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PERDONARE
post pubblicato in Derrida, Jacques, il 31 luglio 2017
 

Sembra in "Perdonare" di Jacques Derrida che il perdono sia la via d'acceso privilegiata ad una dimensione oltre l'etica, ad un'etica oltre l'etica, ad un'etica iperbolica. Il perdono, come anche il dono, che sono intimamente legati. Con una differenza, che il dono riguarda sempre il presente, il perdono il passato.
Il perdono è uno dei nostri atti discorsivi più frequentati. Tutto un plesso semantico si accompagna all'atto performativo del perdono. Derrida decostruisce tutti questi significati, dimostra come essi si risolvono in aporie del perdono. E c'è un unico modo per risolverle: andare al di là del perdono. Infatti il perdono che supera se stesso che ci propone Derrida non è più quello della tradizione giudaico-cristiana, che presupponeva che si concedesse il perdono quando il colpevole riconosceva la propria colpa e in vista di una riconciliazione. E' anche il capovolgimento della tesi per cui con la Shoah nessun perdono è più possibile. Per cui è finito il perdono nella storia umana o è finita la storia del perdono che ha accompagnato l'uomo fin dall'inizio della sua storia. E' la tesi sostenuta dal filosofo ebreo francese Vladimir Jankelevitch  in "Perdonare?", che ribalta la tesi di un altro suo libro sul perdono scritto negli anni '30, raccogliendo scritti successivi al 1964, quando in Francia si sancisce per legge l'imprescrittibilità dei crimini contro l'umanità. La Shoah non è un fatto umano e il perdono può essere esercitato solo tra uomini. Nessuno ha chiesto il perdono per quei crimini. Non si può concedere il perdono a nome di altri che non ci sono più. Il perdono non è possibile perchè non correlabile ad una punizione equivalente (come dice Hannah Arendt), correlazione necessaria quando colpa, punizione e perdono hanno proporzioni umane. Questi sono di fondo gli argomenti addotti da Jankelevitch per cui lui personalmente non può perdonare. Alla lettera di un giovane tedesco che gli scrive dicendogli di non sentirsi responsabile di essere nato in Germania dopo quegli eventi, che non sente di essere ascrivibili a sè, e di cui pure si sente molto angosciato, Jankelevitch risponde con una concessione che sa di sofisma: la riconciliazione sarà affare delle future generazioni (le quali avranno in sostanza dimenticato), ma non è una via per lui percorribile. Morirà senza avere perdonato. Derrida capovolge questa impostazione, bisogna avere già sempre perdonato, se sempre si è colpevoli l'uno verso l'altro, se sempre si è spergiurato (l'essenza della colpa). Nel perdono e nella colpa siamo immersi continuamente, si potrebbe dire che il perdono è un orizzonte di possibilità per l'uomo, e che il passato, essenziale al perdono, è un'altra condizione di possibilità. In realtà chiediamo perdono continuamente. Anche il titolo del libretto, non può essere una richiesta rivolta al lettore? Si scrive sempre per chiedere perdono, si dona per chiedere perdono. Il perdono è solo quello concesso senza nessuna richiesta. Vi si avvicina Paul Celan, andato a trovare Heidegger su suo invito a Todtnauberg, nella poesia scritta subito dopo, dove la pesante atmosfera di ambiguità si trova a dover lasciare spazio al commento sul libro d'oro dei visitatori, aggiungendosi il poeta alla lunga fila dei predecessori. A questa lista si aggiungerà firmando anche Derrida successivamente. Si dirà che quest'etica iperbolica è buona per le astrazioni ma impraticabile. Tuttavia finisco con due casi storici concreti di vittime del nazismo che hanno perdonato: si tratta di Maiti Girtanner, resistente francese imprigionata e torturata, e di Eva Mozes Kor, vittima degli esperimenti di Josef Mengele. 



