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PILATO E GESU'
post pubblicato in Agamben, Giorgio, il 19 novembre 2014
 

La parabola di Gesù incrocia il diritto romano e l'Impero nell'episodio di Ponzio Pilato. I capi religiosi degli Ebrei hanno preso Gesù e secondo la loro legge dovrebbe essere condannato a morte perchè ha bestemmiato proclamandosi "Figlio di Dio" e "Re dei Giudei". Tuttavia in quanto esponenti di un popolo colonizzato sottoposto a regime imperiale, i capi religiosi degli Ebrei non possono comminare la pena capitale e devono rivolgersi a chi detiene il potere civile nella figura del procuratore romano Ponzio Pilato. I capi del Sinedrio consegnano Gesù a Ponzio Pilato perchè sia condannato a morte. Ponzio Pilato alla luce del diritto romano vuole capire se Gesù è colpevole e quindi lo interroga. L'interpretazione diffusa è che Ponzio Pilato pur non trovando nessun elemento di colpevolezza in Gesù alla fine ceda alla richieste del Sinedrio e della piazza aizzata da questo, consegnando loro Gesù ma lavandosi le mani, tirandosi fuori cioè da questa decisione, il che risulta molto strano, come se si trattasse di un'abdicazione al potere giudiziario di cui è detentore. Tuttavia i capi del Sinedrio consegnando Gesù a Pilato avevano fatto riferimento ad un reato previsto dal diritto romano e passibile della pena capitale, la lesa maestà: "Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque infatti si fa re, si oppone a Cesare". L'interrogatorio cui Pilato sottopone Gesù, che può concretizzare un vero procedimento giudiziario nella forma della cognitio extra ordinem, applicabile nelle province a non cittadini e non tenuta a rispettare le norme del processo formulare (ma non tutti gli studiosi sono d'accordo su questo: c'è chi pensa che in realtà non ci sia stato alcun procedimento giudiziario), non porta però stranamente ad un giudizio: Pilato alla fine si limita a consegnare Gesù alla folla, dissociandosi per giunta simbolicamente da quest'atto (lavandosi le mani). Egli è infatti intimamente persuaso che quell'uomo non è colpevole (la leggenda vuole che Pilato e la moglie Procla diventeranno cristiani e verranno condannati a morte dall'imperatore Tiberio). La flagellazione cui sottopone Gesù è una sorta di punizione minore che spera possa accontentare gli accusatori, come anche la proposta di liberazione in occasione della Pasqua è un tentativo in extremis per evitare l'esito fatale verso cui si sta andando. Si assiste quindi ai due assurdi giuridici di un processo senza giudizio e di una condanna senza giudizio (una reminiscenza di quest'ultima nel Processo di Kafka). La spiegazione di quest'ambiguità va ricercata nelle risposte date da Gesù alle domande di Ponzio Pilato durante l'interrogatorio. Il Vangelo di Giovanni è quello che più si dilunga sull'interrogatorio. "Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli chiese: 'Sei tu il re dei Giudei?', Gesù rispose: 'Dici questo da te stesso o altri te l'hanno detto di me?', rispose Pilato: 'Sono io forse un giudeo? La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?', Gesù rispose: 'Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinchè non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è di quì', 'Dunque tu sei re?', gli chiese allora Pilato, Gesù rispose: 'Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce', 'Che cos'è la verità?', gli domandò Pilato". Dopo che Pilato è uscito e ha detto ai capi del Sinedrio che non trova nessuna colpa in Gesù e quelli hanno invece insistito perchè venga condannato a morte, c'è un supplemento di interrogatorio. "Pilato rientrò nel pretorio e disse a Gesù: 'Da dove sei tu?', Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: 'Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?'