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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA MEDITAZIONE
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2016
 

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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 23 febbraio 2012

                                                                                                          

Questo libro, classificato come un saggio, è – secondo me – poco definibile. Si tratta di un libro di storia, nell’accezione comune. Ma una storia raccontata con garbo, brio e senza alcuna pesantezza, che – a mia memoria ormai lontana – era sempre presente nei libri scolastici che leggevamo per studiare tale materia.
L’autore, giornalista e scrittore, ha fatto una ricerca per rintracciare duecento dei sopravvissuti  alla  spedizione garibaldina e descriverne le azioni successive, nell’Italia che si avviava decisamente a festeggiare la raggiunta unità.
Non si è limitato soltanto a rintracciare questi duecento garibaldini (ex? non mi pare che avessero smesso di sentirsi tali, date le vite che hanno avuto). Al termine del libro è presente un elenco alfabetico di questi protagonisti, che invece, nella lettura del libro, è difficile seguire uno per uno nelle loro vicissitudini. Proprio per questo, il libro di Brogi è discretamente lontano dalla tradizionale ampollosità delle descrizioni storiche. Sembra invece che l’espressione del volto di Garibaldi riportato in copertina ci dica proprio: “...ecco, l’Italia che si è fatta è questa”, con riferimento al modo in cui l’autore segue la sorte dei vari personaggi che man mano fa vivere nel libro.
Si, li fa vivere: ci mostra spesso cosa facevano prima di partire con Garibaldi, e cosa fanno dopo il loro ritorno alla vita precedente, o nell’affrontare nuove esperienze – ad esempio l’emigrazione in Argentina, che forse emerge come uno dei fatti salienti di coloro che – motivati da quanto occorso loro durante l’esperienza dei Mille, ne vanno cercando di analoghe per cercare di ripercorrerla altrove.
Al di là delle vicende dei singoli – supportate dall’ottima ed esauriente bibliografia, suddivisa in testi generali e testi che parlano dei personaggi raccontati – il libro di Brogi è sicuramente un testo che racconta i costumi di quell’epoca (1860–1915). Ha il pregio che ogni capitolo riguarda alcune persone o anche una sola, ma sicuramente descrive un periodo e delle esperienze che si esauriscono col capitolo stesso, cosa che consente di leggerlo “a tappe”. E di pregi ne ha tanti altri; ma – a mio avviso – quello che lo caratterizza meglio è l’essere una testimonianza dei costumi dell’epoca che descrive.
Il libro è completato da cenni a tutti i duecento personaggi raccontati, riportati in un elenco alfabetico in calce al testo. Questo elenco è seguito da un elenco alfabetico dei sopravvissuti all’esperienza dei Mille (891) e da una esauriente bibliografia, già citata. Mi sento di consigliarne la lettura a chiunque fosse interessato al nostro Risorgimento.


(Lavinio Ricciardi)

 



Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

 

 

 

 

VIRGINIA BUFFA
post pubblicato in Tonelli, Valentina, il 17 dicembre 2011

Ho avuto modo di assistere – presso la Biblioteca Comunale di Villa Leopardi – alla presentazione di questa piccola ma deliziosa opera, che l’autrice ha voluto per rendere omaggio alla sua bisnonna. L’opera che è stata presentata non soltanto ai lettori del Circolo, di cui fa parte Luciana Raggi, che ha introdotto l’autrice assieme a sua figlia Giovanna Valori, ha visto l’accoglienza di una numerosa platea di attenti ascoltatori.
La mia prima impressione, mentre la Signora Tonelli parlava del suo libro, è stata quella di un tuffo nel passato.
Dalle parole dell’autrice, che – in gran parte – è intervenuta in modo spontaneo ed estemporaneo, arricchendo le conoscenze di chi – come me – aveva letto frettolosamente il libro prima della presentazione, il quadro dell’opera è stato ancor più vivo e apprezzabile. Non si è trattato di un puro riguardo alla bisnonna, né di una chiosa alla storia raccontata nel libro. L’uditorio ha potuto prendere conoscenza di alcuni fatti che hanno coinvolto la famiglia Buffa, cioè Virginia e il fratello Gaspare, insigne letterato, con particolare evidenza per la presenza di Garibaldi.
Ho potuto ulteriormente approfondire la lettura del libro nei due giorni successivi, e ne ho davvero tratto un bellissimo ritratto del tempo di Virginia (1835-1919) e dei ricordi che l’autrice, spesso aiutata dalla nonna, sua omonima, ci ha regalati nel libro. E uno dei tratti di questa storia, così ben narrata, è il riconoscerci nella protagonista e nei suoi entusiasmi prima di bambina e poi di adulta. Molte tra le vicende che il libro – e l’autrice nella sua presentazione – narra, hanno evocato nei presenti alcuni ricordi comuni delle rispettive vite. Questo potere è proprio di narrazioni spontanee, frutto dei propri ricordi – anche se Valentina Tonelli ci ha detto, e lo ha scritto verso la fine del libro – che la storia è stata frutto di ricerche attente nei luoghi (Cairo Montenotte e dintorni) in cui la bisnonna dimorava.
Non voglio raccontare la storia per non togliere a chi legge l’emozione di farlo. Il libro è poi corredato da ricchissime illustrazioni, che – solo a sfogliarlo – aiutano un lettore a rituffarsi nel tempo di Virginia: ritratti, illustrazioni di oggetti e fotografie di documenti autentici dell’epoca, poesie (una di esse è stata fatta ascoltare all’uditorio dalla cantante lirica Annalisa Raspagliosi, accompagnata al pianoforte dal maestro Ermenegildo Corsini, con pregevole risultato scenico), citazioni da testi di G. C. Abba, compagno dei fratelli Buffa. Sempre da parte del maestro Corsini, ci è stata eseguita una polka (ballo allora molto in voga) il cui spartito è presente nelle pagine finali del libro.
Insomma, una serata veramente bella e piacevole, come non capita sovente di trascorrere durante le presentazioni di opere scritte. Merito dell’ottima autrice, e di Luciana Raggi e Giovanna Valori che la hanno introdotta all’uditorio.  Alcuni particolari del libro sono stati testimoniati anche da un amico della signora Tonelli, ex dirigente delle Ferrovie.
Spero di poter contribuire, con questa mia presentazione, alla diffusione di un opera che riporta tutti noi ai “bei tempi andati”, anche per coloro che non possono – per ragioni di età – risalire a quegli anni. Leggere questo piccolo libro è un po’ come vedere un bel film su quel periodo della nostra storia.
 

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

Valentina Tonelli, Virginia Buffa (1835-1919), Calosci, 2011 [ * ]

 

ROMANTICA
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 2 dicembre 2011

   

Romantica. Mi hanno chiamato così. Cristina Belgioioso, principessa romantica.
Non perché mi piaceva il chiaro di luna. Il romanticismo, io, l'ho vissuto. Lo conosco. E' un fuoco dentro. Una luce che brilla negli occhi. Ansia di verità, ricerca di sé, scontentezza del presente e desiderio di qualcosa di nuovo. E' un modo di sentire il mondo. In tanti sentivamo così. Volevamo verità. La cercammo negli ideali, nelle visioni, nei sogni. Nella follia.
 
Era un periodo di polemiche e controversie, battaglie ideali e lotte politiche. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva. Volevamo cambiarlo. Gli uomini prima di noi si erano affidati agli strumenti della ragione, ai lumi, ma non erano serviti a portare giustizia e verità.
Venne il ciclone Bonaparte, poi il principe di Metternich che cercò di cancellarne le tracce. Era il 1815 e vecchi sovrani dalle parrucche imbiancate furono rimessi sul trono.
Ma le idee non muoiono. Sembrano scomparire, ma circolano e vagano e trovano nuove strade, come fiumi sotterranei che riemergono all'improvviso.
Ci voltammo indietro. Lo studio della storia ci aiutò a cercare il senso della vita. Studiammo il progredire delle civiltà, lo scorrere delle cose, il divenire delle idee. Scoprimmo che gli avvenimenti degli uomini non seguono i criteri della ragione.
Cercammo altro.
Volevamo libertà. Dignità. Eravamo pronti a sacrificare la vita. Parlavamo di lotta, martirio, sacrificio. La libertà si tingeva del colore del sangue.
Avevamo idee diverse, ma i confini dei nostri pensieri erano fluidi. Difendevamo il libero pensiero, ma avevamo fiducia nella Provvidenza, eravamo anticlericali, ma guardavamo al cristianesimo delle origini, che vedevamo riflesso nei principi del socialismo.
Avevamo tutti un unico credo: l'Italia libera, indipendente, unita.
 
Coltivavo amicizie sovversive e ribelli. Correvano parole infuocate: rivoluzione, lotta di popolo, repubblica. Fogli clandestini stampati nelle cantine le diffondevano per l'Italia. Così la ribellione individuale e il disagio interiore si trasformarono in lotta politica.
Quando la polizia austriaca stava per arrestarmi, fuggii a Parigi. Sola, perché il mio matrimonio era già finito. Senza un soldo, perché avevano sequestrato i miei beni. Avevo ventitré anni. Riuscii a portare con me solo dei libri.
 
Vivevo in una soffitta. Non sapevo accendere il fuoco, cucinare, lavare i pavimenti, stirare, tenere in ordine la casa. Non sapevo quanto costa un bicchiere di latte, o un uovo. Prima, di tutto quello che serviva, se ne occupavano governanti e cameriere. Io non sapevo neanche vestirmi da sola e non avevo mai avuto dei soldi in mano. Però sapevo riconoscere un tallero del sacro romano impero e sapevo quanto fosse raro un fiorino toscano dei secoli passati, o un doblone spagnolo dell'epoca della riconquista. E sapevo disegnare, dipingere, suonare il clavicembalo, cantare, ricamare. E fare conversazione.
Racimolavo qualche soldo facendo ritratti a carboncino e dipingendo ventagli, per non morire di fame. La notizia di una giovane principessa italiana in esilio, privata del suo patrimonio, che viveva d'espedienti, sepolta sotto un cumulo di libri, fece il giro di Parigi. Mi si aprirono tutte le porte. Conobbi scrittori, musicisti, filosofi, poeti. E scrivevo. Le mie dita erano sempre sporche d'inchiostro. Quando entravo in un salotto vedevo sorrisi ironici, mi guardavano le mani mentre le sopracciglia si alzavano in un'espressione di sorpresa. Scrivere, una donna, che bizzarria!
E' un romanzo? chiedevano.
E' un saggio, rispondevo.
Mi guardavano con aria interrogativa.
Sulla formazione del dogma cattolico, aggiungevo.
Cambiavano argomento, ma in realtà avrebbero voluto scoppiare a ridere. Si accettava che una donna scrivesse romanzi d'amore, o saggi di pedagogia, ma la religione era un argomento da uomini. E poi c'era una questione di fondo. Ero chiacchierata. La parola che si sussurrava era immoralità.
 
Nell'ambiente che frequentavo, intellettuale e anticonformista, non erano gli amori ad essere rimproverati. Era altro. La libertà. La libertà concessa alle donne risponde alle necessità maschili. Il loro spazio è quello della casa, della famiglia, dei figli. Salotto, tavola, letto. Amore. Sesso. Ma io volevo altro. Volevo cittadinanza nel mondo degli uomini. Avere voce nei luoghi della politica. Partecipare alle scelte. Significava oltrepassare i limiti. Dimenticare le virtù che convengono al sesso femminile. Era per questo che quarant'anni prima Olympe de Gouges era stata ghigliottinata. E per la libertà delle donne la rivoluzione francese non era servita.
Il mio libro, l' Essai sur la formation du dogme catholique, fu molto criticato. La Chiesa lo mise all'Indice.
 
In quel periodo tradussi in francese La scienza nova di Giovan Battista Vico e ne feci un commento. Spiegai che la storia è opera dell'uomo, ma l'uomo è guidato dalla Provvidenza. Nella storia c'è la mano di Dio. Credevo in Dio, un Dio misericordioso ed infinitamente buono, un Dio che voleva l'Italia libera, indipendente, unita. Per me credere era una speranza, credevo in un mondo nuovo, più giusto e più felice.
Per questo ideale avevo sacrificato ricchezza e sicurezza, e vivevo in esilio, povera.
 