(Carlo Verducci)





Jacques Derrida, Perdonare, Raffaello Cortina, 2004 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 31/7/2017 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
EVA MOZES KOR
post pubblicato in Mozes Kor, Eva, il 30 settembre 2016
 

"Oggi dopo la sessione pomeridiana della Corte, mi sono avvicinata a Oskar Groening. Voleva alzarsi. Ho detto: «ti prego non farlo, non vogliamo una ripetizione dell'ultima volta». Gli ho appena stretto la mano e ho detto: «ho apprezzato il fatto che sei stato disposto a venire qui ad affrontarci. Ma vorrei fare un appello ai vecchi nazisti che sono ancora vivi a farsi avanti e ad affrontare il problema dei neo-nazisti in Germania oggi. Perché questi giovani fuorviati tedeschi che vogliono far tornare Hitler e il fascismo non potranno ascoltare Eva Kor o qualsiasi altro sopravvissuto. Puoi dire loro che eri ad Auschwitz, eri coinvolto con il partito nazista, ed era una cosa terribile»
Mentre stavo parlando con lui, mi ha preso e mi ha dato un bacio sulla guancia. Beh, io probabilmente non mi sarei spinta a tanto, ma credo che sia meglio di quello che mi avrebbe fatto settanta anni fa. 
Di tutto ciò che è accusato - dico che è colpevole. Gli ho detto che il mio perdono non mi dispensava dall'accusarlo né che lui si prendesse la responsabilita' delle sue azioni. E ho detto ai media che lui era un piccolo ingranaggio in una grande macchina di assassinio, e che la macchina non poteva funzionare senza i piccoli ingranaggi. Ma ovviamente lui è un essere umano. La sua risposta è proprio ciò di cui parlavo quando dicevo che non si può prevedere cosa potrebbe succedere quando qualcuno dalla parte delle vittime e qualcuno dalla parte dei carnefici si incontrasse in uno spirito di umanità. 
So che molte persone mi criticheranno per queste immagini, ma va bene così. E' l'incontro di due esseri umani settant'anni dopo ciò che è successo. Per quanto mi sforzi non capirò mai perché la rabbia è preferibile a un gesto di buona volontà. Mai niente di buono viene dalla rabbia. Ogni gesto di buona volontà di cui si parla nel mio libro vincerà ogni volta la rabbia. L' energia creata dalla rabbia è un'energia violenta. 
Mi dispiace per Oskar Groening per una sola ragione: ha vissuto una vita infelice. Penso che se io fossi il giudice, gli farei una domanda: «hai vissuto una vita felice?». Quando si guarda indietro, lui probabilmente non può essere fiero di niente, e vede che ha sbagliato. Così giudica se stesso. 
Lo scopo di questo processo dal mio punto di vista non è di condividere con lui una parte della mia mente ma di insegnare ai giovani neo-nazisti che Auschwitz è esistito. Si può fingere e dire che non è così, e se io lo testimonio e dico che è avvenuto veramente, mi destituiscono di credibilità perche' sono ebrea e ho un interesse a raccontare questa storia. Ma un ex nazista non ha interesse nel dire che Auschwitz è esistito - in realtà lui ha interesse a negarlo. 
Il 99.9% dei colpevoli moriranno senza rendere testimonianza. Avrei preferito che ogni nazista, ogni colpevole, entro un termine ragionevole - non settant'anni ma molto, molto più in fretta - fosse uscito allo scoperto e avesse confessato quello che aveva fatto. Per questo semplice motivo devo riconoscere che Groening ha almeno fatto uno sforzo. Non penso che sia un eroe per questo, ma almeno lui è stato disposto ad ammettere la sua colpa in una pubblica corte. 
Mi domando: cosa vogliamo in futuro? Vogliamo continuare a puntare il dito e che l'accusato resti in un angolo e l'accusatore nell'altro, senza mai incontrarsi? Guarda il mondo: non funziona. Tutto ciò che abbiamo e' gente che senti arrabbiata, persone che vanno in giro a fare cose folli. 
Quando succedono cose tragiche, dobbiamo sederci e discutere, quali sono le opzioni per le vittime e per i carnefici? La maggior parte delle persone sono solo qui in tribunale per accusarlo di cose che lui ha già ammesso. Quindi ora cosa dobbiamo fare? Non credo che dovremmo alzare una statua in suo onore, ma può servire come un buon esempio per i giovani che cio' a cui ha partecipato è stato terribile, che era sbagliato, e che è dispiaciuto di averne fatto parte. E' un messaggio che ha una qualche utilità per la società. 
Se fosse dipeso da me, il dialogo tra i sopravvissuti e i carnefici sarebbe dovuto iniziare tanto tempo fa. E avrebbe aiutato i sopravvissuti e forse li avrebbe aiutati a guarire se stessi, ma ancor di più a non passare il dolore ai loro figli. 
Le mie idee sulla vita sono molto singolari, lo so che sono in minoranza - magari la minoranza di una sola persona. Lo so come la società ti vede, ma da come la vedo io, la società, non credo che stia andando molto bene. Quindi quello che sto dicendo è che forse dovremmo provare qualcos'altro. E la mia idea è che le persone dal lato delle vittime, e le persone dal lato dei carnefici si avvicinino, guardino in faccia la verità, provino a guarire, e lavorino insieme per evitare che accada di nuovo".