. Gli rispose Gesù: 'Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo colui che mi ha consegnato a te ha un peccato più grande'". In questo interrogatorio il punto focale appare essere la rivelazione dei due regni. Ma anche Ponzio Pilato ha potere perchè gli è stato dato dall'"alto" (forse che questa affermazione di Gesù convince Pilato ad astenersi dal giudicare?). In questo processo i due regni si sono toccati. Come dice Agamben: "Tanto più urgente è il compito di comprendere come  e perchè questo incrocio fra il temporale e l'eterno e fra il divino e l'umano abbia assunto proprio la forma di una krisis, cioè di un giudizio processuale". Il processo (se di processo si è trattato) non finisce però con un giudizio di  condanna a morte ma Pilato si limita a consegnare Gesù agli Ebrei (e "se ne lava le mani"); questi dal canto loro intendono tale consegna come implicitamente equivalente ad una condanna a morte o l'autorizzazione ad essa. Così con un gioco di consegne viene affrontato e risolto il problema dei rapporti tra il divino e l'umano all'interno del processo. Ci ricorda Agamben che c'è un altro processo ed un altro giudizio - il Giudizio Universale - che si contrappone alla visione sanguinosamente parodistica di Gesù flagellato, con un manto di porpora sulle spalle, la corona di spine e una canna in mano, assiso sul bema (il seggio del giudice), schernito dalla folla (alcuni interpreti invece pensano che sia Pilato, un po' incongruamente, a sedersi sul bema nel momento in cui riconsegna Gesù agli Ebrei). Agamben mette in fila tutte le aporie che si aprono alla lettura dell'episodio del processo nel Vangelo di Giovanni e che si sono riflesse nelle varie interpretazioni. Una cosa appare incontrovertibile: la contrapposizione dei due Regni. Il Regno divino sembra cogliere in fallo il Regno mondano nella persona di Ponzio Pilato, che si tira indietro forse intuendo il piano della salvezza (ma così non la pensava Dante Alighieri, che vedeva anzi nell'impero romano la legittimazione di Cristo). L'impressione conclusiva è che Pilato non abbia giudicato Gesù non tanto per viltà quanto perchè si sia arreso al piano della salvezza. Agamben insiste piuttosto sulla totale separazione e incomunicabilità dei due Regni, che impedisce il giudizio: "Quì davvero due giudizi e due regni stanno l'uno di fronte all'altro senza riuscire a giungere a compimento. Non è nemmeno chiaro chi giudichi chi, se il giudice legalmente investito del potere terreno o il giudice per scherno, che rappresenta il Regno che non è di questo mondo. E' possibile, anzi, che nessuno dei due pronunci veramente un giudizio. [...] Giustizia e salvezza non possono essere conciliate, tornano ogni volta ad escludersi e a chiamarsi a vicenda. Il giudizio è implacabile e, insieme, impossibile, perchè in esso le cose appaiono come perdute e insalvabili; la salvezza è pietosa e, tuttavia, inefficace, perchè in essa le cose appaiono ingiudicabili. Per questo, nel "pavimento di pietra" detto in ebraico Gabbathà, nè il giudizio nè la salvezza - almeno per quanto concerne Pilato - hanno luogo: essi finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet". Ha facile gioco Gustavo Zagrebelski (autore a sua volta di un volume sul tema, Il «Crucifige!» e la democrazia) di evidenziare nella recensione al libro l'improbabilità di tale separazione assoluta nella coscienza singola alle prese con un problema reale (come il caso di Kurt Gerstein  dimostra [cfr. * ]). La totale separazione dei due piani necessita di punti di accesso, almeno in particolari condizioni, come è esperienza comune. L'esperienza dei totalitarismi ha mostrato l'impossibilità di tener fermo alla separazione di Dio da Cesare e alla necessità per le chiese di schierarsi Contro Cesare. Nel processo di Pilato il Regno mondano dell'Impero è venuto a contatto con il Regno divino di Gesù ed è stata la fine dell'Impero. Questo significa il comportamento di Pilato, che è di fatto una resa.