Ma Dio vede e provvede. Il governo austriaco mi restituì le terre che possedevo in Lombardia. Nel 1835 mi ritrovai di nuovo ricca. Potevo aprire un salotto tutto mio, che diventò luogo di ritrovo degli intellettuali italiani esiliati per motivi politici. Repubblicani che progettavano l'insurrezione delle masse popolari, monarchici liberali che speravano in un'Italia unita sotto la dinastia sabauda, riformisti che pensavano ad una confederazione di stati, sul modello della Svizzera. Vi si incontravano poeti, filosofi, musicisti, da tutta Europa. Liszt, Bellini, de Musset, Heine, Theophile Gautier, Merimee, Balzac. Il più brillante salotto di Parigi. E io ne ero il centro.
 
A Parigi circolavano le idee di Saint- Simon. Si parlava di solidarietà sociale. Di progresso. Delle condizioni di vita dei lavoratori e di riorganizzazione dei sistemi produttivi. Di riforme. Decisi di mettere in pratica questi principi, che esistevano solo sui libri. Tornai in Lombardia, nelle mie terre, e rivoluzionai tutto.
 
Conoscevo la povertà della popolazione contadina, l'analfabetismo, l'ignoranza, la miseria, la mortalità infantile. Cominciai dalle scuole, con asili, scuole elementari, scuole professionali per agronomi e agrimensori. Pensai alle famiglie e realizzai una grande sala riscaldata dove venivano serviti pasti caldi, capace di contenere 300 persone. Pensai alle donne e fondai una scuola di lavori femminili. Ne uscivano sarte, guantaie, ricamatrici, modiste. La possibilità di un lavoro dava dignità. Acquistavano la consapevolezza del loro valore. Il senso di sé. Aprii anche una scuola di canto. Il 21 marzo 1845, venerdì santo, il mio coro di contadini cantò in chiesa, a Locate, lo Stabat Mater di Rossini. Un brivido mi correva nella schiena. In quel momento seppi che tutto al mondo può succedere.
Scrissi una lettera ai proprietari terrieri proponendo un'azione comune per diffondere le riforme sociali. Solo Alessandro Manzoni rispose, criticando la mia mania di insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Disse: quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?
 
In quegli anni, dal 1840 al 1847, affilai la mia penna. La resi agile, pronta, tempestiva, una penna da giornalista.
 
La stampa è il male di questo secolo, dicevano i benpensanti, e i governi reazionari temevano i giornali più delle canne dei fucili.
Avevano ragione. Le nuove macchine da stampa erano veloci, semplici, economiche. Le idee in un lampo si materializzavano, si diffondevano, facevano discutere. I giornali non erano più destinati solo ad un ristretto circolo di ricchi intellettuali, arrivavano ad un pubblico vasto. Leggendoli, una gran quantità di uomini e donne aveva accesso a un sapere comune, nello stesso momento. I giornali varcavano frontiere. Seminavano speranze. Diventavano la base fondante dell'azione politica.
Volevo sostenere le iniziative dei patrioti nella lotta per l'Italia unita, libera e indipendente. Formando un'opinione pubblica. Con un giornale. Un giornale politico.
 
Finanziai La gazzetta italiana e ne presi la direzione, tra la disapprovazione di tutti. Anche i miei amici con le idee più liberali trovavano che la politica non è una cosa da donne. Una donna non mette il proprio nome su un giornale. Un giornale non è un libro. Passa di mano in mano. Fosse stato un giornale sulla scuola, o sull'educazione...sono argomenti che anche una donna può trattare. Ma erano articoli di storia, economia, scienze sociali, che facevano ampio uso di statistiche, tutti concetti e strumenti maschili. Non si fa.
Ma io lo feci. La gazzetta italiana, stampata a Parigi, uscì per un anno, una volta alla settimana.
 
Poi fondai un giornale mensile, L'Ausonio, stampato sempre a Parigi. Ogni numero, di ottanta pagine, conteneva un articolo di politica, uno di letteratura, uno di carattere scientifico. C'era anche un elenco delle novità editoriali italiane e la cronaca degli ultimi avvenimenti. Lo stile era semplice, di taglio narrativo, ma i dati scientifici erano documentati e precisi, ricchi di informazioni statistiche e di elementi reali raccolti sul campo. Prove e dati veri, non chiacchiere.
La mia linea politica era moderata: attraverso il dialogo volevo ottenere riforme sociali giuridiche e amministrative. Era un giornale filomonarchico, perché secondo me il popolo italiano non era ancora pronto per la repubblica, che richiede una coscienza nazionale salda e formata. L'unica speranza per l'Italia era la dinastia piemontese, i Savoia.
Sull'Ausonio scrivevano i letterati più in vista: Cesare Balbo, Ruggero Bonghi, Angelo Brofferio, Massimo d'Azeglio, Niccolò Tommaseo. Misi a segno un colpo giornalistico che fece rumore. Pubblicai una lettera di Manzoni a Massimo d'Azeglio, sul romanticismo. Manzoni scriveva che la letteratura doveva proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. In ogni argomento si doveva ricercare il vero storico e il vero morale, uniche sorgenti del bello. Manzoni si irritò molto quando la vide sul giornale.
Pubblicai l'Ausonio dal 1846 al 1848.
 
Nel 1848 il mondo si rivoltò, nulla fu più come prima.
Un vento di novità scosse la penisola, sull'onda dell'elezione di papa Mastai Ferretti, Pio IX, che concesse ai suoi sudditi la Costituzione. Uno dopo l'altro i regnanti italiani, spinti dalle proteste popolari, promulgarono anche loro una carta costituzionale. Il potere assoluto sembrava tramontato per sempre. Tranne che nel lombardo-veneto.
 
Ma i milanesi erano in fermento. Per colpire le finanze statali avevano smesso di fumare. I sigari, su cui gravava una forte tassa, restavano invenduti nelle botteghe dei tabaccai. Le provocazioni contro la polizia erano all'ordine del giorno. D'improvviso, tutti insieme, i milanesi giravano la fibbia del nastro che decorava il cappello, o ne alzavano la tesa in modo insolito e bizzarro, oppure lo ornavano con una piuma colorata. La polizia sospettava segnali segreti e faceva decreti che regolavano la foggia dei cappelli. E i milanesi inventavano qualche altra stranezza.
Gli studenti trascuravano le scuole. Passavano le ore del giorno negli esercizi militari e la notte, rintanati in luoghi nascosti, preparavano cartucce da fucile. Ogni cortile, ogni giardino racchiudeva casse d'armi e di munizioni, sepolte o murate. Cento volte al giorno i ragazzi mettevano a rischio la vita, o si esponevano ad inutili pericoli. Il sangue ribolliva, le provocazioni correvano.
Ero a Napoli quando giunse la notizia che Milano, il 18 marzo 1848, si era sollevata e in cinque giorni di battaglia, combattuta sulle barricate, strada per strada, aveva messo in fuga l'esercito austriaco.
Formai un battaglione di volontari napoletani, duecento giovani, presi a nolo una nave e salpai verso Genova. Non dimenticherò mai la sera della partenza. Le armi dei volontari luccicavano sul ponte, il mare era coperto di barchette accorse a salutarci. Come il bastimento levò l'ancora si alzò un grido: vi seguiremo, verremo tutti a combattere!
Le mie mani stringevano il tricolore quando entrai a Milano. Le campane suonavano, mille bandiere si agitavano, dai balconi le donne lanciavano coccarde bianche, rosse e verdi al nostro passaggio. I milanesi affollavano le strade, per respirare a cielo aperto quello spirito di libertà che quasi li soffocava. Esclamazioni, domande, un brulichio di popolo che correva incredulo della propria indipendenza conquistata col sangue, signore di se stesso, commuoveva il cuore e accendeva il desiderio. Inseguire gli oppressori, combattere, vincere, unire in una sola patria un popolo oppresso e diviso. Quei giorni tutti erano veramente fratelli, Milano era bella, libera, forte, risoluta.
Poi giunse la notizia che l'esercito piemontese, guidato dal re Carlo Alberto, si avvicinava per portare aiuto al popolo lombardo.
Fu allora che iniziarono polemiche e divisioni. Abbiamo cacciato i Croati e arrivano questi altri, diceva la gente con insofferenza parlando dei piemontesi. Le tre anime della politica milanese, monarchici-liberali, repubblicani-mazziniani, federalisti, iniziarono a disquisire, a farsi lotta, a danneggiarsi l'un l'altro. Invece di essere uniti contro l'esercito austriaco questionavano e polemizzavano.
 
Da tutta Italia giungevano battaglioni di volontari. Erano giovanissimi, lieti e spensierati. Non sapevano nulla di arte militare, portavano scarpe da passeggio e con armi antiquate inseguivano il generale Radetsky sostenuto dai suoi reggimenti e dalla sua possente artiglieria. Addio mio bella addio, l'armata se ne va, se non partissi anch'io sarebbe una viltà, cantavano i volontari toscani. E i volontari genovesi cantavano Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta, un inno composto da Goffredo Mameli. Anche i lombardi formarono un battaglione di volontari, i bersaglieri di Luciano Manara. Manara aveva 23 anni e aveva lasciato la moglie e tre figlioletti per combattere in nome dell'Italia unita.
Anch'io avevo lasciato Maria, che aveva dieci anni. Mia figlia, nata a Parigi.
 
Il governo provvisorio diffidava dei combattenti improvvisati. Quando andai a riferire che migliaia di napoletani volevano correre in aiuto della Lombardia mi risposero: Dio ci scampi da tale esercito!
 
Mazzini, giunto a Milano, lanciava proclami sulla guerra del popolo, che ormai era vinta, e non c'era che dar piglio alle scope per ricacciare gli invasori al di là delle Alpi. Il governo provvisorio, riposando sugli allori dei cinque giorni, assisteva sogghignando agli sforzi dei piemontesi, che non riuscivano a liberare la Lombardia. I cinq giurnat divennero manifestazione di gloria municipale, da gettare in faccia ai piemontesi che lottavano sul campo di battaglia mentre i capi-popolo, seduti al caffè, aspettavano vittoria e libertà.
Io soffrivo le discordie e le divisioni. Non volevo stare né da una parte né dall'altra e volevo costituire un partito che, prendendo il meglio della parte repubblicana, rimanesse nell'alveo monarchico e volesse fare l'Italia. Usai di nuovo le pagine stampate e fondai un nuovo giornale, Il Crociato. Sul primo numero, il 18 aprile 1848, scrissi: “La nostra rivoluzione deve avere lo scopo di restaurare la dignità del popolo.”
Era un unico foglio di quattro facciate. Usciva due o tre volte alla settimana ed il suo motto era Italia Una! L'editoriale del primo numero si chiudeva con queste parole: Indipendenza, Libertà, unità, democrazia. Sul numero del 16 maggio scrivevo: L'Unità d'Italia come scopo; La monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo (...)la casa Savoia come strumento della Provvidenza (...) E' questa la professione di fede del Crociato.
 
Scrissi una lettera a Carlo Alberto, proponendomi come mediatrice tra le varie posizioni. Cadde nel vuoto. Il 4 agosto del 1848 Carlo Alberto, tra polemiche e sommosse di popolo, abbandonò Milano e la Lombardia. Gli austriaci ritornarono. Centomila lombardi fuggirono in Canton Ticino. Io ritornai in Francia.
 
