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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 20 dicembre 2017
 

Nel visitare la mostra “Più libri più liberi”, edizione 2017, tenutasi presso “La Nuvola” di Fuksas, ho trovato nello stand della Editrice Progetto Cultura questo pregevole libro, che – da ex alunno del liceo Giulio Cesare di Roma – mi sono affrettato a comprare e a leggere.
Voglio riportare qui delle brevi impressioni, destinate al circolo di lettura “Villa Leopardi” delle Biblioteche di Roma.
Debbo dire subito che la lettura del libro mi ha subito prodotto un “ritorno” all’età di quando ho frequentato il liceo: era l’anno 1952! Un tuffo e una conseguente emozione, che è rientrata, dopo poche pagine, per far posto ad una emozione più profonda, quella di leggere un libro di storia che parla – tra l’altro – del tempo della mia adolescenza. E questo aspetto è senz’altro evidente negli scopi che il libro si prefigge, come la presentazione della Preside prof.ssa Paola Senesi sottolinea. 
La struttura del libro che il Prof. Fulci (che è stato prima allievo e poi insegnante del Giulio Cesare) ha redatto si può evidenziare scorrendo l’indice, suddiviso in tre parti, rispettivamente Introduzione, Parte Prima: Dalle origini al sessantotto, e Parte seconda: Il sorpasso. Senza entrare nel merito delle suddivisioni di ciascuna parte, l’Introduzione è proprio una presentazione sintetica dell’opera e dei suoi scopi, che l’autore premette per togliere ogni dubbio a chi si accinge a leggere il libro, e nella quale – dopo una parte di carattere personale, in cui ho ritrovato una figura (il prof. Vegezzi) che ricordo dal ginnasio – l’autore distingue le quattro epoche in cui la storia del Giulio Cesare può suddividersi: dalle origini (1936) al dopoguerra, dal dopoguerra al ’68, dal sessantotto alla caduta del muro di Berlino, e da questa fino ai nostri giorni.
Evito di parlare approfonditamente del testo, come è mio costume, per non sciupare la sorpresa ai lettori. Il testo è molto arricchito da varie fotografie, che consentono all’autore di analizzare le “popolazioni” di alunni del liceo, e trarne paralleli circa la crescita dei liceali nel tempo. Ciò rende il libro ancora più interessante del semplice aspetto storico, e le considerazioni lo rendono un testo anche ricco di considerazioni sociologiche. 
La storia dell’autore alunno del liceo si presta a varie considerazioni. Mi accomuna a lui il fatto che – date le mie tendenze – avrei anche io preferito fare lo scientifico, e – come risulta proprio dalla fine della prima parte, quella legata al periodo post-bellico – altra “bestia nera” del prof. Fulci alunno era il greco (le stesse difficoltà così ben espresse le ebbi io, e furono aggravate anche dall’aver avuto due professori di latino e greco in tre anni, il temuto prof. Martella e il buon prof. Carta, non nominati nel libro in quanto non più presenti all’epoca in cui Fulci frequentò il liceo da studente). Ottime invece le descrizioni delle personalità dei presidi, tra cui spicca il prof. Dal Cerro, e la sua abitudine di venire al liceo in bicicletta. E ancora degna di nota la descrizione delle attività scolastiche “di laboratorio”, che consentivano di approfondire le discipline propriamente scientifiche.
Le attività propriamente “non scolastiche” (cineforum, teatro), accennate al momento in cui furono avviate, hanno larga parte nella seconda metà della seconda parte. Mi hanno incuriosito non poco perché ai miei tempi ancora non c’erano: soprattutto il cineforum mi avrebbe appassionato e coinvolto, cinefilo qual’ero proprio negli anni del liceo!
Non voglio dilungarmi ancora nel racconto: il libro è davvero pregevole e per apprezzarlo va letto (possibilmente anche più di una volta). Voglio solo citare una coincidenza che mi ha rallegrato non poco: la copertina è opera di Caterina Capalbo, ex alunna del Giulio e componente del nostro circolo di lettura. Buona lettura ad ex alunni e non!



(Lavinio Ricciardi)









Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare. Cronistoria di un Liceo romano, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]

SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 19 maggio 2016

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SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 13 maggio 2016
 