(Carlo Verducci)







Giorgio Agamben, Pilato e Gesù, Nottetempo, 2014 [ * ] 







vedi quì




 

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VITE E DETTI DI MAOMETTO
post pubblicato in Diario, il 16 ottobre 2014
 

Le fondamenta religiose dell’Islam sono due: Il Corano (di cui raccomando la bellissima traduzione di Ida Zilio-Grandi, con introduzione di Alberto Ventura, Mondadori); e i Detti (Hadith) di Maometto, in uscita nella raccolta Vite e detti di Maometto (con eccellente introduzione di Alberto Ventura, a cura di Rainer Brunner, traduzione di Massimo Laria, I Meridiani, Mondadori). Sono due testi opposti e complementari. Il Corano è la parola di Dio, che l’arcangelo Gabriele riferisce a Maometto. Gli Hadith, o «conversazioni» sono le parole di Maometto confidate a antichi fedeli, e da questi ad altri fedeli, fino alla metà dell’XI secolo. Degli Hadith esistono innumerevoli raccolte; e Rainer Brunner ne ha scelto una delle più importanti, il Sahih di al-Bukhari, nato a Bukhara nell’810 e morto a Samarcanda nell’871. 
La differenza di tono tra il Corano e i Detti è grande: Il Corano è lirico, apocalittico, folgorante, pieno di balzi, di scorci e di omissioni; è oscuro e si compiace delle proprie tenebre. I Detti ampliano e dilatano il Corano, trasformando la sua follia in una forma narrativa, che assomiglia al testo dell’Antico Testamento, il quale ha modellato l’immaginazione islamica. 
Altre parti, forse più diffuse, dei Detti, discendono dai Vangeli: ne imitano la semplicità, molte parabole essenziali, alcune sentenze e il Padre nostro: «O Dio, sei il mio Signore, non c’è altro Dio all’infuori di Te. Tu mi hai creato, e io sono il tuo servo, rispetterò il tuo patto e la tua promessa, fino a che potrò. Mi rifugio in Te dal male che ho commesso, riconosco il favore che Tu mi hai elargito e riconosco il mio peccato. Perdonami, perché nessuno all’infuori di Te può perdonare i peccati». 
Dio possedeva un trono, sul quale sedeva; e il Libro, cioè il Corano, o per meglio dire l’archetipo celeste del Corano. Il testo, che noi oggi conosciamo, non era definitivo: aveva varianti, forme diverse e molteplici; chi cercò il testo lo raccolse da steli di palma, lastre di pietra bianca e dalla memoria degli uomini. Il Corano era stato rivelato a Maometto nel corso di una unica notte, detta «notte del destino», dove il destino rappresenta il decreto immutabile di Dio. Poi la parola divina si era dispiegata nel tempo: Dio l’aveva rivelata al profeta nel corso di 23 anni, lampi dopo lampi, sura dopo sura. Un tempo, il mondo non esisteva: Dio era un tesoro nascosto, celato nelle profondità del proprio mistero, sconosciuto persino a sé stesso, avvolto nella tenebra. 
Quando Dio volle conoscersi, creò il mondo. Ora, tutto ciò che noi vediamo, è una immagine di lui. La sterminata regione dei corpi, gli alberi, gli uomini, le luci, le ombre, sono sembianze del suo unico volto. Dio è il prato dove brucano le gazzelle, il tempio dove vengono venerati gli idoli, la pietra dove è stata scritta la legge mosaica, il chiostro dove si rifugia il monaco cristiano, la Ka’ba dove si prostra il pellegrino, il canto ispirato a Maometto. Ma Allah non si è incarnato come il Dio cristiano. Egli è soltanto «entrato» nelle forme create, come un’immagine «entra» e si riflette dentro uno specchio. Chi contempla le cose, non conosce la luce divina: la conosce deformata e trasformata. Il nostro mondo è l’ombra rispetto alla persona, la figura specchiata rispetto all’immagine, il frutto rispetto all’albero. Così il credente che si slancia verso le forme create per conoscere Dio, incontra la delusione, giacché il mondo è un velo che ci nasconde il suo volto. 