La guerra di liberazione continuava a Venezia, i disordini serpeggiavano in Toscana e negli stati pontifici.
Pio IX, il 4 novembre 1848, fuggì a Gaeta, di notte, travestito da frate. I romani formarono un governo provvisorio ed elessero a suffragio universale l'assemblea costituente. L'assemblea mise in discussione il potere temporale dei papi, un principio che aveva più di mille anni, sancito da Carlo Magno. E non c'erano solo i mazziniani (anticlericali per definizione) a volerlo distruggere, ma anche i cattolici. Il più ascoltato paladino della fine del potere temporale fu Savino Savini, bolognese, che si appellò ai principi del cristianesimo: “Non esiste in politica e in religione fatto più mostruoso, colpevole e anticristiano di questo; come rappresentanti di un popolo cristiano, alzando il Vangelo, sentenziamo una volta per sempre che i papi non debbono sedere in sedia di re, che il loro regno non è di questa terra.”
Il 9 febbraio 1849, all'una di mattina, l'assemblea decretò la decadenza del papato e votò la repubblica come forma di governo dello stato romano. Come bandiera fu scelto il tricolore italiano.
Goffredo Mameli era a Roma. Quel giorno stesso mandò un telegramma a Mazzini, che si trovava a Firenze: Roma, Repubblica: venite! Mazzini venne il 5 di marzo. Entrò a piedi, al tramonto, da Porta del Popolo, deciso a fare di Roma la capitale d'Italia.
 
Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Repubblica Romana, giovane di forze e di entusiasmi, che sentiva contro di sé l'anatema e la scomunica papale, la minaccia della reazione, il pericolo di un intervento armato da parte di qualche potenza straniera. L'assemblea costituente lavorava giorno e notte, con l'assillo di chi sente il nemico alle porte, ma sa di lavorare per l'eternità.
I provvedimenti legislativi si susseguivano in modo frenetico. Fu abolito il tribunale del Sant'Uffizio, la tristemente famosa Inquisizione, e furono liberati i prigionieri. Tra questi c'erano due monache, colpevoli solo di essersi innamorate. Il popolo romano, che odiava lo strapotere ecclesiastico, voleva distruggere l'edificio, come i francesi, che nel 1789 avevano raso al suolo la Bastiglia. Li trattennero a stento.
Furono requisiti i beni ecclesiastici, fu modernizzato il sistema fiscale, riformato il codice civile. Fu abolita la pena di morte.
La cittadinanza era tranquilla. Non esisteva opposizione. I romani erano talmente stanchi di abusi e vessazioni del governo papale che si erano affidati serenamente al governo repubblicano. La consapevolezza di stare vivendo una straordinaria avventura, la sensazione del pericolo, il desiderio di dare al mondo un'immagine di coraggio e forza, riunì tutti i pensieri in uno solo ed assopì odi e discordie. Roma, sotto la repubblica, divenne una città ordinata, concorde in uno scopo generoso.
Vi erano gli esagitati che volevano devastare i conventi e saccheggiare le chiese. Furono tenuti a freno. Si disse loro che in caso di invasione gli arredi, i banchi e i confessionali potevano essere utili per costruire barricate, come quelle che a Milano avevano messo sotto scacco gli austriaci. Tanto bastò. Qualcuno cercava di creare allarmismo, dicendo che le statue dei santi, nelle loro nicchie, avevano alzato il capo verso il cielo con i volti rigati di lacrime. Nessuno prestava ascolto. Le funzioni religiose si svolgevano come sempre e i riti di Pasqua furono celebrati regolarmente. Anche Mazzini vi partecipò. Commentò che la gran bellezza delle funzioni religiose è il fondamento su cui si regge la religione cattolica.
 
Nel marzo 1849, nei giorni della sconfitta di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto, Mazzini mi invitò a raggiungerlo a Roma. Le nostre idee politiche erano diverse, ma in quel momento difficile era necessario essere uniti. Andai.
La giovane repubblica si preparava a combattere. Pio IX aveva chiesto aiuto alle potenze europee e fu la Francia di Luigi Napoleone, allora non ancora imperatore, a raccogliere il suo grido di dolore.
La flotta francese occupò il porto di Civitavecchia e l'esercito scese su Roma. Si accamparono lungo la via Aurelia, fuori porta San Pancrazio, e misero sotto assedio la città.
 
Ero attonita, incredula. Mi sembrava impossibile che il popolo francese facesse guerra a uno stato retto da un governo democraticamente eletto, lo diceva la loro stessa Costituzione, che proibiva guerre di conquista e azioni contro la libertà dei popoli. Il papa se n'era andato di sua volontà, nessuno l'aveva minacciato, Roma era rimasta abbandonata a se stessa e attraverso elezioni democratiche si era data la repubblica come sistema di governo. La pratica religiosa era garantita, la vita scorreva senza traumi, il popolo romano viveva in pace, pago della libertà che era giunta come un dono di Dio. L'esercito francese, perché?
Dal mondo intero giunsero a difendere la Repubblica. Uomini e donne. La giornalista americana Margaret Fuller spediva articoli al di là dell'oceano e gridava a tutto il mondo che la Francia si stava ricoprendo di vergogna.
Roma sembrava Milano nei mesi della sua libertà. Moltitudine di bandiere, coccarde, sciarpe. Moltitudine di lingue e di parlate. Tante divise di soldati. La guardia nazionale. I battaglioni di carabinieri. Reggimenti di cavalleria. I volontari di Garibaldi. I bersaglieri lombardi di Luciano Manara.
Conoscevo Manara, aveva combattuto a Milano durante le cinque giornate. Sulla fibbia della sua cintura era incisa una croce sabauda. Manara e i suoi amici, Enrico Morosini e i fratelli Dandolo, erano monarchici e non lo nascondevano. Erano venuti a difendere l'Italia dagli stranieri, non a sostenere una fazione politica. I mazziniani dicevano che i bersaglieri lombardi erano un corpo militare aristocratico, loro rispondevano che consideravano questo appellativo un elogio, in bocca a rivoluzionari da caffè.
 
Il governo provvisorio organizzò la difesa. A me fu chiesto di mettere in piedi le ambulanze militari e gli ospedali della sanità pubblica. Dovevo dirigere il comitato di soccorso, insieme a Enrichetta Pisacane, Giulia Paolucci, e Margaret Fuller. Spesi in questo compito le mie energie e la mia capacità di azione. Misi alla porta monache e preti. Negli ospedali romani i malati furono affidati a medici e infermiere. Lanciai un appello alle donne romane perché mi aiutassero ad assistere i feriti e offrissero i materiali necessari per fasciature e medicazioni. Si presentarono centinaia di donne, di tutte le classi sociali, nobili e popolane. Anche qualche prostituta. Feci una drastica selezione. Ne scelsi trecento e insegnai loro le nozioni basilari.
Sapevo molto di medicina. Perché dovevo curarmi, con polveri, pasticche e sciroppi. A vent'anni avevo avuto la sifilide. Presa da mio marito. Per questo ci eravamo separati. La conoscenza che avevo dei farmaci fu utile, in ospedale, per curare febbri e infezioni.
Era la prima volta che veniva messa in piedi una struttura organizzata per l'assistenza ai feriti in combattimento, con ambulanze militari, medici, infermiere, puntando l'attenzione sull'assistenza e la cura. Florence Nightingale l'avrebbe fatto diversi anni dopo, nella guerra in Crimea, ma la prima sono stata io, a Roma.
 
Il 30 aprile del '49 le campane di Montecitorio e del Campidoglio incominciarono a suonare a stormo. Era l'allarme. I cannoni francesi tuonavano contro le mura e i bastioni, alle spalle del Gianicolo. Il generale Oudinot contava su un'insurrezione all'interno della città. Si aspettava che Roma si sollevasse contro i faziosi che la opprimevano, aprendo le braccia ai francesi liberatori. I romani invece resistettero. I giovani combatterono come leoni, la popolazione amava i soldati e li sosteneva in ogni modo, le donne curavano i feriti negli ospedali. Qualcuna, vestita da uomo, combatteva sui bastioni.
L'assalto francese fu respinto e 520 soldati furono fatti prigionieri. Molti erano feriti e furono ricoverati negli ospedali romani.
Anche le truppe borboniche combattevano contro di noi e soldati napoletani feriti giungevano nei nostri ospedali. Quando da un letto si udiva il lamento mannaggia Pio IX! era un soldato dell'esercito borbonico che imprecava contro il papa.
I feriti raccontavano le storie dei campi di battaglia. Di Garibardi e delle sue truppe che sembravano una tribù indiana. Nella loro camicia rossa, privi di ornamenti e distintivi, col capo coperto da strani berretti, a cavallo di selle americane, correvano, sbandavano, si raccoglievano, attivi, avventati, infaticabili. Ognuno si occupava personalmente del suo cavallo e, utilizzando la sella, piantava la tenda. Se non avevano viveri saltavano a nudo sul cavallo e prendevano al lazo il bestiame brado, arrostendolo lì per lì. Garibaldi, che soffriva di dolori alle ossa al punto tale che era necessario portarlo a spalle su per le scale della Cancelleria, quando era in sella diventava una furia. Raccontavano anche che a volte si vestiva da contadino e andava in perlustrazione per borghi e campagne, a piedi.
 
Le infermiere lavoravano senza risparmiarsi. Erano oggetto di maldicenze e di critiche feroci. Si diceva che girassero tra i malati in abiti scollacciati. Che la loro presenza facesse salire la temperatura e provocasse complicazioni. Che a causa loro si morisse nel peccato, privi dei conforti religiosi. Un gesuita, padre Bresciani, definì le mie infermiere “svergognate, che tenean luogo del demonio tentatore al capezzale di quegli infelici”, e di me disse che ero “sfacciata ed impudente”.
Si scomodò anche Pio IX. Con un'enciclica, la Noscitis et Nobiscum. Lamentava, testualmente, che “più d'una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice”.
La sfacciata meretrice ero io.
Risposi per le rime. Difesi a spada tratta le mie infermiere. Quando le avevo scelte non avevo i mezzi per indagare la loro condotta passata, ma avevo visto nei loro cuori. Tutte, le più morigerate come quelle dalla vita più difficile, erano state giorno e notte al capezzale dei feriti, senza ritrarsi davanti alle fatiche più estenuanti né agli spettacoli più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle truppe francesi.
 
A Parigi infuriavano le polemiche contro l'intervento militare a Roma, ma Napoleone, da poco presidente della repubblica francese, tenne duro. Davanti ai bastioni del Gianicolo iniziò una lenta guerra di posizione, con il generale Oudinot che giorno dopo giorno scavava trincee, posizionava cannoni, conquistava avamposti. I nostri si asserragliavano a Villa Savorelli, combattevano tra le vigne e gli orti, nelle strade di campagna. Quando suonava l'assalto si lanciavano in un impeto di coraggio e il nemico arretrava stupefatto di fronte agli sforzi disperati di un esercito i cui soldati morivano da eroi. Luciano Manara, a Villa Spada, cercava di resistere, tra i colpi di fucile che rimbalzavano sulle pareti, le mura che crollavano sotto le cannonate, l'aria impregnata di fumo e di polvere, i gemiti dei feriti, il pavimento insanguinato che scivolava sotto i piedi.
 
Nessuno può immaginare la realtà dolorosa di Roma durante i bombardamenti francesi. Ogni sera stringevo mani di soldati feriti, sapendo che era l'ultima volta. Le mie notti erano popolate da incubi: l'indomani, al mio risveglio, non avrei trovato vivi tanti che con voce flebile mi avevano augurato un sonno tranquillo. Al mattino, le lenzuola rovesciate sul guanciale davano il conto dei morti.
Morirono combattendo Enrico Dandolo, Luciano Manara ed Emilio Morosini e con loro tanti giovani venuti a difendere la libertà.
Goffredo Mameli fu colpito ad una gamba. Una cosa da nulla, disse il chirurgo, ed estrasse la pallottola dalla ferita, ma dimenticò di tirar fuori lo stoppaccino, che fece infezione e provocò la cancrena. Gli fu amputata la gamba. Era all'ospedale della Trinità dei pellegrini. Quando di notte la febbre non gli dava tregua gli stavo vicino e gli leggevo qualche pagina dei romanzi di Dickens.
 