 

Oskar Groening era il contabile di Auschwitz. Aveva lavorato nel campo di sterminio dal 1942, quando aveva ventuno anni: si occupava della classificazione, valutazione e registrazione dei beni sequestrati ai deportati - quasi tutti ebrei ungheresi nel suo caso - avviati verso le camere a gas. Oskar entrò nel partito nazista e nelle SS allo scoppio della guerra e - visto che era un contabile - venne prima mandato a occuparsi di un ufficio paghe delle SS e ben presto, quando cominciò l'attività del campo, ad Auschwitz: l'incarico era di gestire i beni sequestrati ai deportati. In particolare, doveva soprattutto occuparsi di banconote e monete, classificarle e inviarle a Berlino. Groening ha sempre dichiarato di non aver partecipato direttamente alle uccisioni dei prigionieri del campo. Non ha mai negato il suo lavoro ad Auschwitz, ed ha sempre riconosciuto l'enormità delle atrocità compiute nei campi di sterminio nazisti. In particolare, ha espresso il desiderio di contrastare con i suoi racconti e le sue ammissioni ogni tipo di negazionismo dell'Olocausto. Secondo la difesa di Groening, il suo lavoro non ha facilitato il genocidio. L'accusa invece ha sottolineato come la sua occupazione fosse funzionale alla macchina dello sterminio. Nel '44 venne assegnato a un'unità di combattimento delle SS e fu preso prigioniero dagli alleati. Nel 1948 tornò in Germania e come la maggior parte dei militari tedeschi sopravvissuti, ritornò alla vita "normale", da contabile, civile. Negli anni '80 però Groening sentì il bisogno di scrivere un memoriale, soprattutto per i figli, con quanto sapeva e aveva visto di Auschwitz e lo scrisse soprattutto per smentire chi negava l'Olocausto. Poi, a metà degli anni 2000 e ancora nel 2013, attraverso alcune interviste, il suo racconto divenne pubblico. Nel 2014, un tribunale tedesco lo ha incriminato con l'accusa di complicità nell'omicidio di trecentomila persone ad Auschwitz. [ * ] [ * ]
Eva Mozes e la sorella gemella Miriam sono nate nel piccolo villaggio di Portz, in Romania, il 30 gennaio 1934. La vita per la famiglia Mozes era stata buona per anni, ma nel marzo del 1944 le fu detto di raccogliere poche cose, perché stava per essere trasferita. Fu portata in un ghetto a Simleul Silvanei e poi deportata ad Auschwitz. Quì le due gemelle furono separate dalla madre e isolate in vista degli esperimenti del dottor Mengele. Eva ha poi dichiarato: "Durante gli esperimenti mi sono state fatte cinque iniezioni. Ho sviluppato una febbre altissima. Tremavo, le mie braccia e le mie gambe erano gonfie, di enormi dimensioni. Mengele e il dottor Konig e altri tre medici sono venuti la mattina successiva. Essi... hanno guardato la mia tabella di febbre, e il dottor Mengele ha detto: «Peccato, lei è così giovane. lei ha solo due settimane di vita ...»". Il fatto che Eva e Miriam siano sopravvissute ad Auschwitz è stato un miracolo in sé, in quanto solo pochi singoli gemelli erano ancora vivi al momento che il campo fu liberato. Dopo la liberazione del campo, Eva e Miriam sono state i primi due gemelli inquadrati nel famoso film preso dai sovietici - spesso mostrato in filmati sugli orrori della Shoah. In qualche modo l'immagine è fuorviante. I gemelli di Mengele non indossavano uniformi a strisce. Erano i soggetti preferiti di Mengele, e gli veniva concesso un trattamento speciale, come l'essere in grado di mantenere i propri capelli e vestiti, e ricevere razioni di cibo extra. Fino a quando rimanevano in buona salute e utili per Mengele erano tenuti in vita. [ * ]



