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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
CANALE MUSSOLINI
post pubblicato in Pennacchi, Antonio, il 14 maggio 2010

Le storie non le inventano gli autori, ma girano nell'aria cercando chi le colga
E' scritto così nelle prime righe di Canale Mussolini, e pare proprio di vederle, nel corso del racconto, le storie. Volano tra gli eucalyptus piantati lungo gli argini dei canali, ronzano come le api dell'Armida, e quando trovano qualcuno che sappia coglierle e raccontarle, si spiegano, si sgomitolano, si allargano e si allungano. Prendono la forma del filò, come si usava nella società contadina, nelle stalle durante le sere d'inverno, intorno al fuoco.
Un narratore che racconta grandi imprese, gli eroi che vanno in cerca di gloria, famiglie intere che lasciano le loro contrade, ben sapendo che non torneranno più. Per sempre. Una terra inospitale, regno della terribile zanzara anofele, da sottomettere e dominare, perché possa dare pane e cibo. Sono le paludi pontine il cuore vivo e pulsante di questo potente romanzo epico, che segue le vicende dei Peruzzi, una famiglia contadina della bassa padana giunta nelle terre di bonifica sotto la spinta della fame. Perché in Italia, ottant'anni fa, la fame era ancora una terribile realtà.
Il narratore, nel corso della storia, divaga, si interrompe, riprende il discorso, si ripete. Il lettore si rassicura. Se, nel corso di ben 450 pagine, con una miriade di personaggi, ogni tanto dovesse perdere il filo inciampando in un nome che non si ricorda ben chi sia, nessun problema. Il narratore lo sa che vicino al fuoco le palpebre si abbassano e gli occhi si chiudono per un attimo. Così ripete, sull'esempio degli antichi aedi.
E poi spiega, senza pedanteria, i grandi eventi della storia, come sa raccontarli un vecchio contadino nella stalla, al tepore delle mucche che agitano la coda. Le lotte contadine, l'avvento dello squadrismo, la sottile linea di discrimine che separa socialisti e fascisti, il biennio rosso, la marcia su Roma, le lotte interne tra i gerarchi, la conquista dell'impero, di tutto il narratore racconta, fino a perdersi nei particolari, come succede quando si chiacchiera per tirar tardi, poi tira le fila e procede nella storia.
Le paludi pontine non esistono più. Il sistema dei canali, la piantumazione degli eucalyptus, le opere di bonifica, hanno trasformato la “piscinara” in terreni fertili. Al termine della lettura mi sono chiesta quanto durerà tutto questo, se non verrà un giorno in cui le acque salmastre riconquisteranno il territorio e la zanzara anofele tornerà a regnare. E' il narratore stesso che semina il dubbio, quando dice che, con lo scioglimento dell'Opera Nazionale Combattenti, ciascun assegnatario dei poderi ha potuto fare di testa propria, e per prima cosa ha tagliato gli eucalyptus. In questo modo sono state eliminate le barriere frangivento e per questo devastanti trombe d'aria si abbattono periodicamente sulla pianura pontina. E' forse la prima avvisaglia di una controffensiva delle forze della natura.
Anche lo strano idioma dei coloni, un misto di veneto, ferrarese e friulano, scomparirà col tempo. Come nella poesia Filò di Andrea Zanzotto, solo gli uccelli resteranno a parlarlo, nell'ombra, sull'ultimo ramo. E solo le api di Armida resteranno a cantare l'epopea dei Peruzzi.

(…)
Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi -
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à in parà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

(…)
Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto, Filò.





(Rita Cavallari)








Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori, 2010 [ * ]









vedi quìquì, quì e  quì, quì e per il giudizio di Franco Cordelli quì

COME PIANTE TRA I SASSI
post pubblicato in Venezia, Mariolina, il 6 maggio 2010



E' il sogno di tutti gli scrittori, creare un Personaggio come il commissario Maigret, Hercule Poirot, Miss Marple, la signora in giallo, Salvo Montalbano. Poi basta un nulla, due righe sul giornale, una notizia in cronaca, farmacista a Murinissi uccide la badante, e voilà, il libro è pronto in un batter d'occhio. I lettori si affezionano al Personaggio, ne seguono le avventure, lo amano.
Anche Mariolina Venezia ci prova, con il sostituto procuratore Imma Tataranni, una quarantenne alta come un soldo di cacio, che ha i capelli tinti color rosso carota, un viso da luna piena e tacchi dodici centimetri con cui, nei sopralluoghi all'aria aperta, spiaccica senza pietà i poveri lombrichi.
Il procuratore Tataranni proviene da una famiglia povera, a scuola non ha mai primeggiato, ma ciò nonostante è riuscita senza appoggio alcuno a costruirsi una invidiabile carriera. Veste incredibili tailleurini cuciti da sua madre, presumibilmente molti anni prima, visto che ormai sua madre è persa dentro di sé e quando vede la figlia le chiede chi sei? Ha un marito innamorato e un po' bietolone, una figlia con le crisi adolescenziali, una suocera pestifera e tutta una corte di personaggi di contorno, compreso un fido appuntato che oltre ad essere belloccio non è neanche stupido. Il tutto ambientato in Basilicata, tra tombaroli, Indiana Jones a caccia del tempio di Persefone, rifiuti tossici smaltiti fuori legge, vecchi fricchettoni seguaci di filosofie orientali.
Che dire? La figura di Imma Tataranni non è ancora messa a punto perfettamente, sembra costruita con molta tecnica e poca empatia. Dà l'impressione di essere nata come personaggio maschile e di essere poi stata riconvertita al femminile. Ma non basta far sì che pensi al cambio di stagione o alla spesa perché un personaggio diventi una donna credibile, né vale farle indossare accessori leopardati. Insomma, Imma non mi convince, ma può migliorare.
La trama scorre senza intoppi e senza colpi d'ala. Aspettiamo al varco la prossima impresa.
 


(Rita Cavallari)








Mariolina Venezia, Come piante tra i sassi, Einaudi, 2009 [ * ]

MILANO E' UNA SELVA OSCURA
post pubblicato in Pariani, Laura, il 6 maggio 2010



Chi entra nell'oscura città di Barbonia si smarrisce. E' come attraversare uno specchio e finire in un mondo all'incontrario, non si riesce più a tornare indietro. Così è successo a Dante, classe 1899, che all'età di settant'anni, a Milano, passa le giornate a cercare un angolino in cui nascondersi e una maniera per arrangiarsi. Lo seguiamo nel suo girovagare, da un gennaio freddo a una primavera piovosa, poi in un'estate afosa, fino all'autunno venato di inquietudine e presentimenti minacciosi. Cammina a testa alta con allegria, il Dante, lui ha studiato, si è diplomato, ha gestito una libreria antiquaria, conosce a memoria poesie e filastrocche, in cambio di un bicchiere di vino può raccontare una storie o recitare un brano della Divina Commedia.
Il problema, per il lettore che vive a sud del Rubicone, è che lui la Divina Commedia la dice in milanese, secondo la traduzione che ne fece, nel '700, Carlo Porta. E passi, perché i versi dell'Inferno mantengono una loro riconoscibilità e ci si orizzonta, il brutto viene quando il nostro eroe, nel suo vagabondare, si lancia in pensieri e riflessioni usando i vocaboli della lingua meneghina.
Tognítt, sgagnòsa, cialada, girometta, socchìn, miee, baslòtt. Per capirci qualcosa ho dovuto usare un vocabolario milanese-italiano (trovato su internet), altrimenti, dopo poche pagine, la tentazione sarebbe stata quella di chiudere il libro e lasciarlo lì. Però, come spesso succede quando ci si misura con una lingua che non è la nostra, la consultazione del vocabolario interrompe il fluire del discorso e alla fine nuoce alla piena comprensione del testo. Così, da un certo punto in poi, ho preferito perdere il senso di qualche termine e lasciarmi trascinare dal ritmo delle frasi.
Titúnf titànf, barlícch barlòcch, cicíp ciciàp, pínfeta pònfeta, ho seguito il protagonista per quella selva oscura che ha nome Milano, dai gradini della chiesa di San Simpliciano, al dormitorio di Bande Nere, al Naviglio che sembra un mortorio, al Cordusio con il fiotto d'aria calda che sale dalla grata del marciapiedi. Per finire nel dicembre del 1969. Passo dopo passo ci ho preso gusto e mi sono anche divertita. Mi resta però un dubbio. Era proprio necessario l'uso di un milanese così stretto? Credo di no. Sono convinta che le lingue regionali rappresentino una ricchezza, che il loro uso possa contribuire in modo determinante a dare spessore ad ambienti e personaggi, però penso che questo debba avvenire con leggerezza, come fa Cammilleri quando racconta le sue storie. Il fatto è che Cammilleri non usa il siciliano, bensì una lingua di sua invenzione che al lessico della Sicilia liberamente attinge per dar vita ad una creazione letteraria originale comprensibile da tutti. Invece la Pariani, a mio parere, è troppo legata ad un compiacimento filologico ed ottiene il risultato di portare il lettore in una selva inospitale che oscura lo è per davvero. Ermanno Olmi, dopo aver girato L'albero degli zoccoli in bergamasco, sapendo che la difficoltà di comprensione avrebbe allontanato gli spettatori, ne mise a punto una seconda versione in italiano. Forse per Milano è una selva oscura si dovrebbe dare la possibilità al lettore di trovare, al termine del libro, una traduzione in italiano delle riflessioni del protagonista.