Le fasi della creazione islamica sono diverse rispetto a quelle bibliche. Il sabato, il Dio dell’Islam creò la terra, e la domenica i monti, e il lunedì gli alberi, il martedì il male, e il mercoledì la luce. Il giovedì distribuì gli animali sulla terra e infine creò Adamo. Ci sono due differenze essenziali: il primo giorno, il Dio della Bibbia creò la luce: fonte di ogni essere. Inoltre non c’è nessun passo, nell’Antico Testamento, in cui Dio creò il male, il male come forma unica e assoluta. Ma una differenza successiva è data dal fatto che i diavoli islamici pronunciano la Sua interpretazione del Corano: esaltano Dio: «Non c’è altro che lui, il vivo, il sussistente»; e quindi tornano a far parte dell’essenza positiva della creazione. 
Sia nel Corano sia nei Detti, Dio disse agli angeli: «Io metterò sulla terra un mio vicario», cioè Adamo. Allora gli angeli risposero: «Metterai sulla terra chi vi apporterà la corruzione e spargerà il sangue, mentre noi innalziamo la Tua lode e glorifichiamo la Tua santità», Dio rispose: «Io so ciò che voi non sapete». Poi ordinò agli angeli di prosternarsi davanti ad Adamo. Tutti si prosternarono, tranne Iblis, che incarnò due aspetti opposti della manifestazione angelica: era l’unico miscredente, perché non obbediva, ma era anche devoto e fedele a Dio, perché sapeva che bisognava prosternarsi solo davanti a Dio. 
Nella Bibbia, la creazione di Adamo sembra istantanea: Dio prende la polvere dalla terra, vi soffia l’alito di vita; e l’uomo è subito un essere vivente, che passeggia nel giardino dell’Eden. Nell’Islam, tutto avviene molto lentamente. Con l’argilla colorata fornitagli dall’angelo della morte, Dio forma Adamo e l’abbandona. Nessuno, né angeli né demoni, aveva mai visto una figura così gigantesca. Per quarant’anni, il suo corpo immenso e vuoto giace disteso al suolo: l’argilla diventa secca come un ramo di palma abbandonata nel deserto, e dà un suono cupo; l’angelo del male entra nella bocca del corpo vuoto e l’esplora. Alla fine Dio ordina all’anima di entrare nelle membra distese. L’anima si insinua nella gola e, dovunque arriva, l’argilla, la polvere, il fango diventano ossa, nervi, vene, carne, pelle: quando arriva al capo, Adamo starnutisce e dice: «Lode a Dio!». 
Poi Dio gli insegna una scienza segreta, che non aveva insegnato agli angeli. Insegna al gigante d’argilla il nome dei demoni e delle fate che si trovano sulla terra, dei quadrupedi che stanno nel mare e fuori dal mare, degli animali che pascolano, che brucano, camminano, volano: il nome delle cose secche e delle cose umide, delle cose leggere e delle cose pesanti; dell’inverno, dell’estate, del cielo, della terra, della montagna, della pianura e del deserto. 
Quando l’angelo del male tenta Adamo ed Eva, essi mangiano il frutto dell’albero della vita e dell’eternità. In quel momento, dice un dotto islamico, «la loro pelle si staccò dal corpo, e la carne rimase allo scoperto, come ora la nostra. La pelle che Adamo ha in paradiso è simile alle nostre unghie: quando si stacca, rimane soltanto sulle punte delle dita quel poco che noi abbiamo. Così ogni volta che Adamo ed Eva guardano le unghie delle loro dita, ricordano il paradiso e tutte le sue delizie». Adamo viene gettato nell’Hindustan: Eva presso la Mecca; il serpente a Isfahan. Adamo comprende la propria colpa: capisce di aver peccato contro Allah; si getta in adorazione, con il viso contro la terra, e piange. Le lacrime scendono dagli occhi come ruscelli, calano a valle e fanno crescere gli alberi e gli arbusti medicinali. Nella Genesi, la tragedia rimane miracolosamente inespressa: appena un gesto rivela la colpa: nessuna lacrima viene versata; il volto di Adamo e di Eva rimane asciutto come in una scultura romanica. 