Resistere ancora era solo un suicidio. Un'occupazione in armi avrebbe causato enormi danni alla popolazione civile. La città si arrese. Garibaldi radunò i soldati a piazza San Pietro e invitò chi non voleva deporre le armi a seguirlo. Prometteva fame, sete, pericoli, combattimenti. Lo seguirono in quattromila.
Il 4 luglio i francesi entrarono a Roma. La città li accolse con strade deserte e botteghe chiuse, in un silenzio spettrale. Nello stesso giorno l'assemblea costituente, riunita sul Campidoglio, promulgava la Costituzione.
Mameli agonizzava divorato dalla febbre. Morì il 6 luglio, con i francesi padroni della città.
Mazzini lasciò Roma il 13 luglio. Si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, con un passaporto degli Stati Uniti d'America intestato a Roger Moore.
 
Io non volevo lasciare i miei feriti. Mi tolsero la direzione degli ospedali e costruirono nei miei confronti un vero e proprio castello accusatorio. Mi si addebitava un comportamento scandaloso; si diceva che avevo affidato i malati a donne che praticavano la prostituzione, e anche che mi ero appropriata dei fondi destinati alle ambulanze militari e alla cura dei feriti. Furto. Un'accusa infamante. Mi preparavo a difendermi quando mi giunse una notizia confidenziale. Sul tavolo di un cardinale c'era un fascicolo col mio nome. Oggetto del fascicolo era: sentimenti irreligiosi. Un sacerdote a cui, nei giorni della repubblica, avevo salvato la vita, mi consigliò di lasciare Roma. Subito.
 
Non sapevo dove andare. Era impossibile tornare a Milano, dove gli austriaci avevano spazzato via ogni fermento di libertà. In passato Parigi era stato il mio rifugio, ma dopo i bombardamenti su Roma, dopo i morti, sentivo orrore all'idea all'idea stessa di metterci piede.
Pensai di fuggire in Inghilterra, poi il pensiero di trovarmi in mezzo a tanti esuli italiani, a fare i soliti discorsi di sempre, monarchia o repubblica, stato unitario oppure confederazione, no, non potevo. Non ora. Non dopo la strage romana. E Mazzini che parlava di martiri. Londra no.
Avevo creduto nell'Italia, una, libera, indipendente. Tutta la mia passione era stata spesa per la costruzione della nazione. Le mie ragioni giravano l'Europa stampate sulla carta dei giornali. Credevo nel dialogo e nelle riforme. Ma a Roma le mie mani erano diventate rosse di sangue. Goffredo Mameli era morto tra le mie braccia, il suo ultimo sguardo smarrito si era posato su di me. Aveva vent'anni. Le mie passioni, le mie ragioni, crollavano, ed io mi sentivo persa, senza patria, senza amici, in un mondo che avevo cercato di cambiare senza riuscirci.
Pensai a Maria, mia figlia, che cresceva tra governanti e istitutrici. Era venuto il momento di occuparmi di lei e insieme di me stessa. Ricucire i brandelli della mia vita e tessere la trama della sua.
 
All'ospedale della Trinità dei Pellegrini c'era un soldato ungherese, venuto come tanti a difendere la repubblica, ferito ad una spalla da un proiettile francese. Aveva viaggiato a lungo per l'impero ottomano e raccontava di vallate coperte di boschi, pianure sterminate percorse da greggi, pastori che parlano con la luna e conoscono il linguaggio delle stelle. Tutto il nostro sapere negli occhi di un pastore che segue il corso di Orione e osserva le Pleiadi. Coltivare la terra. Raccogliere i frutti. Piantare radici. Vivere delle proprie capacità, col proprio lavoro, in una comunità in cui ciascuno coopera con gli altri. Ripensai agli anni di Lonate, le scuole, l'asilo, le lezioni di canto alle ragazze del paese. Ma non potevo tornare a Lonate.
Partii per la Turchia.
 
Acquistai una tenuta agricola. La località si chiamava Cakmakoglu, a metà strada tra Costantinopoli ed Ankara. Era una valle attraversata da un fiume, tra montagne boscose, pascoli sterminati, gole rocciose e torrenti che rimbombavano tra i massi. Ogni tanto un villaggio di pastori, case e stalle costruite intorno ad una fontana. Si raccontava di tesori nascosti nelle caverne, di gallerie scavate nella roccia, di città sotterranee dove si riunivano tribù di predoni.
Riorganizzai la fattoria, acquistai greggi, costruii nuove case per i contadini. Comprai per Maria un cavallino di Mitilene, con una sella di velluto e borchie dorate, ed una briglia di seta amaranto e fermagli d'argento. Cavalcava vestita come una bambina turca, con i pantaloni di cotone stampato fermati alla caviglia da un cordoncino, una camicia bianca lunga sui fianchi come una gonnella, un corsetto a righe gialle e rosse, stretto in vita da una fascia uguale. Sui capelli intrecciati portava un fez e un fazzoletto di mussola che sventolava come una vela. Solo un gallone dorato sul corpetto distingueva l'abito di Maria da quello della pastorella Emina.
 
Nei boschi intorno alla fattoria raccoglievo erbe medicinali. Radici. Bacche. Ne facevo polveri per abbassare la febbre, tisane e decotti per donare serenità e allontanare incubi notturni. La mie mani erano macchiate di verde e violaceo, graffiate di spine. Le donne turche venivano da me per farsi curare. Imbacuccate sotto veli e mantelli, si toglievano le cappe scure in cui erano avvolte e mostravano eczemi e irritazioni della pelle. Oppure chiedevano consigli per rimanere incinte. Alcune si liberavano degli abiti tremando. Altre rifiutavano anche di togliere il velo che le copriva sul viso.
A Parigi avevo letto racconti che descrivevano le donne turche come odalische, bajadere e danzatrici del ventre. Le avevo viste rappresentate nei dipinti come creature opulente e sensuali, pronte a rispondere ai desideri maschili. Trovavo invece persone ricche di vita e di interessi con cui confrontarmi. Io ero la donna-medico, le mie mani entravano in contatto col loro corpo, era questo il tramite reale e simbolico su cui costruire un dialogo.
Entrai negli harem. Harem di uomini ricchi, di poveri, di turchi religiosi legati alle tradizioni e di turchi progressisti occidentalizzati.
Ho conosciuto donne che mi guardavano dritte negli occhi, da pari a pari, parlando dei loro problemi. Donne che difendevano i loro ambiti di libertà con ogni mezzo. Donne di campagna che vanno ai bagni infagottate in panni e mantelli e donne di Costantinopoli che hanno smesso di coprirsi il viso. Donne povere costrette a servire e donne che disponevano liberamente di beni e denari di loro proprietà, usandoli senza chiedere il permesso al marito. Negli harem vivono delle persone, le odalische vivono nei sogni degli uomini europei.
I turchi trattano le donne con grande gentilezza, come oggetti delicati, da maneggiare dolcemente, per paura di sciuparle e per conservarne la bellezza, ma senza concedere loro né stima né fiducia. Le donne si difendono nascondendo la loro forza e mostrandosi deboli. Usano con gli uomini lusinghe e blandizie, ma non temono di ricorrere ad inganni ed intrighi.
Girando per gli harem ho conosciuto tante storie. Ne ho tratto lo spunto per scrivere, in francese, racconti di ambiente turco. Ebbero un grande successo a Parigi.
 
Poi l'incidente. Una lite in casa tra la governante inglese e un esule italiano che avevo accolto nella fattoria, finisce in tragedia. L'uomo mi sferra una coltellata sul collo. Salvo la vita ma qualche nervo resta leso. Non riuscirò più a tenere alta la testa. Il mio collo si piega in giù, devo guardare verso la terra. Mi curo da me. Controllo la ferita con uno specchio, do istruzioni su come medicarla, mi faccio praticare un salasso.
Decido di rientrare in Lombardia. I miei avvocati hanno concluso un accordo che cancella le accuse di sovversione che pendono contro di me. E' il 1855.
 
Quello che avevo sognato, l'Italia una, libera e indipendente, sembra per miracolo realizzarsi. Con i Savoia. Con l'aiuto di Napoleone III. Senza Mazzini. Con Garibaldi che sconfigge i Borboni al grido “Italia e Vittorio Emanuele!” Alla fine ha capito anche lui che per unire l'Italia serviva la monarchia! Ora vive a Caprera. mentre Mazzini continua a viaggiare per l'Europa sotto falso nome.
Nasce il Regno d'Italia, a cui si aggiunge Venezia e, il 20 settembre 1870, Roma.
 
Voglio andare a Roma. Devo vederla, adesso.
La città che ho conosciuto un tempo pigra e disincantata, abbandonata in un tramonto millenario, e poi eroica nella lotta per la libertà, la città che sotto i bombardamenti ha scritto la Costituzione Repubblicana, la Roma che ho amato e sognato, ora è capitale d'Italia.
A Milano prendo il treno. Percorro regioni un tempo divise, ora unite in un'unica nazione, e giungo fino a Roma. Fervono i lavori al Quirinale in attesa dell'arrivo di Vittorio Emanuele. Pio IX è chiuso in Vaticano.
 
La città è ridente sotto il sole. Carretti di frutta e verdura, spinti da uomini che corrono al mercato, qualche carrozza per le strade principali, un piccolo gregge di pecore che si abbevera a una fontana, le donne che riempiono le conche di rame. Incrocio un uomo ben vestito, dalla barba curata e il cappello a tuba. Sì, è lui, il chirurgo che operava all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Mi passa vicino senza un cenno di saluto. Forse sono troppo cambiata, non mi ha riconosciuto. Oppure si ricorda ancora le mie sfuriate, quando i medici entravano in corsia con le zimarre impolverate e operavano i malati senza nemmeno lavarsi le mani. Loro si andavano a lamentare con Mazzini del mio carattere impossibile. Mazzini parlando di me mi definiva un vero tormento. Ma io non posso dimenticare che Mameli è morto a vent'anni per la dabbenaggine di un chirurgo.
Mi incammino verso il Campidoglio. Dei bambini lanciano sassolini contro un muro, delle bambine giocano con brandelli di panno cercando di vestire una bambola di pezza. Due uomini maturi, dall'aria posata, vengono dal lato opposto della strada, discutendo tra loro. Mi guardano, mi hanno riconosciuto, alzano un sopracciglio, riprendono a parlare. Sono due avvocati, facevano parte dell'Assemblea Costituente, nelle sale della Cancelleria si inchinavano di fronte a me.
Cammino per le strade come un fantasma, senza forma e senza peso. Un'ombra venuta dal passato, un'alzata di spalle la dissolve.
Giro per Piazza Montanara. Le case sono poco più che catapecchie, ammassate tra vecchi ruderi e marmi smozzicati.
“Principessa!”
Una donna si alza dall'uscio di un'osteria e mi viene incontro tendendomi le braccia, il viso aperto in un sorriso.
“Principessa, cosa fa qui?”
Santina, infermiera a Santa Maria della Scala. Più di vent'anni fa. Giovanissima, allora. Ancora bella, oggi. Mi abbraccia e scoppia a piangere.
Le mie infermiere. Tutti criticavano, allora. Adesso in tutto il mondo civile negli ospedali il lavoro di cura del malato è compito di infermieri e infermiere.
Mi vengono incontro le immagini della mia vita.
Il salotto di Parigi.
Le scuole a Locate.
I volontari napoletani che combattono per la libertà di Milano.
I libri che ho scritto.
I giornali.
Mi accusavano di essere monarchica e amica dei Savoia. Ma per Vittorio Emanuele, re d'Italia, io non esisto.
Non esisto per nessuno.
Nello spazio della polis le donne non esistono. Lì si fa politica. Si sceglie. Ho creduto che anche le donne dovessero esserci. Parlare ed essere ascoltate. Decidere, insieme agli uomini. Ho creduto che nell'Italia libera questo sarebbe successo. Non è stato così. Per questo su di me è sceso il silenzio.
Santina mi stringe le mani, mentre le lacrime le rigano il viso.
Per lei esisto.
 