(Rita Cavallari)









Laura Pariani, Milano è una selva oscura, Einaudi, 2010  [ * ]

GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 4 maggio 2010



Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, dice il sottotitolo del libro, che in ventiquattro capitoli esplora il mondo delle attività economiche che impiegano mano d'opera straniera. Staglianò non usa parole che parlano al cuore e alla coscienza del lettore, come accoglienza e solidarietà, parla invece di qualità della vita (la nostra e la loro), di capacità di adattamento a lavori fastidiosi e maleodoranti (che noi ci rifiutiamo di fare), di persone in grado di sacrificare anni della loro vita per consentire a noi di vivere la nostra. Per far questo l'autore non usa statistiche né categorie generali come popolazione, tassazione e occupazione, ma racconta storie, perché è solo narrando una storia che la comprensione diventa globale e la memoria indelebile.
Benur che fa il pescatore a Mazara del Vallo, Roman camionista nel nord est, i raccoglitori di frutta in Trentino e di verdura a Caserta, i cavatori di pietra in val di Cembra, Bureim conciatore nel vicentino, gli inservienti sikh negli allevamenti di bovini, i macellai nelle industrie dei polli AIA a Nogarole Rocca, gli operai nelle fonderie nel bresciano, gli africani che fanno raccolta differenziata manuale a Vedelago in un'azienda premiata dall'Unione Europea. Storie di persone che lavorano nel nostro paese per il nostro paese. Senza di loro tante attività economiche dovrebbero ridimensionarsi drasticamente, o delocalizzarsi in paesi a basso costo di mano d'opera, oppure chiudere e basta. L'indotto crollerebbe. Sarebbe la povertà per intere regioni del paese.
Senza badanti, infermieri, addetti alle pulizie, facchini nelle imprese di spedizioni, tate e colf, la vita quotidiana di tutti noi finirebbe nel degrado.
Ventiquattro capitoli perché ciascuno corrisponde a un'ora della giornata, offerta agli italiani dagli stranieri. Senza dimenticare i calciatori (un terzo dei professionisti in serie A è straniero), i preti (in Umbria il 50% dei preti sotto i quarant'anni non è italiano) e le prostitute (straniere il 98% del totale).



(Rita Cavallari)








Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perchè senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]

IL TEMA DELL' ACQUA: LA BATTAGLIA AL FIUME NELL' ILIADE, STORIE DI MARE E DI TERRA NELLE ARGONAUTICHE
post pubblicato in Omero, il 8 aprile 2010

       

