catarella escono dalle storie di prepotenza, quasi visibili a chi legge.
Dicevo prima di “Sette lunedì”, una storia che ha forse un notevole grado di “suspénse”, per il fatto che l‘assassino si limita ad uccidere (sempre di lunedì) un animale, lasciando sul luogo del delitto un pezzetto di carta con una scritta che parlava di “contrazione”. Frasi del tipo: «Comincio a contrarmi», «continuo a contrarmi», e così via. Non voglio raccontare la storia, ma solo cogliere tutto lo sgomento che il Commissario Montalbano prova di fronte a questo strano comportamento del mattatore di animali.
Gli indizi raccolti dal Commissario, assieme ai suoi bravi e provvidenziali collaboratori Augello e Fazio, lo portano dapprima a capire che – tramite queste uccisioni di animali – il misterioso assassino cerca di comunicare qualcosa. Indagando prima sulle iniziali degli animali e non giungendo a capo di nulla, il Commissario si concentra sulle iniziali dei padroni degli animali uccisi e riesce a ricostruire una frase. “ecco Dio”. Gli animali uccisi fino alla lettera i della seconda parola (Dio) erano sei, via via sempre più grandi: il commissario, incerto sulla mossa finale dell’assassino e deciso a smascherarlo prima del settimo delitto, organizza di radunare in un cinema tutti coloro che, in paese, avevano il cognome che iniziava con la “O”, per evitare delitti su persone anziché su animali. Ma la tensione che pervade Montalbano, nell’ansia di prendere il colpevole prima che esso compia il delitto finale (configurabile come una strage, non di animali ma di persone) è resa benissimo dalla lettura della parte finale della storia. E questo fatto emerge proprio, a mio avviso, dal particolare linguaggio con cui Camilleri dipinge il suo personaggio.
Voglio soffermarmi ancora su questo linguaggio. Io – di solito – leggo senza voce, solo con gli occhi e quindi non sento neppure la mia voce. Nel caso della lettura alla mia amica, invece, Camilleri e le sue storie di Montalbano le ho lette a voce alta, ed ho potuto verificare l’effetto del linguaggio di Camilleri sulla mia amica. Con lei abbiamo passato assieme tutta la vita, fin dai miei sette anni (lei ne aveva cinque), e quindi conosco molto bene le sue espressioni. E l’effetto del linguaggio di Camilleri è davvero divertente, anche se ho faticato non poco per cercare di rendere quel linguaggio divertente oltre le sue caratteristiche. Il mix che Camilleri fa di italiano e siciliano è realmente qualcosa di particolare, quando lo si legge a voce alta. E la mia lettura a voce è estemporanea, perché – come ho detto – di solito leggo con gli occhi e non con la voce. Non sono affatto d’accordo con i detrattori di questa scelta, che secondo me costituisce l’origine di gran parte del successo dell’autore di Montalbano.
Torno a ”Sette lunedì”, per raccontare il finale della storia, ed aggiungere qualche considerazione sul motivo della mia scelta, tra le tante che potevo fare. Con una manovra che doveva evitare la strage preconizzata, il commissario Montalbano raduna in un cinema tutte le persone il cui cognome iniziava per “O”. Guarda caso, dal gruppo dei convocati manca una persona, che a Montalbano risulta essere proprio il possibile sospettato. Alla fine di una concitata ricerca, Montalbano rintraccia la tomba di famiglia di questo signore la cui parte inferiore risultava carica di dinamite, alla vigilia del giorno dei morti!. Tornati di corsa al cinema ove erano state radunate le potenziali vittime della strage, Montalbano trova l’indiziato e, con un abile stratagemma, riesce a catturarlo impedendo una strage, anch’essa a base di dinamite.
Ho scelto questo racconto, che fa parte delle raccolte “Racconti di Montalbano” e “La prima indagine di Montalbano”, entrambe pubblicate da Mondadori, perché è particolarmente espressivo circa il linguaggio e quello che ho detto sul come tale linguaggio riesca a trasmettere al lettore i sentimenti che prendono Montalbano nel corso del suo lavoro. Sempre a mio giudizio, trovo che il linguaggio che Camilleri utilizza nelle sue storie è davvero un significativo contributo al successo librario delle storie stesse.