Il mio credo è una speranza: le donne avranno diritto di cittadinanza nel luogo della politica, un giorno.
Allora qualcuno volgerà uno sguardo al passato, a chi ha lottato per la libertà e la dignità, e io sarò ricordata.
 
 
 
(Rita Cavallari)
DAL SOMMO POETA AD OGGI
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2011

 

L’Unità dell’Italia porta sulle spalle non solo 150 anni, non nacque nel 1861. L’Unità d’Italia per me e per altri stranieri deriva dal giorno in cui, un uomo che riposa a Ravenna scrisse: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Attraverso queste parole universali e con la lingua della Commedia, della Divina Commedia affiorò un giorno l’unità di questo paese. Sorse con la stessa forza  universale come un piccolo gioiello nel 1764, nella Toscana del Granducato. La futura unità dell’Italia divisa vide la luce nella città aperta di Livorno con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Si evince in questo trattato dal valore inestimabile un’umanità sorprendente per la società del tempo, in cui l’essenza della giustizia, la repulsione e lo sdegno per la pena di morte illumina ancora il mondo giuridico, l’intangibile senso del diritto. Quasi un secolo dopo le idee di Giuseppe Mazzini e la determinazione di un uomo che amava le battaglie civili, l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi portarono all’unificazione. Un’unità portata avanti da altri uomini e donne, letterati, scienziati, giuristi ed artisti. Ma anche e soprattutto uomini semplici, contadini ed artigiani. Quegli uomini che organizzarono i primi scioperi per difendere i diritti dei lavoratori. L’Unità d’Italia continuò con uomini che apertamente ebbero il coraggio di non appoggiare le leggi razziali. E proseguì con il giurista Piero Calamandrei, che il 26 gennaio del 1955 pronunciò quello che viene ricordato come il Discorso sulla Costituzione. Parole rivolte anche alle generazioni future di questo paese. L’Unità d’Italia è stata costruita e continua, anche attraverso la letteratura e i suoi artisti. Dalle pagine uniche di Giuseppe Ungaretti, Eduardo De Filippo, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Italo  Calvino, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Umberto Eco, Antonio Tabucchi ecc.. Pagine dalle quali nascono sorgenti che confluiscono nel fiume della memoria che corre disteso verso l’oceano del divenire. Dalla voce meravigliosa di Enrico Caruso nell’aria Una furtiva lagrima di Donizetti all’indimenticabile Luciano Pavarotti, ricordando solo due nomi del bel canto. Da Arturo Toscanini ad Ennio Morricone. L’Italia, il braccio disarmante del Mediterraneo lo sento ogni volta che ascolto l’incanto del pianoforte di Nicola Piovani. Questo paese all’estero è ancora amato per i fotogrammi delle pellicole dei grandi maestri del neorealismo. Fotogrammi che continuano a raccontare i pregi e i difetti, la fantasia unica e la furbizia acuta degli italiani, gli eroi della quotidianità attraverso l’epica magica di De Sica, Fellini e Rossellini. E’ amato per le voci e il pathos poetico cantato da Modugno, Battisti e De André. Ed è valutato positivamente quando si nota il tocco creativo di un architetto d’eccellenza come Renzo Piano. La storia di questo paese è stata scritta e si scrive tutt’ora da donne straordinarie, donne vere come Maria Montessori, Grazia Deledda, Elsa Morante, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli e Rita Levi Montalcini. Donne degne di rispetto e di esempio non solo per le giovani italiane, ma anche per le giovani donne di altre terre.L’Unità di questo paese viene costruita ogni giorno da uomini e donne che non scelgono l’indifferenza. Da quelli che riescono a cogliere nel volto d’altrove un elemento di crescita reciproca. E non si lasciano dominare dalla paura verso il diverso, verso chi ha un altro colore di pelle o un’altra religione. L’Italia unita non deve scordare, deve capire il sogno dell’europeista Altiero Spinelli. L’Italia odierna deve avere il volto di quei magistrati che proseguono il lavoro di Falcone e Borsellino. Il volto di giornalisti passionali e rigorosi come erano Indro Montanelli ed Enzo Biagi. L’empatia del giovane scrittore Roberto Saviano che rinuncia alla spensieratezza per onestà intellettuale. Per l’amore verso quelle parole che si chiamano Speranza, Verità e Bellezza. E’ questo il volto della vera grazia ed eleganza che fa ancora apprezzare l’Italia nel mondo. E che l’Italia, a volte dimentica di ringraziare, dimentica di ricordare, dimentica di saper guardare, dimentica di saper ascoltare.      

 

 

(Rezarta Cuko)                              

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/11/2011 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 15 novembre 2011

Il libro di Brogi ci racconta le storie e il destino di alcuni dei Mille dopo la spedizione del '60. Lo fa in maniera agile e giornalistica che si presta ad una facile ed agevole lettura per chi si avvicina a questo tema e ciò costituisce di certo un pregio del libro ma ne rappresenta, allo stesso tempo, anche un notevole limite. Il racconto è infatti spesso aneddotico, poco contestualizzato e carente di respiro storico. Non si capisce come e perché sono stati scelti circa duecento di più di mille che erano. Si stenta ad intravedere un filo conduttore che leghi un racconto che si dipana un po' a pezzi e bocconi, saltando da uno all'altro dei garibaldini senza che il lettore riesca a percepire, in questo dipanarsi a volte accennato e a volte più approfondito, un qualsivoglia criterio unificante. Tenendo a mente questi limiti, a Brogi è riuscito però di ridare luce, dignità e dimensione umana ad almeno una parte di chi, avendo compiuto una grande impresa di cui tutti noi siamo in qualche maniera eredi, era caduto nel colpevole dimenticatoio della storia patria. Questa è di per se una piccola impresa che rende utile e dilettevole la lettura del suo libro.

 

(Edoardo Sermasi)

 

 

 

Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

SORELLE D'ITALIA
post pubblicato in Cepeda Fuentes, Marina, il 27 settembre 2011

Questo splendido libro di storia, la cui bellezza inizia già dall’immagine che ne impreziosisce la copertina, ci riporta, con un tuffo all’indietro di più di un secolo, al nostro Risorgimento. L’autrice – spagnola di nascita, ma italiana da anni, studiosa di storia dell’arte, e collaboratrice RAI - si è cimentata con le biografie delle donne che hanno fatto il nostro Risorgimento.
Debbo dire, io che non amo leggere di storia fin dall’infanzia, che questo libro mi ha sorpreso e decisamente conquistato, per il fascino che avvolge le protagoniste. Le donne del Risorgimento emergono da questo libro caratterizzate non soltanto dall’eroismo che ha contraddistinto le loro azioni, ma dal carattere femminile che l’autrice ha voluto tratteggiare nelle loro figure, senza mai eccedere in retorica o senso della storia. Il libro appare molto ben strutturato e sempre equilibrato nei giudizi che esprime.
È suddiviso in sei parti: la prima è dedicata alla Repubblica Napoletana, la seconda alle donne delle società segrete e dei salotti letterari, la terza a Mazzini e alle sue seguaci, la quarta a Cavour e al suo tempo (tra le eroine di quell’epoca è Nina Schiaffino, ossia “la pazza per amore”), la quinta alla Repubblica Romana e l’ultima alle Garibaldine e brigantesse.
La serie di donne descritte in questo libro annovera nomi notissimi e nomi meno conosciuti, ma non per questo di donne meno valorose. La cosa che salta agli occhi di chi legge “Sorelle d’Italia” è che i nomi di molte di queste vere eroine della nostra storia non sono per nulla nominate nei libri di storia, almeno degli anni ’50. Molti di questi nomi si conoscono perché in molti comuni sono state loro intitolate delle strade cittadine. Queste parti, suddivise a loro volta in capitoli, ognuno relativo ad una delle “sorelle”, sono leggibilissime e consentono di sospendere la lettura per riprenderla in un secondo tempo.
Sulle donne della Repubblica Napoletana (Eleonora Fonseca e Luisa Sanfelice) sicuramente mi sento di dire che il mio libro di storia non ne parlava in dettaglio (magari le avrà anche nominate). Mi pare di ricordare che a Napoli c’è una piazza Sanfelice, appunto. Viene citato, a proposito della Fonseca, un episodio caratteristico che ne tratteggia l’indole.
Non intendo, come per le altre mie recensioni, fare il riassunto del libro. Voglio invece parlare delle donne che mi sono rimaste più impresse, per come l’autrice le ha tratteggiate nella sua opera. Starei quasi per dire tutte: ma non è così. Certo, la Belgioioso e la Contessa di Castiglione, per essere le più conosciute, hanno lasciato una maggior impronta nella mia mente. Ma questo è accaduto anche per Giuditta Sidoli, per Nina Schiaffino (detta “la pazza per amore”), per Giuditta Arquati, per Laura Solera Mantegazza, per Michelina De Cesare.
Tutte le donne citate da me, e anche le altre, però, hanno davvero dato l’impressione (e credo la diano a qualsiasi lettore istruito e non) di essere donne in un certo senso accostabili alle nostre contemporanee. In questo sta l’abilità dell’autrice: averci “restituito” le donne del Risorgimento come forse nessun altro scrittore ha mai fatto. Soprattutto con la capacità di comprensione che soltanto una donna può avere delle altre donne. E nonostante le difficoltà che avrà incontrato nel reperire le fonti.
Ad ulteriore merito del libro è una corposa bibliografia (mi pare sia intorno alle tredici pagini o più), che da sola rende l'idea – e ne dà la dimensione – della ricerca che certo la Fuentes deve aver fatto.


(Lavinio Ricciardi)







Marina Cepedes Fuentes, Sorelle d'Italia, Blu Edizioni, 2011 [ * ]








che bolle in pentola?



LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 24 settembre 2011



Non è facile seguire le vicende di un gruppo, estremamente eterogeneo e tanto numeroso, come quello dei Mille di Garibaldi, nelle loro vicende successive alla famosa spedizione, anche perchè i Mille, anche se erano uniti dalla venerazione per il Generale e dal desiderio di combattere per la libertà, avevano interessi, abitudini, aspirazioni, caratteri quanto mai diversi tra loro.
Paolo Brogi si impegna a seguirli e raccontarci le loro sorti, intrecciando le vicende di circa un quinto di loro, cioè circa duecento persone, con quelle della storia d’Italia; dalla morte di Ippolito Nievo in un naufragio nel 1861, fino alla morte dell’ultimo garibaldino, Luigi Bay, nel 1934.
Alcuni personaggi emergono più di altri: per esempio Edoardo Herter, emigrato in Argentina, dove esercita la professione di medico in un piccolo ed isolato paese; egli funge un po’ da filo conduttore quando ricorda gli eventi passati, riflette sulle notizie che gli giungono sugli avvenimenti italiani che hanno per protagonisti i garibaldini, e si sente in tal modo ancora partecipe del grande sogno della spedizione dei Mille. Un altro è l’ingegnere ungherese Turr che progetta grandi tagli di canali navigabili in varie parti del mondo; e poi Crispi e la sua separazione dalla moglie; Bixio che morì a Sumatra di colera; Baratieri, governatore dell’Eritrea, che fu impegnato nella conquista dell’Etiopia e subì la rovinosa sconfitta di Adua; e soprattutto Luigi Pianciani, che fu illuminato sindaco di Roma, di cui aveva individuato alcune carenze e alcuni problemi che cercò di risolvere con determinazione. Altri personaggi non si ritrovano nella grande storia, come quel Marchelli che, prestigiatore e giocoliere, intrattiene le piazze d’Italia sulle imprese e sulla figura del Generale; o come quell’altro, Buzzacchi, che, diventato direttore dell’ospedale civile di Mantova, raccomanda criteri di igiene e di sterilizzazione nella pratica medica.
Il libro si legge abbastanza piacevolmente, perché Brogi è sempre pronto a cogliere il lato umano delle persone di cui tratta.
Ho trovato poi interessante la parte finale del volume, prima con la storia sintetica di tutti i garibaldini di cui si raccontano le vicende nel libro, e poi con l’elenco degli altri, di cui si ricordano solo i nomi e la data di morte.
Quello di cui ho sentito la mancanza è stato un indice dei nomi con il riferimento alle pagine in cui vengono raccontate le vicende.