Nel 1950 Eva e Miriam hanno ricevuto i visti per Israele e si sono trasferite. Sono diventate membre di un kibbutz, popolato per lo più da orfani. Nel 1952 sono state inquadrate nell'esercito israeliano. Eva ha studiato redazione editoriale e Miriam è diventata un' infermiera. Nel 1960 Eva ha sposato un turista americano, Michael Kors, anche lui un sopravvissuto del campo di concentramento, ed è venuta a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi a Terre Haute, Indiana. Nel 1985, quaranta anni dopo la liberazione di Auschwitz, Eva Mozes Kor, Miriam, e altri sopravvissuti sono tornati ad Auschwitz e successivamente hanno condotto un finto processo a Josef Mengele in Israele, che ha ricevuto l'interesse della stampa internazionale. Eva Mozes Kor è autrice di libri sulla sua esperienza ed ha parlato in oltre quattrocento scuole, università, conferenze, sinagoghe, e gruppi civici. E' la fondatrice del Museo dell'Olocausto e Centro di formazione a Terre Haute, Indiana, e della CANDLES, un acronimo che sta per "Bambini di esperimenti di laboratorio di Auschwitz sopravvissuti". Questa organizzazione ha localizzato e riunito molti sopravvissuti degli esperimenti e si dedica a "guarire il dolore, insegnare la verità, evitare i pregiudizi". [ * ]
Da adulte Eva e Miriam hanno sofferto di gravi problemi di salute. Eva ha avuto degli aborti ed ha sofferto di tubercolosi. Suo figlio ha avuto il cancro. I reni di Miriam non si sono mai pienamente sviluppati ed è morta nel 1993 di una rara forma di cancro, probabilmente causata dagli esperimenti medici sconosciuti e dalle iniezioni cui era stata sottoposta da Josef Mengele.
Nell’estate del 2013 Eva ha incontrato ad Auschwitz un personaggio che l'ha colpìta per l’"estrema intelligenza". Si tratta di Rainer Hoss, nipote di quel Rudolf Hoss che era comandante del lager quando lei vi si trovava, impiccato dagli alleati nel 1946 [ * ] [ * ]. Rainer ha rotto ogni rapporto con la famiglia d’origine nel 1985, dedicandosi ad educare le nuove generazioni su come "riconoscere e sconfiggere il Male del nazismo". Solo nel 2014 Rainer Hoss ha parlato in oltre settanta scuole tedesche. A un anno dall’incontro la sopravvissuta Eva ha chiesto al nipote del suo aguzzino se avrebbe accettato di essere adottato da lei, che ha superato gli ottanta anni. Rainer ha accettato e la notizia ha fatto il giro del mondo. Ma Eva Mozes Kor precisa che "non sempre andiamo d’accordo", come nel caso del “perdono per i nazisti": lei infatti non condivide la rottura di Rainer nei confronti della sua famiglia, vorrebbe che si riconciliassero "perché solo così ci possiamo davvero emancipare dal Male di Hitler". [ * ] [ * ] [ * ]



Eva Mozes Kor, Mary Wright, Echoes from Auschwitz: Dr. Mengele's Twins: The story of Eva and Miriam Mozes, Paperback, 2000 [ * ]
Eva Mozes Kor, Lisa Rojany Buccieri, Surviving the Angel of Death: The True Story of a Mengele Twin in Auschwitz, Paperback, 2012 [ * ]

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MAITI GIRTANNER
post pubblicato in Girtanner, Maiti, il 29 settembre 2016
 