(Lavinio Ricciardi)









Andrea Camilleri, Racconti di Montalbano, Mondadori, 2009 [
* ]
Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Sellerio, 2000 [
* ]
Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano, Mondadori, 2005 [ * ]


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BIBLIOGRAFIA
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004
Matteo Collura
Di origini siciliane, attualmente vive a Milano ed è giornalista culturale del Corriere della Sera. Come scrittore e giornalista si è occupato spesso di Sciascia curando ad esempio l'Almanacco Bompiani del 1999 dedicato al giornalista tragicamente scomparso. Con Vita di Leonardo Sciascia ha inoltre ottenuto vari premi letterari e giornalistici. Nei suoi libri l'autore mostra una notevole capacità di coniugare una non comune duttilità giornalistica ad un indubbio talento letterario.


Bibliografia storica
Sicilia sconosciuta, Rizzoli
Italia. Sogno di un viaggio (con Hana Simeon Huber), Magnus, 1989
Perdersi in manicomio, Pungitopo, 1993
Il maestro di Regalpietra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996
Isole Egadi Ediz. italiana e inglese, Vianello Libri, 1996
Palermo (con Giuseppe Leone e Milo Minnella), B. Leopardi, 1999
Omaggio a Sciascia, Bompiani, 1999
Leonardo Sciascia la memoria, il futuro, Bompiani, 1999
Eventi, Longanesi, 1999
Associazione indigenti, ovvero i miserabili a Palermo, TEA, 2001
La musica degli Iblei dalla contea alle provincia (con Giuseppe Leone), B. Leopardi, 2001
Eventi. Il racconto dell'Italia del Novecento, TEA, 2001
Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi, Longanesi, 2002
In Sicilia Longanesi, 2004

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ALFABETO ERETICO
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Ventinove ottobre 2002, ore diciotto circa. Milazzo, tra le sue solite luci aranciate della sera, ha un che di immobile, quasi di cristallizzato. Sarà che, poco più in là, l’Etna si è risvegliato col suo carico di cenere e lapilli che, ogni volta, hanno un effetto di rallentamento sul tempo, come in attesa di qualcosa che potrebbe accadere, e che tuttavia tutti sperano non accada mai. La sala del Paladiana è gremita stasera, perché tutti aspettano la presentazione dell’ultimo libro di Matteo Collura, Alfabeto eretico. Collura, che ormai da tempo è una delle penne di punta della pagina culturale del Corriere della sera, è anche il più attento e fedele biografo di Leonardo Sciascia. Ed è appunto di Sciascia, o meglio del suo Universo, del suo modo di intendere la letteratura e la sicilianità, che in questo Alfabeto si vuole parlare. Con la fedeltà di un amico, e con l’amore di un allievo, Collura ci guida verso le molteplici linee direttrici che percorrono la vita e l’opera del grande scrittore racalmutese. Come in un vero e proprio dizionario, l’arte sciasciana viene infatti divisa in parole chiave, che sono poi lo spunto da cui partire per percorrerla tutta, quest’arte.

Ed è così che, da Abbondio a Zolfo, Alfabeto eretico diviene l’ulteriore sviluppo di un percorso che Collura, letterariamente parlando, iniziò nel 1996, anno della pubblicazione del suo Il maestro di Regalpetra-vita di Leonardo Sciascia. Un libro ultrapremiato quest’ultimo (si pensi ai premi letterari Chianciano, Castiglioncello e Palmi), tradotto in varie lingue, che è senz’altro un ottimo modo per accostarsi all’autore de Il giorno della civetta. Un percorso, dicevamo, che viene ora completato da Alfabeto eretico, come l’autore stesso ha

affermato durante la presentazione.

Quante volte, dopo aver letto un libro, si vorrebbe aver la possibilità di chiarirne alcuni punti con l’autore, riuscendo così ad accostarsi il più possibile al significato autentico della sua “fatica”. E’ un privilegio che noi abbiamo avuto, incontrando un Collura disponibile e pacato, qualche minuto prima della presentazione.



Dott. Collura, nel suo libro viene ricordato il rapporto tra Guttuso e Sciascia, in cui la verità fa da spartiacque tra amore ed amicizia. Qual è il sentimento che invece predomina nel suo rapporto personale con Sciascia?

L’amore, come dice Savino, è preceduto nel vocabolario della lingua italiana da amicizia, perché quest’ultima si nutre di verità, mentre l’amore no. Il rapporto tra me e Sciascia è un rapporto forte, che è d’amore, che è d’amicizia, di stima, da allievo con il maestro…E’ insomma qualcosa di molto articolato, che non può essere ridotto all’amore o all’amicizia.



Rifacendoci alla sua nota introduttiva, possiamo dire che Alfabeto eretico è il libro più colluriano di Collura?