(Giuliana Piperno Beer)







Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]









vedi quì, quì, quì e tutte le altre risorse critiche sulla pagina Facebook relativa al libro, anche su youtube, su Radio Tre e su Radio Radicale

I TRADITORI
post pubblicato in De Cataldo, Giancarlo, il 23 luglio 2011



E’ un libro bellissimo, sicuramente il più bello di quelli che ho letto quest’anno.
Come mostra la copertina, è ricco di colori e sensazioni. E’ un De Cataldo nuovo, molto bello, che scrive un romanzo in parte storico (per alcuni personaggi, come Mazzini, Cavour, Crispi) e in parte estremamente narrativo. C’è di tutto, e a recensirlo non si sa da dove cominciare.
La vicenda si svolge negli anni dal 1848 al 1870 (o giù di lì) e la suddivisione in parti porta proprio come titolo il periodo di svolgimento (singolo anno o gruppo di anni).
Già la suddivisione fa capire l’intenzione dell’autore: un romanzo storico proprio sui fatti che caratterizzarono il nostro Risorgimento: nel romanzo ci sono i Mille di Garibaldi, e i rivoltosi di Carlo Pisacane. Il romanzo ha anche una connotazione in luoghi diversi (Italia e Inghilterra), che ricalca i movimenti di Mazzini, protagonista indiretto della vicenda stessa. Il protagonista vero, un nobile di discendenza veneziana, lo troviamo subito con gli insorti in Calabria, dove è catturato e assoldato come spia degli Austriaci, in cambio della sua vita. I compagni del suo gruppo vengono trucidati.
Nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il libro ci fa rivivere come le persone dell’epoca hanno vissuto questa vicenda. E lo fa attraverso movimenti e idee di Mazzini, e gli entusiasmi degli Inglesi che ne furono consapevoli. Due donne, appartenenti alla borghesia alta di Londra, sono protagoniste assieme a Lorenzo: una diventa presto la sua fiamma, l’altra è una sua amica irlandese. Ma la vera protagonista femminile è una donna che Lorenzo salva dal rogo all’inizio, e che viene catturata assieme a lui. e’ nota con il soprannome (“la Striga”), ed è indubbiamente la figura più fascinosa del libro. La Striga diventerà la compagna di un patriota che – per una serie di vicende – si trova a seguire Lorenzo a Londra: patriota che aveva assunto in gioventù il soprannome di “Terra di Nessuno”. Altro personaggio degno di nota è un ufficiale dell’esercito piemontese, Paolo Vittorelli, che porta Lorenzo a diventare spia dei piemontesi. La missione di spionaggio di Lorenzo riguardava le attività di Mazzini.
Mi pare di aver detto abbastanza per caratterizzare il racconto, per cui preferisco parlare invece del bellissimo stile in cui De Cataldo racconta la vicenda, e del modo in cui, attraverso i pensieri dei personaggi, la vicenda stessa è raccontata. E’ davvero splendido immergersi in questo libro e rivivere – come l’autore ci aiuta a fare, col suo linguaggio – il nostro Risorgimento. E inoltre non so se il linguaggio, o più probabilmente il modo di descrivere le azioni attraverso i pensieri dei protagonisti, produce certamente quello che ho definito il colore della vicenda. E’ un De Cataldo profondamente diverso da “Romanzo Criminale” e “Onora il padre”, un De Cataldo ormai decisamente scrittore affermatissimo della nostra letteratura contemporanea. Mi fermo qui. Il libro è tra quelli che vanno assolutamente letti.



(Lavinio Ricciardi)






Giancarlo De Cataldo, I traditori, Einaudi, 2010 [ * ]


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VIRGINIA OLDOINI
post pubblicato in Diario, il 6 maggio 2011

A Virginia Oldoini, Contessa Verasis di Castiglione

 
Cara Nicchia,
mi rivolgo a te confidenzialmente perché, dopo aver letto tanto di te, mi sembra di conoscerti bene.
Credo che tu abbia svolto un ruolo importante per il nostro Risorgimento. Ai tuoi tempi non c’erano le intercettazioni telefoniche e i servizi segreti sabaudi hanno cercato di cancellare le prove di ciò che hai fatto, tuttavia non è stato distrutto tutto: scrivevi moltissimo e amavi conservare i tuoi diari e le lettere ricevute, anche quelle compromettenti per la tua reputazione perché subivi il fascino del potere e dei mittenti che lo incarnavano. Ci sono stati così svelati non solo i tuoi intrighi amorosi ma anche i dettagli di quella segreta missione patriottica che, oltre ad essere una delle tappe più importanti della tua carriera di grande seduttrice, ha avuto un indiscutibile effetto politico positivo per la costruzione dell’Italia unita. Avevi appena diciotto anni quando Vittorio Emanuele e tuo cugino Camillo Conte di Cavour ti hanno affidato una grande responsabilità, intuendo che la tua intelligenza, le capacità relazionali e la buona conoscenza di quattro lingue, associate alla tua eccezionale bellezza ti avrebbero aiutato in un compito difficile e delicato. Nel biglietto che ti inviò Cavour c’era scritto: “Usate tutti i mezzi che vi pare ma riuscite”. Dunque per il fine tessitore l’uso di ogni mezzo era giustificato dal fine: tu dovevi convincere Napoleone III a sostenere la causa dell’indipendenza italiana, dopo averlo sedotto. Mi piacerebbe sapere se in te prevalse lo spirito patriottico o l’ambizione e il desiderio di vivere nel lusso. Resta comunque il fatto che ti sei resa disponibile ad attuare un piano che confidava nel tuo potere seduttivo più che in altre trattative diplomatiche. Ai tuoi tempi le ragazze come te non crescevano davanti alle illusioni mandate in onda in TV, tuttavia le lusinghe alimentavano la tua vanità e tu, consapevole della tua bellezza, l’hai utilizzata per ottenere ciò che volevi e che volevano da te. Di te hanno valorizzato e sfruttato soprattutto il tuo fascino. Forse, se ti fosse stato concesso, avresti aiutato la patria in altro modo, ma per una bella donna usare il proprio corpo era, e purtroppo lo è ancora, il modo più facile per raggiungere obiettivi, di solito poco nobili. Nell’ultima parte della tua vita, sola, ammalata e disgustata dal tuo aspetto tanto da velare il volto e coprire tutti gli specchi, hai vissuto piena di rancori e malinconici rimpianti. Avevi dato troppa importanza a qualità che deperiscono col tempo. Ti ostinavi a dire: “Io ho fatto l’Italia”. Certamente tu hai risvegliato l’interesse di Napoleone III per l’Italia. Grazie a quel “SI’” che gli hai strappato, dopo essere diventata sua amante, “la questione italiana” è stata aggiunta all’ordine del giorno del Congresso di Parigi e Cavour, seduto fra i più potenti capi europei, è riuscito a mettere in risalto i problemi del piccolo regno sabaudo. Sventolavi come bandiera la camicia da notte di seta trasparente color verde acqua indossata a Compiègne la notte in cui l’Imperatore ti aveva raggiunta per la prima volta nella tua alcova, la conservavi come testimonianza sentimentale, come cimelio non di guerra ma di battaglia d’amore, motivata però non dall’amore ma dalla strategia della diplomazia piemontese. Mostravi quella camicia come una reliquia, come una medaglia guadagnata per un atto eroico che non ti poteva essere riconosciuto. Avresti voluto indossarla da morta, invece è rimasta ben piegata dentro un’urna di cristallo sfaccettato ora in mostra al museo cavouriano di Santena insieme ad altre meno interessanti ma più valorizzate testimonianze del Risorgimento. Così voglio salutarti, ricordando questa chemise de nuit a te tanto cara, simbolo del tuo personale contributo all’Unità d’Italia.

 

(Luciana Raggi)

CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 6 maggio 2011

Lettera a Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso

 

Ti scrivo per dirti grazie.
Non so come chiamarti. Principessa? No, preferisco Cristina, una donna con gli occhi immensi, in cui ci si può perdere, senza trovare vie d'uscita. Lo diceva Alfred De Musset, e aggiungeva che i tuoi occhi erano terrificanti come quelli di una sfinge. Tu l'avevi respinto e lui si vendicava con frasi cattive. Gli uomini sono così, non sopportano che una donna sia più intelligente di loro, che sia in grado di gestirsi da sola, che sappia scegliere ciò che vuol fare senza chiedere il loro consenso.
Quando hai fondato La gazzetta Italiana hai deciso di dirigerla tu stessa. Un giornale politico diretto da una donna! Scandaloso, semplicemente scandaloso, così commentava Terenzio Mamiani, che pure si professava tuo amico.
E a Roma, durante la Repubblica Romana? Lì hai superato te stessa, hai fatto qualcosa che mai era stata sperimentata prima: hai fondato l'assistenza infermieristica moderna, hai inventato l'organizzazione degli ospedali da campo per la cura dei feriti in guerra. A Roma, centro del potere temporale dei papi, hai osato mettere da parte monache e preti e hai affidato l'assistenza dei malati ad una struttura laica! Pio IX era livido di rabbia e i benpensanti vomitavano veleno contro di te. Sul tuo lavoro, che ha anticipato quello di Florence Nightingale, è stato calato un velo.
Il confronto tra te e la Nightingale è interessante. Lei è famosa in tutto il mondo ed in Inghilterra è una gloria nazionale!
E tu? Tu che hai in tutti i modi sostenuto le lotte risorgimentali, hai usato il tuo patrimonio per la causa italiana, hai combattuto a Milano contro gli austriaci e a Roma per gli ideali mazziniani, hai profuso la tua inventiva per la cura dei feriti, ebbene, nessuno ti ha additato ad esempio. Le strade intitolate al tuo nome si contano sulle dita di una mano. Quanto alle scuole, meglio lasciar perdere. Eppure, tu, di scuole, ne hai fondate parecchie: asili, scuole elementari, scuole agrarie, scuole femminili, tutte nei tuoi possedimenti di Lonate, per garantire ai giovani un futuro migliore.
Avevi realizzato scuole professionali perché sapevi bene che la libertà si raggiunge solo attraverso il lavoro, e quando dicevi libertà è soprattutto a quella delle donne che pensavi. È qui che si rivela la modernità del tuo pensiero, è per questo che oggi tu sei così prepotentemente attuale.
Per questo ti ringrazio, e vorrei che, a centocinquant'anni dall'Unità d'Italia, tu fossi presa ad esempio.
 