Cento anni più tardi, Allah — il Benigno, il Misericordioso — perdona Adamo: questa volta le lacrime di gioia, toccando terra, generano il narciso, l’amaranto e tutti i fiori della pianura. Poi Adamo comincia la sua vita di lavoro e di pena. Nella Genesi, gettato e abbandonato sulla terra, trae ogni risorsa da sé stesso: «Col sudore della fronte, lavora i campi pieni di spini e di triboli, cerca l’erba dei campi, semina il grano, prepara il pane». Nella leggenda islamica, Adamo non è mai solo: le mani soccorrevoli di Allah gli inviano gli angeli, per aiutarlo e educarlo. Gabriele scende dal cielo: insegna ad Adamo a trarre il ferro dalla pietra, a costruire gli attrezzi agricoli, a seminare, a trasformare il grano in farina, a costruire un forno di ferro e a fare il pane. Infine — ultimo dono — gli porta dal cielo il bue da lavoro. 
Malgrado questo fitto battere di ali angeliche, la conclusione è tragica, come nella tradizione ebraica. Sulle porte dell’Eden, Dio dispone i cherubini; e la «fiamma della spada guizzante» terrà per sempre lontani gli uomini dall’albero della vita, fino a quando altri angeli annunceranno la Gerusalemme celeste e nuovi alberi della vita. 
Allah non ha bisogno della spada guizzante dei cherubini. Fino ad allora, Adamo sfiorava con la testa il primo cielo, e discorreva con gli angeli. Dio manda Gabriele, che muove lievemente l’ala sul capo di Adamo, e riduce la sua statura a novanta metri. Adamo piange, perché non può più ascoltare la voce degli angeli. Gabriele gli parla: «Dio ti saluta e ti dice: “Ho fatto di questo mondo una prigione per te; e ho diminuito la tua statura finché tu vivessi in carcere”». Quali siano le differenti traduzioni culturali, l’eredità ebraico-cristiano-islamica è unanime. Questa terra è un carcere. Se vogliamo conoscere altre voci e visioni, dobbiamo ascoltare la musica celeste o contemplare le luminose rivelazioni ultraterrene, che di tempo in tempo vengono a interrompere la fitta tenebra della nostra prigione. 
Non c’è bisogno di ricordare chi sia Dio. Dio è l’unico: «Non c’è altri che Lui, il Vivente e il Sussistente». E sebbene esistano Gesù, Maria e lo Spirito, nessuno di loro è veramente un uno; e la Trinità è una parola vuota. Dio è geloso. Se scorge il cipresso levarsi verso il cielo, fiero della sua grazia, lo abbatte al suolo. Appena il sole raggiunge lo zenit, lo precipita nella bassura del tramonto; e se il disco lunare risplende nella sua pienezza, gli impone di decrescere. Egli non sopporta che dedichiamo ad altri — padri e figli, mogli e mariti — una parte del nostro amore: così dicevano anche i Vangeli. Eppure, gli Hadith sollevano dubbi: fino al dubbio estremo: «L’Inviato di Dio ha detto: “Gli uomini continueranno a porsi domande a vicenda, fino al punto che diranno: Questo è Dio, il Creatore di ogni cosa. Ma chi ha creato Dio?”». 