Torturata da un medico della Gestapo, la resistente cattolica e pianista Maiti Girtanner, nota per aver perdonato in nome della sua fede colui che era stato il suo carnefice durante la seconda guerra mondiale, è morta il 28 marzo 2014 all'età di 92 anni.
"Io non voglio fare della mia vita una tragedia". Eppure Maiti ha pensato al suicidio per anni. Ma l'abitava una presenza. Il Dio della sua giovinezza le ha donato di attraversare l'orrore e di poter rileggere la sua vita alla luce di un'altra passione, quella di Cristo.
La immaginiamo sulla sua bicicletta, pedalando in campagna, sotto il naso dei tedeschi, portando ad alcuni delle notizie, ad altri delle armi... Il naso in aria, fiera e altera, giovane e bella, spensierata e animata da un grande desiderio di vita. I tedeschi sono lì, sul bordo della Vienne, l'altro lato è la zona franca. Siamo nel giugno del 1940, il Vieux Logis, la vecchia casa di famiglia di Maiti è stata requisita.
Maiti ha perso il padre all'età di tre anni, è cresciuta con il nonno, musicista, compositore e docente al Conservatorio di Parigi, che scopre in lei una reale disposizione verso il pianoforte. A dodici anni ha interpretato il suo primo vero concerto; una promettente carriera si apre davanti a lei. Da quel momento ha chiesto al Signore: "Se vuole che parli con lui suonando il pianoforte... mi lascerò trasportare dalla musica". La bambina ha già un rapporto di intimità e di fiducia con il Signore.
"Ho capito che la verità è una persona, Gesù Cristo. Mi ha bruciato per trasmettere e proclamare questa verità".
Ma a diciotto anni i tedeschi sono a casa, e Maiti non solo entrerà nella Resistenza, ma fonderà un proprio gruppo: "Ho creato un gruppo di piccola resistenza, quasi tutti studenti, in modo perfettamente inimmaginabile...": si traversa la Vienne in barca per aiutare i clandestini a muoversi nella zona franca, recuperare le carte di identità della regione di Dunkerque, per Londra dove si organizza lo sbarco, chilometri in bicicletta per passare informazioni, falsificando documenti... tutti rischi e sempre con la "paura nella pancia". Ama definirsi "piccola formica della Resistenza" in mezzo a tante altre.
Infine Maiti viene obbligata a suonare il pianoforte ad una festa organizzata dal capo della Gestapo a Parigi. Al termine del concerto contratta la sua remunerazione con il rilascio di due o tre suoi compagni. Sei o sette volte Maiti ha la presunzione di fare quella richiesta e ottenere il rilascio dei suoi amici "sopra ogni sospetto, arrestati per errore".
Alla fine del 1943 è arrestata anche lei. Lo stesso capo della Gestapo lo ritiene un errore, ma il velo è strappato, e scopre chi è la piccola! "Orgoglio ferito a morte di essere stato ingannato da una ragazza, quindi una punizione esemplare: trasferimento in un luogo segreto di rappresaglia (...) dove il medico-carnefice dovrà perseguire il maggior danno possibile... Fu la scoperta a ventuno anni dell'orrore della sofferenza inflitta da medici che sapevano quello che stavano facendo".
Lasciata per morta, viene salvata dalla Croce Rossa. Rimane otto anni ricoverata in ospedale, non può suonare il pianoforte, e vive in uno stato di sofferenza giorno e notte. Ma a settantacinque anni Maiti ha testimoniato con la sua vita "che il male non è il vincitore". 
"Dal primo giorno in cui ho fatto scappare dei prigionieri e fino a quando non sono stata presa io stessa, ho vissuto giorno e notte nella paura. In una paura terribile. Ma sono sempre andata avanti. E' stato il modo per me di arrivare fino alla fine. Mi sono sempre chiesta dove fosse il mio "fino alla fine"".
Come una fiamma dentro di lei, una fiamma che brucia al centro della vita nella battaglia al fine di non lasciarsi piegare dagli eventi, è la verità che cercava fino alla fine.
"Quando ho iniziato a fare la Resistenza ero consapevole di entrare in una situazione di pericolo. Ecco perché non potevo aspettarmi che mi si facesse un regalo. (...) Ma anche la coscienza, data dalla grazia, di una missione da compiere, per quanto piccola potesse essere. Anche se questo è un compito da formica rispetto all'immensità del disastro della Francia schiacciata e occupata".
Dopo tre anni di resistenza attiva ed efficace, la "formica" viene arrestata.
Maiti è la più giovane tra i diciannove prigionieri del gruppo. Si rende conto che se rimangono prostrati in un silenzio morboso diventeranno pazzi. Così parla loro e dice di Dio, della sua fede nel "Dio che ama di un amore folle, verso il quale andiamo". Parla della vita eterna dopo la morte. Rispetta le credenze di tutti ma allo stesso tempo propone di offrire una preghiera a Maria insieme. "Dopo aver iniziato un discorso che è stato molto utile".