Si, lo dico nell’introduzione perché mettendo a punto il laboratorio letterario di Sciascia ho messo a punto la mia idea di letteratura, ho chiarito a me stesso le idee riguardo la letteratura, la storia, la cultura, gli autori che mi interessano. E’ stata un’occasione ecco, lui è stato una sorta di Virgilio che mi ha accompagnato in questo mondo meraviglioso che è la letteratura. Di questo mondo ulteriore e straordinario se ne può fare a meno, certo, ma chi lo frequenta sa che la vita diventa qualcosa di più gustoso, di più interessante, di più misterioso.



Sciascia paragonò lo spettatore cinematografico all’uomo incatenato del mito della caverna di Platone, in quella che, “di fatto-lei scrive-è una profezia sulla televisione”. Su questo punto mi è sembrato molto critico…

Purtroppo, la civiltà televisiva porterà probabilmente alla fine della civiltà della carta stampata. Mi auguro che dal computer e dalla televisione, cioè da questi mezzi alternativi alla carta stampata, nasca qualcosa che prenda il posto della carta stampata. Io rabbrividisco all’idea che oggi i giovani non leggano i romanzi di 1000 pagine…Non possono leggerli perché cambiano i bioritmi, cambia l’organizzazione della vita. Quindi non leggono Guerra e pace, I miserabili, I promessi sposi e questo è gravissimo. A noi quei libri hanno dato dei momenti di gioia, ci hanno fatto crescere ed erano finestre aperte su orizzonti che altrimenti non avremmo potuto considerare. Io mi auguro che nasca qualcosa di equivalente, perché altrimenti è la fine.



Inoltre lei scrive che la televisione si autodistruggerà…

Potrebbe, se la tv insiste con questi grandi fratelli sicuramente si: è la televisione che guarda se stessa, non c’è di peggio, e alla fine non avrà più niente da dire.



La visione di letteratura come di idee che muovono il mondo è quella di Sciascia: lo è anche di Collura?

Si, è così, si può (e si deve) essere pessimisti nel guardare la realtà, però per chi scrive questo pessimismo della ragione va contrapposto all’ottimismo della volontà. Uno scrittore deve muovere le proprie idee attraverso l’ottimismo della volontà, e questa era una grande lezione gramsciana…l’atto dello scrivere è già di per sé un atto di ottimismo in questo senso, perché le idee muovono il mondo.



Calvino e Sciascia erano convinti che in Sicilia non si potesse ambientare un vero romanzo giallo. “Trent’anni dopo-lei scrive-si assiste al dilagare dei romanzi gialli”. Cos’è successo, è cambiata la Sicilia o Calvino e Sciascia si sbagliavano?

Il mio accenno è ironico. Si fanno tanti romanzi gialli perché sembra sia facile ambientarli in Sicilia, ma si fanno delle caricature di gialli, si fa del folklore insomma, non si fa letteratura. Calvino e Sciascia non si sbagliavano.



Secondo lei oggi, l’eretico Sciascia, cosa penserebbe, anzi cosa direbbe, della situazione politica attuale?

Quello che ha sempre detto…non è che cambi granché. Avrebbe detto intanto di non dare mai il cervello in affitto a chicchessia, di ragionare con la propria testa, e di abituarsi a leggere i segni del tempo, insomma di scegliere in base ad un imperativo etico, che deve trascendere ogni altra azione.

Infatti questo Alfabeto eretico si sarebbe potuto chiamare Alfabeto etico, proprio perché in Italia l’eresia è sinonimo di eticità. L’ho intitolato eretico perché Sciascia, nell’affermare principi di etica, sfiora l’eresia.



Ci può dare un suo ricordo personale di Leonardo Sciascia?

Sono tanti i ricordi, noi per esempio abbiamo passato lunghi periodi a Parigi. Mi ricordo che all’inizio abitavamo in due alberghi diversi, lui sugli Champes Eliseè, mentre io in Place d’Italie. Era un uomo piuttosto ansioso, si preoccupava molto per me e insisteva affinché andassi ad abitare nel suo stesso albergo. Alla fine arrivò quasi con una forzatura a prenotarmi una camera nel suo albergo, “costringendomi” a stare assieme a lui. La mattina prendevamo il caffè sugli Champes Eliseè ed essendo molto amato dai francesi, a Parigi era riconosciuto per strada. Nonostante leggesse perfettamente il francese, per timidezza non lo parlava mai, e si faceva tradurre da me.



Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi, Longanesi, 2002


 

 


 


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ASSOCIAZIONE INDIGENTI OVVERO I MISERABILI DI PALERMO
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Associazione indigenti ovvero i miserabili di Palermo - Collura Matteo

Lo sfondo è Palermo. Non la città dei sontuosi edifici barocchi, ma la Palermo delle baracche di cartone e di latta, dei vicoli oscuri, delle piazze devastate ed infestate dai topi, dei refettori di assistenza e degli ospedali dove si aiutano i vecchi a morire. I protagonisti sono i personaggi più poveri ed emarginati: i vecchi, gli invalidi, i disoccupati, un'umanità fuori dalla legge e dal mondo, volutamente dimenticata. E la storia che Collura ha scelto di raccontare è il drammatico tentativo che questa gente fa per ribellarsi, per assurgere ad una dignità che nessuno vuole riconoscere loro, per difendere i propri diritti: due pasti al giorno ed un refettorio aperto anche nei mesi est

Editore : TEA
Anno di pubblicazione : 2001
Numero pagine : 103 Pagine


 


  

 


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IN SICILIA
post pubblicato in Collura, Matteo, il 9 novembre 2004

Un viaggio in Sicilia per riscoprire e capire la sua isola. Cominciando da Portella della Ginestra, dove nel 1947 si consumò una strage a opera di Salvatore Giuliano, e proseguendo attraverso Ragusa, Agrigento, Palermo, Calatafimi lungo un itinerario sentimentale che mette in luce le “irredimibili” contraddizioni del paese, specchio dell’Italia intera. È la nuova avventura narrativa di Matteo Collura: In Sicilia. Ne abbiamo parlato con lui.


D. La Sicilia. Perché hai sentito - oggi, dopo i tuoi libri precedenti - l’esigenza di questo percorso, di questo “viaggio sentimentale”? C’è un significato anche temporale?

R. Ho scritto molto sulla Sicilia, è vero, ma non avevo mai affrontato sistematicamente il rapporto tra il paesaggio siciliano e il carattere dei suoi abitanti (rapporto che riguarda anche l’etica, il sentire morale). Anni fa scrissi una guida alla Sicilia meno nota. Quel libro (Sicilia sconosciuta) è un utile strumento per viaggiare nell’isola e cogliere aspetti poco noti dal punto di vista paesaggistico, storico, artistico. In questo nuovo libro - di genere narrativo, tengo a precisare -, la Sicilia si fa “teatro del mondo”, luogo fatidico dove tutto - nella storia d’Europa - sembra cominciare o finire (o cominciare e finire insieme). In questo teatro reale e metaforico, qual è il ruolo del paesaggio? E davvero la Sicilia è terra “irredimibile”, a partire proprio dal suo paesaggio come certifica Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo?

D. Modelli d’ispirazione. Una indicazione l’hai data tu stesso : Vittorini, Conversazione in Sicilia.

R. Sui modelli d’ispirazione la risposta è complessa. Sì, Vittorini c’entra, non può non entrarci, ma questo mio libro è stato scritto sessant’anni dopo Conversazione in Sicilia. Io non sono andato alla ricerca di un mito, non sono andato a caccia di lirismi, non ho fatto un viaggio con la Madre. Ho interrogato il paesaggio e gli uomini e le donne che lo abitano. La Sicilia, oltre a rimanere una realtà sociopolitica complessa e problematica, oggi è una sorta di topos letterario, cinematografico, artistico. Ma di tipo folcloristico, indulgente, divertente e divertito. Insomma, a una Sicilia “simpatica” io ho tentato di contrapporne un’altra, più vera: stravolta, avvelenata, irritante, ma sempre affascinante e, quel che più conta, ineludibile.

D. Quanto hai dedicato del tuo tempo a un viaggio reale e quanto hai attinto alla memoria personale?

R. In Sicilia è un libro che avevo dentro. Tutto quanto ho appreso in questi miei cinquantotto anni vi è finito dentro, filtrato da quella che Borges definisce “scienza certa”; quella scienza, cioè, che viene dal conoscere la propria terra, le proprie radici. Il viaggio reale, preparatorio, c’è stato. Ma è stato fatto come alla ricerca delle calviniane città invisibili, sempre presenti nel reale e non meno importanti dell’immediatamente visibile, dell’impatto emotivo, esteriore, epidermico.

D. I Siciliani “inquilini della storia”. È una definizione singolare, interessante. Nella tua storia personale, nella tua vicenda privata, quanto peso ha avuto la nascita siciliana?