La seconda verità non è meno evidente. «Quando Dio terminò la creazione, scrisse nel Suo libro scrivendo su Sé stesso: “La mia clemenza precede la mia ira”». E la clemenza è il dono che l’Islam originario oppone a tutte le altre religioni. Un arabo incontrò un dotto ebreo e gli disse: «Dimmi qualcosa della tua religione». L’ebreo rispose: «Non sarai della nostra religione fino a che non ti prenderai parte dell’ira di Dio». L’arabo rispose: «L’ira di Dio è l’unica cosa da cui rifuggo». Poi l’arabo incontrò un dotto cristiano, e gli pose la stessa domanda. Il cristiano rispose: «Non sarai cristiano fino a che non prenderai la tua parte nella maledizione di Dio». L’arabo rispose: «Non sopporto la maledizione di Dio». Gli Hadith non fanno che sottolineare, sino all’infinito, questa inaudita clemenza. «Se un mio servo ha l’intenzione di compiere una buona azione, ma non la compie, contategliela — disse Dio agli angeli — come una buona azione, e se ne compie una, attribuitegli da dieci a settecento buone azioni». Questo Dio clementissimo sta accanto a noi e ci ama. Lo crediamo perduto nella distanza dei cieli, difeso da settantamila cortine di luce e di tenebra; mentre egli ci è più vicino delle vene del nostro collo, del nostro respiro, della nostra immagine riflessa allo specchio. 
La prima grande figura della storia islamica è Abramo, ereditato dalla Genesi . Nei Detti , Abramo portò Ismaele, il figlio avuto da Agar, alla Mecca, nel luogo della futura Ka’ba, e poi fuggì. Tutto, attorno, era senza acqua e disabitato. Apparve un angelo, smosse la terra con il tallone, fino a quando uscì l’acqua. Agar la versò in un otre. Poi l’angelo le disse: «Non abbiate paura di morire, perché qui Abramo e Ismaele costruiranno la casa di Dio». Quando Abramo ritornò, Ismaele stava temperando una freccia sotto un grande albero vicino al pozzo di Zamzan. Abramo gli chiese: «Mi aiuterai?» «Sì, ti aiuterò», rispose Ismaele. Abramo disse: «Dio mi ha ordinato di costruire una casa in questo luogo». I due cominciarono a lavorare: Ismaele passava le pietre ad Abramo, ed Abramo edificava. Quando la Ka’ba fu eretta, Abramo ed Ismaele cantarono come nel Corano : «Accettalo da noi, Signore nostro. Tu sei colui che ascolta e colui che sa, Signore nostro. Rendici sottomessi a Te, e mostra i tuoi riti. Tu sei l’Indulgente, il Compassionevole». 
Nei Detti , Gesù appare in un sogno di Maometto, mentre corre attorno alla pietra nera della Ka’ba. «Vidi apparire — disse Maometto — un uomo di carnagione scura, la più bella che si possa vedere tra gli uomini, con la chioma che gli ricadeva sulle spalle. Aveva i capelli lisci, e dalla testa gli scendevano gocce d’acqua». Non era figlio di Dio, come pretendevano i cristiani, ma dell’angelo e di Maria: era un profeta, e annunciava Maometto, l’ultimo dei profeti. Il Corano aveva detto: «Dio gli insegnerà il libro e la saggezza e la Torah e il Vangelo, e lo invierà come Suo messaggero ai figli di Israele, ai quali egli dirà: “Io vi porto un segno da parte del Vostro Signore, vi creerò dall’argilla come una figura d’uccello, e poi vi soffierò sopra e sarà un uccello vivente; e inoltre guarirò, con il permesso di Dio, il cieco nato e il lebbroso, e risusciterò i morti”». Ma, nei Detti , risuona la critica di Maometto verso il proprio predecessore. «Non lodatemi oltre misura, come hanno fatto i cristiani con il figlio di Maria. Io sono soltanto il Servo di Dio». 