Questo libro non è soltanto un saggio: è un vero gioiello, sia per chi ama i libri, come me, sia per coloro che nei libri cercano chiarezza e verità. E oltretutto è scritto in modo molto semplice, pur essendo ricchissimo di riferimenti storici, sia al periodo citato (dal 1938 al 1943), sia ai problemi inerenti le persecuzioni razziali originate dalle leggi emesse dal regime fascista.
Prima di entrare nel merito del testo, debbo fare una doppia premessa. All’epoca di cui parliamo io avevo un anno di età (sono del 1937) e solo nel 1944, al ritorno a Roma da un lungo periodo passato nel Casentino (mio padre era dovuto fuggire l’8 settembre da Roma, e ci aveva fatti partire prima di lui), quando avevo sette anni, ho cominciato a sentir parlare di tedeschi e fascisti. Ricordo che nel giugno del 1944, appena tornati a Roma, mio padre ripuliva un cassetto, strappando molte cose. Tra queste, la tessera di “Figlio della lupa” intestata a me. Chiesi a mio padre il motivo delle distruzioni di quelle carte e lui mi rispose: “…capirai quando sarai più grande”. Anche a scuola (elementare e media, e poi al liceo) non trovai molti riferimenti storici sul periodo fascista e sui fatti che lo caratterizzarono. Solo molto più tardi, diciamo negli anni ’80, attratto da alcuni fatti che necessitavano di chiarimenti storici, appresi la verità storica sul fascismo, sui suoi misfatti, e sulle persecuzioni degli ebrei.
La seconda premessa riguarda il mio pensiero sugli ebrei. Credo che – nel modo di pensare comune - la maggior parte di noi considera la parola “ebreo” come attinente alle credenze religiose (e non a fatti ”razziali” o etnici, come si dice ora). Per me – educato in maniera cattolica, ma con notevole libertà, dai miei genitori – il termine ebreo è solo un connotato religioso. Ho conosciuto molti ebrei nella mia vita: il relatore della mia tesi di laurea era Sergio Segre, figlio di un famoso matematico, Beniamino; un collega di lavoro del mio periodo romano (ho iniziato a lavorare a Milano) si chiamava Fabio Piperno e mi invitò spontaneamente al suo matrimonio nella sinagoga di Roma; infine, uno dei miei maestri di informatica era Roberto Vacca, anche lui figlio di un grande matematico. E queste tre citazioni sono soltanto quelle che ricordo con maggiore stima e ammirazione. Ho però chiaro, anche se non condivido minimamente questo aspetto, il fatto che la maggior parte delle persone comuni hanno ancora pregiudizi circa gli ebrei, simili a quelli che c'erano nell’”apartheid” sudafricana o nella questione delle persone di colore negli Stati Uniti e – immagino – del tipo ascrivibile ai fondamentalismi religiosi. Nel mio profondo non esiste alcun pensiero o atteggiamento simile a questi che ho citato: per me, nel novero delle libertà cui l’essere umano ha diritto, c’è la libertà di religione. Non esiste una questione razziale: l’unica razza cui l’uomo appartiene è quella umana.
Forse queste premesse sono un po’ lunghe e non del tutto chiare. Ma ho ritenuto importante farle.
Veniamo al libro. E’ un saggio storico, ed è corredato da quattro interventi di altri studiosi oltre le autrici, rispettivamente due presentazioni (di Giorgia Calò, assessore alla cultura della Comunità ebraica, e di Claudio Procaccia, direttore del dipartimento Beni ed Attività Culturali della stessa Comunità), una prefazione di Giacomo Saban, professore di geometria alla Sapienza, e l’introduzione di Mario Toscano, professore di storia contemporanea alla Sapienza. In tutte queste premesse si parla di aspetti delle Comunità ebraiche e dell’ebraismo, proprio – penso – con un occhio rivolto a chi non è ebreo.
Il saggio vero e proprio è diviso in due parti: la prima, “L’istruzione nella Roma ebraica (1938 – 1943)” è di Giuliana Piperno Beer; la seconda, “La conquista del sapere: gli ebrei all’università. Testimonianze” è di Silvia Haia Antonucci. L’ho letto in due tempi, prendendomi una pausa tra la prima e la seconda parte. Inoltre, alla fine ci sono una cronologia essenziale divisa in due tabelle, una consistente bibliografia e l’indice dei nomi.
Debbo dire subito che la prima parte è la più corposa e contemporaneamente la più bella. Il lettore si immerge progressivamente in questo bellissimo mondo, quello delle scuole ebraiche. Giuliana Piperno ci racconta come hanno fatto i cittadini ebrei romani a superare i divieti delle leggi razziali, costruendo scuole di tutti i livelli (elementari, medie inferiori e superiori, università – per quest’ultima, un istituto svizzero, a Friburgo, autorizzava corsi per corrispondenza, che in realtà furono tenuti a Roma dal prof. Guido Castelnuovo). Dopo l’introduzione sulle leggi razziali, di cui se ne traccia l’iter con il succedersi delle azioni che hanno seguito la loro promulgazione, nei capitoli e paragrafi che seguono vengono descritte le maniere in cui la comunità ebraica seppe far fronte al divieto di istruzione (quest'ultima cosa fondamentale per un ebreo), logica conseguenza dell’entrata in vigore di tali leggi. Una delle cose più toccanti che mi sono venute in mente mentre leggevo è stata immaginare un cittadino ebreo che – dalla sera alla mattina – non può più andare a scuola, lì dove andava sino al giorno prima.
Eppure, la tenacia di questo notevole gruppo di nostri concittadini si è data ragione di quello che accadeva, ed ha reagito nel modo che la Piperno ci descrive nei suoi tre capitoli (La scuola elementare, Le Scuole Medie Israelitiche, Gli studi universitari). Proprio in questa accurata descrizione sta il valore del libro, ricchissimo di fotografie (nella prima di quelle a pagina 42, nel capitolo Le scuole elementari, ho trovato come maestra di una prima la stessa maestra elementare di mio padre, che – ricordo bene – in quel periodo si era trasferita dalla Sicilia a Roma, proprio per lavoro, e ci venne a trovare a casa. Ricordo che abitava in un collegio sulla via Nomentana  “Stella Viae” , sito tra via XXI Aprile e viale Gorizia, dove anche noi andammo più volte a trovarla).
Questa parte è ricchissima di notizie sui modi in cui le difficoltà di quel periodo, che andarono crescendo fino alle deportazioni del 1943-44, sono state affrontate e risolte, almeno in parte: Giuliana Piperno ha fatto ricerche approfondite, ricavandone notizie e fotografie che rendono la trattazione dell’argomento molto piana e scorrevole. Le fotografie consentono ai lettori di immedesimarsi nelle situazioni di quel tempo. Va detto, inoltre, che la Piperno ha insegnato Italiano nelle scuole statali, ed è quindi consapevole dei problemi che l’organizzazione di una scuola porta con sé: possono immaginare bene, quelli che – come me – hanno passato alcuni anni nel mondo della scuola, cosa avrà significato in quel periodo per gli ebrei dover supplire al divieto di istruirsi. Molto interessante risulta la parte sulle università, che riporta un bellissimo ricordo di una Università clandestina, organizzata principalmente dal prof. Guido Castelnuovo, insigne matematico, cui è intitolato l’Istituto Matematico della Sapienza di Roma, in collaborazione con il Politecnico di Friburgo, e nascosta sotto l’appellativo di “Corsi Integrativi di Cultura Matematica”. Ci furono anche altre due scelte, favorite dall’assenza di restrizioni per gli ebrei da parte vaticana: la Pontificia Università Lateranense e il Pontificio Istituto Biblico. 
La seconda parte, di Silvia Haia Antonucci, ha una premessa abbastanza breve, che si riallaccia alla prima parte della Piperno. La Antonucci, oltre a premettere che solo il ricorso alle fonti orali consente di ricostruire l’iter curriculare di alcuni studenti universitari, ci racconta come in generale la tradizione orale – e di conseguenza la storia orale – sia stata un'ottima fonte per testimoniare come molti ebrei del periodo in esame siano riusciti nell’intento di conseguire una laurea, al pari dei loro colleghi non ebrei. Sviluppato tale tema, e approfondito il tentativo ben riuscito del prof. Guido Castelnuovo, coadiuvato dal collega Federigo Enriques, che organizzarono i Corsi Integrativi di Cultura Matematica, già citati dalla Piperno nel terzo capitolo della sua trattazione, la Antonucci ci consente di attingere direttamente alle fonti orali ancora in vita, riportando otto interviste, di cui cinque con studenti dell’Università clandestina e della Pontificia Università Lateranense, e tre con le figlie di personaggi già nominati nel testo, testimoni di queste scuole organizzate direttamente dalla comunità ebraica. Prima di riportare le interviste, la Antonucci fa una premessa metodologica per Emma Castelnuovo, prima delle intervistate, figlia di Guido Castelnuovo, insegnante nella scuola ebraica di via Celimontana, scuola ampiamente descritta dalla Piperno nella prima parte, per la quale si parla non di una intervista ma solo di ricordi, riportati alla Antonucci in un colloquio, sintetizzati poi nel testo.
Sono andato fuori dai miei limiti abituali, dato l’entusiasmo e l’ammirazione che ho provato leggendo questo libro. Per completezza riporto i nomi degli intervistati: le interviste sono ampie testimonianze ricche di particolari. Gli intervistati sono:
Gino Fiorentino: la sua è l’intervista più corposa, e vi si descrivono corsi e docenti dei Corsi Integrativi di Cultura Matematica, oltre a ricordi della scuola di via Celimontana e dell’Università clandestina;
Ferruccio Sonnino (anche per lui si tratta del corso di Matematica), che dà un’idea di cosa venisse offerto a un ebreo che usciva delle Scuole Medie Superiori;
Fabio Padovani (corso di Matematica), con un ricordo molto ricco di spunti diversi dai precedenti;
Alessandra Cimmino (figlia del preside delle Scuole Medie Israelitiche di Roma dal ’39 al ’43, Nicola Cimmino), con una testimonianza originale e ricca di spunti esistenziali femminili sulla scuola diretta dal padre; 
Fabio Della Seta (studente della Pontificia Università Lateranense), anche questa testimonianza ricca di spunti esistenziali sul periodo;
Mario Padovani (anche lui studente della Pontificia Università Lateranense), che racconta come l’Università lo aiutò a salvarsi durante le persecuzioni razziali dell’epoca;
Anna Padovani (figlia di Paolo e nipote di Massimo Padovani, tutti studenti della Pontificia Università Lateranense), testimonianza anch’essa ricca di spunti esistenziali.
Molti degli intervistati non hanno vissuto solo a Roma, ma provenivano da città diverse.
La vera bellezza di questo libro sta nell’unicità delle esperienze raccontate. È – a mio vedere – il più bel saggio che ho mai letto sulle difficoltà che gli ebrei romani ebbero durante il periodo indicato; è molto interessante per tutti, in particolare per coloro che non conoscono le vicende degli ebrei romani, ma anche per chi – come me – le ha approfondite attraverso fonti diverse e sceneggiati trasmessi dalla Rai (non molto tempo fa ce ne fu uno, “Sotto il sole di Roma”, particolarmente efficace nel descrivere una storia svoltasi proprio nello stesso periodo).
È un libro che tutti dovrebbero leggere, e che permette di rispettare ed ammirare chi, a differenza di molti di noi, non ha avuto la vita facile ed è riuscito lo stesso a superare grosse difficoltà e ad affermarsi nel campo del “sapere”.