R. Essere “inquilini della storia” vuol dire fare i conti con un passato che può farsi incubo, qualcosa di pesantemente condizionante. Se si è nati in una terra come la Sicilia, non ci si può sottrarre alla sua storia, fatta principalmente di conquiste subite, aggressioni, stupri fisici e psicologici. Nel caso della Sicilia il passato impone un confronto che può annientare. Per questo parlo di inquilini della storia bisognosi di uno sfratto. Annullarsi nel presente, farsi omologati consumatori può rappresentare una via di fuga. In alternativa c’è la strada indicata da Pirandello: la follia. Ma attenzione: quella di Enrico IV. Per quanto riguarda la mia nascita siciliana, non credo che essa sia alla base del mio bisogno di scrivere, ma è certo che mi ha influenzato in maniera determinante nella scelta delle tematiche e nello stile.

D. Il libro è ricchissimo di citazioni, c’è un corredo culturale molto importante, sedimentato nella tua memoria.

R. Oltre che una realtà geografica oggettiva, la Sicilia è un prodotto letterario. Non la si può pensare senza chiamare in causa Pirandello, Verga, De Roberto, Brancati, Sciascia. E Tomasi di Lampedusa, lo scrittore che ne ha colto l’anima, l’essenza più intima. Oggi, nella mia piena maturità, posso dire che senza Il gattopardo saprei molto meno della Sicilia. Questo l’ammise anche l’illuminista Sciascia, il quale con Il Consiglio d’Egitto scrisse - così sembrò allora - una sorta di anti-Gattopardo. In realtà, Sciascia non fece che girare intorno a una realtà - presente e storica - da Tomasi di Lampedusa definita “irredimibile”. Spinto dall’ottimismo della volontà di Sciascia, ho voluto verificare fino a che punto la Sicilia possa dirsi irredimibile. Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, citare soltanto autori siciliani. Scrittori come Faulkner, Garcia Marquez, Manuel Scorza, Goethe, Borges, Savinio e cento altri di paesi assai lontani dalla realtà in cui sono nato e in cui adesso vivo, mi hanno aiutato a comprendere meglio la Sicilia e a raccontarla.

D. Come si conciliano, nell’economia del tuo lavoro, la tua doppia attività di scrittore e di giornalista culturale? I due percorsi, i due linguaggi, si integrano, si avvantaggiano?

R. La scrittura giornalistica è diversa da quella letteraria. E così dev’essere, perché il giornalismo, quando non è pura cronaca, è mediazione tra le varie scienze e la cosiddetta opinione pubblica. Pubblicare un libro è un atto di presunzione tale che, se tutti quanti ne avessimo sempre piena consapevolezza, le librerie sarebbero meno intasate. Il giornalismo è servizio. La letteratura è arte. Una difficilissima arte che ci rende più gustosa la vita e ci fa cittadini più consapevoli. Nel mio lavoro tengo presente questa fondamentale distinzione.

D. Come hai lavorato a questo libro, come hai organizzato la materia? Scrivendo appunti, registrando testimonianze, fotografando paesaggi, consultando biblioteche?

R. Guardando come in un film la mia vita, tornando in Sicilia e prendendo appunti. Appunti che, tornato a Milano, mi hanno obbligato a rivederne altri vecchi e dimenticati. Faccio il giornalista da oltre trentacinque anni, in cui ho accumulato una serie infinita di esperienze e di conoscenze. Molte di esse riguardano la Sicilia, quella che viene fuori da questo mio ultimo lavoro.



In Sicilia“La casa. Nel rivederla, il tempo, come crollando di colpo, mi è caduto addosso, restituendomi, ingorgate nella malinconia, immagini dolorose. La casa, la sua solitaria miseria, e la nostra, mia e delle mie sorelle, di mio padre e di mia madre, e di mia nonna. Quante volte, nel farmi uomo, mi sarei tormentato con le domande di Mendel Singer, il protagonista del romanzo di Joseph Roth che solo molto più tardi avrei letto?”