Passati i quarant’anni, Maometto ebbe le prime visioni. La notte gli compariva in sogno una figura enorme e sconosciuta, che con la testa toccava il cielo e con i piedi la terra, e si avvicinava per afferrarlo. Durante il giorno, mentre camminava per la campagna, sentiva delle voci uscire dai sassi, dai muri e dai ventri degli animali: voci che gli dicevano: «Salute, o apostolo di Dio». Il divino gli si presentava come l’esperienza del tremendo: una forza che non aveva nome, che poteva venire da tutte le parti, che non aveva nulla a che fare col bene, che era solo contraddistinta dalla propria potenza, irrompeva sopra di lui, lo afferrava, lo dominava, e voleva soggezione senza limiti. Era sconvolto da brividi di freddo o si copriva di sudore: strani suoni di campana o fruscii di lontane ali celestiali o fragori gli risuonavano nella mente, e restava a terra senza coscienza. 
Come confessò più tardi, gli sembrava che qualcuno infinitamente possente gli stesse strappando l’anima a pezzi. Diventò inquieto: temeva di impazzire o di essere posseduto da un demone: «O Khadija — disse alla vecchia moglie — temo di diventare pazzo». «Perché?» gli domandò lei. «Sento in me i segni degli indemoniati: voci misteriose per le strade, figure enormi nel sonno». Khadija gli rispose: «O Maometto, non inquietarti. Con le qualità che hai, tu che non adori gli idoli, tu che ti astieni dal vino e dal vizio, che fuggi dalla menzogna, che pratichi la probità, la generosità e la carità, non hai nulla da temere. Dio non ti lascerà cadere sotto il potere dei demoni». 
Spesso Maometto lasciava la città, e saliva in una caverna sulle colline di Al-Hira, passando le notti nella meditazione e nell’adorazione, come un monaco cristiano. Una notte, mentre stava dormendo, la figura enorme dei primi incubi gli si presentò di nuovo in sogno. Aveva in mano un copriletto di broccato: sopra c’era scritto qualcosa. Gli disse: «Leggi». Maometto rispose: «Cosa mai devo leggere?». La figura lo strinse con tanta forza che Maometto pensò di morire. Tre volte gli impose: «Leggi!»; tre volte Maometto rifiutò; finché, soltanto per liberarsi, disse di nuovo: «Cosa devo dunque leggere?». L’altro rispose: «Leggi in nome del tuo Signore che ha creato,/ ha creato l’uomo da un grumo di sangue./ Leggi! Il tuo Signore è il Generosissimo,/ ha insegnato l’uso del calamo,/ ha insegnato all’uomo quello che non sapeva». Secondo la tradizione islamica, erano i primi versi del Corano . 
Maometto lesse, e la figura si allontanò da lui. Quando si svegliò, le parole erano scritte nel suo cuore. Aveva ripetuto l’esperienza di Ezechiele e di Giovanni nell’Apocalisse. Qualcuno gli aveva imposto con la violenza uno scritto vergato in un altro mondo: Ezechiele e Giovanni l’avevano ingoiato; lui l’aveva fatto diventare parte del cuore e del corpo. Soltanto attraverso questa totale appropriazione fisica, la rilevazione celeste era divenuta Apocalisse, e ora sarebbe divenuta Corano . Ezechiele e Giovanni avevano accettato senza timore il libro dal sapore dolce-amaro, certi del suo carattere sacro. Più dubbioso, inquieto e consapevole dell’ambiguità della parola ispirata, Maometto non osava accettare la rivelazione. Temeva di essere un «poeta estatico» o un «uomo posseduto»: uno di quei kahin, che in Arabia profetavano ispirati dai demoni. 
Travolto dall’angoscia, avrebbe voluto uccidersi, e cercò di precipitarsi dalla collina. In quel momento, udì una voce dal cielo. Girò la testa, e scorse l’angelo Gabriele, con i piedi a cavalcioni sull’orizzonte, che diceva: «O Maometto, tu sei l’apostolo di Dio e io sono Gabriele!». Rimase stupito: girò la faccia dall’altra parte, e verso qualunque luogo del cielo guardasse, dovunque spingesse gli occhi ansiosi, scorgeva il corpo del grande angelo: forse il corpo di Dio. Gabriele lo prese dolcemente tra le ali, in modo che non potesse muoversi, e gli ripeté: «Non temere, tu sei il profeta di Dio, e io sono Gabriele, l’angelo di Dio». 