 
 
 
(Rita Cavallari)
 
 
 
 
 
 
IL MIRACOLO DEL RISORGIMENTO
post pubblicato in Fisichella, Domenico, il 10 novembre 2010

La nazione, ci dice l’autore di questo testo, è un’entità complessa. Storicamente appare il prodotto di un organismo le cui parti sono perfettamente raccordate al tutto, le élites che aggregano e orientano, e il popolo che ne è condizionato e diretto. Questa realtà si affaccia con gli stati europei del tardo medioevo per trovare compiutezza nel XVII secolo. Ma l’Italia non ha avuto questa fortuna. Nazione e Stato si sono svolte tardi, a causa del perdurare delle fazioni, dei particolarismi, degli egoismi municipali. Né la borghesia, che in altri paesi ha giocato un ruolo preponderante, in Italia ha fatto lo stesso. E’ spettato a una casata, i Savoia, a una regione, il Piemonte, incarnare quell’idea di unità nazionale e realizzarla. Non l’Impero, o una signoria, o la Chiesa (che spesso ha opposto alla nazione la sua concezione universalistica inglobante amici e nemici, invasori e oppressi), si sono fatti carico di questo impegno, né avrebbero potuto soddisfarlo pur volendolo, ma una casa regnante che ha saputo muoversi e allargarsi sagacemente per secoli, adottando una politica reagente alle condizioni imposte fatta di diplomazia, di alleanze, di scontri necessari. Dunque, un miracolo, come recita il titolo del libro.
A quel miracolo dobbiamo guardare con rispetto, ci suggerisce l’autore. Difatti, al di là delle immediate e sconsiderate conseguenze della politica annessionistica del Piemonte, quell’evento ha permesso la nascita della democrazia liberale in Italia, e almeno fino all’avvento del fascismo, pur tra esiti contrastanti, una stagione di progresso che nel secondo dopoguerra riprenderà speditamente la sua strada.
Parlare di risorgimento mancato non avrebbe quindi senso. La realtà non consentiva altre soluzioni: né il federalismo di Cattaneo tra stati stranieri con prospettive e finalità divergenti, né l’esperienza unitaria di Mazzini vietata dagli stati europei interessati all’Italia. Marginale risulta inoltre, dalla lettura di queste pagine, l’approccio dell’Illuminismo all’idea di nazione e di democrazia. La lotta agli abusi e ai privilegi fatta propria da molti illuministi era qualcosa che si svolgeva fin dai tempi dell’assolutismo monarchico e che trovava nel mantenimento delle prerogative di libertà e di movimento, nel giurisdizionalismo e nella requisizione dei beni ecclesiastici un primo radicale fondamento, anche patrimonio di alcuni stati italiani al tempo della Restaurazione.
La nazione col suo bagaglio di rinnovamento ha dovuto esprimersi entro le coordinate dell’equilibrio politico e internazionale, e, almeno all’inizio, secondo i parametri del legittimismo monarchico. Per questo la storia che ne è derivata ci appare non tanto il frutto del volontarismo insurrezionale - spesso senza sbocchi immediati - quanto la concatenzazione di specifiche responsabilità politiche e di fattori contingenti che si alimentano reciprocamente. Un concentrato insomma di passioni “ragionevoli” e di spietata realpolitik.

 

(Pietro Cavara)


 

 

Domenico Fisichella, Il miracolo del Risorgimento, Carocci, 2010 [ * ]   








vedi quì, quì e quì

 

LETTERATURA, IDENTITA', NAZIONE
post pubblicato in Di Gesù, Matteo, il 9 novembre 2010

L’Italia sembra ben lontana dal raccogliere le speranze di un nuovo sentire comune, di una cultura che rifletta l’animo, seppur complesso e contraddittorio, della nazione. L’esperienza risorgimentale è lontana, e al suo posto scissionismi oltranzisti ed egoismi leghisti percorrono l’intera penisola, a cui si affiancano mentalità retrive volte a confezionare un’idea etnocentrica di sapore cattolico ed esclusivista, espressione del nuovo conformismo governativo. 
Quale identità ricercare, dunque, quale letteratura può aiutare a leggere il Bel Paese? E’ l’obiettivo che si propongono con prospettive diverse gli autori di questo bel libro curato dal prof. Di Gesù. Un’identità che non può essere più quella dell’onore, del sacrificio, o del nazionalismo di centocinquant’anni orsono. Oggi mille letterature disegnano un quadro verosimilmente globale e postmoderno che più da identità nella differenza (aspirazione benignamente riassumibile quasi come asse portante di questa raccolta), sa da identità senza nazione.
Del resto, già il vangelo risorgimentale canonizzato da De Sanctis, nel voler cogliere la sintesi di questo processo hegeliano, espunge lingue e narrazioni di altra natura (percorsi alternativi già ben visibili nella storia e geografia antiorganica della letteratura italiana del Dionisotti [ * ]), o, maldestramente (lo mettono ben in rilievo i saggi di Jossa e di  Dalmas), tenta di imporsi ricercando nascite, rinascite o fondazioni di una italianità che non è mai veramente esistita (valga per tutti, il culto progressista e nazionale di Dante e della Commedia), o ancora, fonda una letteratura politica che si oppone a qualsiasi altro genere letterario, che fa dell’opera d’arte una questione obbligata di storia patria. Ma il risultato è infelice, sa, per riprendere Ceronetti, da terribile artifizio.
Da qui lo sforzo, come testimonia tutta la seconda parte del libro, di cogliere la realtà di letterature ai margini, ridotte al silenzio da una vulgata soffocante. Ci sono esempi eccellenti. E’ il caso dell’anti italianità leopardiana del Discorso [ * ], dell’omosessualità censurata nei Neoplatonici di Settembrini [ * ], degli ossimori saviniani che non si lasciano esplicare alla luce del sole.
In bilico se riproporre, come fece Raul Mordenti alcuni anni fa [ * ], un nuovo canone identitario della letteratura che sostituisca quello risorgimentale, o se lanciarsi nell’analisi del caos delle storie e dei linguaggi che raccontano soggettività eterogenee, messaggi etnici e culturali disparati, senza alcuna pretesa di strutturazione fondazionista, questo libro apre scenari inaspettati e offre ricerche e analisi testuali fuori dall’oggettiva pretesa identitaria di un canone obbligato.

 

(Pietro Cavara)

 

 

 

Matteo Di Gesù (a cura di ), Letteratura, identità, nazione, :due punti, 2010  [ * ]

 

 

I TRADITORI
post pubblicato in De Cataldo, Giancarlo, il 8 novembre 2010

Il "canone risorgimentale", cioè quel complesso di opere che più contribuirono, nell'esperienza dei patrioti, a fondare l'idea di nazione italiana (romanzi, poesie, drammi teatrali, saggi, musica, pittura, scultura) costituisce un insieme organico che anticipa, accoglie e sviluppa il tema dell'Unità d'Italia. Nelle opere letterarie più famose (i romanzi Ettore Fieramosca [ * ], L'assedio di Firenze [ * ], Niccolò dei Lapi [ * ], le tragedie Adelchi [  * ] e Il conte di Carmagnola [ * ], le ballate del Berchet [ * ]), i traditori hanno un ruolo narrativo cruciale: sono gli attori che muovono l'azione, che introducono momenti di suspense, che fanno precipitare le storie verso il loro finale, per lo più tragico. I traditori sono italiani, accomunati da un cinismo senza fine e da una fragilità morale che fa da impressionante contrasto con lo spessore etico degli eroi. Possono agire per ambizione, come Troilo degli Ardinghelli (Niccolò dei Lapi), per sete di potere, come Malatesta Baglioni (Assedio di Firenze e Niccolò dei Lapi) o Cesare Borgia (Ettore Fieramosca), o per denaro, o per desiderio di vendetta. Più pericolosi degli stessi stranieri, i traditori sono la causa della disfatta della comunità nazionale nella lotta, ed insieme sono la causa della morte dell'eroe (cfr. Alberto M. Banti, La nazione del Risorgimento, Einaudi 2006 [ * ]).
Nel libro di De Cataldo i traditori sono coloro che creano l'Italia unita, in sintonia con una visione del Risorgimento che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, tende a mettere in ombra quegli aspetti eroici che, nel canone, rappresentavano esempio e guida e a sottolineare invece gli elementi di ambiguità.
Un aristocratico che diventa spia per sfuggire alla morte, un altro che ha come obiettivo l'arricchimento personale, ufficiali che fanno il doppio gioco, camorristi che si trasformano in guardie civiche, politici corrotti, questi i personaggi che, nel libro di De Cataldo, fanno l'Italia.
"Il tradimento è cosa vile, ma se immaginaste, amico mio, quanto può rivelarsi utile in certe occasioni...". Queste sono le parole di Mazzini a Terra di Nessuno, il guerriero sardo dalla morale sicura e dalla coscienza cristallina. E Terra di Nessuno "capì che ciò che lo attendeva, nel futuro, era un'interminabile teoria di ombre qua e là accese da sporadiche isole di luminosità".
La cifra del libro è l'ambiguità; Mazzini, l'uomo che fa dell'unità d'Italia il centro della lotta politica, la utilizza per i suoi scopi. Banditi e tagliagole sono arruolati nelle file dei rivoluzionari. Mazzini ne è informato e formalmente disapprova. Ma se la lotta avrà successo i delinquenti diventeranno patrioti. In caso contrario la colpa del fallimento sarà loro e di chi li ha reclutati, colpevole di aver inquinato la purezza rivoluzionaria con un'insana commistione.
Questa è la politica, che non è fatta per le anime belle, per chi si pone scrupoli di coscienza, per chi assume come guida i principi morali.
Il vero motore dello Stato moderno è l'attività di raccolta delle informazioni, dice l'ufficiale piemontese mentre ordisce le sue trame. Chi la controlla controlla lo Stato. Cavour l'ha capito ed agisce di conseguenza, forse è questo il motivo che porterà i Savoia a unificare l'Italia con un processo di annessione al Piemonte di stati prima sottoposti al dominio di dinastie straniere.
Il libro di De Cataldo è un grande affresco che presenta decine di figure, anzi, meglio, è come un ciclo di affreschi in ambienti diversi (Roma, Milano, Venezia, i boschi delle Calabrie, Palermo, ma anche Londra Parigi e la Transilvania). Ciò che lega i personaggi tra loro è il tradimento. Ma questo non impedisce alla Storia di andare avanti e agli ideali risorgimentali di realizzarsi. L'unità d'Italia tra vittorie, sconfitte, inganni e doppi giochi alla fine si fa. Non è l'Italia che voleva Mazzini, una repubblica fondata sul senso del dovere e sul sacrificio, e neanche quella perseguita da Cavour, che si sarebbe fermato volentieri ai confini dello Stato della Chiesa senza toccare il Regno delle due Sicilie, ma è la creazione di uno stato nazionale che risponde alle aspirazioni di intellettuali, borghesi, e di una parte della nobiltà.
La costruzione di uno stato nazionale non è una cena di gala. Forse per la fondazione di qualsiasi altra nazione potrebbe darsi una rappresentazione basata su inganni e tradimenti, simile a questa che De Cataldo ci suggerisce per il Risorgimento,
I traditori mi ha ricordato alcuni libri di Alessandro Dumas, ad esempio La Sanfelice [ * ]. C'è la stessa freschezza di rappresentazione, vivezza nella descrizione dei personaggi, scorrevolezza nei dialoghi.
Un elemento importante del libro è la rappresentazione della dimensione internazionale del Risorgimento, che vide l'intervento delle principali potenze europee ed anche la presenza nei luoghi dei combattimenti di intellettuali, artisti, poeti da tutto il mondo.
I traditori è anche la storia di una lotta tra padri e figli, giovani e vecchi, reazione e liberalesimo. Mazzini puntò sui giovani e mise il limite massimo di 40 anni per potersi iscrivere alla Giovine Italia. Ebbe ragione. I giovani si ribellarono e presero in mano il loro destino. Come poterono. Per non soccombere si piegarono a tutti i compromessi, e alla fine vinsero.
« Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni...ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti » (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Conclusione) [ * ].