Da suo padre Maiti ha ricevuto una fede protestante. Molto giovane è stata introdotta alla lettura della Bibbia. Ha visto questa Parola del Dio vivente, che ha ammonito la sua memoria, una memoria spirituale che fa parte di se stessa e che può parlare.
Per quanto può non si lascia confinare in una terra di nessuno, e la parola è un modo per lei di "osare e stare ferma". Anche il giovane medico ha trovato grazia ai suoi occhi; lei non capisce come un uomo di ventisei anni può diventare il carnefice del suo fratello. L'uomo non è crudele per natura, Dio non ha voluto che l'uomo sia crudele. Ha queste meravigliose parole: "Ho sempre pensato che la sfortuna era più sul lato del carnefice che su quello della vittima".
Maiti ha sempre la stessa domanda: "fino a che punto arriva il mio andare fino in fondo?" È giunto alla fine? Non riesce sempre a parlarne. Ha poi fatto un gran silenzio, ha perso l'uso della parola. Eppure, quando Maiti esce fuori da questo inferno, ha una sola idea: "perdonare l'uomo che l'ha distrutta".
Maiti osa essere forte, osa sfidare i tedeschi sotto i loro occhi, si fa carico di rischi che la mettono in pericolo e in prigionia lei osa parlare, lei osa attraversare un muro di silenzio che è davvero una prigione. E' viva. Osa, non importa cosa, per dimostrarlo. Lei osa la vita fino alla fine, per essere libera. E il desiderio di perdono per quest'uomo è un desiderio di vita, per lui e per lei. "
Posso dire di essere viva se questo non riguarda che la mia sola persona? Qual è il diametro del "mio cerchio di vita?""
La sua lucidità dopo questi eventi è sorprendente: "Due desideri si sono imposti su di me mio malgrado. Il primo era il desiderio folle di perdonare colui che mi aveva distrutta. Ma in che modo? Era anche possibile? Il secondo è stato quello di cercare ciò che mi rimaneva come opportunità di servire. Questi due desideri non mi hanno mai lasciata".
Vive anni difficili di sofferenza fisica e morale, di rinuncia, di solitudine, momenti in cui tutto si ferma.
"Il mio deserto: tutto era violento contrasto. Mi sentivo come un luogo di tentazione, con forme di negazione: fuggire, stordirmi o ammalarmi in un universo ben chiuso in se stesso; e altrettanto intensamente mi sono resa conto che il mio sradicamento era in realtà una mancanza di radicamento... L'ho sperimentato come un luogo di privazione e di vuoto; e ho percepito confusamente che vi avrei ricevuto la mia vocazione. Lungo sarebbe l'inventario... Infine, ho avuto la possibilità di scegliere tra la disperazione dei ribelli o l'immersione in una fiducia persa e sconcertata. Le situazioni-limite ci costringono a scegliere l'essenziale".
Sempre messa davanti alle scelte, Maiti è logica, umana e intelligente, conosce le regole del gioco: è una sua scelta, nessuno sceglie per qualcun altro.
Tra il desiderio e la realtà, il perdono è un processo lungo.
"Questo non è qualcosa che è così, come un miracolo durante la notte. Dobbiamo desiderare la durata, devi avere una voglia matta, un desiderio che è una grazia".
Per quaranta anni Maiti prega ogni giorno per lui fin dall'inizio della sua preghiera. "Ma possiamo mai sapere se abbiamo perdonato?" Lei non forza la sua unica preghiera. E' consapevole del fatto che "questo è un passaggio del cuore che è molto difficile. Non sapevo se ero in grado di arrivarci. Nel caso in cui non ci fossi riuscita, ho chiesto a Dio di fare per me. Il mio desiderio era lì".
Il suo secondo desiderio "è stato quello di cercare quello che mi rimaneva come opportunità di servire".
Maiti soffriva terribilmente nel suo corpo, ma la sua "testa rimaneva libera" e andava a seguire delle lezioni alla Sorbona su una barella. Lei, che all'età di dodici anni ha capito che la verità è una persona, Gesù Cristo, diventerà una professoressa di filosofia e insegnerà l'amore della verità. Data la sua disabilità, può beneficiare solo di poche ore al giorno al di fuori del suo letto. I suoi studenti saranno giovani che si preparano ad una carriera artistica di alto livello, che avrebbe potuto essere la sua.
Per il suo cammino spirituale, è terziaria dell'ordine di San Domenico, il cui motto è "Veritas", ed è diventata uno dei perni della Fraternità domenicana dei malati.