Maometto discese dalla collina: tremava in tutto il corpo per il terrore della rivelazione, ma ripeteva tra sé le frasi di Gabriele, le prime frasi di quello che sarebbe diventato il suo libro, che cominciavano a rassicurarlo. Tornò a casa, raccontò la visione a Khadija, e le disse le parole dell’angelo. Poi fu ancora colto dal freddo e chinò la testa chiedendo: «Coprimi! Coprimi!». La moglie lo avvolse in un mantello, e lui si addormentò al suolo, come un bambino terrorizzato. Khadija andò da un vicino. Mentre Maometto dormiva, Gabriele entrò nella casa e gli parlò: «Alzati, tu che sei coperto con un mantello». Maometto si risvegliò e rispose: «Eccomi, che debbo fare?». E Gabriele: «Alzati e avverti gli uomini e chiamali a Dio». Maometto gettò via il mantello e si alzò. Quando la moglie tornò, gli disse: «Perché non dormi, e non ti riposi?». Maometto rispose: «Il mio sonno e il mio riposo sono finiti: Gabriele è tornato, e mi ha ordinato di trasmettere il messaggio di Dio agli uomini». 
Il ritratto, che i Detti lasciano di Maometto, è meno soave del ritratto di Gesù. «Egli era di statura media, né alto né basso, di carnagione chiara, né troppo pallida né scura, i capelli non erano ricci, né lisci e cadenti. Aveva un cappello roso: era diventato così per via del profumo». La cosa essenziale che distingue Maometto da tutti i profeti, è che egli è il profeta definitivo: l’ultimo rispetto ad Adamo, Mosè, Abramo, Gesù; il sigillo dei profeti; sebbene quel sigillo fosse, in primo luogo, un neo pelosissimo sulla spalla. È incerto se egli fosse il profeta di tutte la nazioni, o il profeta di una comunità sola: quella araba? Quando chiede di essere accolto in cielo, il Signore gli accorda il permesso. Maometto cade prostrato davanti a Dio, che gli dice: «Solleva la testa. Parla, e sarai ascoltato: domanda, e ti sarà dato: intercedi e la tua intercessione sarà accolta»; parole che discendono direttamente da quella che è, forse, la parola fondamentale dei Vangeli. 
Come Gesù, il Gesù dei Vangeli e del Corano , Maometto possiede rivelazioni, successive alla rivelazione fondamentale. Ha visioni. Fa miracoli, sebbene con qualche incertezza. Rispetto a Gesù, anche al Gesù coranico, egli è assai più umano. Ride, mentre Gesù non ride mai: combatte; uccide, commercia; chiacchera; seduce e si fa sedurre nel suo gineceo; rispetta l’autorità, ed egli stesso è un’autorità; come i Cesare, i Cosroe e i Negus, mentre per Gesù qualsiasi autorità è una parola vuota. 
Ama le cose facili, mentre Gesù sceglie la via difficile e ardua: ama le cose limitate, moderate, flessibili, mentre i Vangeli coltivano l’eccesso anche nelle apparenze umili e puerili. Così si comprende la profonda differenza che corre nei rapporti tra i cristiani e gli islamici e il loro Signore. Un mercante e un beduino arabi del VII secolo si sentono prossimi a Maometto, che per loro è come un fratello maggiore: mentre un cristiano delle origini o un monaco medioevale coltivano nell’umiltà e nell’incarnazione del loro Dio l’ombra di una distanza vertiginosa. 



(Pietro Citati)







Vite e Detti di Maometto, Mondadori, 2014 [ * ]

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MAKKAH
post pubblicato in Diario, il 9 luglio 2014

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PANIKKAR
post pubblicato in Bielawski, Maciej, il 8 marzo 2014


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