(Lavinio Ricciardi)








Silvia Haia Antonucci, Giuliana Piperno Beer, Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nelle università (1938-1943), Gangemi, 2015 [ * ]


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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 29 aprile 2016
 

Il libro è un saggio storico, che racconta, con dovizia di particolari, come nacque e si sviluppò l’idea di erigere un monumento al filosofo di Nola, proprio nel luogo ove egli fu messo al rogo come eretico dal Sant’Uffizio.
Un saggio molto ben documentato (consta di 46 pagine di note, più che altro citazioni di documenti, e 15 pagine di riferimenti bibliografici), in cui la storia è riportata in forma di cronaca, da un autore estremamente attento a tutti gli sviluppi che la vicenda ha avuto negli anni. Si parte dal 1865, a Napoli, per arrivare ai nostri giorni. Per chi volesse studiare le vicende di fine Ottocento, il libro è – a mio avviso – un ottimo punto di partenza.
La storia di questo monumento si lega a filo triplo con la storia del movimento anticlericale, preesistente ai fatti che portarono alla costruzione del monumento, in riconoscimento del valore di filosofo attribuito al frate di Nola. Movimento fortemente contrastato dalla curia romana e dal papato dell’epoca, ma che nulla poté opporre al fatto che – nella seconda e decisiva fase – il movimento pro-Bruno potesse avere un potente sostenitore in Crispi, all’epoca capo del governo.
Chi scrive non è un grande amante della storia, ma – un po’ per la novità della vicenda, che dubito sia presente in molti libri di storia per i licei, un po’ per la semplicità e la chiarezza con cui l’autore racconta queste vicende – ha trovato interessante e per nulla faticosa la lettura di questo saggio. Al netto delle premesse (ventiquattro pagine), il testo è di 313 pagine, piuttosto fitte: alcuni capitoli sono alleggeriti dalle illustrazioni (35 in totale).
Il tentativo di erigere questo monumento ebbe una prima tornata con una raccolta di fondi promossa da un gruppo di studenti della Università La Sapienza: questo primo tentativo, pur con il successo della raccolta, non andò a buon fine. Questo primo movimento fu quello dei cosiddetti “ragazzi del ‘76”, ed era capeggiato da due studenti, Adriano Colocci e Alfredo Comandini. Entrambi erano ferventi ammiratori del loro professore, Antonio Labriola. Durante questa fase furono eretti al Pincio 30 busti di italiani illustri, tra i quali figurò anche Giordano Bruno. Dopo questa iniziativa, Labriola e altri, tra i quali Pietro Cossa, Luigi Castellazzo e Raffaello Giovagnoli, scrittori abbastanza noti a quei tempi, portarono avanti il tentativo. Ad essi dette man forte un ebreo francese, Armand Levy. E l’iniziativa cominciò ad essere appoggiata dalla loggia massonica.
Purtroppo per i “Bruniani”, l’iniziativa ventilata del monumento ebbe tra gli oppositori proprio il Comune di Roma. Per ragioni di brevità, non entro nel merito di come l’iniziativa, che aveva prodotto una sottoscrizione internazionale pro-monumento, la si dovette abbandonare. Così, dopo questa prima vicenda che occupò circa quindici anni, si giunse alla costituzione di un secondo comitato, che – con alterne vicende – cominciò ad operare nel 1884. La ripresa delle iniziative fu promossa da uno studente bolognese, Giuseppe Vernazzi, che promosse assemblee studentesche e riaprì la sottoscrizione per il monumento. Ci vollero quattro anni di intensa attività e raccolta di nuovi fondi per raggiungere l’obbiettivo di affidare la costruzione della statua bronzea allo scultore Ettore Ferrari.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa, sia la sottoscrizione che le adesioni formali fecero in modo che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi, in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
Mi fermo qui: se quanto ho accennato interessa chi legge, lo invito a leggere il saggio. Sicuramente concorderà con me circa l’interesse che queste vicende suscitano in chi – non immedesimato nella vita dell’epoca – difficilmente potrà trovare traccia di questa vicenda nei documenti ufficiali. Il rispetto delle autorità politiche – comunali e nazionali – per l’istituzione ecclesiastica non poteva incoraggiare una iniziativa che comunque era diretta contro il clero e il clericalismo allora imperante.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa – sia la sottoscrizione che le adesioni formali permisero che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
La storia della costruzione del monumento è ricca di particolari: nel basamento figurano otto medaglioni, con personaggi di spicco come Galilei, Campanella e altri “eretici”, tra cui Huss, altro filosofo che finì sul rogo. Anche qui, smetto di sottolineare particolari, perché solo la lettura del libro consente di avere una visione di assieme delle vicende.
Vicende che l’autore continua a descrivere anche dopo l’erezione del monumento. La curia e il Papato non restarono indifferenti al monumento e cercarono in ogni modo di farlo abbattere. Per fortuna senza riuscirvi. L’autore arriva così a raccontare tutte le storie, fino al papato di Karol Wojtyla, primo papa che ammise la possibilità che la Chiesa avesse sbagliato nei confronti di Galileo e non solo.
L’opera di Bacciantini – che insegna storia della scienza all’Università di Siena – costituisce a mio parere un ottimo esempio di come narrare la storia di un episodio consenta di immaginare e addirittura osservare i costumi esistenziali di un’epoca.



(Lavinio Ricciardi)








Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]
CATERINA MARTIRE DI ALESSANDRIA
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2016
 

L'ortodossia a Roma: la chiesa di Santa Caterina Martire (o Santa Caterina d'Alessandria) è una chiesa di Roma, parrocchia per i fedeli cristiani ortodossi della città, dipendente dal patriarcato di Mosca. Essa si trova all'interno del parco di Villa Abamelek, sede dell'ambasciata russa in Italia.
All'inizio degli anni Novanta, a seguito anche del cambio di regime politico in Russia, la comunità ortodossa si è organizzata per avere una chiesa ortodossa russa a Roma, ottenendo la benedizione del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio II. Nell'ottobre del 1999 l'Ambasciata della Federazione Russa a Roma ha fatto formale richiesta al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana ed al Comune di Roma per ottenere la possibilità di costruire l'edificio.
Nel maggio 2000 al Comune di Roma è stato presentato il progetto della Chiesa di Santa Caterina Martire di Andrej Obolenskij, direttore del Centro di costruzioni artistiche «Archkram» del Patriarcato di Mosca, che prevedeva la costruzione della chiesa nel comprensorio in proprietà della Federazione Russa, adiacente alla residenza dell'Ambasciatore della Federazione Russa a Villa Abamelek, all'angolo di Via Lago Terrione e Via delle Fornaci. La chiesa era prevista alta 29 metri e con una superficie generale di 698,04 metri quadri per un volume generale di 5056,28 metri cubi.
Il 14 gennaio 2001 all'interno di Villa Abamelek, alla presenza dei Ministri degli Esteri italiano e russo, Igor Ivanov e Lamberto Dini si è svolta la cerimonia della posa della prima pietra, benedetta dall'arcivescovo di Korsun' Innokentij. A partire dal 2001, nei periodi di Pasqua, di Natale e nel giorno di Santa Caterina (25 novembre/7 dicembre) si celebrava messa sul luogo della futura chiesa.
Il 20 dicembre 2001 la Giunta Regionale di Lazio ha approvato la legge N 41, secondo la quale per le sedi di rappresentanza diplomatica e consolare "è consentita in deroga la costruzione di edifici autonomi da destinare ad attività di culto per soddisfacimento delle esigenze della comunità". Nel giugno 2002 grazie all'interessamento dell'ambasciata è stata ottenuta la licenza edilizia. Il 6 maggio 2003 a Villa Abamelek si è svolta una serata dedicata all'inizio dei lavori di costruzione, partiti nell'estate dello stesso anno. Il 19 maggio 2004 veniva fondata un'associazione (benedetta da Alessio II) il cui fine era raccogliere i mezzi per la costruzione della chiesa.
Il 19 maggio 2006 ha avuto luogo la minore consacrazione della chiesa, cerimonia a cui hanno partecipato tra gli altri il sindaco di Mosca Luzhkov, l'ambasciatore di Russia in Italia Alexey Meshkov ed il Capo del Dipartimento per gli Affari Esteri del Patriarcato di Mosca Sua Eminenza Metropolita Cirillo di Smolensk e Kaliningrad.
Nel dicembre 2007 vi è stata la consacrazione della cripta, dedicata ai santi Costantino ed Elena.
Sabato, 23 maggio 2009 è avvenuta la cerimonia di inaugurazione della nuova chiesa [ * ].