La sua ricerca, il suo "fino alla fine" non si ritrae nonostante le avversità, la sofferenza e le prove. Il suo "fino alla fine" diventa un cammino di "Resistenza" dentro di lei.
Non lasciate che il vostro "nemico" entri nel vostro cuore e prenda il posto della vita, ha detto il salmista. Il nemico non è necessariamente una persona. Ma i pensieri nefasti, negativi, senza speranza, ai confini del dolore sono spesso i nostri nemici. La resistenza al male in tutte le sue forme è necessaria, perché "Dio non vuole il male, e questo è ciò che ci contraddistingue". Aggiunge "la sofferenza è un male e rimane un pericolo permanente da non sottovalutare. Eppure, nella sua morsa che non si dimentica facilmente, nulla è perduto ... e, infine, non è il male che vince".
"Quando ho trovato questa relazione persona a persona con Gesù, ho scoperto che Dio non aveva voluto che facessi questo cammino di sofferenza e di orrore. Ho capito che al centro di questa sofferenza è entrato dentro di me quasi fisicamente con la sua presenza, la sua vicinanza. Si è unito a me in un male che gli uomini erano perfettamente in grado di creare da se stessi. Dio non ha voluto il male che solo alla fine per farmi avvicinare a Lui. Dio mi ha raggiunto in un male terribile, perpetrato da uomini, per aiutarmi a uscire e costruire me stessa prima, per poi portare con il mio consenso qualcosa agli altri".
Spinta da un forte desiderio di perdonare Leo, il suo torturatore, Maiti rimane fedele al suo desiderio. Non può essere sicura di avere veramente perdonato quest'uomo, così lei prega per lui ogni giorno. E nel 1984, "ricevo una telefonata. Ho immediatamente riconosciuto la sua voce: «Mi puoi ricevere?». Ho avuto l'impressione che la casa mi cadesse in testa. Ero allettata, in un periodo molto doloroso. Mi sono sentita che rispondevo: «Vieni»". Ha ricevuto quest'uomo venuto a parlare della morte. Era molto malato e non gli restavano che poche settimane di vita. Ha cercato quella ragazza che nel campo parlava di dopo la morte; le parole ascoltate "erano entrate dentro di lui come l'olio". 
Maiti gli parla dell'amore di Dio per tutti gli uomini. A seguito di questo, "quest'uomo, che era molto bello, abbassò la testa e disse con grande umiltà, come un bambino: «ma cosa posso fare adesso?» - «L'amore ... dona subito amore intorno a te, parla con Dio, balbetta, Dio abita tutte le creature, anche le più ottenebrate...".
Quest'uomo ha paura, paura della morte. Questa storia è davvero incredibile! Quest'uomo che torna dopo quarant'anni è nell'ordine del miracolo, della volontà di Dio. Mi fa comprendere che l'amore, il perdono, la vita sono più forti del male.
Ascoltiamo Maiti: "Alla partenza, era in piedi alla testa del mio letto, un gesto irrefrenabile mi sollevò dal mio cuscino pur facendomi molto male, e l'ho abbracciato per lasciarlo nel cuore di Dio. E lui umilmente mi ha chiesto "Perdono". Era il bacio di pace che era venuto a cercare. Da quel momento sapevo di averlo perdonato".
Quanta profondità in questo scambio!
Un lungo viaggio quello del perdono; come un'avventura, una ricerca, quella di cercare sempre la verità. La semplice verità della realtà apparente della vita: dolce e felice o tragica realtà dell'uomo lungo tutta la sua vita.
Come nella vita di Maiti, l'alternanza del tempo della parola e del silenzio. Il silenzio come un altro tono di parola. Quando tornò alla vita, la organizzò senza che nessuno intorno a lei conoscesse la sua storia. "Solo dieci persone sapevano. Ho scelto il silenzio e il buio. E' stata una scelta personale e non l'ho mai rimpianta. Ma oggi, all'alba dei miei settantacinque anni è accaduto che la mia vita uscisse allo scoperto, senza che io lo abbia cercato".
E' giunto il suo tempo, la sua testimonianza si riflette come una stella nella notte. Una storia vera che incoraggia cammini di perdono, come cammini di vita e di verità.
Alla misura della nostra vita, nel nostro presente dove cerchiamo di parlare, di vivere, di capire abbiamo questa testimonianza di una pazienza benefica, che insegna che nella vita bisogna accettare il tempo, il silenzio, riservarsi uno spazio interiore da condividere con pochissime persone, con persone scelte.
E, naturalmente, essere animati da grandi desideri, guidati da una grande fiducia in Dio: "Se io non posso, chiedo a Dio di fare Lui per me; il mio desiderio è tutto lì". [ * ]   

 

Maïti Girtanner, Guillaume Tabard, Même les bourreaux ont une âme, Editions de la Loupe, 2008 [ * ]  [ * ]



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