 

(Rita Cavallari)

 

 

 

Giancarlo De Cataldo, I traditori, Einaudi, 2010 [ * ]   

LE MARCHE E L'UNITA' D'ITALIA
post pubblicato in Severini, Marco, il 29 ottobre 2010

Il titolo del libro evidenzia la natura del problema: quello di un binomio necessario e altamente emblematico, il luogo da cui è scaturita la realizzazione della politica nazionale. Territorio di confine tra Nord e Sud, le Marche sono state l’ultimo avamposto di conquista (se si esclude l’impresa di Roma di parecchi anni più tardi) a essere annesso allo Stato piemontese. Se gli eserciti pontifici che lo presidiavano avessero avuto il sopravvento, o se Garibaldi vi avesse trionfato forse l’Italia avrebbe avuto un volto molto diverso. Dal 1860 al 1861 quello che si è giocato nelle Marche ha ricoperto un ruolo strategico persino per le potenze straniere come Francia e Inghilterra, comunque direttamente interessate agli affari della penisola.
Dopo la sconfitta delle truppe di Lamoriciere, e la storica battaglia di Catselfidardo, qui si gioca l’opera di riordino delle cariche impiegatizie, ma soprattutto l’impresa di centralizzazione amministrativa secondo la legge Rattazzi che prevedeva la laicizzazione  piemontese di tutta l’Italia sotto il coadiuvato sistema di riforma del commissario regio Lorenzo Valerio. Un programma che in pochi mesi avrebbe dovuto favorire la piena annessione a dispetto delle corporazioni clericali (soppresse con la parallela requisizione dei territori ecclesiastici e delle professioni civili e tribunalizie in mano ai preti), ma anche delle autonomie locali (spesso sopravvissute e contendenti), dei comitati di governo provvisorio di ispirazione democratica relegati in un angolo, degli interessi della popolazione contadina.
Il testo collettaneo offre differenti visuali interpretative attorno al complesso fenomeno (dall’Ascolano al Pesarese, da Macerata ad Ancona, a Senigallia), spaziando dalla politica all’economia, dalla legislazione penale e civile alla formazione di quel notabilato colto che erediterà le cariche di governo, i ruoli maggiori nell’amministrazione e nelle libere professioni. Nuova legislazione e accorpamenti territoriali segnano spesso soluzioni precarie, scatenano rivalità tutt’altro che placate all’indomani del plebiscito che sancirà definitivamente la vittoria di Vittorio Emanuele II.
Un tentativo di conciliazione delle parti fu svolta senz’altro dall’educazione e dal piano di riforma scolastico: l’istruzione doveva mirare a conciliare padroni vecchi e nuovi con i ceti subalterni, promuovere un interclassismo diffuso all’insegna del progresso e del miglioramento delle condizioni di ciascuno pur nel rispetto di tutte le barriere.
Particolare rilievo è dato alle figure intellettuali dell’epoca (Luzi, Fazioli, Pallotta …), molti di loro con passati mazziniani o persino radicali nella Repubblica romana, - con l’eccezione certa di Giacomo Ricci, vicino alle posizioni di Pio IX dopo il suo esilio a Gaeta – poi convertiti al moderatismo cavourriano e all’economia di mercato.

 

(Pietro Cavara)


 

Marco Severini (a cura di ), Le Marche e L'Unità d'Italia, Codex, 2010 [ * ]

 


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STORIA AVVENTUROSA DELLA RIVOLUZIONE ROMANA
post pubblicato in Tomassini, Stefano, il 28 ottobre 2010

Evento unico e centrale della storia risorgimentale, esperimento brevissimo (neppure un anno, dal ’48 al ’49) di democrazia politica con ampio suffragio elettorale maschile, in un clima italiano ed europeo di generale sommovimento, la Repubblica romana rimane, a differenza di quanto pensava Gioberti nel Rinnovamento, il culmine dell’opera mazziniana e radicale prima del tempo del realismo politico, che vedrà prevalere l’esperienza annessionistica piemontese del Regno d’Italia. Quel momento non tornerà più, ma l’eco ne rimarrà come speranza. L’artefice del cambiamento fu un Papa, Pio IX. Un personaggio complesso, contraddittorio, per certi versi vittima delle circostanze. Giunto tardi sul suolo pontificio, impose subito l’amnistia, si mosse in sintonia col popolo, abbracciò l’idea di concedere lo Statuto e di promuovere un governo più laico nella sostanza. Ma poi, di fronte alla guerra contro l’Austria preferì dichiarare la chiesa universale e non nazionale, distante dalla politica, anziché partecipe di un discorso unitario. Sfumò la prospettiva moderata di un’azione politica di rigenerazione e la Repubblica, nata qualche tempo dopo il suo volontario esilio a Gaeta, avrà un’altra fisionomia. Eppure tal fatto, ci dice l’autore, non può essere percepito come lo spartiacque di una divisione tra laici e cattolici ancor viva ai nostri giorni (nonostante la riconciliazione per l’anniversario della presa di Porta Pia). La frattura è simbolica, motivata dal disconoscimento della nazione a fondamento di un’idea di pace e di umanità, o della società e degli stati – secondo uno schema presente nella polemica gesuitica di tutto l’Ottocento. Ma l’atteggiamento di opposizione del Papa non era motivato da preconcetto (che del resto non spiegherebbe la sua posizione originaria) ma dalla necessità così difficile di padroneggiare gli eventi, di non spingersi troppo a destra o troppo a sinistra, per ragioni di pace, di equilibrio, di sopravvivenza. Il peso della realtà ha avuto la precedenza sull’ideologia, sulla forza degli schieramenti. Quella divisione è allora da attribuire ai fatti successivi, alle frange della politica cavourriana, al restringimento degli stati pontifici nel 1859 (l’occupazione delle Marche, dell’Umbria, del Lazio, e di Roma solo nel 1870). Insomma la Repubblica non si pose essenzialmente come stato laico contro lo stato della Chiesa, né la sua breve durata ci consente di fare approcci che la spingano sul piano del dispotismo o dell’esperienza pretotalitaria. Dittatura e triumvirato sono esperienze revocabili e transitorie secondo gli schemi della politica antica. E, per usare le parole di Viroli, l’autore ci ricorda che il patriottismo di Mazzini, il primo dei triumviri, non è da confondersi col nazionalismo dei fascisti, e la democrazia è cosa ben diversa dall’infatuazione demagogica di autocrati  passati e presenti. Insomma un evento unico  intraducibile in categorie contrapposte o in esperienze di dominio estremo ancora di là da venire.

 

(Pietro Cavara)




 

Stefano Tomassini, Storia avventurosa della rivoluzione romana. Repubblicani, liberali e papalini nella Roma del '48, II Saggiatore, 2008 [ * ] 


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IL RISORGIMENTO ITALIANO
post pubblicato in Banti, Alberto Mario, il 19 ottobre 2010

La rivoluzione francese e il giacobinismo non pare abbiano avuto da noi un serio impatto sull’idea di nazione, se non tra la fine del Settecento e gli inizi del nuovo secolo con l’invasione napoleonica della penisola. E’ piuttosto la tradizione romantica a inondare le pagine di Berchet, di Manzoni, di D’Azeglio. Razza, onore, spirito sacrificale sull’onda di una rinnovata interpretazione cristologia si edificano al posto dell’eredità razionalistica dell’Illuminismo. L’organicismo prevale sull’artificialismo costruttivista e libertà, uguaglianza e fraternità sono concetti fondati sull’appartenenza, sulla natura, sul sangue della nazione; il patto serve solo a sancire l’unione per l’unità o l’indipendenza, non a far nascere un’identità che già esiste e va solo riscoperta. E questo patrimonio appare non soltanto il frutto dell’entusiasmo di una élite colta e rivoluzionaria, ma messaggio trasmesso e condiviso attraverso saggi, romanzi, poesie, da giovani generazioni, da spiriti inquieti pronti a battersi e a morire per un ideale: la patria italiana.
Da queste considerazioni nasce però tutta la problematica dell’esperienza risorgimentale nella modernità. Una problematica emersa già con il trasformismo politico, con l’indecisione se scegliere un parlamentarismo fatto di corruttele e di interessi extranazionali, o un uomo forte, come nella riproposizione dello Statuto albertino, che ponga fine a ogni traffico indebito. Per non parlare dello scontro tra Nord e Sud con la questione del brigantaggio. Viene allora da chiedersi se il Risorgimento fu davvero un fenomeno condiviso e accettato già prima del 1860. Sembra peraltro che i ceti inferiori non abbiano mai avuto un serio riconoscimento, e siano rimasti estranei gli abitanti delle campagne, gli indifferenti, o coloro soggetti a richiami clerical-reazionari. Oppure ha storicamente prevalso la strategia realistica cavourriana per mancanza di alternative politiche e, per dirla con Gramsci, il Risorgimento non ha saputo accogliere istanze di cambiamento provenienti da quelle forze subalterne, ha impedito una rivoluzione sociale per promuoverne una nazionale, senza risolvere le forte disparità e contraddizioni interne, le ragioni contrarie all’appartenenza alla nazione. Ciò induce a riflettere se in effetti il nazionalismo risorgimentale sia stato in chiave assai differente motore involontario di propaganda totalitaria, piuttosto che animatore dell’idea di democrazia (polemica su cui si sprecano fiumi di inchiostro). Oggi il “rituale” dà forti segni di disamoramento diffuso. Forse perché la realtà globale indebolisce nella sua essenza lo spirito nazionale, omologa, appiattisce, anche se innova, muta, su un piano identitario ancora tutto da esplorare ma la cui essenza sta nella coabitazione di realtà etniche e culturali differenti. Così l’autore ci aiuta a riflettere su un periodo storico che sembra riprodursi a ogni celebrazione più in forma di archeologia, che di intensa e partecipata esperienza di un popolo intero.



(Pietro Cavara)





 

Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza, 2009 [ * ]

 

 


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MAZZINI
post pubblicato in Belardelli, Giovanni, il 12 ottobre 2010



Sconfitto dagli eventi, vincitore nell’anima della nazione, Mazzini è figura emblematica e irrisolta del Risorgimento italiano. Rispetto al “positivismo” politico dei radicali repubblicani o al pragmatismo cavouriano che diede forma e contenuto all’Italia, la sua figura rischia di apparire velata di misticismo, la sua influenza riducibile a una religione senza Chiesa. Agisce nel mondo pur essendo fuori dal mondo, si è detto. Eppure il “mazzinianesimo” sopravvive al suo artefice, a partire dall’idea stessa di nazione e delle sue derivazioni: i nazionalismi emergenti già dalla fine del XIX secolo. Su questo piano un confronto con la tradizione romantica e degli scritti di Herder in particolare (del quale Mazzini era a conoscenza) è rimasto irrisolto. Se l’herdersimo conduce a un nazionalismo non bellicista, che respinge il diritto di sopraffazione di una nazione sull’altra (ma fino a che punto realmente?) in vista del necessario travaglio identitario di ogni singola monade col proprio passato, in che modo Mazzini, volto all’idea di progresso, vi si relaziona? Differentemente, il rifiuto di una prospettiva comparativa non concede al rapporto tra il pensiero mazziniano e il nazionalismo imperialistico o totalitario a venire. Ciò non significa che le idee nella loro evoluzione storica debbano sempre riconoscersi nel loro autore d’origine. Il mazzinianesimo è probabilmente qualcosa che cozza con le “idee” di Mazzini, tanto nella versione liberal-democratica che ne da Kurt Bracher, diretta anticipazione del totalitarismo fascista, quanto con gli stravolgimenti in senso socialista del secolo scorso. Ma sono l’evoluzione storica imprescindibile di quelle stesse idee.
Sul versante opposto non meno problematico rimane il confronto con Marx (in particolare tra il Mazzini del Dei doveri dell’uomo, e La questione ebraica del suo oppositore). Se sono molti i punti di distacco tra loro (l’interclassismo al posto della lotta di classe che rompe la concezione unitaria della nazione, la tirannia di un capitalismo di Stato distante dagli esiti della appropriazione collettiva delle risorse secondo i bisogni, l’antiutilitarismo risorgente del genovese, i doveri opposti ai diritti…) ve ne sono altri di maggior vicinanza (la liberta positiva spinta sul versante dell’emancipazione dei popoli, il riavvicinamento delle classi sul piano dell’eguaglianza giuridica e in parte anche economica…). Perché dunque nasconderli?
La dimensione agiografica del pensatore restringe il personaggio alla realtà storica del momento, lo separa da qualsiasi intendimento moderno o attualistico del suo pensiero (non solo in senso generico ma anche in quello gentiliano, nella emergenza antifondazionista e contraddittoria di un pensiero in fieri).
Il rischio generale è quello per cui il profeta di nessuna dottrina, il pensatore avulso dalla contemporaneità scompaia tra le macerie della storia, la sua originalità si riduca a pura archeologia. E non è escluso che questo ne sia l’esito storicamente attendibile.



(Pietro Cavara)





Giovanni Belardelli, Mazzini,  il Mulino, 2010 [ * ]








vedi quì, quì, quì, e per l'accezione di Mazzini durante il fascismo quì e quì

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