 
I PALAZZI FEDERICI
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2016

"Il Municipio Roma III invita alla proiezione del film: “Una giornata particolare. Il cinema nell’architettura”. ll film sarà proiettato nel suo stesso set, domenica 26 giugno alle ore 20,30, ingresso libero, via E. Stevenson, 24. Il capolavoro di Ettore Scola del 1977, viene riproposto nel cortile del palazzo dove fu interamente girato: le case convenzionate di Viale XXI Aprile, note come “Palazzi Federici” di Mario De Renzi, che nel film stesso assumono un ruolo da protagoniste. Gli abitanti dei Palazzi Federici sono pregati di portarsi le sedie da casa."

Per gli abitanti dei Palazzi Federici, che hanno organizzato l'evento (con qualche sostegno dal Municipio), sarà una festa. Hanno affittato le sedie, e altre ne porteremo da casa per dare posto a tutti; sgombreremo il cortile dalle auto (magari fosse per sempre...). Alcuni stanno preparando pacchi di popcorn, torte e opuscoli sulla storia e l'architettura di questo complesso. Alcuni ricordano ancora i giorni delle riprese, gli attori famosi visti da vicino...Venite?                                                                                                                                                                                    Marco De Bernardo

 

Caro Marco, io ho abitato lì per più di cinquanta anni e ci ero naturalmente molto affezionata. Sono stata mandata via da una persona che ha comprato l'appartamento in cui vivevo per cui mi sono vissuta molto male questa fase della mia vita. Ritornare lì mi farebbe un po' male. Comunque, anche se gli attori sono bravi e anche la storia del film è interessante, mio fratello, che ha quattordici anni più di me, mi ha detto che quelle scene in cui folle escono dalle scale del palazzo per andare ai raduni fascisti non sono veritiere, non c'era tanta gente proveniente dal palazzo Federici che andava ai raduni. Temo che lì Scola abbia decisamente esagerato. Nè erano gli abitanti del palazzo tutti fascisti. Noi infatti non lo eravamo. L'appartamento in cui ho vissuto era bello. Mi ha fatto impressione che il calabrese che lo ha comprato voleva abbattere una parete per fare un salone stile anni '60, sconvolgendo la planimetria di un appartamento nato con altri criteri, così come voleva rifare i pavimenti togliendo delle belle mattonelle!...Non ho niente contro i calabresi. Una mia bravissima bisnonna era calabrese. Ad ogni modo, buon weekend!                                                                                                                                                      Anna Maria Robustelli

 

Per chi vive qui, si è visto molto più di un bel film: è stata per molti motivi una vera nuova "giornata particolare", e una nuova  puntata del gioco di rifrazioni fra cinema, architettura e suoi abitanti, fra realtà e rappresentazione, storia e futuro, cortile e mondo, che caratterizza questi palazzi fin dalla loro nascita. Questa volta, l'iniziativa è partita dagli abitanti. Fra l'altro, ci ricorderemo l'effetto che faceva vedere la  folla  che si reca e poi rientra dal cupo evento storico rappresentato nel film, duplicata dalla folla che affluiva e defluiva per il nuovo evento, nello stesso scenario architettonico riprodotto sullo schermo, ma in un contesto speculare e opposto... 
In questa proiezione comunitaria del grande film di Scola, il cinema  ha assunto un poco della funzione di ri/generazione comunitaria  che  svolgevano le rappresentazioni tragiche, sin dal teatro antico.  
E non si dica che esagero... :-)  
Molto altro da dire ci sarebbe sui protagonisti del gioco, il  luogo, il film, gli abitanti.
Mi piacerebbe se raccogliessimo insieme qualche riflessione in  merito. 
A presto,
Marco De Bernardo




E' stata creata una 
pagina Facebook, il blog Visioni ne ha parlato. Tutto un groviglio di questioni si addensa intorno al complesso dei Palazzi Federici, utilizzato da Ettore Scola come quinta del suo "Una giornata particolare", su suggerimento di Maurizio Costanzo, cosceneggiatore del film. I Palazzi Federici furono progettati nel 1931 per essere portati a termine nel 1937 dall'architetto razionalista Mario De Renzi. Lo stile architettonico risentiva del futurismo e di una riscoperta dei valori del Cinquecento romano (vedi quì per un parallelo con l'architetto Giulio Gra, e quì per un quadro dell'architettura a Roma dal 1929 al 1939). Su De Renzi il testo di riferimento è Mario De Renzi. L'architettura come mestiere di Maria Luisa Neri [ * ]. I Palazzi Federici erano "case convenzionate". Gli appartamenti erano affittati per la durata di un quinquennio "a persone oneste e incensurate, di condizioni economiche non agiate, che, avendo stabile residenza a Roma da almeno cinque anni, e anche da più breve tempo quando si tratti di sfrattati per demolizione e per opere di Piano Regolatore, o di trasferimento per ragioni di pubblico ufficio e di pubblico servizio, ne faranno domanda" (cfr. Eva Masini, "Piazza Bologna", Franco Angeli [ * ], quì per una bibliografia sull'edilizia pubblica residenziale a Roma nel Novecento).  La trama del film è nota: nel giorno della visita di Hitler a Roma, 6 maggio 1938, i Palazzi Federici, svuotati dagli abitanti andati alla parata militare, rimangono deserti. Gli unici a rimanere sono la portinaia del palazzo, la casalinga Antonietta e l'annunciatore radiofonico licenziato perchè omosessuale Gabriele. Tra Antonietta e Gabriele si instaura un tenero rapporto che durerà lo spazio di una giornata. A sera tornerà dalla parata il marito di Antonietta con i figli e Gabriele verrà prelevato da due poliziotti per essere successivamente portato al confino. Un buon vademecum alla visione del film è la lettura di "Una giornata particolare: un film di Ettore Scola: incontrarsi e dirsi addio nella Roma del '38", a cura di Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Lindau, 2003 (contenente la sceneggiatura del film) [ * ].

In rete sI può trovare il documentario realizzato dall'Istituto Luce che copriva integralmente le varie fasi della visita (vedi quìquì e quì per riprese UFA, per rare immagini a colori quì). I due dittatori vi appaiono tronfi, a loro si contrappongono i due protagonisti del film che si apre con sequenze tratte dal documentario, gli unici rimasti umani. Erano gli anni del terrorismo e il film di Scola preconizzava un ritorno al privato connotato di un'implicita virtù politica. Di quelle giornate del '38 è rimasto il ricordo, affidato al suo diario, dello storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, il quale fece da Cicerone alla delegazione tedesca in visita ai musei e ai monumenti romani [ * ]. Sulla condizione della donna durante il fascismo, relegata al ruolo di angelo del focolare in linea con la politica demografica del regime esiste una vasta bibliografia (si possono ricordare: Piero Meldini, "Sposa e madre esemplare: ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo", Guaraldi, 1975;  Maria Antonietta Macciocchi, "La donna nera", Feltrinelli, 1976; Miriam Mafai, "Pane nero", Mondadori, 1987; Victoria De Grazia, "Le donne nel regime fascista", Marsilio, 1993; Cecilia Dau Novelli, "Famiglia e modernizzazione in Italia fra le due guerre", Studium, 1994; Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, "Piccole italiane", Anabasi, 1994; vedi quìquì e quì). Per quanto riguarda il tema degli omosessuali sotto il fascismo c'è il bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, "La città e l'isola", Donzelli [ * ] che si concentra sul caso catanese, mentre un quadro completo anche dal punto di vista ideologico è quello offerto da "Il nemico dell'uomo nuovo" di Lorenzo Benadusi, Feltrinelli [ * ]. Nel codice Rocco non esisteva il reato di omosessualità, ma ciò non impediva che questa potesse cadere sotto sanzione amministrativa, come erano appunto il confino o l'ammonizione (vedi quì). Più in generale sul tema del confino è da vedere di Silverio Corvisieri, "La villeggiatura di Mussolini", Dalai [ * ]. La regista Gabriella Romano ha realizzato due documentari, sul tema delle donne e su quello degli omosessuali durante il fascismo [ * ]. 