Questo scritto vuole essere una riflessione su quanto il pensiero ecologico possa giovarsi del pensiero antico, su quanto una lettura dei testi letterari della classicità possa indicarci la strada di una riflessione etica e culturale che ponga al proprio centro il rapporto tra uomo e natura.
Il pensiero ecologico nasce in epoca moderna. Ne troviamo le prime formulazioni nell'età dell'illuminismo e diviene poi, nell'ottocento, un tema fondamentale della cultura romantica. In epoca contemporanea si approfondisce la riflessione sui confini dell'intervento umano sulla natura e nasce la consapevolezza che l'idea di un progresso fondato sull'indiscutibile centralità dell'uomo non è più proponibile.
La mia riflessione si muove in un'epoca in cui l'uomo non era la misura delle cose, la natura non era una risorsa, relazioni multiformi e articolate legavano insieme il cielo e la terra, i venti e il mare, le selve, gli animali gli uomini e gli dei.
Intendo parlare dell'antica Grecia e del rapporto tra l'uomo e la natura, e a tal fine utilizzo alcune pagine di due opere letterarie: la prima, l'Iliade, è in qualche diversa misura universalmente nota, e molti ne hanno letto almeno qualche brano; la seconda, le Argonautiche  di Apollonio Rodio, è generalmente conosciuta solo nella trama e viene letta solo dai cultori della letteratura greca di età ellenistica.
Le pagine che ho scelto hanno come filo conduttore il tema dell'acqua, che è l'argomento trattato venerdì 9 aprile nel laboratorio “Leggere il bosco”, letture al tempo della crisi ecologica, presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma.
I punti dell'Iliade a cui farò riferimento sono presi dal canto XXI, in cui si descrive la battaglia sulle rive del fiume.
Dopo la morte di Patroclo Achille torna a combattere e si lancia contro i nemici con la furia di una belva. Abbandonato l'accampamento, lasciata alle spalle la flotta di navi tirate in secca sulla spiaggia e difese dal muro e dal fossato, Achille, simile a un leone, uccide senza tregua i guerrieri troiani. Il teatro delle sue gesta è uno spazio delimitato da due fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, dalla città di Troia con le sue alte mura, dalla riva del mare protetta dal muro costruito dai greci. Alle spalle di Troia si intuisce la presenza di boschi e lungo le rive dei fiumi è presente una vegetazione arbustiva con qualche albero di alto fusto. Al centro c'è il campo di battaglia, un'ampia spianata di pietre e sassi funzionale ai combattimenti dei guerrieri, alle sortite dell'una e dell'alta parte, alle rapide incursioni dei carri. Dall'alto delle mura, alle porte Scee, i troiani assistono agli scontri. Dalla cima dell'Olimpo gli dei controllano il divenire delle cose e decidono come e quando intervenire.
Tutto contribuisce alla creazione di un ambiente in cui i vari elementi, umani, naturali e divini, sono tra loro legati da un complesso gioco di relazioni regolate da pesi e contrappesi, in cui ogni attore ha la sua parte e fa sentire la sua voce. Gli dei dell'Olimpo, pur gerarchicamente superiori, non sono comunque  onnipotenti e devono chinare il capo di fronte al destino. Gli elementi naturali sono intessuti di connotati divini. Gli uomini agiscono avendo ben presente il mondo olimpico e le divinità della terra e del mare. Colpisce, nella narrazione, la precisione e la definizione dello scenario di riferimento, sia dal punto di vista fisico (il campo di battaglia), sia dal punto di vista delle energie in gioco.
La concretezza della descrizione mi ha portato alla mente una similitudine. Ho pensato all'ambiente di Walden. Thoreau lo definisce con bussola, compasso, carte topografiche e scandaglio, lo qualifica citando con precisione gli esseri viventi che lo popolano e anche le opere dell'uomo presenti nel territorio, come la ferrovia e le fattorie, e riesce in tal modo a farne l'emblema di una filosofia di vita. E mi ha fatto anche pensare che, nella sua capanna, Thoreau aveva con sé l'Iliade, citata più volte in Walden. 
Ma torniamo ad Achille che combatte. E' presso la riva del fiume Scamandro e sta per uccidere Licaone, che inginocchiato di fronte a lui chiede pietà. Ma
Achille sguainò la spada affilata e lo colpì alla clavicola, vicino al collo, tutta dentro si immerse l'arma a doppio taglio; sulla terra, bocconi, egli giacque disteso, scorreva il sangue nero e bagnava la terra. Achille lo afferrò per un piede e lo scagliò nel fiume, poi trionfante gli disse queste parole: Vai a giacere tra i pesci che, indifferenti, ti leccheranno il sangue dalla ferita.....Morirete tutti.....Non vi difenderà il fiume dalle belle acque e dai gorghi d'argento, al quale tanti tori spesso immolate, e vivi gettate tra le onde i cavalli dai solidi zoccoli.... Così disse, si adirò il fiume in cuor suo e tra sé meditava come fermare Achille ...
Poi Achille uccide Asteropeo, e Tersiloco, Midone, Astipilo, Mneso, Trasio, Enio, Ofeleste. Ma,
in preda all'ira, il fiume dai gorghi profondi, assunte umane sembianze grida dal fondo dell'acqua: “Achille, sei il più forte, ma le più empie azioni commetti; e gli dei ti difendono sempre. Se ti ha concesso il figlio di Crono di sterminare tutti i troiani, spingili nella pianura e lontano da me va a compiere i tuoi misfatti; si ammucchiano i corpi nelle mie acque bellissime, non posso più riversarle nel mare divino, sono pieno di morti e tu fai orrendo massacro. Fermati, dunque: l'orrore mi agghiaccia, signore di eserciti.”
I morti inquinano il fiume e il fiume si ribella. Il fiume è un soggetto portatore di diritti (l'integrità e la purezza delle sue acque) e li rivendica con forza. Ma Achille continua il massacro.
Gonfiò le acque, il fiume, furente, sollevò le onde sconvolte, respinse i cadaveri che vi giacevano a mucchi, i guerrieri uccisi da Achille, li scagliò sulla riva, muggendo come un toro; i vivi invece li salvò nelle acque bellissime, celandoli nei suoi gorghi profondi. Un'onda si levò intorno ad Achille, paurosa, sullo scudo si rovesciava l'acqua, premendo; ed egli non poteva star saldo sui piedi; afferrò con le mani un olmo, grande, fiorente: ma quello crollò con le radici trascinando tutta la sponda, coi fitti rami arrestò la bella corrente e formò un argine, precipitando nel fiume. Balzò fuori dall'acqua l'eroe e si lanciò a volo nella pianura, atterrito: ma non si arrestò il grande iddio che si gettò su di lui ribollendo, voleva fermare Achille glorioso e allontanare dai Teucri il disastro.
Achille fugge incalzato dal fiume che lo insegue con grande frastuono. L'onda dello Scamandro si rovescia sulle sue spalle, gli piega le gambe, gli toglie da sotto i piedi la terra. La pianura è tutta inondata dall'acqua e l'onda scura del fiume divino travolge Achille.
Il fiume Scamandro si allea col fiume Simoenta ed insieme combattono Achille. Quando Achille sta per soccombere alla furia dalle acque interviene Era, che si rivolge ad Efesto dicendo:
“Lungo le rive dello Scamandro tu brucia gli alberi e da' fuoco anche al fiume.”
Efesto suscita un prodigioso incendio, divampa il fuoco e la pianura si dissecca.
Bruciavano gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il loto e il giunco e il cipero che crescevano fitti lungo le belle acque del fiume; soffrivano anguille e pesci, guizzavano da ogni parte stremati dal soffio di Efesto ingegnoso.
Il fiume, disperato, si rivolge a Efesto, perché faccia cessare l'incendio, e poi a Era, promettendole che non combatterà più contro Achille se le fiamme saranno spente. Efesto spegne l'incendio e il fiume si ritira, rifluendo nel suo corso. Achille è salvo. L'incendio ha bruciato i cadaveri e ha purificato le acque contaminate. Gli eventi riprendono il loro corso.
In Omero l'elemento naturale è dio. Venti, tempeste, fiumi, boschi sono divinità, e sono a loro volta popolati da creature che hanno il carattere del sacro. Ogni sorgente è la casa di una naiade, ogni selva è popolata da driadi, ogni profondità marina è percorsa da nereidi e oceanine. Il rapporto tra l'uomo greco e la natura è ricco di connotazioni religiose. Questo non vuol dire che sia sempre sereno e idilliaco, perché il sentimento di fronte ai fenomeni naturali può essere di timore, paura, o anche di conflittualità, come nel caso della lotta tra Achille e il fiume. Vuol dire però che il fiume può a buon diritto ribellarsi di fronte all'inquinamento provocato dai cadaveri dei guerrieri uccisi, che la purezza delle acque è una sua prerogativa accettata e riconosciuta. Nel consesso degli dei e nel mondo degli uomini lo Scamandro ha una sua contrattualità che può usare per difendere se stesso. Il mondo greco è unitario, fitto di legami tra le cose. Non esiste ancora la divisione tra l'io e tutto ciò che lo circonda, l'uomo greco sa di essere una parte legata e interconnessa ad un tutto, ed in questo “tutto” ogni elemento ha il suo valore.
Vediamo le Argonautiche. Il poema di Apollonio Rodio è intessuto di immagini che ci rimandano al tema dell'acqua, immagini di grande eleganza e suggestione, come si conviene a un testo scritto nel periodo ellenistico. Il tema è il viaggio della nave Argo, che, dopo la conquista del vello d'oro, intraprende un lungo viaggio di ritorno dalla Colchide alla Grecia. Le imprese di Giasone, la passione di Medea, il lungo girovagare della nave dal mar Nero attraverso il Danubio, il Po e il Rodano, fino al mar Tirreno, non sono argomento di questo scritto. Mi limito a riportare alcuni episodi, tratti dal libro IV, che a mio parere possono ben illustrare il rapporto tra l'uomo e gli elementi naturali, come li descrive Apollonio Rodio.
Il primo episodio narra l'attraversamento dello stretto di Messina, tratto di mare popolato da mostri e disseminato di rocce erranti (le Plancte).
Da una parte incombeva
la liscia rupe di Scilla, e dall'altra Cariddi tra i rigurgiti
urlava incessantemente. Più oltre ruggivano le Plancte
La nave Argo è in pericolo, ma ecco giungere, dal mare stesso, un aiuto.
Lì accorsero in loro aiuto da ogni parte le giovani
Nereidi, e Teti divina afferrò, postasi a poppa, la pala
del timone, per guidare la nave tra le rocce erranti.
Come i delfini affiorano dal mare nel sereno
e volteggiano in branco attorno a una nave
in movimento, mostrandosi ora davanti, ora dietro
e ora ai lati, per la gioia dei marinai; così le Nereidi
rincorrendosi a vicenda volteggiavano insieme
intorno alla nave Argo, mentre Teti la teneva in rotta.
Quando già stava per urtare contro le Plancte,
alzarono le vesti sulle bianche ginocchia e saltarono
sulle stesse rupi e in cima alle onde.
[...] come ragazze che su una spiaggia sabbiosa,
con le vesti avvolte ai fianchi, giocano a lanciarsi
la palla divise in due squadre – la ricevono l'una
dall'altra, e la sfera vola in alto fino al cielo senza mai
toccar terra -, allo stesso modo le Nereidi, lanciandosi
a turno l'una all'altra la nave che procedeva rapida,
la tenevano alta sulle onde e sempre lontana dalla rocce,
mentre l'acqua intorno ribolliva mugghiando.
La nave Argo, sfuggita ai pericoli delle rocce erranti grazie all'intervento delle Nereidi, prosegue la navigazione, ma si incaglia nei banchi di sabbia del golfo della Sirte. Gli Argonauti decidono di attraversare il deserto libico portando la nave sulle spalle. Assetati ed esausti giungono ad una pianura riarsa e desolata ove sorprendono le ninfe Esperidi, che, al sopraggiungere degli eroi, si tramutano in sabbia e terra. Orfeo, che fa parte della spedizione, chiede loro aiuto:
Voi, o ninfe, che siete della stirpe del divino Oceano,
fatevi vedere, venite incontro alla nostra speranza, o dee,
e mostrateci uno zampillo di roccia o una fonte divina
sgorgante da terra
Le ninfe hanno pietà degli Argonauti assetati.
Dapprima
sul terreno fecero nascere l'erba, poi dall'erba crebbero
verso il cielo lunghi virgulti, e infine giovani alberi
verdeggianti innalzarono il loro fusto molto al di sopra
del suolo: Espera si trasformò in un pioppo, Eriteide
in un olmo, Egle nel tronco sacro di un salice
.
Dopo essersi ristorati, gli Argonauti giungono ad un lago e lì incontrano Tritone, divinità marina.
Ed ecco venne loro incontro, con l'aspetto di un giovane,
il possente Tritone: sollevò da terra una zolla e disse,
porgendola agli eroi come dono ospitale:
Prendetela, amici: qui ora non ho nulla di meglio
da donare a chi mi fa visita.
Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, sulla riva di un lago nei pressi delle paludi costiere della Sirte, in vista del deserto sabbioso che si estende sterminato, offre una zolla di terra, a significare il legame profondo degli elementi che fanno parte dell'ambiente naturale. Il dono di una semplice zolla sottolinea quanto la terra sia un bene prezioso.
Mi sembra un'immagine emblematica e con questa concludo la mia riflessione. 
   

 

Per l'episodio della battaglia del fiume ho utilizzato l'Iliade tradotta da Maria Grazia Ciani e commentata da Elisa Evazzù, ed. Marsilio 2005. I brani sull'impresa degli Argonauti sono tratti da Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno, ed. Mondadori 2005)  

  



(Rita Cavallari)


 






Omero, Iliade, Marsilio, 2005 [ * ]
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Mondadori, 2005 [
* ]
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, Rizzoli, 1988 [
* ]

 









vedi l'intervento di Daniele Guastini sul rapporto tra filosofia antica e pensiero ecologico al convegno su Ecocriticism, retorica e immaginario dell'ambiente nel canone letterario occidentale [ *  ]

 

                          

 


 

 

WU MING. PER UN' ETICA DELLA SCRITTURA
post pubblicato in Wu Ming, il 7 aprile 2010

 