Quando un recensore, presunto critico, vuole sbarazzarsi dell’autore che non lo ispira, non lo convince, o semplicemente non è in grado di comprendere, ma di cui bisogna che parli, lo paragona a qualche scrittore famoso. Di solito, più elevato l’altare, minore la stima riservata al dio sconosciuto, o scomodo, che si vuole far salire a esso, e poiché i paragoni sono di natura antipatici, spesso diventano boomerang, sia per chi scrive, sia per chi è descritto. A Matteo Collura, della cui opera non ci si vuole sbarazzare, ma al contrario leggere e rileggere, non si adattano paragoni, soprattutto per questo libro, In Sicilia, apparentemente una cronaca di viaggio, in effetti romanzo. Un romanzo nell’antica accezione, così come sono romanzi La vita di Apollonio di Tiana o il Milione. Infatti, non sempre le storie vere sono più funzionali, rispetto alle inventate, a questo genere letterario, semmai, paradossalmente, non le vere, bensì le vissute raggiungono quei presagi di profondità capaci di traslare la vita in parole, e viceversa. Il dono che plasma i suoni convenzionali della lingua in idee, in azione, non viene regalato, deriva da un percorso iniziatico che può durare a lungo e addirittura non risolversi mai; colui che lo anela sa di doversi umiliare, ma soprattutto sa che le sofferenze incontrate durante il suo viaggio potrebbero restare oscure. Anche se non per sempre. Delle sofferenze di Matteo Collura, del suo percorso iniziatico attraverso le proprie origini di uomo e di scrittore, abbiamo il resoconto vittorioso in questo libro, attraversato da un impeto martellante, marcato da uno stile personalissimo che è dell’affabulatore antico, quel metodo millenario in grado di catturare l’attenzione dell’uditorio accoccolato attorno al fuoco.
C’è molto di parlato in questa prosa che l’autore definisce “scritta a mano”, e c’è nel tono cangiante della voce la traccia delle emozioni, come nella splendida descrizione dell’ingresso in Palermo dove il ritmo sembra rattenere i singhiozzi. O dove l’intercalare del virgolettato cela l’ironia, di rimando a chi voleva essere ironico, come in quell’ “Egregio amico” dispensato dai palermitani ai “piedincretati”, gli stranieri, i siciliani di “fuori”. È un parlato pieno di verbi, di fatti, ma emerge anche la pittura di un’aggettivazione a volte persino barocca, forse perché il sovrabbondare è di questa terra spesso eccessiva, mai monotona, sia nei colori, sia nelle forme, mai scontata come altre realtà geografiche o sociologiche in cui i sostantivi possono bastare a descriverle. Ed ecco che il parlato si trasforma in poesia, alcune frasi sono versi; prima di tutto per la ricercatezza delle immagini, ma in particolare per le cadenze, che sembrano inseguire una metrica aulica.
Non si è riferito finora di personaggi, né di trama, né di colpi di scena. Meglio lasciare al lettore la scoperta del percorso che questo libro compie facendosi romanzo. Ma di uno dei protagonisti vale la pena di dire ancora qualcosa; non è una figura illustre, carnale, è una disposizione letteraria che sorride a pochi: la riflessione. Collura non ci lascia soli davanti a dei simulacri, a degli aneddoti, a delle esasperazioni, egli testimonia e traduce; e traducendo indaga su un aspetto che coinvolge la ragione, o la sua assenza, in molte vicende siciliane. Apprendiamo così che la predilezione per Sciascia non era dovuta solo all’amicizia, ma al forte legame che questo scrittore aveva con la ragione, contestualmente all’irragionevolezza che sembrerebbe prevalere ovunque. La follia, tema cardine di molti scrittori siciliani, erompe dalla sopraffazione, dal sangue sparso quasi con noncuranza, dai manicomi nei quali i pazzi non si sa se siano chiusi dentro o fuori, da una tipologia umana che va da Cagliostro al principe Raniero Alliata, il quale teneva sul proprio tavolo un teschio che “mordeva” una pergamena su cui era scritta una maledizione in aramaico. Collura riflette sulla difficile traduzione della follia in ragione, sembrerebbe una di quelle imprese care a Cervantes, ma restando fedeli al proposito di evitare paragoni, bisogna constatare che se non riesce del tutto, il demerito non è suo. La realtà, a volte, in Sicilia, è troppo al di sopra della fantasia, o dei buoni propositi, per poterla circoscrivere; e non si può operare come Bixio a Bronte, il quale ordinò di fucilare anche il pazzo Fraiunco pur di inseguire un’irraggiungibile giustizia.
Per questo e altro siamo resi consapevoli che si dimostri più coraggio e virilità nello scrivere libri come questo di Matteo Collura, piuttosto che nell’eseguire massacri, specialità non solo siciliana, purtroppo, bensì della follia in genere.

In Sicilia di Matteo Collura
221 pag., Euro 14.00 – Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 410)
ISBN 88-304-2089-1




 


 


  


 


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permalink | inviato da il 9/11/2004 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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