 

"Una casa particolare”: la casa convenzionata di viale XXI Aprile, 21-29 a Roma 1931-1937) 

Le “case convenzionate” nascono a Roma dopo lo sblocco degli affitti del giugno 1928, data l’improvvisa pressante grande richiesta di alloggi. Nei primi anni '30 si costruiscono ben 2000 alloggi in molta parte della città...Flaminio, Prenestino e la “nostra” zona di Piazza Bologna. Una urbanizzazione serrata di molti quartieri con importanti Imprese sul campo (INA, Immobiliare...etc). E, in particolare, l’Impresa Federici e questa casa convenzionata nel quadrilatero formato dalle attuali viale XXI Aprile, via Nardini, via Corvisieri, via Stevenson. Forse l’intervento più consistente di tutta la città: 15.400 mq, 5.800 mq coperti...circa il 38%...una percentuale significativa, 442 alloggi, 70 negozi, un garage, un cinema poi diventato supermercato. Un “grand ensemble”, una “cittadella” polifunzionale di residenze e servizi. 
All’esterno: un’architettura con una linea di ricerca di sapore futurista (cfr. i disegni di Antonio Sant’Elia), un sapiente “fuori scala”, i balconi (parecchi) “avvolgenti”, i nodi scala “trasparenti”; all’interno: le piante degli alloggi che riecheggiano le “case romane” (le storiche cosiddette “insulae”)...uno spazio centrale su cui si affacciano tutte le stanze con l’eliminazione del “corridoio” di distribuzione interna. E questo spazio centrale non è di solo passaggio da-a...ma diventa spesso (dipende dai fruitori cioè dai residenti) di soggiorno e quindi di sosta ad esaltare l’ambito interno: insomma una sorta di living, soggiorno passante, soggiorno “all’americana”, senza alcun filtro. Quindi uno schema interno che direi limpido e razionale versus un aspetto esterno “esagerato” ma comunque perfettamente integrato sui quattro lati impegnati dalla costruzione (i nodi scala, vetrati nel loro intero sviluppo, sono collegati per la maggior parte tra di loro a livello del calpestìo di base). 
Questo “impianto” è tuttora integro e, direi, seducente. Bensì si dovrebbe (e potrebbe, facilmente) eliminarne un difetto: la sosta e il transito delle automobili dei residenti e dei fornitori. E rendere il livello stradale del tutto pedonale con camminamenti di liaison, spazi attrezzati di sosta e giardini (ne varrebbe la pena anche per ridare lustro ad una fontana particolare ancora esistente). 
Una ultima suggestione romantica (?): apprezzabile l’aspetto “notturno” del complesso all’interno del grande cortile...con i corpi scala perennemente illuminati e la miriade di finestre affacciate e accese ora sì ora no a dare un flash di colorazioni sempre in mutazione. 

Il progettista della nostra “casa particolare” è MARIO DE RENZI, architetto, una personalità appassionata e attenta. Attenta ai tempi che cominciano (cominciavano allora) ad andare di corsa. Egli abbandona, nella sua ricerca personale, il cosiddetto “barocchetto” di rievocazione (direi...di un po’ bruta semplificazione)...seppure intrigante...e matura rapidamente e con intelligenza un suo linguaggio nel quale ci sono sì temi di derivazione classica (torno a ricordare le insulae romane ed ostiensi) ma che “annusa” il futurismo e di più esprime rispetto e interesse per le nuove tecnologie: verso il cemento armato in una ricerca atta ad ottenere risultati in cui le “ossature” abbiano, anche loro, una valenza figurativa. 
Insomma: Mario De Renzi è curioso e confidente nelle nuove tecnologie come elemento di ordine ma altresì di decoro (cfr. anche l’importante complesso edilizio di via Andrea Doria 1-27 a Roma e la palazzina Furmanik - edilizia privata - sul lungotevere Flaminio). 



(Niccolò De Sanctis, architetto, niccodes.ar@libero.it) 



Bibliografia essenziale: 

Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L’architettura di Roma Capitale 1870-1970, Golem, 1971 [ * ] 
Leonardo Benevolo, Roma oggi, Laterza, 1977 
Ludovico Quaroni, Immagine di Roma, Laterza,1975 
Piero Ostilio Rossi, Roma, Guida all’architettura moderna,1909-1984, Laterza, 1984 

 

 Io e la casa

Di notte 
io e la casa
viviamo quei chiarori
che vengono 
da fuori.
Io abbracciata al piumino,
ma lei più verginale,
contenuta e un po’ astrale.
Le sue porte imbiancate
recingono lo scuro,
si staccano dal muro.
Arrivano da fuori rumori
di motori
di macchine insistenti
che  molestano i sensi.
La sveglia ticche tacca,
il comò si stiracchia.
Per un po’ il pensiero
si allunga sul viale,
insegue il viavai.
La casa resta uguale,
contiene le sue cose,
ritocca le sue pose,
sfodera i suoi colori
cremosi, delicati,
sempre disincantati.
Di notte
io e la casa
fissiamo quei chiarori
e il mondo scorre fuori.

(Anna Maria Robustelli)

 

Io e la casa in "Pensieri", a cura di Maria Teresa Carrozzo,  Edizione Pagine, 2003


 



 


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NERONE
post pubblicato in Petrolini, Ettore, il 7 gennaio 2016




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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 14 dicembre 2015
  

E’ un saggio storico originale, totalmente disancorato dalle problematiche del nostro tempo, e quindi di lettura apparentemente poco coinvolgente, tuttavia l’ampia documentazione contenuta, che per il suo dettaglio arriva quasi ad un livello di cronaca giornalistica, obbliga l’attenzione del lettore a tornare a valutare l’importanza di Giordano Bruno che si rivela non solo precursore di Voltaire (che però non ha pagato con il rogo le sue idee) ma anche, sorprendentemente, prosecutore dell’opera boccaccesca con la esilarante e irriverente commedia “Il Candelaio”. Lo stimolo a leggere tutte le altre opere di Giordano Bruno risulta fortemente rafforzato dalla lettura di questo saggio e ciò ne accresce il valore. 
Il testo è consigliabilissimo per tutti gli appassionati della storia di Roma e dei suoi siti più famosi. 