Un uomo di fronte allo schermo del pc, il piano del tavolo coperto da ritagli di giornale, pile di libri scompaginati, schede archiviate nella cartella documenti, una contrazione dolorosa alla bocca dello stomaco, l'ansia della pagina vuota. E' lui, lo Scrittore, l'Autore del Libro, imbozzolito in un microcosmo autoreferenziale, autorecluso nella marginalità. Naturalmente ha dei collaboratori. Raccolgono materiale, si occupano dei capitoli specialistici, e l'Autore rivede, corregge, lima; d'altronde, come farebbe a scrivere tutto da solo, libri da setteottocento pagine, avete idea di quanto tempo ci vuole a scrivere una pagina? I suoi sono bestseller, e il lettore di bestseller chiede di entrare in un mondo che sappia stupire, vuole affacciarsi sull'ignoto, dare una sbirciata, rabbrividire. All'autore servono aiuti. Schiavi. Ci sono sempre stati, non val la pena di scandalizzarsi. Sono invisibili. Fantasmi.
Non mi piace.
Ma è importante, quando si legge un libro, ricordare il nome dell'autore? O sono le storie ad essere importanti? Storie che fanno ridere e piangere, storie che rasserenano e muovono all'ira, storie vere oppure inventate ad arte, leggende metropolitane, fantasie popolari, saghe pop: questo vogliono i lettori. E allora arrivano gli scrittori senza nome. Non ci sono schiavi, il nome di tutti è nessuno. Rimontano con pazienza e ironia spezzoni abbandonati, brandelli dimenticati, refusi esplosivi. Creano universi che cadono a pezzi, si mescolano, si incastrano: il risultato ha il gusto della vita. Gli scrittori senza nome copiano, assemblano, perfezionano, restaurano, ritoccano, e, soprattutto, dissotterrano asce di guerra, sepolte e date per disperse. Scardinano portoni, liberano personaggi, danno voce a Robin Hood e lo trasportano dalla foresta di Sherwood al castello di Nottingham. Scrivendo si divertono e divertono noi. Creano miti. E il lettore ne gode. Va sul sito wumingfoundation e scarica storie, senza pagare diritti d'autore. E compra anche qualche libro, ogni tanto.
Sarà la scrittura una e multipla, Wu Ming, un'alternativa credibile alla crisi del libro? E' un'ipotesi, e dovremmo rifletterci sopra.



(Rita Cavallari)







vedi quì, quì e quì

SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 4 marzo 2010



Luciana ha anche scritto un libro di poesie, Sorsi di sole.

Un cristallo sfaccettato, una microscopica batteria solare, dei piccoli ingranaggi. Sono i componenti di un gioco appeso al vetro della mia finestra, vicino al tavolo dove scrivo. Quando un raggio di sole cade sulla batteria, l'energia mette in moto gli ingranaggi e il cristallo ruota, rifrangendo la luce in mille colori. Basta un solo raggio di sole.
Le poesie di Luciana Raggi sono come un cristallo, che l'autrice fa ruotare davanti ai nostri occhi dando vita a un caleidoscopio di luci.
Sono immagini suggestive, come nel vecchio borgo ove orologi e calendari sono inutili, e non serve misurare non serve programmare, o nell'incontro sul molo buio e inanimato ove il cerchio della solitudine si stringe intorno al protagonista abbandonato.
Sono riflessioni sul tempo che passa, come nella poesia Davanti allo specchio, ove le immagini della natura riportano al ritmo della vita che scorre.
Sono schizzi veloci colti nella quotidianità della vita, come in Una briciola camminava, con la donna forte dal viso appassito che non si arrende di fronte alle difficoltà.
Nella poesia Sul bordo l'autrice vuole attraversare il tempo... in cerca di una parola ferma che brillasse fra riflessi iridescenti e sfuggenti. La ricerca delle parole crea ritmi eleganti, armoniosi, musicali, anche nei frammenti di pochi versi, che in un lampo nitido e deciso riescono a creare energie che colpiscono. Come in Sorrisi acidi, dove la verità si spalma sul pane, e in Magiche stelle, ove gli astri del cielo sono trasformati in vitamine per parole malate o in viagra per pensieri sterili.
Un mondo attillato evoca con ironia un sarto che lavora con i ricordi, aggiusta la vita, spinge via realtà spiacevoli, plasma un'immagine nuova.
La vena di ironia pervade tutte le poesie ed è uno dei motivi del loro fascino. Anche nelle situazioni che appaiono disperate compare un raggio di luce, come nella poesia Un raggio lungo, ove la lama di sole che squarcia il buio di una stanza oscura è viva, reale, capace di dare sollievo. Limpide come gocce di luce, terse e brillanti, queste poesie riescono davvero a rasserenare i pensieri e a indicare un percorso di scintille geniali, esplosioni, espansioni. Un percorso di apertura in grado di guardare al futuro.


(Rita Cavallari)




Luciana Raggi, Sorsi di sole [ * ]



INVISIBILE
post pubblicato in Auster, Paul, il 23 febbraio 2010



Perché questo titolo? Cosa è invisibile? In un mondo gonfio di immagini, da che è costituito ciò che non si vede? Dopo aver letto il libro l'ho scorso di nuovo e ho trovato questa parola, invisibile, usata per definire una caratteristica dell'aspetto di Born, che ha una faccia che in mezzo a qualsiasi folla sarebbe diventata invisibile. Poi, di nuovo, invisibile è l'aggettivo utilizzato da Auster per descrivere ciò che appare dal finestrino di un aereo in volo, durante il viaggio di James Freeman da San Francisco a New York. Un'invisibile America si stendeva in silenzio nel buio sotto di me.
Ciò che è invisibile sfugge alla comprensione e per questo inquieta.
Invisibili sono i pensieri di Rudolf Borg, ambiguo professore che insegna i disastri del colonialismo francese alla Columbia University. Invisibili, perché celate con cura, sono le vere identità dei personaggi, che vengono mutate per non coinvolgere la vita di Gwyn, la sorella del protagonista. Invisibile è la verità sul nodo centrale del romanzo, l'amore tra Adam e Gwyn. Lei lo nega, ma il racconto di lui è così vivo che il lettore resta convinto che non sia pura invenzione.
Incomprensibile e misterioso è il nostro cervello. Ci sono miliardi di neuroni, ciascuno dei quali ha diecimila quindici dendriti. Il sistema di interconnessione è tale da suscitare timore reverenziale. E' come una galassia che si possa tenere in mano, soltanto più complessa, più misteriosa. (DeLillo, Rumore bianco, 1984 [ * ]).
Tenebroso è l'universo in cui viviamo. Gli astronomi disegnano mappe su cui sono tracciati “deserti di non conoscenza, giganteschi enigmi insoluti” (Luca Amendola, astronomo). Una componente ignota pervade l'universo, non è formata di particelle e ha le stesse proprietà del vuoto. La chiamano energia oscura. Ne è stata misurata la quantità. E' pari al 70% dell'universo. Sappiamo che c'è, ne conosciamo gli effetti, ma non sappiamo da cosa sia costituita. E' invisibile ai telescopi più potenti. Come i sistemi di interconnessione che agiscono nella galassia della nostra mente.
Se energia invisibile e oscura è l'attrazione che governa i corpi celesti, ugualmente misteriosa è l'attrazione che unisce o allontana gli esseri umani. Nel romanzo di Auster i personaggi gravitano tra amori e abbandoni, desideri e passioni, come corpi celesti in un universo per buona parte invisibile. Quando pensiamo di essere a un passo dalla verità, ed è il momento in cui lo scrittore James Freeman si reca all'appuntamento con Adam, la verità sfugge di nuovo, per sempre.
L'ultima parte del libro suggerisce qualche indizio, ma la realtà resta velata, invisibile.
Il libro si chiude con l'immagine di uomini e donne, cinquanta o sessanta dalla pelle nera lucida di sudore, che sotto il sole battente con martello e scalpello spezzano le pietre, poi le colpiscono ancora e le dividono in pezzi più piccoli, fino a frantumarle in brecciolino. I colpi danno origine a una musica cadenzata che si struttura in un'armonia ribelle, un concerto di rumori. E' questo il loro lavoro, quello che li mantiene in vita. Allora tutti i personaggi del libro impallidiscono e svaniscono come fumo. Senza peso di fronte alla realtà della vita in molte parti del mondo.
 