(Pietro Benigni)





Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]

VILLA GLORI
post pubblicato in Diario, il 1 ottobre 2015
 

Villa Glori, situata sulla collina che domina l’ansa del Tevere, immersa tra i due quartieri limitrofi Parioli e Flaminio, ha una configurazione particolarmente irregolare, di giardino naturale e persino un po’ selvaggio (dalla parte di viale Pilsudski), e di parco idealmente progettato secondo un tracciato regolare, scandito da vialetti ombrosi, immerso nel verde mediterraneo di pini, querce, ippocastani ed ulivi, puntigliosamente allineati a filari. Aperto al pubblico nel 1924 su progetto dell’architetto De Vico, venne dedicato, come evoca il nome “Parco della Rimembranza”, ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Su iniziativa del Comune di Roma, nel 1997 sono state inserite nel parco alcune installazioni di artisti contemporanei, tra cui opere di Uncini, Canevari, Castagna, Dompè, Staccioli e Kounellis, che costituiscono un felice esempio di inserimento nella natura di opere d’arte.
Villa Glori, nata come Parco della Rimembranza, è stata poi riconsacrata a tutti i caduti romani per la patria (grande croce di ferro su piazzale di Villa Glori), e occupa una vasta area che va dal Tevere, all’altezza dell’Acqua Acetosa, fino alle pendici del quartiere Parioli, costeggiando ad est l’Auditorium. Una serie di viali, i cui nomi ricordano i protagonisti dello scontro del 23 ottobre 1867 tra le truppe pontificie e una settantina di uomini (viale dei Settanta) al comando dei fratelli Cairoli, attraversano la Villa e si incontrano a piazzale del Mandorlo dove si trovano il monumento in ricordo del sacrificio compiuto dai fratelli Cairoli per Roma, un piccolo manufatto in mattoni dove è inserito un ramo secco del mandorlo sotto al quale morì Enrico Cairoli e un cippo dedicato ai militari italiani caduti in tempo di pace.
Una piccola lapide dedicata ai carabinieri morti a Nassiryia nel 2003 è stata collocata nel terreno alle spalle del ramo di mandorlo.
Il 20 ottobre 1867 una settantina di volontari guidati da Enrico e Giovanni Cairoli penetrarono nel territorio pontificio per tentare un atto insurrezionale a Roma. La notte tra il 22 e il 23 si trincerarono in una vigna sul "Monte Cacciarello", una collina ai piedi dei Parioli dominante l'Acqua Acetosa e affacciata sul Tevere, dove vennero assaliti dagli zuavi pontifici e sopraffatti. Enrico cadde, mentre Giovanni, gravemente ferito, morì poco dopo. I superstiti raggiunsero Mentana e si unirono a Garibaldi. La vigna in cui ebbe luogo l'episodio era di proprietà di Vincenzo Glori ed era presidiata da un casale che alla fine del Seicento appariva “come castello che domina l’Acqua Acetosa”. Nei secoli successivi il presidio fortificato fu riadattato a casale agricolo.
L'idea di destinare a verde pubblico la collina cominciò a farsi strada con il Piano Regolatore del 1883. Iniziò così l'esproprio dei terreni e nel 1895, fu inaugurata un'antica colonna in marmo di Pietrasanta eretta a commemorazione dei patrioti caduti nel 1867. Tuttavia non fu intrapreso nessun lavoro di sistemazione a giardino e le aree furono affittate ad uso agricolo. Più tardi, il Comune, rientrato in possesso già nel 1905 di parte del parco, stabilì, con delibera del 23 ottobre 1923, di trasformare l'area in “Parco della Rimembranza” dedicato ai caduti della Grande Guerra. Il progetto del nuovo parco fu affidato a Raffaele de Vico, architetto del Servizio Giardini, che operò in pochissimo tempo: in soli otto mesi creò un giardino gradevole, per passeggiate immerse nel verde mediterraneo di pini, lecci, querce, lauri, aceri, cedri, ippocastani ed ulivi, tutti puntigliosamente allineati a filari.
Il parco fu inaugurato il 18 maggio 1924. Nel 1929 fu avviata la costruzione di tre padiglioni in legno, desinati ad ospitare una colonia estiva che, per la salubrità del luogo, era riservata ai bambini dalla salute precaria. Attualmente il complesso della "Colonia estiva", noto in passato come "Dispensario Marchiafava" ospita la "casa-famiglia" della Caritas, istituita per l'assistenza alle persone con Aids.
Nel 1997, su ideazione della critica d'arte Daniela Fonti, il Comune di Roma ha promosso la costituzione di un parco di scultura contemporanea con un'iniziativa di esposizione permanente intitolata Varcare la soglia, che voleva suggerire la possibilità di sperimentare l'integrazione tra arte e natura, tra luogo della sofferenza e luogo della ricreazione e del riposo. Sono state così collocate opere di Dompè (Meditazione), Mattiacci (Ordine), Mochetti (Arco-laser), Caruso (Portale mediterraneo), Castagna (Monadi), Kounellis (Installazione), Nunzio (Linea), Staccioli (Installazione), che si inseriscono tra i pini e gli spazi aperti della villa, fino a condurre il visitatore a varcare la soglia ed entrare nel "recinto" della struttura di assistenza. Il nucleo originario è stato ulteriormente ampliato nel 2000 con la realizzazione di due nuovi interventi, la Porta del Sole di Giuseppe Uncini e l'Uomo-erba di Paolo Canevari.

(Miriam Comito)




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ROMA NEGATA
post pubblicato in Scego, Igiaba, il 23 gennaio 2015

Igiaba Scego va alla ricerca delle ultime testimonianze del colonialismo italiano presenti a Roma, sotto specie di monumenti, edifici, istituti culturali. C'è da dire che quel poco che rimane è ormai completamente dimenticato, sopraffatto dall'incuria, dalla sporcizia, dal disinteresse, dal fatto che non "parli" più a nessuno. Non proprio così doveva essere ad es. quarant'anni fa, quando ancora erano in vita coloro che all'avventura africana avevano partecipato fisicamente o idealmente. In realtà le testimonianze di quel passato si contano sulle dita di una mano. Il monumento ai caduti di Dogali vicino alla stazione Termini, in un giardinetto che è un concentrato di sporcizia e  degrado, è costituto da un piccolo obelisco egizio di epoca romana su un basamento moderno, ai cui piedi giaceva in epoca fascista il Leone di Giuda. Nessuno ricorda anche che i "Cinquecento" della vicina piazza sono i 500 (impropriamente, erano 440) caduti a Dogali, in Eritrea, in un'imboscata durante i primi tentativi di colonialismo italiano in epoca liberale. L'ex cinema Impero, oggi chiuso e murato, su via dell'Acqua Bullicante, è rimasto attivo fino al 1983, centro del ricordo di tante famiglie romane in epoca fascista e successiva. L'obelisco di Axum, in piazza di Porta Capena, è semplicemente un punto vuoto, a sostituire una stele religiosa che era divenuta uno spartitraffico di cui nessuno comprendeva le origini e che al limite fungeva da segnaletica per gli appuntamenti o per la partenza della processione al Divino Amore. Il vicino Ministero delle Colonie è divenuto per una sorta di legge del contrappasso Palazzo della FAO. Il ponte Duca Amedeo d'Aosta è percorso avanti e indietro da motorini, bus e macchine, senza che ci si degni di dare uno sguardo alle incisioni ai lati del ponte che magnificano la figura del duca D'Aosta e le sue gesta in Africa Orientale. Le targhe delle strade del Quartiere Africano, iniziato ad edificare durante il fascismo, non ricordano più a nessuno le tappe dell'epopea coloniale, come nel caso di via Makallè (cittadina etiope dell'omonimo assedio da parte degli italiani nel 1895-96), indirizzo attuale della biblioteca Villa Leopardi. Il Museo Coloniale in via Aldrovandi non esiste più e i suoi giacimenti sono conservati parte al Pigorini, parte in magazzino in attesa di un ricostituendo museo postcoloniale. Per finire un monumento dei giorni nostri, il mausoleo a Graziani ad Affile.
Igiaba Scego è figlia del ministro degli esteri somalo nel governo prima dell'avvento a seguito di un colpo di stato di Siad Barre. Il padre di Igiaba fuggì in Italia con tutta la famiglia in esilio. E a Roma nacque Igiaba, che è sempre vissuta ed ha studiato in Italia. Questo spiega la sua lacerazione, di cui sono piene le pagine di questo libro. L'Italia è la sua patria, non si sente una straniera, quì è cresciuta e si è formata, l'italiano è la sua lingua e tuttavia questa sua nazione è quella che ha costituito il suo impero coloniale nel Corno d'Africa, stuprando territori e popolazioni, lasciando cicatrici nelle generazioni a venire. La storia della conquista coloniale italiana in Africa orientale, soprattutto in Etiopia, è una storia spaventosa di massacri indiscriminati, uso vietato dei gas, sanguinose repressioni. Però le tracce di quel colonialismo sono penetrate in profondità, se Asmara era una città architettonicamente italiana, come in larga parte anche Mogadiscio se non fosse stata distrutta dalla guerra civile somala, se si continuava nel dopoguerra a studiare l'italiano, se la cultura europea di riferimento era quella italiana. Ma tutto ciò è stato vero per il passato, oggi, complice il totale disinteresse dell'Italia, i giovani non parlano più l'italiano ma altre lingue straniere. 
La tragedia del 3 ottobre 2013 nel mare Mediterraneo dove morirono trecentosessantanove migranti, al di là del commiato di circostanza, non ha fatto riflettere sulla loro provenienza. Moltissimi venivano dall'Eritrea ma questo non ha fatto sentire alcun tipo particolare di responsabilità nei loro confronti. Essi scappavano dalla dittatura di Isaias Afewerki, una delle più feroci esistenti in territorio africano. Il legame sentimentale tra Italia ed Eritrea non esiste più, un po' come testimoniano gli sporchi ed incustoditi reperti di un'epoca destinata all'oblio incontrati da Igiaba nella sua camminata per Roma.
Se così è, se ormai le imposture della globalizzazione si sono mangiate tutti gli atroci ricordi del passato, tutta la loro ambivalenza, l'unico appunto che si può fare a questo libretto, del resto bellissimo, è di indulgere troppo al sentimento, alle lacerazioni d'animo dell'autrice, rendendo anche lei confusa ed incapace a capire quanto sta oggi avvenendo, quanto ci circonda, a scapito di una chiave interpretativa, che dovrebbe essere soprattutto economica, degli spostamenti di popolazione. La Roma postcoloniale non può essere solo un confronto dell'oggi con la memoria di ieri, un esercizio di identità, ma deve spostare lo sguardo su quale futuro ci aspetta, oltre la celebrazione del meticciato.



(Carlo Verducci)  







Rino Bianchi, Igiaba Scego, Roma negata, Ediesse, 2014 [ * ]







vedi quì e quì
I PALAZZI FEDERICI
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2011

"Il Municipio Roma III invita alla proiezione del film: “Una giornata particolare. Il cinema nell’architettura”. ll film sarà proiettato nel suo stesso set, domenica 26 giugno alle ore 20,30, ingresso libero, via E. Stevenson, 24. Il capolavoro di Ettore Scola, del 1977, viene riproposto nel cortile del palazzo dove fu interamente girato: le case convenzionate di Viale XXI Aprile, note come “Palazzi Federici” di Mario De Renzi, che nel film stesso assumono un ruolo da protagoniste. Gli abitanti dei Palazzi Federici sono pregati di portarsi le sedie da casa."

Per gli abitanti dei Palazzi Federici, che hanno organizzato l'evento (con qualche sostegno dal Municipio), sarà una festa. Hanno affittato le sedie, e altre ne porteremo da casa per dare posto a tutti; sgombreremo il cortile dalle auto (magari fosse per sempre...). Alcuni stanno preparando pacchi di popcorn, torte e opuscoli sulla storia e l'architettura di questo complesso. Alcuni ricordano ancora i giorni delle riprese, gli attori famosi visti da vicino...Venite?                                                                                                                                                                                    Marco De Bernardo

 

Caro Marco, io ho abitato lì per più di cinquanta anni e ci ero naturalmente molto affezionata. Sono stata mandata via da una persona che ha comprato l'appartamento in cui vivevo per cui mi sono vissuta molto male questa fase della mia vita. Ritornare lì mi farebbe un po' male. Comunque, anche se gli attori sono bravi e anche la storia del film è interessante, mio fratello, che ha quattordici anni più di me, mi ha detto che quelle scene in cui folle escono dalle scale del palazzo per andare ai raduni fascisti non sono veritiere, non c'era tanta gente proveniente dal palazzo Federici che andava ai raduni. Temo che lì Scola abbia decisamente esagerato. Nè erano gli abitanti del palazzo tutti fascisti. Noi infatti non lo eravamo. L'appartamento in cui ho vissuto era bello. Mi ha fatto impressione che il calabrese che lo ha comprato voleva abbattere una parete per fare un salone stile anni '60, sconvolgendo la planimetria di un appartamento nato con altri criteri, così come voleva rifare i pavimenti togliendo delle belle mattonelle!... Non ho niente contro i calabresi. Una mia bravissima bisnonna era calabrese. Ad ogni modo, buon weekend!                                                                                                                                                      Anna Maria Robustelli

 

Per chi vive qui, si è visto molto più di un bel film: è stata per molti motivi una vera nuova "giornata particolare", e una nuova  puntata del gioco di rifrazioni fra cinema, architettura e suoi abitanti, fra realtà e rappresentazione, storia e futuro, cortile e mondo, che caratterizza questi palazzi fin dalla loro nascita. Questa volta, l'iniziativa è partita dagli abitanti. Fra l'altro, ci ricorderemo l'effetto che faceva vedere la  folla  che si reca e poi rientra dal cupo evento storico rappresentato nel film, duplicata dalla folla che affluiva e defluiva per il nuovo evento, nello stesso scenario architettonico riprodotto sullo schermo, ma in un contesto speculare e opposto...
In questa proiezione comunitaria del grande film di Scola, il cinema  ha assunto un poco della funzione di ri/generazione comunitaria  che  svolgevano le rappresentazioni tragiche, sin dal teatro antico.  
E non si dica che esagero... :-)  
Molto altro da dire ci sarebbe sui protagonisti del gioco, il  luogo, il film, gli abitanti.
Mi piacerebbe se raccogliessimo insieme qualche riflessione in  merito. 
A presto,
Marco De Bernardo




E' stata creata una
pagina Facebook, il blog Visioni ne ha parlato. Tutto un groviglio di questioni si addensa intorno al complesso dei Palazzi Federici, utilizzato da Ettore Scola come quinta del suo "Una giornata particolare", su suggerimento di Maurizio Costanzo, cosceneggiatore del film. I Palazzi Federici furono progettati nel 1931 per essere portati a termine nel 1937 dall'architetto razionalista Mario De Renzi. Lo stile architettonico risentiva del futurismo e di una riscoperta dei valori del Cinquecento romano (vedi quì per un parallelo con l'architetto Giulio Gra, e quì per un quadro dell'architettura a Roma dal 1929 al 1939). Su De Renzi il testo di riferimento è Mario De Renzi. L'architettura come mestiere di Maria Luisa Neri [ * ]. I Palazzi Federici erano "case convenzionate". Gli appartamenti erano affittati per la durata di un quinquennio "a persone oneste e incensurate, di condizioni economiche non agiate, che, avendo stabile residenza a Roma da almeno cinque anni, e anche da più breve tempo quando si tratti di sfrattati per demolizione e per opere di Piano Regolatore, o di trasferimento per ragioni di pubblico ufficio e di pubblico servizio, ne faranno domanda" (cfr. Eva Masini, "Piazza Bologna", Franco Angeli [ * ], quì per una bibliografia sull'edilizia pubblica residenziale a Roma nel Novecento).  La trama del film è nota: nel giorno della visita di Hitler a Roma, 6 maggio 1938, i Palazzi Federici, svuotati dagli abitanti andati alla parata militare, rimangono deserti. Gli unici a rimanere sono la portinaia del palazzo, la casalinga Antonietta e l'annunciatore radiofonico licenziato perchè omosessuale Gabriele. Tra Antonietta e Gabriele si instaura un tenero rapporto che durerà lo spazio di una giornata. A sera tornerà dalla parata il marito di Antonietta con i figli e Gabriele verrà prelevato da due poliziotti per essere successivamente portato al confino. Un buon vademecum alla visione del film è la lettura di "Una giornata particolare : un film di Ettore Scola : incontrarsi e dirsi addio nella Roma del '38", a cura di Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Lindau, 2003 (contenente la sceneggiatura del film) [ * ].