(Rita Cavallari)





Paul Auster, Invisibile, Einaudi, 2009 [ * ]








per una serie di interventi su Delillo: [ * ], [ * ], [ * ], [ * ], [ * ]

IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEI LIBRI DI RITA CAVALLARI
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 19 dicembre 2008

 Il video della presentazione dei libri di Rita in biblioteca si può vedere quì 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/12/2008 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALLA RICERCA DI PAROLE PERDUTE
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 2 dicembre 2008



Mi è piaciuto per la bella scrittura e per l'interesse filologico per la parola, per l'attenzione al significante mai disgiunto dal significato, per la capacità di riconoscere e ricordare il mondo nascosto rimasto intrappolato nei modi di dire e nelle parole ormai desuete.
Il significante è sempre collegato a un preciso contesto storico e culturale. L'ambiente del paese toscano dove viveva la famiglia di Rita è connotato da caratteristiche che ho trovato identiche a quelle del paese in Romagna dove sono vissuta da piccola e dove vivono ancora i miei genitori. Ho ritrovato atmosfere e situazioni tipiche del passato. Ad es. alle pag 44, 68, 69.
Pag. 44: "Passavano del tempo alla finestra per sapere cosa succedeva nel mondo. quel che a loro interessava era l'ambiente del vicolo, della strada e della piazza, la gente che passava [...] il tempo che scorre uniforme nelle piccole differenze delle ore e dei giorni. riuscivano a leggere il ritmo delle settimane, dei mesi e degli anni come una variazione sul tema della vita quotidiana e a costruire la loro storia in armonia con i giorni che passano, sempre uguali e sempre diversi."
Pag. 68: "Non c'è mai stato nella sua famiglia il gusto di vedere luoghi lontani e conoscere ambienti nuovi: vivevano rinchioccioliti nel proprio guscio, al di fuori del quale c'erano solo seccature, fastidi e pericoli, 'Io sto bene a casa' diceva".
Pag. 69: "Erano abituati a fare sfuriate anche per futili motivi [...] scenate dovute alle intemperanze della zia che sfogava il suo carattere impetuoso in arrabbiature col genero, cognati, nipoti e nipotini [...] e venivano bollate con lo stigma dell'isteria"
I modi di dire rappresentano un modo d'intendere la vita, pag. 111: "il particolare più vivo di mia madre è rappresentato dalle parole che usava. Dalle sue parole vengono fuori i legami con l'ambiente agricolo e contadino, le credenze religiose, le predilezioni, i timori. M
i sembrano l'indicazione di un percorso che sfugge all'omologazione e tende a una specificità fuori dagli stereotipi".
La memoria storica del nostro passato passa anche attraverso il ricordo delle parole e dei modi di dire particolari, che sono sempre strettamente collegati ad una visione del mondo e ad una filosofia di vita. Rita ricorda le paroleinsieme alle persone che le dicevano e al loro contesto storico e tutto viene salvato e valorizzato.  


(Luciana Raggi)




E' una lettura molto piacevole. Le parole perdute sono solo un pretesto, solo un titolo, ma in realtà Rita Cavallari parla dei genitori tributando loro il dovuto debito di affetto rendendoli immortali. E' proprio quello che ognuno di noi dovrebbe fare, scrivere dei genitori o dei nonni, perché solo così chi verrà dopo di noi, i nostri figli e i nostri nipoti sapranno cosa hanno fatto, come sono vissute le persone dalle quali discendono.
Se non si fa questo, di chi ci ha preceduto, a distanza di sole tre generazioni resta solo una insignificante foto, se resta.
E' questo che ognuno di noi dovrebbe fare e l'ho pensato spesso: mio figlio sa poco di mio padre perché lo ha conosciuto ma non sa nulla di mio nonno: se io non scrivo nulla, i miei nipoti non sapranno nulla di mia madre e di mio padre. Non serve disegnare alberi genealogici, occorre buttare giù i ricordi. E Rita Cavallari lo ha fatto molto bene; al di là delle parole perdute, ogni pagina é ricca di affetto per il padre e la madre e questo commuove chi legge.
Il mio giudizio é molto positivo.



(Pietro Benigni)
 





Rita Cavallari, Alla ricerca di parole perdute, [
* ]

TOPI, FORMICHE E ALTRE STORIE
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 2 dicembre 2008

 

Ho trovato i due libri di Rita Cavallari piacevoli da leggere per la bella scrittura e interessanti per il contenuto. Sono autobiografici e, oltre alle qualità intrinseche, hanno entrambi un'importante funzione sociale: uno, "Topi, formiche e altre storie" fa conoscere le problematiche inerenti alla disabilità, di cui davvero la nostra civile società si occupa troppo poco; l'altro, "Alla ricerca di parole perdute" favorisce la salvaguardia e la valorizzazione di un patrimonio lessicale in disuso, significativa testimonianza del passato.
I principi che muovono la ricerca letteraria di Rita sono gli stessi di Manzoni: l'utile, il vero e l'interessante. L'utile è lo scopo dello scrivere, da intendere in senso morale, per un'ideale comunque tutto terreno di giustizia; il vero è il soggetto, fedele alla realtà e l'ineterssante è il mezzo per catturare l'attenzione.
"Topi, formiche e altre storie" è un libro che coinvolge ed è interessante senza pause.
All'inizio ci sono i topi e i ricordi legati all'infanzia, alla fine ci sono le formiche e l'importante presenza del nipotino, in un momento molto vicino al presente. Nella parte centrale è racchiusa una storia forte che comincia con la caduta della protagonista e segue con il racconto agghiacciante del periodo del ricovero ospedaliero e dell'immobilità forzata. Il contenuto ha tutti gli ingredienti per risultare drammatico ma in realtà, pur essendo intessuto di dolore, visto che è stato preceduto ed è seguito da quelle bellissime favole, viene alleggerito e noi pensiamo ad un superamento avvenuto dei momenti più difficili. Tale considerazione è importante perchè ci fa sperare che gli esser umani, donne o uomini, possano superare le peggiori situazioni se hanno la forza di affrontarle e non si perdono d'animo. La forza della protagonista viene da sè stessa. La risoluzione dei problemi non viene demandata ad un essere superiore e infatti non viene richiesto alcun intervento miracolistico, nè viene affidata all'aiuto dei familiari e degli amici, che pure sono stati vicini nei momenti in cui le ansie, le preocupazioni e le complicazioni sembravano insormontabili.
Si tratta di un vissuto raccontato con un'intensità che non può non coinvolgere, anche se viene descritto senza mai indulgere a facili sentimentalismi.
La protagonista è uscita da quella storia di sofferenza, tanto da poterla raccontare. Se il coinvolgimento è troppo non si racconta. O se si racconta si soffre moltissimo. (Philip Roth a pag. 122 del libro "Il fantasma esce di scena" ci dice riguardo al suicidio di Primi Levi: "[...] non è successo perchè è stato ad Auschwitz, ma perchè scriveva di Auschwitz [...], per la fatica dell'ultimo libro, che contemplava con tanta chiarezza quell'orrore. Alzarsi ogni mattina per scrivere quel libro avrebbe ucciso chiunque".
Durante la presentazione del libro chiederemo all'autrice quanto le è costato, in termini di sofferenza, scrivere questo libro, e se le è servito in qualche modo a prendere le distanze da sè stessa.
La mia interpretazione riguardo alla scelta del titolo è questa: sono stati citati topi e formiche, che rispettivamente compaiono all'inizio e alla fine, quando si parla di momenti lontani nel tempo da quel periodo cruciale che ha seguito la caduta, il fatto che ha segnato una netta cesura fra il prima e il dopo nella vita della protagonista, per mettere in risalto il superamento di quel momento terribile, per rassicurarci che comunque è stato trovato un modo e un tempo per eleborare, comprendere, accettare. Per questo nel titolo non c'è traccia del cuore del racconto, della parte centrale.   

(Luciana Raggi)



Rita Cavallari guarda sè stessa da lontano con compostezza, ma ci tende la mano per un  graduale percorso di avvicinamento verso di lei.
Ci pone accanto a momenti diversi della sua vita e lascia a noi lettori il compito di ricucirli, come fa lei con i punti fitti dati alla camicia lacerata che le porge il figlio.
Il libro comincia con dei ricordi della vecchia casa di famiglia in Toscana e passa poi a parlare della casa al mare, da cui è iniziato il suo scritto.
Bambini e animali sono presenti nei ricordi e nei racconti e sono importanti insieme ai compagni dei gruppi che lei incontrerà e di cui farà parte nel difficile cammino di ripresa che le sta di fronte, forse perchè appaiono spontanei, disponibili, vitali e quindi paritari nei confronti della scrivente. Sono, di fatto, quelli con cui è più facile comunicare. Dal topino morto per essere stato incautamente lasciato troppo nella gabbia si passa alla narrazione dell'incidente che è il fulcro del racconto, fino alla ricostituzione di un nuovo posto per sè nella vita e nei propri pensieri.
I ricordi dell'infanzia e alcune parole della parlata toscana continuano a sbalzare vivaci dalla storia che segue l'incidente come la luce di fuoco che riverbera dalla zucca intagliata da Carolina, un personaggio della fanciullezza della scrittrice.
il testo si richiude con l'infanzia, così come era cominciato, con i briosi racconti delle esperienze dell'autrice con il nipotino Giovanni.
Implicita mi sembra la riconquista di un tempo più vasto di quello precedente ai fatti narrati, che abbraccia la propria infanzia e si ricongiunge all'infanzia del proprio discendente, laddove di solito la vita separa dal passato che ci appare sovente alquanto remoto e comunque scalzato dai cambiamenti di un presente troppo sommario e inevitabilmente distruttivo.
Interessanti sono anche le osservazioni che riguardano l'atteggiamento del  professore che rassicura l'autrice che "con una buona riabilitazione" avrebbe "raggiunto un elevato grado di autonomia" e sarebbe "stata perfettamente in grado di tenere una casa", senza tenere minimamente conto del fatto che lei prima dell'incidente "lavorava" come architetta.
Lo sguardo dell'autrice, vasto e profondo, potremmo dire anche lungimirante nella gioia con cui si affaccia al futuro, è il regalo fatto al lettore, è una scelta che potremmo fare anche noi, per non essere separati da una fetta importante della nostra vita che ci sorregge, e per recuperare qualche speranza su cui indugiare.


(Anna Maria Robustelli)  



E' una lettura gradevole, fa capire quanto forte possa essere la voglia di vivere, anche in condizioni gravemente compromesse e anche quanto sia importante stare sempre molto accorti  perché un banale attimo di disattenzione o una corsa  in motorino possono costare molto cari.
Lettura piacevole che merita un voto positivo.

(Pietro Benigni)







Rita Cavallari, Topi, formiche e altre storie, CISU (di prossima pubblicazione) 

MERCEDES-BENZ
post pubblicato in Huelle, Pawel, il 20 novembre 2008



Merceds-Benz dello scrittore polacco Pawel Huelle ha partecipato alla sezione internazionale del Premio di quest'anno.  Venerdì 12 dicembre h 19 verrà a Villa Leopardi a parlarci dell'autore e del libro la professoressa Agnieszka Stryjecka.



Ci sono libri che mettono a dura prova la curiosità del lettore, e Mercedes Benz è tra questi. Si inizia a leggere con la sensazione di addentrarsi in territori sconosciuti, resi impervi da una scrittura difficile e faticosa, e il primo impulso è quello di lasciar perdere. Dopo qualche pagina, ci si abitua al ritmo delle parole e ci si appassiona ai personaggi, alle loro vicende che si intrecciano con la storia della Polonia (e in particolare con la storia di Danzica), al clima culturale in cui l'autore si muove tessendo la trama del libro. La vita non è altro che una serie di incredibili giravolte, vivere è come addestrarsi alla guida di un'autovettura, avanti, indietro, destra, sinistra, retromarcia, e ogni tanto si va a sbattere da qualche parte. A Danzica, tra i tigli secolari, i nazisti hanno sfilato dall'Opera al centro della città, ci dice l'autore, e i cortei del primo maggio andavano dal centro della città all'Opera, e “ ...da qualche parte, nell'invisibile corrente del tempo, si mescolavano tutte le svastiche, le falci, i martelli e le orchestre... ”. Il libro è ricco di riferimenti storici e culturali ma anche di episodi bizzarri, come la storia della caccia alla volpe in automobile all'inseguimento di un pallone aerostatico, o di descrizioni curiose che spaziano dalla gastronomia alla botanica. Bello anche il discorso delle foto, con il nonno, che dipana il rotolo del tempo organizzando i momenti catturati un giorno dal freddo otturatore della leika.
Dopo averlo terminato ho riletto il libro una seconda volta.



(Rita Cavallari)







Pawel Huelle, Merceds-Benz, Voland, 2007 [
* ]






vedi
quì e quì

 

LA FORTEZZA
post pubblicato in Hasz, Robert, il 24 ottobre 2008



 

E' la storia del tenente Livius, che a pochi giorni dal congedo si ritrova all'improvviso tra montagne inaccessibili, in una fortezza popolata da una strana guarnigione che sembra venire da un mondo fatto all'incontrario. I soldati vestono in modo casuale, non fanno il saluto ai superiori, non sono armati, non eseguono gli ordini, e il comandante, colonnello Mavrov, sembra trovare perfettamente naturale questo insolito comportamento. La fortezza è completamente isolata: non c'è telefono, non arriva la posta, nulla si sa di quello che succede nel mondo, le coordinate del tempo e dello spazio si smarriscono. Dove sono i nemici? Dov'è il confine? Cosa succede fuori? C'è una guerra civile? Non si sa. Però nella fortezza la mensa serve piatti di alta cucina, preparati con ingredienti rari e pregiati, come fosse un ristorante di lusso. In questo mondo sospeso nel nulla il tenente Livius vede svanire le sue aspettative di un ritorno a casa e viene assalito dai ricordi: il padre che ha abbandonato l'insegnamento e si è ritirato a vivere in un piccolo paese, la fidanzata Antonia, e poi la madre e la sorella della ragazza e i legami nascosti che pian piano emergono sul filo del ricordo. Il racconto si svolge su due piani, da un lato la storia personale di Livius con le inquietudini legate ai segreti della sua famiglia, dall'altro la vita nella fortezza, con la presenza incombente di un Ordine supremo e la paura di un nemico di cui non si sa nulla. In trasparenza si intravede la storia della Jugoslavia dopo la morte di Tito, il disfacimento dello stato, la perdita di ogni punto di riferimento, la guerra civile.
Ci sono libri che coinvolgono perché riescono a toccare dei nervi scoperti e a costruire storie avvincenti sulle nostre paure più segrete. La fortezza è uno di questi libri. I riferimenti alla realtà politica della ex Jugoslavia sono appena accennati, ma bastano poche righe per evocare la guerra etnica (ad esempio il riferimento alla vetrina distrutta nel panificio di proprietà di una famiglia albanese, costretta a fuggire), il disfacimento delle istituzioni, il crollo dello stato, il caos generale.
La lettura è scorrevole, la prosa elegante, la trama avvincente. L'autore è da noi uno sconosciuto, mi piacerebbe leggere qualcos'altro di suo.


(Rita Cavallari)





Róbert Hász, La fortezzaNottetempo, 2008 [ * ]





vedi quì (il blog di Andrea) e quì

ALI DI BABBO
post pubblicato in Agus, Milena, il 7 maggio 2008

 

Come la mitica ratatuille del cartone animato, che un boccone dopo l'altro si apre in mille gusti diversi e scopre un mondo di sapori, così Ali di babbo, pagina dopo pagina, avvince il lettore con personaggi pieni di sfumature, in un ambiente affascinante, con una storia che cattura l'attenzione. Sono grata all'autrice per aver saputo scrivere un romanzo in sole 142 pagine, ma anche per aver citato Benjamin e Spinoza con semplicità e aver spruzzato le parole con polvere di magia.


(Rita Cavallari)



Milena Agus, Ali di babbo, Nottetempo, 2008 [ * ]




vedi quì, quì e quì

HITLER
post pubblicato in Genna, Giuseppe, il 18 aprile 2008

 

Scrivere di Hitler, adesso, perché?
Perché a più di sessant'anni dalla fine del nazismo il personaggio Hitler ha ancora in sé qualcosa di oscuro di cui non riusciamo a darci ragione. La “non persona”, così il libro definisce Hitler, riesce ancora a inquietarci.
Fece del razzismo lo strumento ideologico in grado di catalizzare le energie di un intero popolo.
Salì al potere utilizzando strumenti legali, nel 1933.
400.000 tedeschi furono sterilizzati in base alle norme per la protezione della salute genetica del popolo tedesco, tra il 1934 e il 1939.
70.000 tedeschi ricoverati negli istituti psichiatrici furono uccisi nelle camere a gas, tra il 1939 e il 1941.
5.000 bambini furono selezionati e soppressi col programma eutanasia, dal 1939 in poi.
Notte e nebbia, ordine e disciplina, il popolo tedesco non si poneva troppi perché.
Poi vennero Wannsee e la soluzione finale e Auschwitz.
Il libro di Genna ricostruisce passo dopo passo la giovinezza di Hitler, la presa del potere, la corte dei gerarchi, i trionfi delle adunate a cui partecipavano milioni di persone, il disastro della guerra. La metafora di Fenrir, il lupo della mitologia nordica, funziona. E' nascosto nelle viscere della terra, ma le catene fatate con cui è imprigionato sono fragili come nastri di seta. La nostra paura è che potrebbero spezzarsi di nuovo, ora come allora. 


(Rita Cavallari)




Giuseppe Genna, Hitler, Mondadori, 2008 [ * ]




vedi quì
 

LE MIE NOVE VITE
post pubblicato in Cohn, Carla, il 3 marzo 2008



A proposito del dramma dei sopravvissuti [ * ] vorrei segnalare Le mie nove vite, ed. Città Aperta 2008, scritto da Carla Cohn, ora ottantenne, che da bambina fu deportata con la sua famiglia nel campo di concentramento di Terezin. Unica sopravvissuta, dopo un difficile soggiorno in Israele decide di trasferirsi negli Stati Uniti, a New York. Ha cancellato dalla memoria buona parte degli anni passati nei campi di concentramento nazisti e tenta una terapia psicoanalitica per ritrovare i propri ricordi e con questi la propria identità. All'epoca, negli Stati Uniti, era opinione prevalente che la psicoanalisi potesse affrontare solo i cosiddetti traumi psichici, non quelli reali e concreti. All'autrice viene consigliato un ricovero per elettroshock! La scrittrice avanza un'ipotesi. Buona parte degli analisti che negli anni cinquanta operavano a New York erano ebrei e sembravano incapaci di affrontare i traumi di una sopravvissuta dei campi di concentramento. “L'essere ebrei può aver determinato dei conflitti di base irrisolti, inconsci, e dei sensi di colpa verso i veri sopravvissuti dei campi. Forse il concetto di trauma reale come controindicazione per l'analisi può essere servito come schermo per coprire i loro conflitti di emigrati-sopravvissuti nei confronti dei veri sopravvissuti dei campi.”
Nel 1967 Carla Cohn si trasferisce a Roma. Qui incontra lo psicanalista Romano Antonelli che, in quanto non ebreo e libero dalla colpa del sopravvissuto, è in grado di aiutarla ad affrontare i suoi sentimenti di colpa e a piangere la sua famiglia sterminata ad Auschwitz.
In un viaggio dentro se stessa e in giro per il mondo, tra amici persi e ritrovati, in ambienti troppo spesso segnati da razzismo e violenza, l'autrice tesse la sua storia. Le mie nove vite è il racconto affascinante di una vita trascorsa da “ebrea errante”, tra la Germania degli anni trenta e della guerra, la Palestina ove tra conflitti e tensioni stava nascendo lo stato d'Israele, gli Stati Uniti e infine di nuovo l'Europa, con l'Italia come punto di approdo.