In rete sI può trovare il documentario realizzato dall'Istituto Luce che copriva integralmente le varie fasi della visita (vedi quì, quì e quì per riprese UFA, per rare immagini a colori quì). I due dittatori vi appaiono tronfi, a loro si contrappongono i due protagonisti del film che si apre con sequenze tratte dal documentario, gli unici rimasti umani. Erano gli anni del terrorismo e il film di Scola preconizzava un ritorno al privato connotato di un'implicita virtù politica. Di quelle giornate del '38 è rimasto il ricordo, affidato al suo diario, dello storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, il quale fece da Cicerone alla delegazione tedesca in visita ai musei e ai monumenti romani [ * ]. Sulla condizione della donna durante il fascismo, relegata al ruolo di angelo del focolare in linea con la politica demografica del regime esiste una vasta bibliografia (si possono ricordare: Piero Meldini, "Sposa e madre esemplare : ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo", Guaraldi, 1975;  Maria Antonietta Macciocchi, "La donna nera", Feltrinelli, 1976; Miriam Mafai, "Pane nero", Mondadori, 1987; Victoria De Grazia, "Le donne nel regime fascista", Marsilio, 1993; Cecilia Dau Novelli, "Famiglia e modernizzazione in Italia fra le due guerre", Studium, 1994; Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, "Piccole italiane", Anabasi, 1994; vedi quì, quì e quì). Per quanto riguarda il tema degli omosessuali sotto il fascismo c'è il bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, "La città e l'isola", Donzelli [ * ] che si concentra sul caso catanese, mentre un quadro completo anche dal punto di vista ideologico è quello offerto da "Il nemico dell'uomo nuovo" di Lorenzo Benadusi, Feltrinelli [ * ]. Nel codice Rocco non esisteva il reato di omosessualità, ma ciò non impediva che questa potesse cadere sotto sanzione amministrativa, come erano appunto il confino o l'ammonizione (vedi quì). Più in generale sul tema del confino è da vedere di Silverio Corvisieri, "La villeggiatura di Mussolini", Dalai [ * ]. La regista Gabriella Romano ha realizzato due documentari, sul tema delle donne e su quello degli omosessuali durante il fascismo [ * ].

 

"Una casa particolare”: la casa convenzionata di viale XXI Aprile, 21-29 a Roma 1931-1937)

Le “case convenzionate” nascono a Roma dopo lo sblocco degli affitti del giugno 1928, data l’improvvisa pressante grande richiesta di alloggi. Nei primi anni '30 si costruiscono ben 2000 alloggi in molta parte della città...Flaminio, Prenestino e la “nostra” zona di Piazza Bologna. Una urbanizzazione serrata di molti quartieri con importanti Imprese sul campo (INA, Immobiliare...etc). E, in particolare, l’Impresa Federici e questa casa convenzionata nel quadrilatero formato dalle attuali viale XXI Aprile, via Nardini, via Corvisieri, via Stevenson. Forse l’intervento più consistente di tutta la città: 15.400 mq, 5.800 mq coperti...circa il 38%...una percentuale significativa, 442 alloggi, 70 negozi, un garage, un cinema poi diventato supermercato. Un “grand ensemble”, una “cittadella” polifunzionale di residenze e servizi.
All’esterno: un’architettura con una linea di ricerca di sapore futurista (cfr. i disegni di Antonio Sant’Elia), un sapiente “fuori scala”, i balconi (parecchi) “avvolgenti”, i nodi scala “trasparenti”; all’interno: le piante degli alloggi che riecheggiano le “case romane” (le storiche cosiddette “insulae”)...uno spazio centrale su cui si affacciano tutte le stanze con l’eliminazione del “corridoio” di distribuzione interna. E questo spazio centrale non è di solo passaggio da-a...ma diventa spesso (dipende dai fruitori cioè dai residenti) di soggiorno e quindi di sosta ad esaltare l’ambito interno: insomma una sorta di living, soggiorno passante, soggiorno “all’americana”, senza alcun filtro. Quindi uno schema interno che direi limpido e razionale versus un aspetto esterno “esagerato” ma comunque perfettamente integrato sui quattro lati impegnati dalla costruzione (i nodi scala, vetrati nel loro intero sviluppo, sono collegati per la maggior parte tra di loro a livello del calpestìo di base).
Questo “impianto” è tuttora integro e, direi, seducente. Bensì si dovrebbe (e potrebbe, facilmente) eliminarne un difetto: la sosta e il transito delle automobili dei residenti e dei fornitori. E rendere il livello stradale del tutto pedonale con camminamenti di liaison, spazi attrezzati di sosta e giardini (ne varrebbe la pena anche per ridare lustro ad una fontana particolare ancora esistente).
Una ultima suggestione romantica (?): apprezzabile l’aspetto “notturno” del complesso all’interno del grande cortile...con i corpi scala perennemente illuminati e la miriade di finestre affacciate e accese ora sì ora no a dare un flash di colorazioni sempre in mutazione.

Il progettista della nostra “casa particolare” è MARIO DE RENZI, architetto, una personalità appassionata e attenta. Attenta ai tempi che cominciano (cominciavano allora) ad andare di corsa. Egli abbandona, nella sua ricerca personale, il cosiddetto “barocchetto” di rievocazione (direi...di un po’ bruta semplificazione)...seppure intrigante...e matura rapidamente e con intelligenza un suo linguaggio nel quale ci sono sì temi di derivazione classica (torno a ricordare le insulae romane ed ostiensi) ma che “annusa” il futurismo e di più esprime rispetto e interesse per le nuove tecnologie: verso il cemento armato in una ricerca atta ad ottenere risultati in cui le “ossature” abbiano, anche loro, una valenza figurativa.
Insomma: Mario De Renzi è curioso e confidente nelle nuove tecnologie come elemento di ordine ma altresì di decoro (cfr. anche l’importante complesso edilizio di via Andrea Doria 1-27 a Roma e la palazzina Furmanik - edilizia privata - sul lungotevere Flaminio).



(Niccolò De Sanctis, architetto, niccodes.ar@libero.it)



Bibliografia essenziale:

Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L’architettura di Roma Capitale 1870-1970, Golem, 1971 [ * ]
Leonardo Benevolo, Roma oggi, Laterza, 1977
Ludovico Quaroni, Immagine di Roma, Laterza,1975
Piero Ostilio Rossi, Roma, Guida all’architettura moderna,1909-1984, Laterza, 1984

 

 Io e la casa

Di notte
io e la casa
viviamo quei chiarori
che vengono
da fuori.
Io abbracciata al piumino,
ma lei più verginale,
contenuta e un po’ astrale.
Le sue porte imbiancate
recingono lo scuro,
si staccano dal muro.
Arrivano da fuori rumori
di motori
di macchine insistenti
che  molestano i sensi.
La sveglia ticche tacca,
il comò si stiracchia.
Per un po’ il pensiero
si allunga sul viale,
insegue il viavai.
La casa resta uguale,
contiene le sue cose,
ritocca le sue pose,
sfodera i suoi colori
cremosi, delicati,
sempre disincantati.
Di notte
io e la casa
fissiamo quei chiarori
e il mondo scorre fuori.

(Anna Maria Robustelli)

 

Io e la casa in "Pensieri", a cura di Maria Teresa Carrozzo,  Edizione Pagine, 2003


 



 

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