(Rita Cavallari)



Carla Cohn, Le mie nove vite, Città Aperta, 2008 [ * ]




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ESSERE SENZA DESTINO
post pubblicato in Kertész, Imre, il 16 febbraio 2008



Tenere giù la testa e non perdere mai la disperazione.
Accompagnato dal calembour di un amico di famiglia il giovane Gyurka va incontro al suo destino di ebreo, nell'Ungheria alleata della Germania nazista. Questo destino, come gli spiega l'autorevole zio Lajos, consiste da millenni in un'incessante persecuzione, che il Signore ha inflitto al suo popolo a causa dei peccati commessi, persecuzione da affrontare con devozione e paziente spirito di abnegazione. Restare al proprio posto, questo è ciò che il Signore si aspetta dagli ebrei, che solo da Dio possono sperare misericordia.
Quando Gyurka, che non ha ancora 15 anni, viene obbligato a lavorare come manovale in una fabbrica, lo zio Lajos osserva che dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Gyurka ha scarsa dimestichezza con le preghiere e non sa una parola d'ebraico, ma riconosce l'autorità degli adulti e affronta la vita cercando di “comportarsi bene”; quando lavora sente di rappresentare l'intera comunità ebraica e modella quindi le proprie azioni senza dar spunto a critiche che potrebbero ricadere su tutti.
E' con questo senso di acquiescenza che il ragazzo si lascia condurre nel campo di sterminio di Auschwitz, senza chiedere alcuna spiegazione e senza manifestare alcuna forma di opposizione o risentimento, non solo nei fatti, ma neanche con le parole, e neppure col pensiero. Il sentimento più forte che anima Gyurka è lo stupore. I suoi occhi sgranati scorrono su luoghi che tante volte abbiamo visto rappresentati, le sue parole descrivono fatti che già conosciamo, in una sorta di via crucis ben nota. Ma il suo sguardo attonito rende tutto diverso. C'è una sospensione di giudizio assoluta, gli eventi che si susseguono sembrano logici e razionali, a tutto il giovane Gyurca dà una ragione, ogni cosa può essere giustificata.
Dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Il racconto ha il fascino della verità, l'autore narra una storia che conosce per averla vissuta, ma non è questo il suo punto di forza. In fondo le storie dei sopravvissuti dei lager non mancano. Quello che avvince in questo libro è il punto di vista, l'occhio limpido e implacabile di un ragazzo che va incontro alla vita con baldanza e curiosità e descrive con naturalezza lo scorrere dei giorni, senza chiedersi perché. La vita che vive è il suo destino.
Molto bello è l'ultimo capitolo, con il ritorno a casa, il tempo ritrovato, la riflessione su ciò che è accaduto. Devi dimenticare gli orrori, dice il vecchio Fleischmann. Io non mi sono accorto degli orrori, risponde Gyurca. Tutto è successo un passo dopo l'altro, come la lunga fila dei prigionieri che si avvia verso la camera a gas, con i minuti che scorrono, e alla fine la decisione, entrare nella camera a gas oppure scamparla. E poi altre file, e appelli a tutte le ore, e marce, passo dopo passo. Il tempo scorre, potrebbe portare qualcosa di nuovo, nulla accade di diverso ad Auschwitz né a Buchenwald, la calamità era piombata improvvisa, giorno dopo giorno la distruzione si compie e la desolazione dilaga.
Calamità, distruzione, desolazione, questo è il significato letterale della parola Shoah.
Chi non ha vissuto il campo di sterminio vorrebbe gettarsi tutto alle spalle e ricominciare a vivere. Gyurka sa che non potrà dimenticare e questa consapevolezza lo isola dagli altri. E' il destino del sopravvissuto, che ben conosciamo perché ce l'ha raccontato Primo Levi.


(Rita Cavallari)



Imre Kértesz, Essere senza destino, Feltrinelli, 2004 [ * ]






Sul destino sacrificale degli ebrei ungheresi è da leggere il libro di Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, 2001 [ * ], sulle furibonde polemiche che ci furono a tal proposito in Israele negli anni '50 sul caso Kastner.
Poi si potrebbero ricordare i libri di Giorgio Perlasca, L'impostore, il Mulino, 2007  [ * ] e di Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, 2003 [ * ].

L'ALTRA ESTER
post pubblicato in Szabò, Magda, il 11 gennaio 2008

 

L'altra Ester è il primo libro della Szabò pubblicato in Italia. Il suo titolo originale è Il cerbiatto. La storia si muove lungo le linee dei pensieri di Ester, la protagonista, che in prima persona ricostruisce la sua vita tra infanzia, adolescenza ed età adulta, ricucendo sensazioni, ricordi e brandelli strappati. Ester, famosa attrice di teatro, è una giovane donna indurita dalla vita ed ha alle spalle un'infanzia di povertà e di fame. Sua madre è di nobile famiglia, suo padre è un intellettuale appassionato di piante e di fiori, entrambi sono incapaci di garantirsi i mezzi materiali per vivere. Li lega un amore appassionato, da cui Ester si sente esclusa. Lei, unica della famiglia ad essere dotata di un  forte senso pratico, è costretta, fin da bambina, ad arrabbattarsi per racimolare ogni giorno qualche spicciolo. Dopo la scuola svolge i lavori più umili e duri, mentre sua madre dà lezioni di piano per poche lire. L'orgoglio le dà la forza di andare avanti, l'odio la nutre e la fortifica. L'unico sentimento positivo della sua infanzia è l'affetto profondo che la lega al padre, presente nella pagine del libro in momenti pieni di poesia. Accanto a Ester, il suo doppio, Angéla, impersona tutto ciò che Ester non è. Angéla è bella, ricca, buona, tutti la amano, solo Ester, brutta, povera e in lotta col mondo, ha per lei un odio profondo e ben dissimulato.
Il libro si svolge tra queste due figure antitetiche, una costretta  a farsi carico di mille difficoltà in un ambiente ostile, l'altra coccolata e oggetto di mille attenzioni, a cui basta guardarsi allo specchio per riprendere animo di fronte a un dispiacere. Ma ciò che Ester invidia di più ad Angéla è il cerbiatto che vive in un recinto in fondo al giardino. Ester lo vorrebbe per sé, lo sogna, vorrebbe rubarlo e portarlo via, ma sa che è impossibile. Non potendo averlo decide di liberarlo, ma la bestiola fugge impaurita e muore in un incidente.
L'età adulta porta ad Ester la realizzazione di sé, il benessere economico, la fama, ma il successo non ne scalfisce la durezza. L'attrice acclamata resta gelida come una statua di pietra, fino a quando non incontra un uomo di cui si innamora. Ma l'oggetto del suo sentimento è il marito di Angéla. Dopo tanti anni Ester sente ritornare i sentimenti amari dell'infanzia, è incapace di vivere questo amore, si sente mortificata e umiliata, non riesce ad accettare l'affetto e il senso di protezione che il marito prova per Angéla, l'amore che lui le dimostra non le basta. Il sentimento che la lega all'uomo diventa passione e, come dice l'autrice, una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma. E' un tema che si ritrova nel libro più famoso della Szabò, "La porta": “...non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina. Se non è prima sarà poi. La cosa migliore è non amare mai nessuno…”
L'odio di Ester ritorna con più forza e vigore, fino alla rovina.
La storia dell'Ungheria a cavallo dell'ultima guerra fa da cornice agli avvenimenti narrati. L'autrice, che ha subito vent'anni di ostracismo per non essersi allineata alle direttive politiche del regime, la descrive con tratti leggeri.


(Rita Cavallari)




Magda Szabò, L'altra Ester, Feltrinelli, 1964


vedi quì

LE BENEVOLE
post pubblicato in Littell, Jonathan, il 27 dicembre 2007
 

"Ti mando una riflessione sulle Benevole. Non è facile scrivere su un libro che è un successo planetario. Mi sono guardata il sito che mi hai indicato [ * ] e anche l'intervista a Littell pubblicata dalla Stampa [ * ] e altre cose.
Ho visto che sull'Unità si è fatto un parallelo con Moby Dick. Secondo me il richiamo giusto è all' Educazione sentimentale di Flaubert. Madame Arnoux come Adolf Hitler. Però non l'ho scritto perchè avrei dovuto rileggere Flaubert e mi sarei dovuta tenere il libro di Littell per altri dieci giorni.
Un'altra riflessione da fare è che Littell per vent'anni ha lavorato in una ONG ed è stato anche in luoghi di guerra (Cecenia e altro). Molte delle cose che descrive le ha viste davvero."


“...voi avete un potere inappellabile, quello di chiudere questo libro e buttarlo nella spazzatura, gesto estremo contro il quale io non posso far nulla, così non vedo per quale ragione dovrei usare i guanti.” (pag. 758).
Il desiderio di buttare Le benevole nella spazzatura mi è venuto più volte durante la lettura delle 953 pagine, ma devo riconoscere che c'è qualcosa in questo libro che si abbarbica all'animo del lettore e gli addenta la carne. Impossibile sfuggire.
All'inizio della lettura c'è curiosità per un testo che è diventato in pochi mesi un successo planetario. Poi disgusto, repulsione, ribrezzo, ma anche interesse e coinvolgimento, fino al limite dell'empatia. Tornano in mente le parole del protagonista, sono un uomo come gli altri, sono un uomo come voi. Allora scatta la paura.
Quando si chiude il libro restano interrogativi, domande, dubbi.
Le benevole
è un'opera letteraria o un semplice bestseller costruito a tavolino applicando in modo rigoroso le regole delle scuole di scrittura? Possiamo paragonarlo a Guerra e pace oppure al Codice da Vinci? Non è facile dare una risposta.
E' giusto dare la parola ai boia? Secondo Bataille i boia non hanno parola, oppure, quando parlano, lo fanno con la parola dello Stato. Però in un'intervista Littell dice che i boia parlano, ce ne sono perfino di quelli che scribacchiano. E raccontano anche delle esattezze in termini fattuali. Il modo in cui era organizzato il campo di Treblinka, ad esempio. Eichmann non mente durante il processo. Racconta la verità.
Una delle accuse mosse al libro è di non rispecchiare in più punti la verità storica. Un'altra critica riguarda il fatto che Max Aue, il protagonista che narra in prima persona, non è verosimile come nazista. Littell rivendica il suo diritto di scrittore a ricercare la verità romanzesca, che è di un altro ordine rispetto a quella storica o sociologica. Quando parlo di parola vera, - dice Littell - intendo una parola che può rivelare i propri abissi, come è riuscito a fare Claude Lanzmann con le vittime di Shoah.
Nel libro si fa ampio uso di termini in lingua tedesca, sia per quanto riguarda i gradi militari dei personaggi e le azioni legate alla guerra e ai campi di concentramento, che per illustrare i concetti fondanti della Weltanschauung nazista. Dunque Volk, Blut, Boden e così via. Come ricorda Littell Man lebt in seiner Sprache (l'uomo vive nella propria lingua) e le parole dei burocrati nazisti lacerano il cuore e le viscere. Sonderbehandlung (trattamento speciale), Abtransportiert (trasportato altrove), Entpolinisierung (depolonizzazione), Ausrottung (sterminio) sono termini che ancora fanno gelare il sangue. Il lettore è costretto ad abituarsi all'uso continuo delle parole in tedesco. Mi è venuto in mente un film di qualche anno fa, “La passione” con regia di Mel Gibson, recitato in aramaico, lingua degli abitanti della Palestina, e in latino, parlato dall'esercito invasore. Varie analogie accomunano questo film al libro di Littell: l'uso della lingua come elemento forte di comunicazione, la crudezza della rappresentazione che non risparmia carne a brandelli e schizzi di sangue (nel libro c'è anche ampia descrizione di ogni tipo di secrezione organica, a compensare la mancanza di effetti visivi da macelleria, di cui invece il film è ricco), la sostanziale identità dei racconti, che entrambi narrano la storia di una tragedia e di una cattiveria assoluta. Con una differenza sostanziale: Gibson si mette dal punto di vista dei buoni, Littell fa raccontare la storia a un boia, fornendogli le armi della lingua letteraria.
E' questo che inquieta, ma insieme costituisce la forza del libro

(Rita Cavallari)


Jonathan Littell, Le benevole, Einaudi, 2007 [ *
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LA PORTA
post pubblicato in Szabò, Magda, il 20 dicembre 2007
 

L'uomo e il suo doppio, la persona e la sua immagine riflessa nello specchio: la letteratura offre innumerevoli esempi a cui possiamo rifarci. Penso a Don Chisciotte e Sancio Pancia, oppure a Don Giovanni e Leporello, rappresentazioni entrambe dell'antinomia servo – padrone. Ma qui è diverso. Il legame tra Magda ed Emerenc non è quello consueto tra una padrona di casa e la donna che provvede alle faccende domestiche: è un rapporto complesso, modulato su frequenze insolite, che arriva a toccare profondità insondabili.
I personaggi ricordano le eroine delle grandi tragedie classiche. Magda, che racconta la storia in prima persona, sembra vivere in compagnia delle Muse, sotto l'ombra di Apollo protettore della poesia, della letteratura, del teatro e di tutte le attività legate all'Arte. Emerenc, la vecchia col capo coperto da un fazzoletto che le nasconde i capelli, appare come una divinità ctonia, antica come la madre terra. Se pensiamo a Magda la vediamo nel suo studio, china sui tasti della macchina da scrivere, oppure a un ricevimento in suo onore, in un elegante abito da sera, o a un convegno ad Atene, in compagnia di scrittori e poeti. Intanto Emerenc, con una scopa in mano, ramazza il marciapiede per spazzare via la neve, fa il bucato in un grande calderone, oppure prepara pozioni salvifiche servite in calici di cristallo turchino. Della divinità ctonia ha tutte le caratteristiche: incarna forze oscure, sente la morte quando si avvicina, evoca tempeste e fenomeni naturali che ci rimandano ai culti infernali. Non va mai al tempio perchè non crede in dio, ma con i risparmi di tutta la vita intende costruire una grande tomba di marmo per sé e per i suoi morti.
Il rapporto tra Magda ed Emerenc ha un mediatore, il cane Viola, una sorta di “daimon” che senza parlare, col linguaggio semplice degli istinti primordiali, porta messaggi, dà informazioni, trasmette richieste e consegna risposte.
Della vita di Magda, fin dalle prime pagine, viene detto tutto. Sappiamo che è profondamente credente e partecipa con gioia ai riti della chiesa, conosciamo suo marito, scopriamo che ha perso da poco sua madre. La sua esistenza scorre in una limpida luce, l'oscurità non riesce a scalfirla.
Emerec è invece una persona misteriosa, circonfusa da un alone vagamente sulfureo. E' dal contatto fra le due donne, dai loro discorsi e dagli scontri che costellano vent'anni di vicinanza e familiarità che il romanzo prende forma. Emerenc emerge con la forza di una possente sibilla michelangiolesca, la sua figura grandeggia, Magda rimpicciolisce pagina dopo pagina, la sua luce si spegne, resta l'incubo ricorrente della porta con il telaio d'acciaio sempre chiusa e l'ambulanza con gli infermieri.
Cosa ci sarà dietro l'uscio? Con la sapienza degna di un consumato scrittore di gialli l'autrice ci conduce, pagina dopo pagina, davanti alla porta che custodisce il segreto di Emerenc, poi dentro la sua casa, ma ecco un'altra porta, sbarrata da una pesantissima cassaforte.
Ibant oscuri sola sub nocte per umbram perque domos Ditis vacuas.
“Sulla porta di Micene i leoni si mossero...”
“La tomba di Agamennone diventò più profonda.”
“Rovesciò le ciliegie nella marmitta. A quel punto tutto assunse l'aspetto di un mito, i frutti snocciolati, il succo che cominciava a fluire sempre più denso e copioso, come sangue da una ferita: ...”
“... un'eroina della mitologia antica sconvolta dal terrore alla vista di Medusa.”
Il sesto canto dell'Eneide è citato in due occasioni. I riferimenti ai miti sono soffusi con mano leggera. Tutti nodi si stringono fino alla catarsi finale, quando i segreti sono svelati e il Tempo si riappropria delle cose.
Belle le descrizioni dell'ambiente ungherese, interessanti i riferimenti alla storia del paese, poco conosciuta da noi.
La tragedia di Emerec è narrata con parole semplici e leggere, a volte si percepisce un'ispirazione che fluisce con immediatezza sulle pagine, quasi una poesia.
“... dalle tasche del suo grembiule inamidato saltavano fuori caramelline di zucchero avvolte nella carta frusciante e fazzoletti di tela che stormivano come colombi, era la regina della neve, la sicurezza, la prima ciliegia dell'estate, il tonfo delle castagne che cadevano dai rami d'autunno, la zucca alla brace d'inverno, la prima gemma nella siepe d'estate...”

Un grande libro.

(Rita Cavallari)


Magda Szabò, La porta, Einaudi, 2007 [ * ]


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